Hamlet o la dispersione dell’essere

Chiedersi come si possa declinare oggi una riscrittura shakespeariana è un buon inizio. Implica una domanda rivolta non tanto alla coercizione della verosimiglianza, ma a un primo atto di coraggio che potrebbe ricordare in sé l’ammonimento di Peter Brook sul dovere di dimenticare Shakespeare. Vale a dire, non lasciarsi ingabbiare dalla doppia linea tesa tra autore e personaggio, ma reputare un testo la meta di una corrente stratificata e intrisa d’umanità.

Tuttavia, proprio l’equivoco dell’abbandono di una fonte può risultare letale quando non si tenga conto delle tre condizioni vitali che sempre Brook ravvisa in Shakespeare: osservazione, assimilazione e memoria. Tre nuclei portanti di un genio che non andrebbe replicato per clonazione pedissequa di scenari labili, nonché densi proprio per questo di apparati critici, ma sfidato su un terreno di conoscenza che potesse perpetuarne la realtà senza tempo.

Su queste premesse si innesta una riflessione seconda a partire dalla messinscena proposta dal collettivo di Teheran Quantum Theatre, per la prima volta in Italia con Hamlet al Piccolo Teatro Studio Melato. La scena si apre con un attore dal volto coperto da una maschera antigas che si rivelerà essere la cornice narrante del becchino cui la tragedia del bardo affidava massime e lazzi e cui la regia di Arash Dadgar e la drammaturgia di Shahram Ahmadzadeh assegnano un ruolo più che primario, oltre che di collettore fisico della vicenda dall’inizio alla fine. Un margine di personaggio essenziale a legare fili drammaturgici spesso troppo scoperti, dove alla danza sufi di un’Ofelia di pelle scura e in abito nuziale, si accompagnano la smodatezza di Gertrude dalla parrucca bionda o la posa da fantoccio di Laerte, colpito dal roteare estatico della sorella destinata al rifiuto dolente di Amleto.

Proprio quest’ultimo si inserisce con isterismi calcolati tra un discorso e l’altro del patrigno e occupante Claudio in versione gerarca: il capo rasato e inciso da una maschera militare disegnata sulla cute per rimarcare aggressività e tracotanza. Attorno si muovono spettri, amici infedeli e servi del potere con parrucche volutamente posticce, mentre musiche delle tradizioni miste orientali e occidentali – da Nyman al motivo di Kill Bill fischiato dal becchino in presenza di Polonio – accompagnano le arcate poco definite della nuova faccia d’Amleto. Un azzardo che, da un lato, abbraccia coerentemente l’intento di scuotere i rapporti tra spettatore e scena e, dall’altro, imbocca strade pericolose di dispersione in un accumulo di simboli, richiami al presente e maschere fisse che si aggirano minacciose attorno ad Amleto e alla sua sostanziale perdita di centralità.

Da un parapetto in acciaio si sporgono i morti che lì si raccolgono in schiera, al di sotto entrano ed escono da porte in legno caratteri in pose ridicole o dall’eloquio astruso. Se inoltre la tenuta maggiore si rispecchia forse nella verità tutta iraniana che attribuisce a Polonio il ruolo di censore accanito della parola e della letteratura – non a caso verrà soffocato a morte dal principe danese con un quotidiano – non basta però a rintracciare altrettanto giustificate eversioni nel rapporto tra Amleto e Ofelia, come tra Amleto e Gertrude con gli intermezzi onirici dei dialoghi spettrali.

I canti di un’Ofelia da romanzo coloniale e gli umori schizofrenici di Amleto con occhiali tondi, balzi incontrollabili e risata sardonica, investono poi la scelta indubbiamente audace di diluire il monologo celebre del dubbio tra più identità: dall’etica dell’essere padre di Polonio all’abbandono di Gertrude come non essere sperimentato accanto a un marito che l’ha abbandonata prima e dopo la morte. Così le smanie di vendetta d’Amleto si moltiplicano in uno spirito insolente e indomito più somigliante al Kostja del Gabbiano cechoviano che non a un architetto della contraddittorietà umana.

Se allora i blocchi di partenza di Quantum Theatre, ispirati già nel nome alle combinazioni delle particelle fisiche, si connotano d’interesse e qualche visione registica non scontata – si pensi al rapporto tra potere e censