Un mosaico di passione

Il poeta persiano Rumi scrisse che la verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio e andato in frantumi. Ognuno di noi ne raccoglie un frammento e, specchiandosi, ritrova solo una parte di verità. In questo libro denso e conciso, ricco di informazioni e spunti, Antonello Sacchetti offre al lettore tanti diversi frammenti. Appassionato di cultura persiana, ne ha studiato la lingua e – come gli iraniani – intercala prosa e poesia. Il risultato è una lettura scorrevole, piacevole. Molte le citazioni letterarie, a cominciare dal titolo (che non sveleremo). Per poi passare al cinema, con suggerimenti preziosi. In questo centinaio di pagine, la politica è in un certo senso il filo conduttore con i suoi protagonisti, le elezioni osservate da vicino presso la sede diplomatica iraniana a Roma, le opinioni degli amici e conoscenti.

Qui e là scopriamo un sistema legale in cui le autorità religiose permettono (da tempo) di prendere un utero in affitto e (per la povera gente) persino vendere un rene. Un sistema legale dove sono presenti istituti giuridici curiosi come il mehrieh (la dote che il promesso sposo deve versare alla futura moglie) e il diyeh (il prezzo del sangue, ovvero il risarcimento in denaro che ti può salvare dalla forca in caso di condanna per omicidio).

E non è tutto. Antonello Sacchetti porge al lettore informazioni preziose sulla tecnologia di altissimo livello utilizzata in Iran, le politiche ambientali della Repubblica islamica e l’importanza delle energie rinnovabili. Pagina dopo pagina scopriamo anche un atteggiamento diverso (rispetto all’Europa) nei confronti dei rifugiati: l’Iran ospita un milione di afgani registrati presso l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati e a metà aprile del 2016 i commissari dell’Unione europea in visita a Teheran hanno offerto sei milioni e mezzo di euro stanziati da Bruxelles per contribuire alla loro assistenza sanitaria e all’istruzione. Augurandosi che, così facendo, decidano di stare in Iran e non bussino pure loro alle porte dell’Europa. Il filo conduttore di questo libro  è la passione (contagiosa) che ha portato Antonello Sacchetti in Iran. Tante volte. Anche come accompagnatore di gruppi. Perché viaggiare è vivere due volte, scrisse il poeta Omar Khayyam. Come ha detto il presidente Hassan Rouhani a Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, l’Iran e l’Italia hanno in comune la grande bellezza. E, aggiungiamo noi, una storia millenaria. Quello che oggi chiamiamo Iran non è altro che l’antica Persia. Il nome cambia il 21 marzo 1935. Da quel momento sulle cartine geografiche appare un nuovo Stato. Si chiama Iran. A prendere questa decisione è Reza Shah, il fondatore della dinastia Pahlavi e padre dell’ultimo imperatore scappato il 16 gennaio 1979, durante la Rivoluzione. Un cambiamento accompagnato da molti altri, che servono ad arginare le influenze straniere e ad accentuare il nazionalismo volto a compattare un Paese dalla storia millenaria e dalle tante anime. Ognuna frammento di un mosaico complesso.

Farian Sabahi, docente, giornalista e scrittrice specializzata su Iran e Yemen

Titolo: LA RANA E LA PIOGGIA L’Iran e le sfide del presente e del futuro
Autore: Antonello Sacchetti
Caratteristiche: Formato cm. 14,5×21,5, copertina a colori, filo refe
Pagine: 112
Prezzo: euro 11.50
Isbn: 9788868611477
Anno di pubblicazione: 2016

Iran Deal, un anno dopo

“È passato un anno dallo storico accordo sul nucleare ma per l’Iran rimangono ancora aperte moltissime questioni, sia sul fronte interno sia per quanto riguarda le relazioni internazionali” – esordisce Antonello Sacchetti, il nostro autore esperto di Iran. “Se l’Iran Deal ha chiuso un contenzioso diplomatico che durava da oltre dieci anni, non possiamo ancora dire che Teheran sia davvero entrata a pieno titolo nella comunità internazionale. Così come rimane apertissimo il confronto interno tra conservatori e moderati. A un anno dalle elezioni presidenziali che decideranno se Rouhani avrà o meno un altro mandato, il Paese sta senza dubbio vivendo una trasformazione sociale interessante, in cui permangono problemi storici ma in cui si stanno facendo largo istanze, soggetti e comportamenti del tutto inediti. È senza dubbio un momento molto interessante”.

Che cosa è stato l’Iran nel Novecento e come sia l’Iran oggi sono le domande a cui prova a rispondere Antonello Sacchetti nel libro, da pochissimo in libreria, dal titolo La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro.

 

Un ponte per Teheran

Il Centro di Ricerca e Sperimentazione Metaculturale, ente accreditato alla Regione Lazio per la formazione e l’orientamento professionali, presenta un corso gratuito per le aziende agricole della Regione Lazio, al fine di coadiuvare la creazione di rapporti commerciali con l’Iran. Il corso è infatti suddiviso in due moduli, uno sulla lingua persiana (farsi) e il secondo più incentrato sulla cultura commerciale iraniana in tempo di sanzioni internazionali.

Perché l’Iran? L’Iran è uno dei principali partner economici dell’Italia, secondo solo ad alcuni paesi europei. Secondo i dati ripostati sul sito del Ministero dell’Interno, infatti l’Iran è il 17° paese da cui l’Italia importa l’1,3% dei prodotti totali. Inoltre, secondo l’Istituto Nazionale per il Commercio Estero Italian Embassy – Trade and Promotion Section l’Italia è il secondo partner europeo dell’Iran, dopo la Germania.

Un ulteriore segnale dell’importanza degli scambi commerciali tra l’Italia e l’Iran è la presenza nel nostro paese di C.I.C.E. (Centro Italo Iraniano di Cooperazione Culturale e Economica) e di CCII (Camera di Commercio e Industria Italo Iraniana) che rappresentano un punto di incontro tra gli interessi dei mercati dei due paesi.

Conoscendo la difficoltà ed il timore di avvicinarsi ad una cultura apparentemente così diversa, questi due corsi vogliono abbattere, per quanto possibile, le barriere che molte aziende italiane hanno a causa della differenza linguistica e culturale. In questo modo, le singole aziende saranno in grado di avere al proprio interno un facilitatore che possa fungere da ponte linguistico e culturale per le aziende stesse.

MODULO I: LINGUA PERSIANA (Farsi)
Il primo modulo del corso sarà concentrato nell’apprendimento base della lingua persiana (farsi) con particolare attenzione all’area tematica del commercio e del marketing. Al termine del corso i corsisti saranno in grado di presentare la propria azienda ed i propri prodotti in lingua persiana. Il corso avrà una capacità di 10-15 corsisti ed una durata di 80 h, divise in 3 ore ad incontro per tre giorni a settimana dal 4 giugno 2015 al 17 luglio 2015.

MODULO II: INTRODUZIONE ALLA CULTURA COMMERCIALE IRANIANA
In questo modulo entreremo più nei dettagli dell’economia iraniana, dei suoi rapporti commerciali con il resto del mondo in tempo di sanzioni internazionali, delle sue caratteristiche peculiari, della normativa import-export e dell’importante ruolo che gioca l’Italia.

Biografia insegnante del corso
La Dott.ssa Elena Scarinci si è laureata nel 2013 in Lingue e Culture Straniere per le Istituzioni, le Imprese e il Commercio presso l’Università degli Studi della Tuscia. Ha vissuto in Turchia per 6 mesi ed in Iran per un anno ad intervalli alterni. Nel frattempo ha lavorato come insegnante di italiano per stranieri sia in Italia che in Iran, dove grazie ad una borsa di studio ha perfezionato la sua conoscenza della lingua persianaottenendo la certificazione di conoscenza della lingua Avanzato 2 presso l’Istituto di lingua persiana Dehkhoda nella capitale Teheran. A Teheran inoltre ha lavorato presso la scuola dell’Ambasciata Italiana Pietro della Valle e con la quale ha pubblicato due libri per l’insegnamento della lingua italiana agli stranieri.

Dove siamo:

A circa 50km da Roma, Terni e Viterbo.
Facilmente raggiungibile in auto (autostrada A1 uscita Ponzano Romano-Soratte) e in treno (linea Fiumicino-Orte FL1 stazione Gavignano)

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Per informazioni:
0765.570574 – 333.9708927
metaculturale@alice.it

Costi:
I corsi saranno gratuiti.
Tessera sociale annuale 20€
Inizio corsi:
4 giugno 2015

Locandina corsi di persiano

La fattoria degli umani

La fattoria degli umani

La Fattoria degli Umani tratta il ciclo storico della violenza umana con uno sguardo acuto sia alle vicende attuali di un’area geografica specifica del medio oriente – oggi tristemente conosciuta come roccaforte dell’ISIS – sia alle verità storiche delle invasioni mongole del quattordicesimo secolo in quella stessa terra dove dopo più di 700 anni vengono compiute atrocità disumane, l’eccidio di popolazioni intere e la distruzione delle città costruite in migliaia di anni.

Il regista tenta di svelare il mostro che vive in ciascuno di noi, dividendo con la noncuranza del caso tra vittime e carnefici. In una suggestiva scenografia un grande tavolo rotondo e girevole rappresenta la città. Un grande tavolo sopra il quale sono posizionati alcuni oggetti simbolici che hanno la funzione di ridurre le dimensioni di una tragedia per poterla vedere con occhi diversi; modellini per ricostruire una città millenaria che viene poi distrutta dalla furia violenta di un trattore telecomandato, la torre di Jaber, numerosi soldatini, armi, la sfera di un mappamondo luminoso e un frullatore che evoca un mulino a vento sull’Eufrate e l’orrore delle vittime triturate.

I due personaggi dello spettacolo sono cugini e muovono tali oggetti mentre raccontano una loro versione personale della realtà dei fatti accaduti con un parallelismo storico tra le due tragedie. Una voce femminile invece rappresenta i pensieri del personaggio muto perché il cugino gli ha tagliato la lingua.

La Fattoria degli Umani
Scritto e diretto da Ali Shams
Traduzione: Parisa Nazari
Con:
Aleandro Fusco
Parisa Nazari
Piero Cardano
Assistente alla regia: Magali Steindler
Costumi: Mandana Ansari
27 e 28 Marzo alle 21:00
Domenica 29 alle 20
Teatro Salauno
Roma , P.zza di Porta s,giovanni. dietro la scala santa 10
Per info e Pronotazione : 3490557853

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Gentiloni a Teheran

L’articolo di Alberto Negri uscito sul Sole 24 Ore del 2 marzo 2015.

L’Iran non delude mai. Era entusiasta il sassofonista americano Bob Belden che si è appena esibito con il suo cool jazz in un teatro strapieno e plaudente alla presenza del ministro della Cultura islamica: Belden è il primo musicista americano a suonare a Teheran dalla rivoluzione dell’Imam Khomeini del 1979. Ha improvvisato una jam session con tre giovani musiciste iraniane, velate e bravissime. L’offensiva diplomatica iraniana è anche questa: mostrare un volto diverso della Persia e dell’Islam sciita rispetto alle chiusure del mondo sunnita.

Ma ieri si è sentita gratificata dall’Iran anche la diplomazia italiana. I giornali hanno messo in prima pagina la visita del ministro Paolo Gentiloni, oltre che le dichiarazioni ottimiste sul negoziato di Federica Mogherini, alto rappresentante europeo. Gentiloni ha incontrato il ministro degi Esteri Javad Zarif, lo speaker del Parlamento Alì Larjani, e oggi vedrà il presidente Hassan Rohani e Hashemi Rafsanjani,

ALCUNI DIRITTI RISERVATI (CC BY-NC-SA)

E ora l’Iran diventa (quasi) un alleato

Roberto Toscano

Su La Stampa del 25 febbraio 2015 l’ex ambasciatore italiano a Teheran Roberto Toscano analizza in un editoriale la lunghissima questione del nucleare iraniano alla luce degli sviluppi più recenti.

Ve lo proponiamo di seguito.

 

E ora l’Iran diventa (quasi) un alleato

Per oltre dieci anni la questione nucleare iraniana ha occupato una delle posizioni centrali fra i dossier di politica internazionale, come se principalmente da essa dipendessero l’alternativa fra pace e guerra in Medio Oriente e gli stessi equilibri internazionali.

Anche in passato era legittimo ritenere che si trattasse di un difetto di prospettiva, o piuttosto delle distorsioni volutamente prodotte da chi preferiva spostare sul nucleare iraniano un’attenzione che altrimenti si sarebbe focalizzata su tematiche quali la questione palestinese o il ruolo degli Stati del Golfo nel sostegno dei più radicali e violenti movimenti jihadisti.

Oggi appare ormai evidente che la questione, che pure rimane importante sotto il profilo del pericolo della proliferazione nucleare, risulta sostanzialmente sdrammatizzata, se non ridimensionata.

Secondo le ultime notizie da Ginevra, il negoziato nucleare rimane ancora complesso, con molti problemi da risolvere, ma per la prima volta non sembra da escludere la possibilità che emerga un compromesso accettabile da ambo le parti.

Un segnale interessante al riguardo è che si è unito al team negoziale iraniano il Direttore dell’ente nucleare iraniano, ed ex ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, la persona in assoluto più competente sia dal punto di vista scientifico (ha un dottorato in fisica di Mit) sia da quello della storia del negoziato, essendo stato rappresentante iraniano all’Aiea.

Ma quello che è cambiato è soprattutto l’irrompere della sfida del cosiddetto Stato Islamico, la più recente e più minacciosa incarnazione del radicalismo wahabita. Si tratta di una sfida che da un lato minaccia la stessa tenuta dello Stato iracheno e dall’altro apre inquietanti prospettive per la Siria, dove appare molto problematico immaginare l’eliminazione di un altro dittatore laico, Assad, senza che – come in Iraq e in Libia – si apra la via a un processo di decomposizione istituzionale e territoriale di cui beneficerebbero le forze islamiste più estreme.

Che fermare lo Stato Islamico sia un’urgenza lo dimostra il fatto che il Presidente Obama ha deciso di chiedere al Congresso un’autorizzazione all’uso della forza militare. Cercando di sottrarsi all’accusa di avere così invertito la sua precedente politica, quella di ritirarsi dalle «guerre stupide» di George W. Bush, Obama ha farcito la sua richiesta di precisazioni sul tipo di forze e sui limiti temporali, ma è inevitabile a questo punto prevedere che presto vedremo arrivare in Iraq quegli «stivali sul terreno» che non solo Obama, ma l’opinione pubblica americana, non avrebbero voluto più vedere. E non si tratta solo degli Stati Uniti: la missione esplicitamente anti-Isis della portaerei francese «Charles de Gaulle» costituisce un altro segnale di notevole significato politico ancor prima che militare.

Per gli americani il rischio, come sempre quando si prospetta un uso limitato della forza armata, è che la situazione possa precipitare mettendo a repentaglio le limitate forze schierate in origine e costringendo quindi a un’inevitabile escalation. E’ qui che l’Iran può essere visto come una soluzione, e non solo come un problema. In realtà è in parte già così, visto che Washington e Teheran stanno indirettamente coordinandosi, per interposto governo iracheno, nella lotta allo Stato Islamico. Un paradosso che lascia non pochi sconcertati e sospettosi, soprattutto a Tel Aviv e a Riad, ma che non è certo una novità dal punto di vista storico, soprattutto in una regione come il Medio Oriente, dove il nemico del nemico non è necessariamente un amico, ma può diventare un indispensabile alleato di fatto.

Se per gli Stati Uniti si tratta di ridurre i danni dei ripetuti errori politici e strategici e fermare la destabilizzazione e il caos politico a livello regionale, gli obiettivi dell’Iran sono abbastanza evidenti. Si tratta in primo luogo di garantire che l’Iraq non torni ad essere una minaccia come ai tempi di Saddam: questo spiega perché dal momento della caduta di Saddam il governo di Baghdad sia stato sostenuto sia da Washington sia da Teheran. Collaborare con gli americani contro lo Stato Islamico non è quindi per gli iraniani né un problema né una novità.

Ma fra gli obiettivi iraniani vi è qualcosa di più sostanziale e di più ambizioso: il progetto di ottenere dagli Stati Uniti, anche a costo di accettare di pagare alcuni prezzi, una sorta di «sdoganamento» come potenza regionale, e soprattutto la caduta di un bruciante status di Paese reietto e paria, sistematicamente escluso ed isolato internazionalmente. Si tratta di un obiettivo condiviso dalla stragrande maggioranza degli iraniani, seppure con diverse sfumature, e respinto solo da una minoranza peraltro – e vi è qui un elemento d’incertezza – solidamente impiantata nei gangli vitali del potere.

Per capire quale sia questo vero e proprio «progetto nazionale» vale la pena rileggere il testo della proposta che, con l’autorizzazione dei vertici del regime (erano i tempi del governo riformista di Khatami), un ristretto gruppo di diplomatici iraniani redasse nel 2003 e inoltrò al governo americano, che rifiutò ostentatamente di prenderla in considerazione – anzi, persino di riceverla. (NOTA: Su questo blog ne abbiamo parlato in questo articolo).

Punti importanti di quella proposta erano la richiesta iraniana di discutere «un riconoscimento dei legittimi interessi di sicurezza iraniani nella regione», e la possibilità di una dichiarazione americana secondo cui «l’Iran non appartiene all’asse del Male». In cambio si offriva fra le altre cose di prendere in considerazione «il coordinamento dell’influenza iraniana» in Iraq. Interessanti erano anche la disponibilità a discutere, per la Palestina, «l’accettazione della Dichiarazione di Beirut della Lega Araba (iniziativa di pace saudita, approccio dei due Stati)» e l’ipotesi di «un’azione su Hezbollah perché diventi una semplice organizzazione politica all’interno del Libano».

Forse dodici anni dopo Washington potrebbe rispondere a quella proposta. Ma certo non potrà farlo se non verrà superato l’ostacolo della questione nucleare.

L’articolo originale è disponibile QUI.

Un aperitivo di Iran

Un incontro per presentare itinerario, condizioni e dettagli del viaggio che sto organizzando per il prossimo giugno.
Sarà l’occasione per fare domande o anche aderire al viaggio.

IL VIAGGIO

Otto giorni (dal 18 al 25 giugno 2015) alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

Vedi i dettagli: PROGRAMMA 8 GIORNI DI IRAN

 

APPUNTAMENTO

dalle ore 18.00 alle ore 19.30
presso Taberna Persiana
via Ostiense 36 H
Roma

ENTRATA LIBERA
Per chi vuole APERITIVO A BUFFET COMPLETO 7€

 

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Le conseguenze della Rivoluzione iraniana

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

La vittoria della Rivoluzione islamica iraniana nel 1979 è considerata una delle più importanti rivoluzioni politiche internazionali degli ultimi tempi. Gli effetti sulla comunità islamica mondiale, la posizione strategica a livello internazionale dell’Iran e l’importanza del Golfo Persico e del Medio Oriente nello scacchiere mondiale hanno fatto sì che la Rivoluzione islamica fosse un fenomeno, un evento che non ha riguardato solo il popolo iraniano, ma ha avuto, e ha tutt’oggi, una influenza e una portata internazionali. Per questo motivo lo studio e l’analisi delle cause e delle motivazioni che stavano alla base della Rivoluzione islamica, del suo andamento e dei suoi risultati a livello di teoria e pratica politica nel campo delle relazioni internazionali, non sono solo importanti ma anche necessari, in particolare nel quadro degli effetti della Rivoluzione sulle teorie internazionali. A distanza di 36 anni dalla vittoria della Rivoluzione questo aspetto non sembra, infatti, essere stato ancora adeguatamente esplorato.

Probabilmente la ragione di una tale carenza di studi e ricerche su questo specifico aspetto risiede nell’incompatibilità dei principi della Rivoluzione e dei fattori che l’hanno portata al successo con le categorie interpretative del pensiero politico moderno, che non riescono a spiegare in maniera esaustiva e convincente tale evento, oppure nel rifiuto di impegnarsi in tal senso basato su una aperta ed esplicita opposizione, nel campo delle relazioni internazionali, nei confronti della Rivoluzione islamica stessa.

Una corrente di studiosi e intellettuali ritiene che la Rivoluzione islamica sia priva di ogni genere d’influenza effettiva nel campo delle relazioni internazionali, mentre un’altra non solo afferma che questa influenza ci sia stata, ma che è stata anche notevole. Una terza corrente è quella che ha, da una parte, approcciato la Rivoluzione islamica attraverso la presentazione dei principi, delle dottrine spirituali, delle norme etiche che ne stanno alla base, e solo in ultimo del suo ordinamento politico e sociale, e dall’altra ha illustrato in che modo la visione politica dell’Islam, il “risveglio” islamico e il rafforzamento dei movimenti islamici hanno avuto un ruolo fondamentale nell’indebolire le stesse radici culturali e filosofiche e le basi teoriche del pensiero politico moderno nel campo delle relazioni internazionali e far rifiorire e rafforzare, di contro, una visione spirituale e religiosa dell’esistenza e quindi anche della politica stessa.

Bisogna considerare che i legami tra le teorie delle relazioni internazionali e la Rivoluzione islamica iraniana non sono solo diretti, bensì le idee, i pensieri e gli obiettivi della Rivoluzione hanno prodotto dei mutamenti che hanno influenzato le relazioni internazionali anche in modo indiretto.

Lo sviluppo degli ideali della Rivoluzione nelle relazioni internazionali e l’Islam politico

La Rivoluzione islamica non ha solo avuto un’influenza sulle analisi tradizionali incentrate sull’andamento e lo sviluppo delle rivoluzioni, bensì ha anche rafforzato gli studi sull’influenza delle rivoluzioni sulle politiche estere e le relazioni internazionali.

Questo nuovo approccio si è focalizzato su due aspetti della Rivoluzione islamica.

Il primo è incentrato sulla modalità dell’influenza della Rivoluzione islamica sulla politica estera avente come attore un “governo rivoluzionario”. Ad esempio, Fred Halliday, attraverso l’analisi delle politiche estere dei paesi rivoluzionari, ha studiato il ruolo delle grandi rivoluzioni nelle relazioni internazionali, sottolineando come la più grande particolarità delle politiche estere dei paesi rivoluzionari come la Repubblica Islamica dell’Iran è la loro internazionalità, ossia il perseguimento di obiettivi che vanno oltre i meri interessi nazionali. I paesi rivoluzionari, in altre parole, cercano di modificare e riformare l’ordine internazionale vigente. Halliday pensa che la Rivoluzione islamica presenti un aspetto di internazionalità addirittura maggiore di quello di altre rivoluzioni come quella Russa e Francese, per cui gli obiettivi ideologici relativi all’ordine mondiale hanno una posizione particolare nella politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran (cfr. F. Halliday, Revolution and world politics, Basingstoke, Palgrave, 1999).

Il secondo aspetto studiato è la modalità dell’esportazione della Rivoluzione in altre società e contesti culturali. Diversi studiosi hanno cercato di analizzare l’influenza della Rivoluzione islamica, e questa letture teoriche si sono sviluppate soprattutto intorno all’esportazione della Rivoluzione islamica e dei suoi ideali negli altri paesi musulmani, e sono diverse le visioni e le ipotesi analizzate e presentate relativi all’identità, al significato, al concetto, alla politica e ai mezzi per la diffusione e l’esportazione della Rivoluzione islamica stessa. Per chi volesse approfondire questo aspetto, ricordiamo il libro curato da John L. Esposito e R.K. Ramazani, intitolato Iran at the crossroads (Palgrave Macmillan, 2000), nel quale alcuni studiosi ed esperti iraniani, europei ed americani analizzano le conseguenze e l’evoluzione della Rivoluzione Islamica. (Cfr. Ramazani, Revolutionary Iran: Challenge and Response in the Middle East, 1987; Esposito, The Iranian Revolution: Its Global Impact, 1990)

Dopo la vittoria della Rivoluzione islamica, il ruolo dell’Islam come “attore” politico che può influenzare la politica estera e le relazioni internazionali ha subito una forte valenza e ha causato forti “tensioni” nelle visioni ormai consolidate che regolano le relazioni internazionali. Vediamo quindi alcune interpretazioni e analisi del fenomeno “Islam politico”.

Secondo alcuni, l’Islam politico si svilupperebbe dall’incapacità delle visioni principali di gestire le relazioni internazionali, per cui esso viene considerato solamente come una reazione meramente politica nei confronti dell’innovazione culturale e della modernità, una ridefinizione secondaria degli interessi materiali e un tentativo di ravvivare tradizioni ormai anacronistiche (Cfr. Elizabeth Shakman Hurd, “Political Islam and International Relations”, American Political Science Association, Philadelphia, September 2006).

Su questa scia lo studioso e accademico Fred Halliday considera la nascita e l’ascesa dell’Islam politico come un effetto del rifiuto della modernità unito a un nazionalismo politico estremista (Cfr. F. Halliday, The Middle East in International Relations. Power, Politics and Ideology. Cambridge: Cambridge University Press, 2005; ed. it.: Il Medio Oriente – potenza, politica e ideologia, Vita e Pensiero 2007), e lo scienziato politico Bassam Tibi considera l’Islam politico come una reazione all’ordine secolare liberale dell’Occidente in un quadro di ribellione generale contro i “valori” politici e culturali occidentali al fine di istituire un ordine islamico internazionale (Cfr. B. Tibi, “Post-Bipolar Order in Crisis: The Challenge of Politicised Islam.” Millennium 29, no. 3 (2000): 843-860).

John L. Esposito, invece, considera la sconfitta di ideologie secolari quali il nazionalismo e l’arabismo come la causa principale per il ravvivamento dell’Islam politico, che tende a presentare l’Islam come il simbolo, l’esempio, il punto di riferimento nelle questioni riguardanti le relazioni internazionali.

Infine, lo storico Roger Owen considera l’Islam politico come una reazione alla sconfitta delle ideologie e delle soluzioni ambiziose del secolarismo che alcuni regimi in via di sviluppo del mondo islamico hanno utilizzato per legittimarsi (R. Owen, State, Power and Politics in the Making of the Modern Middle East, Routledge 2004).

In breve, elemento comune di queste analisi è che l’Islam politico nascerebbe dalla reazione dei paesi e delle società islamiche alla modernità e alla loro precaria situazione politica ed economica, considerata profondamente ingiusta. Certo, è innegabile il ruolo di questi fattori nella nascita dell’Islam politico, però non possono essere considerati come gli unici fattori. Secondo Elisabeth Shakman Hurd, l’Islam politico è un tentativo moderno di dialettica politica che finisce per scontrarsi con le teorie principali presentate dal liberalismo e dal secolarismo, che relegano la fede e il governo al di fuori dell’ontologia e dell’epistemologia (Shakman Hurd, cit.). L’Islam però è un qualcosa di molto più ampio, variegato e complesso che non può certamente essere così delimitato, che può fornire dei modelli validi anche nel campo delle relazioni internazionali.

La nascita dell’Islam politico come fattore determinante nelle relazioni internazionali mina le basi e le visioni principali di tutte le dottrine di natura laica e secolare riguardanti le relazioni internazionali, che in qualche modo negano l’influenza della religione negli sviluppi e nei rapporti internazionali, anche perché nessuno di queste visioni riconosce il ruolo fondamentale della religione nella politica internazionale. Il paradigma “realista” classico e strutturale in generale nega il ruolo, che a noi appare però evidente, degli elementi e delle strutture non materiali, delle idee e delle visioni di natura religiosa e spirituale nella politica estera e nelle relazioni internazionali. I paesi “liberi” da influenze, valori e condizionamenti di tale natura cercano di perseguire i propri interessi di natura meramente umana e materiale, quindi è inevitabile che l’Islam finisca per essere considerato come un impedimento, un fastidioso ostacolo davanti al perseguimento dei propri interessi nell’ordine internazionale ormai scivolato nell’anarchia.

Teheran 1978-1979, ©Bahman Jalali,

I seguaci del pensiero liberale e del neoliberalismo istituzionale difendono valori come la “pace” e la “democrazia” e riconoscono il ruolo indipendente dei valori nelle relazioni internazionali, però insistono esclusivamente sui valori liberali come fattori stabilizzanti del sistema internazionale.

La scuola di pensiero britannica delle teorie delle relazioni internazionali, che può essere considerata una via di mezzo tra il liberalismo e il realismo, cerca di mettere insieme i principi e le teorie di questi due paradigmi, ma si trova comunque in difficoltà nell’identificare e definire il ruolo dell’Islam politico. Al contrario delle pretese e delle aspettative suscitate da questo pensiero, la società internazionale basata sui valori comuni si trova di fatto davanti alla sfida dell’Islam politico che si fonda  su principi e valori differenti (cfr. T. Dunne, Inventing International Society: A History of the English School, Basingstoke, Macmillan, 1998).

Di fronte a questo stato di cose, la presenza di diverse forme di Islam politico come fattori importanti nella politica internazionale costituisce l’occasione buona per rivedere e riformare i principi e le ipotesi su cui si basano le visioni politiche secolari relative alle relazioni internazionali, affinché questa visione predominante possa ridefinire il concetto stesso di “politica” nel dialogo con civiltà, culture e soggetti politici non occidentale e non secolari. Il pensiero predominante nelle relazioni internazionali basato sul laicismo e il secolarismo riconosce solamente se stesso e si autoassegna qualità di “correttezza” e “neutralità”, mentre altri pensieri e visioni che non sono in conformità con questo pensiero sono considerati “errati”. Ma è proprio questo l’ostacolo più importante che impedisce la comprensione e soprattutto l’accettazione di altri pensieri e visioni del mondo.

Osservazioni sul ruolo dei movimenti islamici nelle relazioni internazionali

 Lo sviluppo, l’espansione e il rafforzamento dei movimenti islamici causati dalla vittoria della Rivoluzione islamica hanno, da una parte, creato una grande sfida teorica per il pensiero dominante nelle relazioni internazionali, e dall’altra parte hanno offerto l’occasione migliore per riformare queste stesse teorie e adeguarle allo stato reale delle cose e ai nuovi equilibri sorti nelle relazioni internazionali.

 Questa sfida ha raggiunto un livello ancora più alto dopo la tragedia dell’11 settembre, la salita al potere di Hamas in Palestina, la guerra dei 33 giorni in Libano e la guerra dei 22 giorni a Gaza, soprattutto perché in tutti questi casi i movimenti islamici si ponevano al centro delle relazioni internazionali.

 Alcuni pensatori credono che, così come la fine della Guerra Fredda abbia innescato delle riforme negli assetti teorici e pratici esistenti, così il ruolo dei movimenti islamici in ambito internazionale garantirà necessariamente la riformulazione delle dottrine e il sorgere di nuove teorie al riguardo.

 Vi sono tre caratteristiche dei movimenti islamici che, a livello internazionale e regionale, hanno avuto un riflesso considerevole nelle opinioni e nella letteratura teorica delle relazioni internazionali:

  1. questi movimenti sono “attori” non governativi,
  2. la religione e i principi di ordine spirituale hanno un ruolo determinante nella definizione, nell’espansione e nello sviluppo del loro obiettivi
  3. rilevanti sono il fattore educativo e le motivazione etiche di questi movimenti nel perseguire obiettivi di natura non materiali.

Le diverse concezioni della Religione

Indubbiamente, uno dei più importanti risultati, possiamo dire il messaggio centrale della Rivoluzione islamica, è stato quello di conferire un ruolo importante, anzi fondamentale, alla religione nelle relazioni internazionali. Ciò in quanto la Rivoluzione islamica ha portato alla fondazione di una Repubblica Islamica che è basata sugli insegnamenti religiosi e spirituali, e grazie alla Rivoluzione islamica i movimenti islamici sono stati rafforzati e intervengono in modo determinante nelle relazioni internazionali. Alla fine questi sviluppi hanno fatto sì che l’Islam divenisse, nell’ambito delle relazioni internazionali, una forza attiva e l’alternativa principale, se non il punto di riferimento imprescindibile, per una parte consistente del mondo.

 Il ritorno della religione come fattore decisivo e determinante nelle relazioni internazionali ha dunque lanciato una sfida alla teoria delle relazioni internazionali, dato che, come abbiamo visto, le basi e i valori di riferimento delle teorie e delle visioni nel campo delle relazioni internazionali si rifanno al laicismo e al secolarismo.

Teheran 1978-1979, ©Bahman Jalali,

Le diverse teorie che trattano le relazioni internazionali nell’analizzare e nel giustificare la presenza della religione nei rapporti e negli sviluppi delle relazioni internazionali, hanno assegnato alla religione una posizione diversa in base alle diverse interpretazioni della “religione” stessa. Vediamone quindi alcune di queste interpretazioni:

1.  Secondo una prima concezione di religione, vi sono “esperienze” che non solo generano la fede in Dio, ma la giustificano allo stesso modo in cui le intuizioni auto-evidenti giustificano i principi scientifici. La religione comprenderebbe dunque i credi concernenti l’esistenza che non è condizionata dal creato, credi basati sulla presenza di un Creatore, di forze soprannaturali e metafisiche che gestiscono o influenzano alcuni aspetti della vita dell’uomo che lui non riesce a gestire. (cfr. R. Clouser, Knowing with the Heart: Religious Experience and Belief in God, 2007).

2. La religione viene definita come l’insieme dei comportamenti dei fedeli uniti attorno a un credo, per cui la fede viene descritta così come si manifesta nella società e non come un fattore trascendente, ideologico e immateriale.

3.  La religione viene spiegata nel quadro di concetti come “civiltà”, “cultura” e “identità”.

4. La religione viene considerata come una “dialettica politica” che comprende una serie di concetti logicamente collegati, proprio come un sistema che dà senso ai fenomeni sociali e fornisce loro la possibilità di realizzarsi.

5.  La religione viene considerata come una “struttura analitica” per evidenziare i credi e i comportamenti nelle relazioni internazionali. (cfr. Scott M. Thomas, The global Resurgence of Religion and the Transformation of International Relations, Palgrave Macmillan 2005).

 Le teorie presentate che trattano la religione, per quanto riguarda le relazioni internazionali, vengono inserite in cinque collegamenti logici tra la “religione” e le “relazioni internazionali”:

  1. Religione come una “minaccia per la sicurezza”
  2. Religione come “parte culturale” delle relazioni internazionali
  3. Religione come “base” delle relazioni internazionali
  4. Religione come “dialettica”, “sistema” che governa le relazioni internazionali
  5. Religione inserita nel quadro “teologico” politico internazionale.

Conclusione

La Rivoluzione islamica dell’Iran è stata una rivoluzione internazionale che ha avuto notevoli riflessi teorici e pratici nelle relazioni internazionali. Negli ultimi decenni è stata analizzata e discussa l’influenza “pratica” della Rivoluzione islamica dell’Iran, però i riflessi “teorici” non sono stati ancora considerati o esplorati in maniera adeguata, anche se l’influenza diretta o indiretta della Rivoluzione nel campo delle teorie delle relazioni internazionali è innegabile. Probabilmente non vi sono relazioni “dirette” tra la Rivoluzione islamica e gli sviluppi teorici delle relazioni internazionali, però molti studiosi confermano quantomeno una influenza indiretta.

I riflessi teorici della Rivoluzione islamica dell’Iran, in particolare attraverso la presentazione dell’Islam politico, hanno rafforzato il progresso dei movimenti islamici e il loro ritorno nel campo della politica internazionale, fattori che hanno lanciato anche sfide per le teorie correnti nell’ambito delle relazioni internazionali. Queste influenze teoriche si possono riassumere così:

  1. Riconoscimento del ruolo attivo di enti non governativi e delle loro idee come motivazioni decisive e fattori determinanti nella gestione delle relazioni internazionali;
  2. Il ruolo della religione come base su cui fondare le strutture internazionali;
  3. La maggiore attenzione da riporre al ruolo dei “valori religiosi” e dei “principi spirituali” nell’instaurazione, nell’evoluzione e nell’integrazione delle relazioni internazionale e sociali.

L’influenza teorica più importante della Rivoluzione islamica è stata quella di smascherare la carenza e l’insufficienza del dialettica secolare nelle relazioni internazionali, anche perché gli effetti e gli influssi della Rivoluzione sfidano, come detto, i principi stessi della teoria del dialogo secolare.

Il secolarismo garantisce la distinzione della religione dalla politica. La netta e chiara separazione della religione dalla politica è una delle caratteristiche più importanti del secolarismo. Il secolarismo nelle relazioni internazionali significa non considerare il ruolo della religione come un fattore importante nella gestione degli affari internazionali. Basare le relazioni internazionali sul secolarismo vuol dire raggiungere obiettivi come potere, sicurezza, ricchezza, pace e stabilità privi di moventi e connotazioni religiosi, e impedire che la religione diventi un fattore importante (Cfr. Shakman Hurd, The Political Authority of Secularism in international relations, Princeton 2008; Ashis Nandy, “The Politics of Secularism and The Recovery of Religious Tolerance” in Secularism and Its Critics, ed. Rajeev Bhargava, Delhi: Oxford University Press: 1998; John L. Esposito. “Islam and Secularism in the Twenty-First Century” in Islam and Secularism in the Middle East, eds. Azzam Tamimi and John L. Esposito, New York: New York University Press, 2000). Uno dei principi più importanti del secolarismo nelle relazioni internazionali è quello di considerare lo stato laico come avente il potere esclusivo di governare un paese, quindi dopo che il secolarismo diviene il fattore fondante del potere in un paese lo stato laico diventa l’unica struttura che governa ufficialmente il paese. La vittoria del secolarismo vuol dire la sconfitta della politica basata sulla religione e i suoi principi. In questo caso le autorità del paese evitano l’intervento della religione negli affari politici e rinunciano agli obiettivi che la religione persegue, come la promozione dei valori religiosi e dei principi spirituali all’interno del paese, e alla fine, con la scusa della libertà e del pluralismo religioso, impediscono o tendono a limitare per quanto possibile l’intervento dell’autorità religiosa negli affari politici del paese.

L’istituzione e la stabilizzazione della Repubblica Islamica dell’Iran e il rafforzamento dell’Islam politico, che cerca di istituire un governo islamico anche in altre società islamiche, sfida seriamente la dialettica secolare e i suoi principi, perché il governo islamico è costituito dalla sovranità politica fondata sui principi eterni e universali della religione. Il governo islamico, oltre a seguire i suoi interessi nazionali, cerca di espandersi al fuori dei suoi confini geografici e culturali. Il ruolo dell’autorità religiosa è fondamentale negli affari politici del paese e alla fine, nel quadro dell’ordine politico sociale islamico, il fattore più importante per i musulmani è l’identità e la fedeltà della politica all’Islam. Inoltre, la conservazione dell’identità islamica e del benessere spirituale oltre che materiale del popolo diventano l’interesse principale dello stato, e le frontiere geografiche e culturali non possono limitare la politica estera: solamente il credo e la dottrina che si seguono definiscono il confine, e lo stato islamico ha il dovere di perseguire gli interessi di tutti musulmani.

 

Gh.Ali  Pourmarjan

Consigliere Culturale e Direttore dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’ Iran a Roma

Qanat, oggi

Qanat

Dopo il workshop sulle qanat tenutosi a Teheran nel 2012, il team di Hydrocity, guidato dall’architetto iraniano-canadese Sara Kamalvand, ne ha da poco tenuto un secondo nella città di Yazd. Questi workshop sono progetti di ricerca sperimentale per la rinascita del sistema delle qanat. Si tratta di  un sistema di irrigazione tradizionale diffuso nelle città in Iran per oltre tremila anni ed è stato abbandonato solo a metà del XX secolo, in vantaggio di tecnologie centralizzate e moderne.

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Ma oggi l’Iran sta attraversando una grave crisi idrica, con l’esaurimento delle riserve sotterranee. Infatti la città di Yazd dipende da Isfahan, che invia ogni giorno più di 2000 litri al secondo.

Il workshop, incentrato su quattro delle ultime qanat attive in città,  ha presentato proposte di architettura, paesaggio e natura idrologico applicabili in un prossimo futuro. Il workshop internazionale, in collaborazione con la Ecole Spéciale d’Architecture e Ecole Nationale Supérieure de la Nature et du Paysage era su invito del Centro UNESCO delle qanat -ICQHS e si è svolto presso la Scuola d’Arte e Architettura dell’Università di Yazd dall’8 al 17 novembre 2014. Per il 2015 sono in programma una pubblicazione e una mostra.

http://www.hydrocity.ca/

Il paradosso saudita

ISIS

Traduzione parziale di un articolo originale di Amir Madani per l’Huffington Post

La spietata macchina omicida dell’ISIS (Islamic State of Iraq and al-Sham), attraverso massacri e atti di terrorismo, ha legato la guerra civile al bagno di sangue in Siria, con lo scopo di instaurare un califfato medievale nella regione desertica tra i due Stati. L’ISIS, nelle cui fila ci sono anche baathisti “orfani” del regime di Saddam, ora occupa l’importante centro politico ed economico di Mosul, così come le grandi aree del cosiddetto triangolo sunnita, e si sta spingendo a sud verso Baghdad, costringendo 500.000 iracheni ad abbandonare le loro case.

Nonostante tutte le minacce regionali e le divisioni interne; nonostante la violenza sistematica; nonostante i loro piani preparati per anni; nonostante controllino alcuni pozzi petroliferi (mentre le compagnie petrolifere e il mondo industrializzato sono intenti a mantenere i prezzi verso il basso); e nonostante i cambiamenti intervenuti nella tattica militare; nonostante tutto questo, l’ISIS ha intrapreso una battaglia che non può realmente vincere. La coalizione di governo basata su una alleanza sciita-kurda, che comprende anche realisti e moderati sunniti, emersa dalle elezioni, è sostenuta dalla comunità internazionale e terrà. È così solida che Stati Uniti e Iran stanno valutando una cooperazione in Iraq.

Detto questo, il governo iracheno ha evidentemente bisogno di cambiare – in particolare una maggiore condivisione del potere, più inclusività e anti-settarismo. Altrimenti ci potrebbe essere una regione autonoma sunnita dove sarebbero gli stessi sunniti a decidere se vivere sotto la dura legge di un gruppo terroristico.

Provocare una guerra settaria

Nonostante la reazione di panico per l’apparente avanzata dell’ISIS, il campo di battaglia rimane limitato essenzialmente alle regioni desertiche del cosiddetto triangolo sunnita, dove quasi il 18 per cento della popolazione vive in un territorio pari al 48 per cento del territorio nazionale irachena, e dove l’ISIS, i quadri Ba ‘ath i loro sostenitori locali stanno cercando di provocare una guerra settaria. Seguendo le indicazioni del primo capo di al-Qaeda in Iraq, Zarqawi, la cui lettera del 2004 a bin Laden (intercettato da agenzie di intelligence occidentali) recita: “Se riusciamo a trascinandoli nell’arena di una guerra settaria, sarà possibile risvegliare i sunniti distratti, facendoli sentire in pericolo imminente”. Eppure i fatti non dimostrano un grande successo: Se la guerra è soprattutto settaria nel carattere come i titoli dei giornali gridano nei principali quotidiani internazionali, allora perché i curdi – la stragrande maggioranza dei quali sono sunniti – non combatte al fianco dell’ISIS / Ba ‘ ath, ma piuttosto con entusiasmo contro di loro? Inoltre, nonostante una significativa forza regionale, l’ISIS e i suoi sostenitori non hanno né la mentalità, né l’esperienza necessaria per governare; I’ISIS rimane essenzialmente un gruppo terroristico. Il governo dell’ISIS nella provincia siriana di Raqqa è basata sul controllo assoluto delle risorse, in modo da controllare totalmente la popolazione, in una condizione di quasi-schiavitù, più dura come al solito per le donne e le minoranze.

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO ORIGINALE SULL’HUFFINGTON POST (IN INGLESE)

Iran e Usa: prove di intesa?

Javad Zarif

Teheran e Gruppo 5+1 riprendono i colloqui sul programma nucleare iraniano. I negoziati a Vienna sono anche l’occasione per discutere di Iraq. Antichi avversari, Stati Uniti e Iran hanno uguale interesse nel frenare la crescente minaccia rappresentata dai militanti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis). Sia Washington sia Teheran stanno valutando la possibilità se offrire sostegno militare al governo iracheno.

Potrà la collaborazione fra l’Iran e gli USA risolvere la crisi irachena? E cosa farà l’Arabia Saudita potenza egemone sunnita nello scenario mediorientale?

Martedì 17 giugno Azzurra Meringolo ne ha parlato a Radio3 Mondo con Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore specializzato d’Iran e con Riccardo Alcaro, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali e del Brookings Institution di Washington

Ascolta la registrazione della trasmissione:

Si chiamano Gesù tutti i crocifissi

Si chiamano Gesù tutti i crocefissi

Un’interessante recensione di uno spettacolo teatrale in scena a Teheran. Fonte: Radio Italia Irib

Ci sono stati sempre uomini che diventarono eterni nella storia, per essere stati protagonisti di eventi magici ed indimenticabili.

Uno di questi grandi personaggi della storia senza alcun dubbio e’ il profeta Gesù (la pace sia con lui), la guida per chi che cerca la retta via per arrivare alla verità.

In molte culture e religioni, Gesù di Nazaret è noto come uno dei maggiori profeti, nacque verginalmente, compì dei miracoli (per volere divino), non morì, ascese al Cielo. E la sua creazione è un miracolo divino e per questo è conosciuto come “Parola di Dio” e “Spirito di Dio”.

Sin dai primi secoli dell’era cristiana e durante i successivi due millenni , la persona di Gesù, i suoi apostoli e gli eventi a lui relativi narrati nel Nuovo Testamento hanno ispirato innumerevoli opere artistiche e culturali. Si tratta soprattutto di pitture, mosaici, statue, melodie e canti ad uso della devozione cristiana. In epoca contemporanea, si sono aggiunti anche romanzi, film ed opere teatrali.

Anche nell’Iran, non mancano le opere artistiche dedicate a questo grande personaggio della storia. In particolare, in questi giorni uno spettacolo intitolato “Si chiamano Gesù tutti i crocifissi” (in persiano Nam-e-hameye masluban Issa ast) del Gruppo teatrale Pooshe si mette in scena al Teatro di Iranshahr, situato nel Giardino degli artisti, uno dei luoghi culturali più considerati e ben conosciuti di Teheran, soprattutto, tra gli artisiti e i giovani iraniani.

Ispirato alla vita di Gesù Cristo, il dramma “Si chiamano Gesù tutti i crocifissi” è stato scritto dal drammaturgo, attore e regista iraniano Ayoub Aghakhani.

La rappresentazione è la storia di un giovane ebreo iraniano nei primi anni dopo la secondo guerra mondiale. Il giovane “I. Nasseri” che prende il nome di “Issa Nasseri” (la pronuncia persiana di Gesù di Nazaret), fa il falegname.

Il giovane ebreo è un appassionato di cinema ed ogni giorno dopo il suo lavoro va a guardare un film al Cinema Moulin Rouge di Teheran, e un giorno allo stesso cinema si innamora della bella Maryam Majd. Una donna ebrea innocente ma malfamata nel quartiere che prende il nome di Maryam Majdallieh (Maria Maddalena in italiano).

È il tempo dell’emigrazione ebraica mondiale in terra promessa durante gli anni 40. L’atmosfera politica dell’Iran di Mohammad Reza Pahlavi, secondo e ultimo monarca della Dinastia di Pahlavi, è infiammata.

Oltre fare il falegname, Nasseri scrive come giornalista le sue intense critiche alla politica e particolarmente all’emigrazione ebraica dall’Iran su un giornale soprannominato “l’Uomo di Oggi”, sostenendo che gli ebrei che vivono nell’Iran, sono i cittadini iraniani come altri.

Alcuni dei suoi amici fanno parte di un gruppo che si oppone all’emigrazione ebraica. Questi amici lo obbligano ad assassinare un membro dell’Organizzazione Sionista. Ma Nasseri non accetta l’ordine, opponendosi ad ogni omicidio, dicendo di non essere assassino.

Un giorno, quando torna dal Cinema Moulin Rouge, capisce che il membro è stato ucciso da qualcun altro. Gli organizzatori sconosciuti dell’atto terroristico sistemano l’operazione così come Nasseri sembra colpevole.

Un suo amico tradisce Nasser e la polizia lo arresta. Il tribunale lo condanna poi a morte. Così impiccano l’innocente giovane, ma il suo cadavere misteriosamente sparisce come raccontano i suoi amici fedeli, sua madre e la sua Maryam Majd.

Si chiamano Gesù tutti i crocifissi, per me ha creato una base su cui ho potuto considerare uno dei più popolari personaggi nella storia umana. Con un pensiero iraniano, ho trovato uno sguardo filosofico riguardo la concatenazione della storia e della politica,” dichiara il regista e il drammaturgo dello spettacolo Ayoub Aghakhani a Radio Italia IRIB.

In questo spettacolo, Behruz Afkhami, celebre regista cinematografico e sceneggiatore iraniano e membro del sesto Parlamento iraniano (dal 2000 al 2004), è consulente del regista e sua moglie Marjan Shirmohammadi recita nel ruolo di Maryam Majd e lo stesso Aghakhani recita nel ruolo di “I. Nasseri”.

“Le mie ricerche preliminari sono durate circa 7 mesi per raggiungere un periodo nella storia iraniana in cui si può immaginare la vita di Gesù Cristo in un modo moderno e poi ho scritto il dramma durante un mese e una settimana,” aggiunge Aghakhani.

Utilizzando gli elementi principali descritti dai Vangeli, combinandoli con la Videoarte, selezionando le più belle scene dei migliori film classici per proiettare al Cinema Moulin Rouge, lo spettacolo teatrale “Si chiamano Gesù tutti i crocifissi”, in realtà, riesce a rapperesentare perfettamente una narrazione moderna e contemporanea della storia di Gesù Cristo nell’atmosfera politica dell’Iran negli anni 40.

 Link all’articolo originale su Radio Italia Irib: http://bit.ly/1cFAfNs

I doppi standard e il programma nucleare dell’Iran

Nucleare Iran

L’intervento dell’Ambasciatore Seyed Mohammed Ali Hosseini per la Rivista Trimestrale Affari Esteri n. 169 Anno XLV (2013) .

 

Nel nome di Dio

I DOPPI STANDARD  E IL PROGRAMMA NUCLEARE DELL’ IRAN

 

Nel clima pesante  e torbido creato da alcuni mezzi di comunicazione di massa  attraverso la pubblicazione di numerose notizie contradditorie riguardo al programma nucleare iraniano è doveroso fare una riflessione  imparziale e prestare la dovuta attenzione agli aspetti sconosciuti o meno noti della questione.

Il programma nucleare iraniano nel corso del tempo

Il programma nucleare iraniano è cominciato più di mezzo secolo fa, precisamnete negli anni cinquanta sotto la guida e supervisione dello Shah Reza Pahlavi. Nel 1957  l’ Agenzia internazionale dell’ Energia Atomica nacque come organismo  nel quadro della dottrina Eisenhower con il nome di  “ Atoms for peace” ed ad allora rislagono i primi passi concreti iraniani sulla strada del nucleare.Nel 1960  fu fimato il contratto  per un reattore di ricerca  fornito dagli americani per l’ Università di Teheran. “Atomi per la pace” fu un progetto lanciato nel 1953 da D. Eisenhower  in occasione dell’ Assemblea generale delle Nazioni Unite ed era un progetto ambizioso volto a utilizzare la tecnologia nuclerae a fini civili e non bellici.  Così  nel contesto politico di quegli anni, nel 1967, il Re di Persia allineato con gli Stati Uniti d’ America riuscì senza ostacoli a dare l’ avvio alle attività del reattore dell’ Università di Teheran. L’ Iran aderì al Trattato di Non Proliferazione nucleare nel mese di Luglio 1968 e al 1974 risale  l’ accordo sulle salvaguardie tra l’ Iran e l’ AIEA. Lo Shah d’ Iran sempre nel 1974  creò l’ Agenzia per l’ Energia Atomica dell’ Iran  e dichiarò chiaramente i suoi programmi  a lungo termine riguardo al nucleare che andavano molto oltre le potenzialità del paese in quel momento.  La creazione e lo sfruttamento di venti reattori atomici faceva parte di questi programmi che non solo non fu osteggiato dall’ occidente, ma fu oggetto di completo appoggio  da parte di USA , Francia e Germania, che si contendevano l’ esecuzione  dei progetti nucleari iraniani, compresi  l’ arricchimento dell’ uranio e il raggiungimento del ciclo completo del combustibile . Il reattore atomico dell’ Università  di Teheran fu fornito dagli Americani e l’ Iran pagò due milioni di dollari per il combustibile necessario. Nel  contempo la Compagnia tedesca Kraftwerk, successivamnete sostituito da Siemens si impegnò a  produrre il primo reattore  nucleare per la produzione dell’ energia elettrica a Busher simile al modello già costruito in Germania . Il contratto perl a costruzione della centrale di Busher fu firmato nel 1975 e prevedeva il suo completamento nel 1981 per costo di un miliardo di marchi tedeschi. Nello stesso periodo il consorzio europeo  nucleare Eurodif ricevette dall’ Iran centinaia di milioni  di dollari come garanzia per la fornitura di combustibile nucleare  e l ‘ Iran  acquisì inoltre il 10 % delle sue quote al fine di  risolvere alcune problematiche di tipo finanziario. In base ad alcuni documenti l’ Iran partecipò anche al progetto “ laser 2 “ e questi sono solo alcuni esempi della competizione tra i paesi occidentali per conquistarsi un ruolo nei vantaggiosi  progetti  nucleari dello Shah.  Secondi Jeffrey Camp , analista dell’ Istituto Nixon ed in base ad  alcuni documenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite datati 1975 e 1976, l’ Iran sin dall’ inizio aveva espresso ripetutamente il proprio interesse nei confronti della  realizzazione di una tecnologia interna per la produzione del combustibile nucleare, interesse che non solo non fu osteggiato ma in ragione dell’ alleanza  dell’ Iran con il regime Pahlavi, fu sostenuto . Akbar Etemad , il primo Presidente dell’ Agenzia per l’ Energia Atomica iraniana , in una intervista al Figaro  riferì testuali parole attribuite allo Shah  “….. se le condizioni di sicurezza dell’ Iran subiranno dei cambiamenti oppure se un’altro paese della regione dovesse dotarsi di un ‘arma nucleare, saremmo costretti  a considerare l’ acquisizione di armi nucleari una priorità…” . Gli americani nonostante considerassero gli obiettivi imperiali  iraniani a lungo termine , hanno collaborato con lui per realizzare i propri interessi  e lavorare ai danni della pace e della stabilità della regione.

Nel 1979 la Rivoluzione islamica irruppe improvvisamente sulla scena mondiale e la sua vittoria colse di sorpresa gli Stati Uniti d’ America. Il nuovo governo iraniano , nato dalla rivoluzione islamica, ha ritenuto alcuni aspetti del programma nucleare iniziato sotto il regime dello Scià, incompatibili con le fondamenta religiose  ed ideologiche  della Rivoluzione. Parte di queste incompatibilità traeva origine dagli insegnamenti dell’ Imam Khomeini ( s.d.l.p.) improntati al rifiuto della partecipazione a progetti  guerra fondai nella regione e della sottomissione  alle potenze  in oriente e occidente,  promuovendo invece idee di indipendenza  e salvaguardia  della vita dell’ Uomo ;  più di una volta pronunciò parole di biasimo nei confronti dei  governi americano e russo  per la produzione, la proliferazione e l’ utilizzo delle armi di distruzione di massa . Passarono anni prima che il governo dell’ Iran decidesse di riprendere  parte del programma nucleare  iniziato prima della rivoluzione  e ciò esclusivamente per produrre energia elettrica  e raggiungere  l’ autonomia  nella produzione  di farmaci nel nome del progresso scientifico del Paese.  A quel punto la R. Islamica dell’ Iran chiese ai paesi occidentali , ex partner del regime dello Scià, di onorare i loro impegni contrattuali in considerazione dei lauti  anticipi ricevuti negli anni passati. Purtroppo  gli fu riservato  un atteggiamento completamente diverso da parte dell’ Occidente  rispetto a quello che aveva caratterizzato il periodo precedente  la rivoluzione.

Nonostante il reattore dell’ Università di Teheran fosse adibito alla produzione di radioisotopi necessari alle cure di centinaia di migliaia di malati di tumore e nonostante venisse pagato in anticipo, pressioni americane resero impossibile la sua fornitura  all’ Iran. Tutti i tentativi iraniani , attraverso gli organismi internazionali , in particolare l’ AIEA e il suo Direttore risultarono inutili. Riguardo alla società “Eurodit” , nonostante la presenza iraniana nel suo quadro  azionario  e in violazione del verdetto del tribunale di Losanne , nulla fu mai consegnato all’ Iran  della ingente produzione di “ Yellow cake “ . Una società francese rispettò il proprio impegno  a costruire una centrale nucleare  a Darkwein, vicino ad Ahwaz e interruppe  a metà i lavori già iniziati. Fereidoun Sahabi, il primo  Direttore dell’ Agenzia iraniana per l’ Energia Atomica , dopo la vittoria della rivoluzione, ricordava che le trattative con la controparte  tedesca  per portare a termne il restante  lavoro della Centrale di Busher , completata al 65% , dopo un anno e mezzo  erano ad un punto morto , semplicemente perchè negli operatori tedeschi mancava completamete la volontà  di collaborare con l’ Iran.  Questi sono solo alcuni esempio del deplorevole atteggiamento  dell’ occidente  e dei doppi standard applicati allo stesso paese, prima e dopo la rivoluzione  islamica. Purtroppo  i negoziati  tra l’ Iran e la stessa AIEA per poter comprare  il combustibile  necessario  alle centrali iraniane  e durati sette anni, non hannno portato ai risultati sperati dall’ Iran , che in fine si è visto costretto  a intraprendere la strada della produzione interna del combustabile nucleare. L’ Iran sotto il regime dello Scià era un paese con la metà della popolazione  attuale, con riserve di petrolio  e di gas più ricche e meno vitali  rispetto ad oggi  e in un mondo  dove le questioni  ambientali  riguardo all’ inquinamento  da combustibili fossili  non avevano l’ importanza  di oggi; ciononostante le scelte ambiziose  del regime dei pahlavi riguardo al nucleare, non vennero mai contestate dall’ occidente, che anzi, le sostenne e incoraggiò per evidenti motivi economici e politici.

Sguardo ai principi e fondamenti del programma nucleare iraniano

Principi giuridici

La mancanza di collaborazione da parte dei paesi occidentali controparti dell’ Iran nel programma nucleare  sembrava e sembra  una vendetta per la vittoria della rivoluzione islamica, il rovesciamento dello Sha e l’ avvento della Repubblica islamica in Iran. Questo atteggiamento ostile ha costretto l’ Iran a provvedere  ai suoi fabbisogni  attingendo alle proprie risorse e capacità , in un quadro di legalità e legittimità. Da un punto di vista giuridico l’ Iran è stato tra i primi firmatari  nel luglio del 1968 del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, da sempre e costantemente fedele ai suoi principi ha continuato le proprie collaborazioni con l’ Agenzia Internazionale dell’ Energia Atomica e il suo Statuto nonchè  sugli accordi sulle salvaguardie. Il Trattato di Non Proliferazione nella premessa e negli articoli 1-6 mette bene in luce gli obblighi, i diritti e gli impegni dei paesi aventi l’ arma nucleare( ovvero  i paesi dotati id arma nucleare prima del 1-1-1967) e per i paesi  sprovvisiti di questo tipo di tecnologia.  Gli art. 3 e 4 in particolare evidenziano  la possibilità per tutti i paesi membri  di potersi avvalere della tecnologia nucleare pacifica, considerandolo un diritto inalienabile per tutti i  paesi non soggetto a nessuna discriminazione. L ‘ Iran ha cercato di far valere questo diritto in base alle sue già esistenti  capacità scientifche e tecniche . Il TNP segue le  tre direttive principali della Non Proliferazione, dell’ Uso pacifico dell’ energia nucleare senza discriminazioni e del completo disarmo , esse  purtroppo  però non sono concretamente  realizzate ad esempio i Paesi dotati di arma nucleare non  si sono mossi nella direzione del disarmo ( art, 1 e 6 ) , essi sono stati reticenti a fornire ai paesi in via di sviluppo  tecnologia nucleare ai fini pacifici ( art. 4 e 5 )  e nonostante l’ art.4  hanno posto diversi ostacoli sulla via dell’ Iran per il raggiungimento dell’ energia nucleare civile.

Principi ideologici, religiosi ed etici

Alla luce del fatto che la Repubblica  iraniana è una Repubblica islamica e considerato che  le le leggi e i regolamenti vigenti devono essere conformi alla Carta costituzionale e ai  precetti religiosi  della Sharia , il fondatore  Imam Khomeini aveva più volte pubblicamente condannato  la produzione, l’ uso  e lo stoccaggio delle armi di distruzione di massa e la Guida della Rivoluzione islamica Ayatollah Khomenei considera la produzione e lo stoccaggio di questi armamenti  preludio al crimine e minaccia alla pace mondiale e proprio per questo motivo ha emesso una fatwa dichiarando “Haram” questo genere di armamenti  “ .. secondo noi  oltre all’ arma nucleare  anche altri tipi di armi di distruzione di massa come le armi chimiche e biologiche sono serie minacce contro l’ umanità. Consideriamo l’ uso di questi armamenti  Haram  e lo sforzo per rendere immune il genere umano da questo grande flagello  un compito  che coinvolge tutti noi” (Ayatollah Khomenei nella conferenza sul disarmo – Teheran –  17-4-2010). Queste posizioni hanno già tracciato un quadro giuridico molto preciso per le attività nucleari iraniane al quale la R.I.dell’ Iran si sente impegnata.

Inoltre il potere di Fatwa e la sua influenza nella cultura religiosa e ideologica degli iraniani è talmente forte che nell’ ipotesi improbabile che le convenzioni internazionali e le leggi interne iraniane dovessero consentire l’ utilizzo delle armi di distruzione di massa o se l’ Iran si trovasse in una difficile situazione storica  con particolari necessità di difesa o sicurezza, non potrebbe mai per precisemotivazioni ideologiche , religiose ed etiche , produrre e utilizzare questo tipo di armamenti. Ne è un esempio la mancata risposta iraniana in rappresaglia all’ utilizzo di armi chimiche da parte di Saddam Hussein durante la guerra da questi  imposta all’ Iran e durata ben  otto anni .

Principi tecnici

Da un punto di vista tecnico nonostante gli ostacoli creati dall’ Occidente  alla fornitura  della tecnologia nuclerare all’ Iran sono stati continui gli sforzi del paese per  provvedere in modo autonomo allo sviluppo di  una propria tecnologia nucleare civile al fine di completare il ciclo del combustibile e fornire così il combustibile necessario alle proprie centrali nucleari di ricerca e di produzione di energia elettrica. I risultati di questo costante impegno iraniano, anche  a detta di esperti  stranieri , sono stati brillanti. La volontà iraniana  di sviluppare questa tecnologia  si colloca nel quadro naturale della volontà del paese  di progredire  in ogni ambito tecnico e scientifico così proclama la  Costituzione iraniana  e tutti i programmi  a lungo termini del paese. L’ Iran ha raggiunto  risultati sorprendenti negli ultimi anni  anche in ambiti tecnologici e scientifici quali le nanotecnologie, la clonazione biologica, le cellule staminali, la  conquista dello spazio, il lancio di satelliti di ricerca e lo sviluppo  di industrie strategiche.  Secondo molti esperti alcune tra le conquiste iraniane  sono  di per sè più importanti della tecnologia nucleare, ma alcuni paesi occidentali con precisi  intenti politici cercano di fuorviare l’ opinione pubblica mondiale, ingigantendo i risultati conseguiti dall’Iran nel campo nucleare, quando in realtà questa tecnologia  civile e pacifica, costituisce soltanto una parte del complesso quadro del progresso scientifico del Paese.In base al TNP e allo Statuto dell’ AIEA  i paesi membri del Trattato avrebbero dovuto cogliere positivamente i progressi scientifici dell’ Iran, ma purtroppo e contrariamente a quanto avvenuto prima della Rivoluzione islamica l’ atteggiamento degli Stati Uniti e i loro alleati nei confronti di questi progressi è stato tanto irrazionale quanto ostile. Gli USA hanno cercato  di portare avanti  i loro precisi intenti politici finalizzati a creare ostacoli  allo sviluppo  pacifico  della tecnologia nucleare iraniana nel quadro dell’ AIEA attraverso un uso strumentale  di organismi internazionali  e l’ esercizio di indebite pressioni  sull’ Agenzia senza nessuna considerazione per la natura tecnica  e specialistica di detta istituzione. Le azioni  e pressioni  crescenti degli americani negli ultimi anni hanno determinato  molte vicissitudini al programma.L’ ostracismo americano ha nuociuto anche al Movimento per lo svilupopo pacifico del nucleare e in compenso  la difesa  ragionevole  dell’ NPT dell’ Iran  e il rispetto del mio Paese per i regolamenti  dell’ Agenzia  a proposito della necessità di una equa  applicazione del Trattato ha creato un  terreno fertile  a favore della non proliferazione e del disarmo  trasformando nel contempo l’ Iran in un simbolo della difesa dei diritti dimenticati dei paesi in via di sviluppo membri del Trattato  di non Proliferazione el’ espressione delle loro posizioni.

Deferimento della questione nucleare al Consiglio di Sicurezza : errore storico e giuridico

Nonostante la legittimità e razionalità dell’ approccio iraniano nei confronti dell’ Agenzia  e la sua positiva interazione con essa, le crescenti pressioni esercitate  su questo organismo intergovernativo e le  bagarre politiche hanno determinato lil deferimento della questione nucleare iraniana, senza alcuna giustificazione logica e giuridica al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in data 4 febbraio 2006. L’ AIEA rimane l’ unico organismo  inter governativo responsabile e  preposto alle verifiche per giungere  alla sicurezza della non deviazione delle attività nucleari dei paesi membri dell’ NPT.Pertanto finchè la deviazione iraniana nelle sue attività nucleari  non sarà accertata e dichiarata da questo organismo internazionale,  il caso esula formalmente dalle competenze del Consiglio di Sicurezza.  Come in seguito esposto all’ epoca  una simile deviazione non è stata mai accertata  e quanto  nel merito  venne asserito rimase sostanzialmente  una supposizione , spesso avvolta da ambiguità. Le relazioni redatte dall’ Agenzia infatti, attestavano la mancanza di deviazione,  e quindi l’ invio  del caso al Consiglio di Sicurezza fu un errore storico e giuridico , ai cui fautori non solo spetta l’ ammissione , ma anche il dovere di riparare. Questo evento non solo ha aperto una nuova, amara stagione nell’ applicazione dei dopppi standard  nei confronti del programma nucleare iraniano  , ma ha anche seriamente danneggiato il prestigio dell’ AIEA conosciuta fino ad allora come un organismo  non politico, tecnico e di sorveglianza imparziale. Questi indesiderati  risultati purtroppo sono in grado di ledere anche in futuro i diritti di altri paesi.

L’ invio della questione nucleare iraniana da parte del Board of Governors dell’ AIEA al Consiglio di Sicurezza è inammissibile per cinque ragioni giuridiche.

1-      In base al comma C dell’ Art. 12 dello Statuto dell’ Agenzia la mancata conformità delle  attività nucleari dei paesi ai criteri dell’ Agenzia deve necessariamente essere riportata dagli ispettori  al Direttore Generale dell’ AIEA, da questi al Board of Governors ed infine  al Consiglio di Sicurezza. Nel caso iraniano questo iter non è stato rispettato. Il Direttore Generale dell’Aiea nella sua relazione non ha mai usato le parole “ non – compliance” ma piuttosto “failure”. Questa  espressione sovente è stata usata anche per i casi riguardanti altri paesi membri dell’Aiea, che dopo la correzione del loro operato, sono rientrati in seno all’Agenzia in base al Comprehensive Safeguard Agreement.

2-      In base allo statuto dell’ AIEA e del Comprehensive Safeguard Agreement il deferimento di un caso al Consiglio di Sicurezza è possibile asclusivamente  nel caso della provata deviazione del paese in questione. Tutte le relazioni  dell’ attuale  Direttore  dell’ Agenzia e del suo predecessore  non contengono cenni riguardo ad una presunta deviazione iraniana.

3-      Il comma C dell’ Art. 12 dello Statuto dell’ Agenzia  la base per le risoluzioni del Consiglio dei Governatori  riguardo alla  deviazione dei paesi membri dell’ Agenzia ricevitotri del materiale nucleare e del suo uso improprio, mentre l’ Iran non ha mai ricevuto questo tipo di materiali.

4-      In base al Comprehensive Safeguard Agreement la questione nucleare dei paesi viene deferita al Consiglio di Sicurezza sei paesi membri non permettono l’ accesso agli ispettori dell’ Agenzia sul proprio territorio per l’ esercizio delle loro attività di verifica e in tutte le relazioni  del Direttore Generale AIEA  riportano il fatto che  gli accessi e le verifiche  sono avvenute con facilità  e collaborazione da parte del’ Iran.

5-      I comunicati emessi  da EU3  dal 2003 al 2006 riconoscono esplicitamente il diritto iraniano ad avvalersi della tecnologia nucleare civile e pacifica  e considerano  la volontaria  sospensione  dell’ arricchimento dell’ uranio come una voluntary and confidence building measure  e non legally binding ( Tehran declaration 21-10-2003). Questi  punti sono stati  successivamente e  nuovamente iterati nell’ Accordo tra la EU3 e l’ Iran il 15-11-2004  a Parigi. Tuttavia gli stessi paesi hanno proposto nel 2006, a causa delle pesanti pressioni politiche , il deferimento della questione nucleare iraniana al Consiglio di Sicurezza,  sostenendo un atteggiamento discriminatorio e violando i principi giuridici  esistenti in merito a una questione che rientrava e rientra nelle competenze tecniche e giuridiche dell’ AIEA. Tutto ciò avveniva mentre il sito di Natanz osservava la volontaria sospensione delle sue attività.

Nonostante queste azioni ostili da parte degli Stati Uniti d’ America e i suoi alleati occidentali  volte a distrarre la questione iraniana dal suo naturale corso  e l’ approvazione delle risoluzioni  1737( 2006), 1747( 2007), 1703( 2008) e 1929(2010) ed altre emesse dall’ Unione Europea , la R. I. dell’ Iran non ha mai smesso di  mostrare buona  e autentica volontà  nella collaborazione con l’ AIEA da una  parte e  nel prosdeguire  i negoziati con il gruppo 5 +1 dall’ altra , che sino ad oggi si sono svolti più volte in vari Paesi .

Cenni storici e giuridici di particolare rilievo  in merito al programma nucleare

Tralasciando in questa sede talune precisazioni tecniche , è tuttavia opportuno ribadire  che

–          l’ insistenza dell’ Iran sul proprio diritto legittimo è stato interpretato da alcuni mezzi occidentali  come “ l’ insistenza dell’ Iran  nel perseguire l’ obiettivo del raggiungimento dell’ arma nucleare”.  In realtà l’ atteggiamento iraniano è assolutamente  in favore della difesa dei diritti dei paesi membri del NPT e dell’ AIEA , sanciti dallo Statuto dell’ Agenzia e riconosciuti nel Trattato in quanto importanti risultati sulla via della Non Proliferazione e del Disarmo nucleare. La R. I. dell’ Iran  in base al principio  del “ Diritto allo sviluppo” ha il dovere di salvaguardare le proprie conquiste scientifiche e tecnologiche , acquisite con elevati costi umani e  materiali. Pertanto il riconoscimento  del diritto iraniano  a dotarsi di tecnologia nucleare pacifica non significa fare concessioni  di sorta,  ma semplicemente  confermare  il contenuto del TNP    e dello Statuto  dell’ AIEA.

–          Nonostante gli ostacoli posti da alcuni paesi occidentali, l’ Iran non ha mai abbandonato il tavolo negoziale , dando prova  della propria buona volontà, di cui sono eloquenti esempi i  lunghi negoziati del 2003-2005 tra Iran , Gran Bretagna, Francia e Germania  e successivamente e fino a questo momento i ripetuti round negoziali con i 5+1 a Baghdad. Istambul e Mosca nonchè i continui colloqui e contatti con i rappresentanti  dell’ AIEA a Teheran ea Vienna.  Iran  e qualche altro Paese, durante questi negoziati hanno proposto diversi pacchetti   di misure  che purtroppo le pressioni politiche esterne hanno reso inneficaci. La Confidence building è una strada a doppio senso e le parti dovrebbero adoperarsi reciprocamente per collaborare evitando di incorrere a indebite pressioni.

–          Fino a questo momento 5000 man-days  ispezioni  sono state eseguite dagli addetti dell’ Agenzia presso i siti nucleari iraniani , queste attività ispettive sono tuttora in corso e sono state oggetto di decine  di relazioni dell’ Agenzia. Numerose telecamere istallate dall’ AIEA nei siti nucleari  iraniani monitorano  non stop le attività nucleari del Paese e vi sono stati casi di ispezioni senza preavviso ad alcune istallazioni. E’ bene ricordare che questo tipo di monitoraggio  costituisce  una  forma ispettiva senza precedenti adoperata dall’ Agenzia. In nessuna di queste ispezioni  è stato trovato  uranio arricchito per  obiettivi militari o sono state riscontrate attività deviate.  ( Per dettagli si rimanda alle varie relazioni del Consiglio dei Governatori dell’ AIEA) .

–          Uno dei punti più seri  e ambigui delle risoluzioni approvate contro  l’ Iran è la mancata  notifica delle attività nucleari antecedenti al 2003. Fino a quel momento  nessun tipo di materiale nucleare  era entrato nel sito nucleare di Natanz e nel reattore di ricerca  dell’ acqua pesante di Araq ( IR40); poichè l’ Iran sino  a quella data  non aveva  siglato il Modified Code 3.1 del  subsidiary arrangement  of NPT comprehensive safeguards , non aveva  alcun obbligo   di notificare all’ Agenzia  le proprie attività nè  tantomeno  il sito  Uranium Conversion facility e le proprie miniere di uranio.

–          Il ripetuto sostegno espresso dal Movimento dei Non Allineati  al Programma nucleare iraniano ,  l’ approvazione delle Risoluzioni  al riguardo , le  visite ai siti  iraniani nel gennaio 2011 da parte dei rappresentanti del Movimento dei Non Allienati, della Lega Araba, del Gruppo 77, di alcuni rappresentanti di gruppi politici  e Paesi a Vienna, cosi come l’ invio di numerosi inviti ad altri Paesi nonchè dell’ Alto Rappresentante dell’ Unione Europea ad effettuare ulteriori visite ed ispezioni, sono testimonianze della  buona volontà  iraniana  e della sua disponibilità.

–          Le vaste sanzioni unilaterali e multilaterali  degli USA e dell’ UE , la mancata collaborazione dell’ Occidente nella fornitra del combustibile per il reattore di ricerca  di Teheran  e il loro ostracismo per far fallire gli sforzi iraniani per procurarsi il combustibile necessario acquistandolo dai paesi produttori ha costretto il paese a provvedere al proprio fabbisogno attraverso l’ arricchimento dell’ Uranio al 20 % , un esempio  di tale fabbisogno è costituito dall’ assoluta irrinunciabile necessità di produrre farmaci  per i 850.000 malati di tumore  e malattie rare del Paese . Nel contempo la R. I. dell’ Iran per corrispondere  ai bisogni  scientifici ,  di ricerca ed energetici del Paese , ha potuto  raggiungere  risultati brillanti come la messa in opera della centrale di Busher nonostante le difficoltà trascinatesi per oltre 30 anni, la produzione di radio farmaci, la produzione di yellow cake e la raggiunta capacità di affrontare i cyber attacchi contro i propri siti nucleari come il recente attacco  del virus Stuxnet . La R. I. dell’ Iran ha dichiarato che le proposte contenute nella dichiarazione di Teheran  a proposito dello scambio di combustibile, rimangono tuttora valide e potrebbero costituire un argomento  di discussione e  confronto  per future collaborazioni , ma non più una necessità urgente per il paese.

–          Il diritto iraniano ad avvalersi di tecnologia nucleare con scopi pacifici  gode del sostegno  di tutti i gruppi parlamentari e politici  del Paese e raccoglie il  consenso unanime della  società  in ogni sua espressione.

–          L’ inserimento delle liste dei nominativi degli scienziati nucleari iraniani nelle varie risoluzioni ha permesso ai terroristi di pianificare e portare a compimento  numerosi attacchi e attentati  contro fisici e scienziati iraniani, tra cui i Prof.ri Mostafa Ahmadi Roushan , Majid Shahryari, Masoud Alimohammadi, Darioush Alinejad e Reza Qashqaei . In base ai documenti  esistenti e alle  confessioni  di quanti  coinvolti in questi crimini è emersa la partecipazione certa del Mossad e del MI6 britannico  e del MKO ( il movimento terroristico dei Mojaheddin e khalq). Queste azioni terroristiche non solo non  sono state condannate apertamente in occidente, ma sorprendentemente gli USA e l’ Unione Euopea , in un azione concordata, hanno depennato l’MKO , responsabile di azioni terroristiche contro gli stessi americani, dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche internazionali. Questa decisione  è un incentivo per ulteriori e  future azioni terroristiche a livello internazionale . Ancora più sorprendente è la mancata presenza degli studiosi  iraniani nelle recenti conferenze internazionali in materia nucleare ( ad es. La 19esima conferenza dell’ ingegneria nucleare in Giappone nel 2011).

–          Lo svolgimento delle conferenze mondiali sul disarmo a Teheran  negli anni 2010 e 2012 a cui hanno partecipato esperti nucleari  e autorità politiche di vari paesi del mondo è un ‘ulteriore prova della trasparenza iraniana in materia di ricerca nucleare.

–          Le sanzioni del Consiglio di Sicurezza  e le restrizioni aggiuntive americane e europee imposte alle società e agli istituti di credito iraniani a causa della ferma posizione dell’ Iran in tema nucleare nonostante l’ asserzione occidentale “ libero commercio e diritti dell’ Uomo” , hanno creato pressioni notevoli  non tanto sul Governo  iraniano quanto  sui ceti più vulnerabili della società,  in palese contrasto con le convenzioni relative al libero commercio e al diritto allo sviluppo e dell’ Uomo ( ne sono alcuni esempi , come già trattato  nel n. 167 della Rivista Affari Esteri , i problemi creati dal divieto delle transazioni bancarie e del divieto del commercio per imprenditori e studenti  e alle difficoltà sorte per il divieto d vendita del carburante agli aereomobili iraniani). Queste risoluzioni sono in contrasto con lo Statuto dell’ AIEA.

–          Il Direttore generale dell’ AIEA nel comunicato del 15- nov. 2004 a seguito di ispezioni  nei siti di Parchin e Lavisan- Shian nonchè delle analisi dei campioni raccolti,  ha dichiarato in maniera inequivocabile che il Programma nucleare iraniano non è militare ( Paragrafo 102 della Relazione del Direttore generale 83/2004 / gov, Relazione 87/2005 / gov. Del 18-11-2005, Relazione 15 / 2006 / gov del 27-2-2006).

–          Nel 2007 l’ AIEA e l’ Iran nel quadro di un Workplan hanno raggiunto l’ accordo di risolvere  tutte le ambiguità rimanenti ( remaining ambiguishes )  e le questioni non risolte ( outstanding issues)  del  programma nucleare  secondo determinate modalità.  A seguito di questa collaborazione e ulteriore scambio di informazioni le ambiguità sono state chiarite  ( 6 questioni  ) da parte iraniana e l’ Agenzia ha dichiarato nel documento  711/INFCIRC che non è rimasta alcuna ambiguità da chiarire. In base al paragrafo 3 dello stesso documento e in considerazione dei  progressi raggiunti nella collaborzione tra le parti, l’ Agenzia avrebbe dovuto consegnare all’ Iran  i documenti relativi ai presunti studi ( alledge studies ) , tuttavia ciò non è avvenuto  e il Direttore generale dell’ AIEA nella relazione consegnata al Consiglio dei Governatori critica chiaramente alcuni Paesi che avevano consegnato le prove  relative ai presunti studi all’ Agenzia  e che non avevano permesso  che le prove  fossero consegnate all’ Iran. L’ Aiea non ha mai confermato la veridicità di questi studi . La R. I. dell’ Iran in base a quanto previsto dal work plan ha prodotto una relazione di 117 pagine contenenti le sue considerazioni e valutazioni  e lo ha consegnato all’ Agenzia , ma nonostante gli sforzi iraniani  il work plan non si concluse ma vi si  aggiunsero altre nuove asserzioni riguardanti  la possibile dimensione militare del programma nucleare iraniano. Nello stesso tempo l’ AIEA nel pagrafo 4 del proprio documento aveva chiarito  che non vi era nessuna questione irrisolta o ambigua relativa alle passate attività nucleari iraniane.

–          Il 21 ottobre 2003 l’ Iran per provare la propria buona volontà e sincerità nel corso dei negoziati  con  la Troika europea ha proposto la volontaria sospensione dell’ arricchimento dell’ uranio e lo scambio dell’ uranio arricchito con le barre del combustibile, nonchè la stipula di un accordo  con l’ EU3. Inoltre l’ Iran dal 2004 ha aderito volontariamente al Protocollo aggiuntivo, nonchè al “ Modified code 3.1 of the subsidiary arrangement of NPT comprehensive safeguards” considerato il più alto impegno internazionale nei programmi nucleari  e il massimo grado di trasparenza riguardo al programma nucleare iraniano. Cionostante  dopo due anni e mezzo dall’ applicazione volontaria del protocollo aggiuntivo, nel 2006 fu approvata una dura risoluzione  contro l’ Iran nel Consiglio di Sicurezza e seguita da altre ancor più severe. Nonostante l’ atteggiamento positivo di Teheran le controparti occidentali chiedevano il  definitivo arresto del programma nucleare  pacifico dell’ Iran , imponendo al governo iraniano richieste oltre i  patti internazionali e gli accordi precedentemente raggiunti ( ad es. la chiusura di tutti i centri di ricerca e universitari coinvolti nelle attività nucleari). Questo approccio  è stato ritenuto ostile dalla Assemblea  Consultiva islamica  che  di conseguenza ha sospeso l’ applicazione volontaria del protocollo aggiuntivo impegnando il governo a proseguire l’ arricchimento sotto il controllo del’ AIEA.  Le collaborazioni iraniane con l’ Agenzia  vanno al di là dell’ adesione al Protocollo aggiuntivo, ad esempio la concessione di effettuare la visita al R&D delle centrifughe,  che per nessun paese è  obbligatoria. Una questione importante riguardo al Protocollo aggiuntivo è che da un punto di vista giuridico non è considerata obbligatoria la sua applicazione e infatti l’ Iran vi ha aderito in modo volontario. La stessa considerazione vale per il “Modified code 3.1 of the subsidiary arrangement of NPT comprehensive safeguards”  che è  una raccomandazione del Consiglio dei Governatori e non una parte giuridicamente  impegnativa del Trattato di Non Proliferazione.

–          L’ Iran ritiene che la produzione  e l’ utilizzo delle armi nucleari sia un errore strategico e non trovi alcuna giustificazione  di sicurezza o strategica e possa rendere il paese particolarmente vulnerabile nel quadro regionale. Numerosi esperti nucleari sono dell’ idea che se l’ Iran avesse inteso acquisire  armi nucleari, avrebbe dovuto utilizzare composizioni tecniche diverse e più utili dal punto di vista della tecnologia dell’ arricchimento. L’ Iran nel suo programma scientifico nucleare  ha bisogno di vaste collaborazioni con i paesi sviluppati in questo settore e la tendenza alla produzione di armi nucleari farebbe perdere al paese una chance importante in questo senso.

–          Le proposte iraniane o quelle di paesi terzi come il progetto  turco-brasiliano per lo scambio di combustibile oppure la costituzione  di un consorzio multilaterale per l’ arricchimento, si sono sempre scontrate con lo scettismo , la mancata collaborazione e l’ostracismo delle controparti occidentali . Ad es. l’ Iran nel febbraio 2010 e nel settembre 2011, per voce dello stesso Presidente della Repubblica.,  ha proposto di fermare la produzione di uranio arricchito al 20 % in cambio di barre di combustibile. La stessa proposta  fu avanzata ancora una volta dal Dr. Jalili, Capo negoziatore nucleare iraniano alla Sig.ra Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’ Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza, in cambio di adeguate misure adottate dai 5+1, ma ancora una volta l’ Europa ha risposto alla buona determinazione iraniana   con nuove sanzioni.

L’ imposizione dei doppi standard nel disarmo regionale e internazionale

Oltre a quanto sinora esposto, l’ America e i suoi alleati anche per ciò che riguarda la questione del disarmo  e il raggiungimento di pace e stabilità regionali e internazionali adottano un approccio ambivalente. Dopo le esperienze tragiche  delle due guerre mondiali  e l’ utilizzo della bomba atomica su Hiroshiwa e Nagasaki , nonchè  gli esperimenti nucleari degli anni 90 condotti da alcuni Paesi, l’ utilizzo di armi di distruzione di massa  di qualsiasi genere e la corsa al riarmo  è considerata una seria preoccupazione  e una grave minaccia mondiale. Dopo vent’ anni dalla fine della Guerra Fredda  esistono nel mondo almeno 23 mila testate nucleari  con una forza esplosiva 150 mila volte maggiore  rispetto alle bombe americane lanciate sulle città giapponesi. Di queste testate nucleari  migliaia sono collocate nel territorio americano e in Unione Europea  e  questi armamenti ,  tuttora attivi , destano prooccupazione.  Tutto ciò mentre   il disarmo completo  dovrebbe essere considerato una obiettivo prioritario per l’ Umanità.Gli articoli 11 e 26 dello Statuto delle nazioni Unite pongono l’ accento sulle responsabilità e la giurisdizione dell’ Assemblea Generale e del consiglio di Sicurezzaper quello che riguarda la questione del disarmo. Sempre a questo proposito alcune risoluzioni dell’ Assemblea Generale come la n.  1378 e n. 2734 considerano il completo disarmo come obiettivo ultimo della società internazionale  e numerose conferenze  e convenzioni internazionali  lo  dichiarano apertamente ; tra esse il  NPT  del  1968, la Denuclearizzazione delle profondità marine del 1971, il Divieto degli esperimenti nucleari nella stratosfera  del 1963, Il Divieto dell’ utilizzo di armi chimiche del 1996, il divieto competo di esperimenti nuclerai dl 1996 ( New York) e il Controlo delle armi batteriologiche del 1993.

Gli Stati Uniti e alcuni Paesi detentori di armi nucleari anche in questi casi hanno adottato un doppio standard . Nel caso del Trattato di Non Proliferazione vi sono 3  obiettivi  fondamentali  ovvero il Disarmo, la non proliferazione e l’ acquisizione di tecnologie pacifiche e civili. Le potenze nucleari in pratica non hanno perseguito in modo equilibrato questi obiettivi e contravenendo agli articoli 3 e 4 del Trattato  resistono allo sviluppo delle tecnologie nucleari nei paesi in via di sviluppo. Questo atteggiamento  discriminatorio  dei paesi detentori di armi nucleari nei primi anni dopo la firma del TNP suscitò forti proteste da parte dei paesi non nucleari, tant’è che nella prima conferenza del Trattato nel 1975 vi furono formali proteste al riguardo.  La creazione di zone libere da armi nucleari in alcuni punti critici del mondo e la stipula di alcuni patti regionali e bilaterali  sono da considerarsi tra le iniziative atte al controllo e al disarmo  a livello regionale. Alcune risoluzioni dell’ Assemblea Generale dell’ ONU raccomandano fermamente  la creazione di zone libere  da armi nucleari in medio Oriente, Africa, Asia del Sud , Oceano Indiano e  nel Sud Pacifico. A questo proposito su  incoraggiamento delle Nazioni Unite e grazie alle partecipazioni regionali le zone libere da armi nucleari sono state create nel 1967 nell’ ambito del Trattato Tlateolco per  paesi dell’ America Latina e i Caraibi, nel 1985 nell’ ambito del Tratttao Rarotonga nei 13 paesi del Sud Pacifico, nel 1995 nell’ ambito del Trattato di Bangkok per 10 Paesi del Sud Est asiatico e nel 1996 nel quadro del Trattato Pelindaba per 45 paesi africani. Tuttavia purtoppo l’ ambiguità americana   e l’ approccio  discriminatorio con il Medio Oriente non ha permesso alla Comunità internazionale fino ad oggi di realizzare  l’ obiettivo del disarmo in forma completa . Gli Stati Uniti d’ America si sono spinti  al punto  di ostacolare palesemente  lo svolgimento delle conferenze internazionali  sul disarmo  e il divieto di armi nucleari in Medio Oriente  ( dichiarazioni di Victoria Noland, Portavoce del Dipartimento di Stato USA in merito alla Conferenza di Elsinki ) in aperto  contrasto con il TNP. Suscita altrettanta perplessità l’ atteggiamento americano nei trattati bilaterali  relativi al disarmo come la mancata collaborazione  nei Trattati Start 2 e Salt 2 – Strategic Arms’ Limitation Talks. Purtroppo gli USA e l’ Occidente in generale  hanno favorito  e mai impedito la diffusione , sia orizzontale che verticale , di questo tipo di armamenti , mentre è evidente che la loro  produzione, stoccaggio e sviluppo costituisce una minaccia seria e un crimine di guerra , premessa per un illecito internazionale.

Medio Oriente : esempio evidente di imposizione dei doppi standard

In base alle numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza tra cui la 487 del 1981, la 687 del 1991, nonchè decine di risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’Onu e considerando le realtà della regione, rendono  la creazione del Medio Oriente priva delle armi nucleari come una seria e inderogabile necessità. Queste realtà sono da mettere in relazione con il regime sionista  e la sua mancanza  di rispetto nei confronti degli impegni internazionali e dei principi umanitari. Il TNP conta 189 membri e sono pochi i paesi che non ne fanno parte. Il regime sionista nella regione medioorientale è l’ unico governo che non ha aderito al Trattato  nè rispetta gli obblighi dell’ AIEA, nè ha mai smentito  di essere in possesso di armi nucleari. In base ad una relazione  redatta da esperti ONU del 1982 questo regime dal 1969 ad oggi non ha permesso nessuna ispezione esterna al  sito di Mona; secondo la rivista britannica  Jane’s Defence, Israele è il sesto paese detentore di armi nucleari con un numero tra 100 e 300 testate nucleari, quasi come la Gran Bretagna,  e numerose piattaforme di lancio per missili  a lunga gittata. Mordechai Vanunu esperto nucleare israeliano aveva reso noto tutto ciò e le autorità del regime sionista non smentirono mai le sue dichiarazioni.

IL vasto uso del regime sionista  di armi proibite nei conflitti  nella Striscia di Gaza  contro una popolazione civile e i suoi atteggiamenti disumani e violenti in altri episodi conflittuali degli ultimi anni che hanno suscitato ripetute condanne nella comunità internazionale,  hanno trasformato  le minacce israeliane contro alcuni paesi della regione tra cui l’ Iran , e il rischio di un conflitto nucleare , da potenziali a concretamente  esistenti. La R. I. dell’ Iran dal 1974 ad oggi  in tutti i forum e organismi internazionali  ha incessantemente proposto la creazione di un Medio Oriente privo di ari nucleari. L’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal 1994 al 2012  attraverso diverse risoluzioni  ha chiesto ad Israele di aderire al TNP  e di rispettarne lo Statuto e i princip. La stessa  AIEA dal 1987 al 1991, nel 2009  e nel 2011 ha ripetutamente chiesto ad Israele  di aderire al Trattato ed il Segretario Amanu in una lettera inviata ai membri dell’ Agenzia , ha chiesto  ai paesi membri di  incoraggiare  Israele in questo senso.

Come si può notare , un Medio Oriente  denuclearizzato, Il disarmo di Israele e la sua adesione al TNP sono richieste serie  della Società internazionale. Cionostante gli USA e i suoi alleatinon solo vengono meno al proprio dovere a questo proposito ma addirittura  si oppongono a queste richieste  , come testimonia l’ opposizione allo svolgimento della Conference di Elsinki nel dicembre del 2012.  Gli Stati Uniti inoltre , contravvenendo ai regolamenti  internazionali e ignorando le complessità  di  una regione cosi critica, nonostante l’ embargo internazionale  di armamenti,  rende disponibile  ogni anno al regime israeliano milioni di dollari in aiuti militari  e tecnologia nucleare.Il governo americano , nonostante la crisi economica , ha continuato a offrire aiuti militari per oltre 3 miliardi di dollari annui al regime sionista ( Discorso Obama all’ Aipac 4-3-12) . Anche nell’ ambito della NATO sono stati forniti  notevoli aiuti militari e materiali nucleari  ad Israele. Questi sono esempi evidenti della violazione del TNP , che negli articoli 1 e 3 vieta ai paesi militarmente nucleari di trasferire la tecnologia nucleare militare o armi nucleari  verso  altri Paesi.

Questo atteggiamento contradditorio  degli USA e dei loro alleati  suscita grande  perplessità nell’ opinione pubblica mondiale che ormai lo considera un tentativo di ostacolare , creando ambiguità, la realizzazione  dei naturali diritti per i Paesi in via di sviluppo ( Ayatollah Khamenei, la Guida della R. I. dell’ Iran , 1° Conferenza sul Disarmo e la Non Proliferazione , Teheran, 17-4-10).

Proposte                                    

Infine va ricordato che la garanzia della pace e della sicurezza internazionali richiede lo sforzo condiviso  della Comunità Internazionale, scevro dall’ imposizione di doppi standard. La R. I. dell’ Iran ha suggerito varie soluzioni in tema di disarmo , volte ad evitare  l’ indebolimento del TNP, come auspicato dalla Comunità internazionale.  Tra le proposte iraniane possiamo annoverare

–          la definizione di una tabella di marcia  che scadenzi  il disarmo totale  e che preveda le opportune verifiche;

–          l’ istituzione di una commissione d’ inchiesta  in seno all’ AIEA per determinare  quali Paesi forniscono  armi   e tecnologie nucleari  al regime sionista  o ad altri paesi non membri dell’ Agenzia;

–          l’ astensione dei Paesi membri  del TNP dalla collaborazione  con i paesi non membri  al fine di incoraggiare questi ultimi ad aderire al Trattato;

–          evitare il ricorso a minacce e pressioni  nel corso dei negoziati;

–          considerare il Trattato  nella sua integrità evitando un approccio parziale e selettivo;

–          introdurre correzioni  efficaci  nei punti di debolezza del Trattato  , come ad es. l’ inserimento  di precisi vincoli  per i Paesi militarmente nucleari o la salvaguardia  del diritto  di avvalersi  della tecnologia nucleare civile;

–          salvaguardare l’ indipendenza  e il prestigio dell’ Agenzia , adottando  meccanismi tali da impedire  ai paesi  nucleari o ad organismi politici  di  condizionarne le decisioni;

–          accettare la  comune responsabilità e concretizzarla in azioni pratiche

–          eliminare le armi nucleari  dalla dottrina di difesa  dei paesi militarmente nucleari  e rimuovere  questo tipo di armamenti  dai paesi non nucleari;

–          concedere garanzie  ai Paesi non nucleari fino al raggiungimento del completo disarmo, attraverso negoziati   che portino alla sigla  di un Accordo internazionale vincolante , dotato di un efficace meccanismo di verifica.

–          Perseguire gli accordi  siglati nella dichiarazione finale della Conferenza AIEA del 2000 sul Diritto irrinunciabile di tutti i Paesi per l’ utilizzo pacifico di questa energia;

–          Cambiare il  meccanismo del bilancio nelle collaborazioni tecniche dell’ Agenzia  per l’uso pacifico della tecnologia nucleare da un contributo volontario ad uno obbligatorio con la definizione del contributo dovuto per ciascun paese;

–          Impiegare ogni sforzo  al  fine di  estendere il TNP a tutti  paesi del mondo;

–          Imporre una sorveglianza costante e vincolante dell’ Agenzia  nei confronti dei siti  nucleari del regime sionista;

–          Apportare alcune modifiche strutturali  nell’ AIEA e nel suo Statuto ( cambiare il numero dei membri , il numero dei seggi del Consiglio dei Governatori o il meccanismo di elezione  del Direttore Generale ) per rendere accessibile un maggior numero di paesi nei meccanismi decisionali;

–          Abbandono  dell’ imposizione di doppi standard che in questo momento penalizzano un paese membro  come l’ Iran , che fatica  nel l’ ottenere il riconoscimento  dei diritti sanciti dal Trattato e premia paesi che non solo non sono membri del TNP, ma che si sono resi colpevoli di crimini gravissimi.

Conclusioni

I doppi standard  americani applicati anche da alcuni paesi dotati di armamenti nucleari nei confronti del programma nucleare iraniano sono stati intrapresi   in vari ambiti: temporale, geografico e concettuale, infatti sono stati adottati  approcci diversi verso il programma nucleare iraniano rispetto al periodo precedente e successivo alla Rivoluzione islamica, atteggiamenti discriminatori nei confronti  del programma nucleare di paesi  diversi della stessa regione geografica, laddove gli americani invece di facilitare l’ acquisizione di tecnologia civile da parte dell’ Iran, paese membro del Trattato, hanno fornito facilitazioni  a paesi non membri;  infine un doppio standard  è stato applicato anche nella applicazione   del Trattato di Non Proliferazione: alcuni aspetti sono stati evidenziati  e valorizzati mentre altri quasi del tutto ignorati, e questo in base alle convenienze del momento e ad interessi di parte.

La chiave fondamentale per la soluzione  della questione nucleare iraniana quindi  appare essere  l’ intraprendere nuove iniziative  all’ insegna della collaborazione e condivisione , che  si sostituiscano alle pressioni, minacce e doppi standard che finora hanno caratterizzato la storia di questa  vicenda. Sarebbe auspicabile infine e soprattutto che il disarmo nella regione medio orientale e totale  nel mondo,  venga considerato  tra le priorità assolute della comunità internazionale .

Un ponte tra Iran e Italia

Ponte33 è una piccola casa editrice nata nell’estate del 2009, dalla passione di due studiose di lingua e cultura persiana, Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini, entrambe formatesi presso l’allora Istituto Universitario Orientale, dove la Ferraro ha anche insegnato Storia dell’Iran per alcuni anni,  prima di ricevere l’incarico di addetto culturale presso la nostra ambasciata a Tehran. L’obiettivo della casa editrice è dichiaratamente quello di far conoscere in Italia la letteratura contemporanea prodotta in persiano in Iran e in Afghanistan e all’estero, dove molti scrittori provenienti da questi vivono ormai da anni. Una produzione variegata, lontana dagli stereotipi correnti e dai pregiudizi alimentati da visioni limitate e frettolose, che svolge un ruolo importante nel far comprendere le contraddizioni di società nelle quali la contemporaneità si trova a convivere con resistenze antiche e nuove opposizioni.

Il nome Ponte33 ricalca il persiano Si-o-se pol, bellissimo ponte di Isfahan sotto le cui arcate (33 per l’appunto) ci si incontra per passeggiare, leggere, discutere; una sorta di simbolo dell’incontro tra generazioni diverse in un qualche modo divenuto lo specchio del mutamento culturale, della società che cambia e va avanti. Il messaggio lanciato dalle due studiose è chiaro: non più veli, cammelli, cupole e tappeti, miscuglio di esotismo da pacchetto turistico a prezzo scontato, ma neanche ostilità, fanatismo, minacce nucleari e oscurantismo medioevale, messaggio quotidiano di TG frettolosi e stampa superficiale; solo una società “normale” che cerca di gestire il retaggio di una storia complessa e un presente complicato da una situazione socio-politica difficile, a volte insostenibile, ma certo non immobile. “Abbiamo iniziato con un romanzo scritto in Iran” – ci dice Felicetta Ferraro –   perché è stato soprattutto questo Paese a imporsi ai nostri occhi per la sua diversità, per le tensioni che lo attraversano, per la travolgente energia culturale che lo domina, per la spinta irrefrenabile al cambiamento”.

Come un uccello in volo di Fariba Vafi, il primo romanzo pubblicato, è uno straordinario esempio della presa di coscienza di una donna che riesce ad emergere dall’inerzia alla quale sembra essere stata condannata da un passato familiare pieno di ombre e dal ruolo di moglie e madre assegnatole dalla società, attraverso un minuzioso lavoro di scavo dentro se stessa e il mondo che la circonda.

Osso di maiale e mani di lebbroso di Mostafa Mastur, uscito qualche mesa fa, esplora la quotidianità palpitante di un condominio di Tehran, megalapoli nella quale si coagulano le contraddizioni irrisolte di un’intera società; mentre A quarant’anni , il  romanzo di Nahid Tabatabai appena arrivato in libreria da cui è stato tratto un film mai arrivato in Italia interpretato da Leyla Hatami, la stessa attrice premiata con l’Orso d’Argento a Berlino per Una separazione, film vincitore dell’Oscar come miglior film straniero 2012, narra la crisi di una donna non più giovane che, come tante coetanee occidentali, rimpiange la gioventù, il primo grande amore, e le realizzazioni mancate nel frastuono della guerra e del nuovo ordine sociale imposto dalla rivoluzione khomeinista.

Il prossimo libro, I fichi rossi di Mazar-e Sharif ,  dà voce all’Afghanistan martoriato da un conflitto infinito, del quale solo la letteratura potrà restituirci i reali contorni, attraverso quello sguardo “dall’interno” che è una delle sue  prerogative.

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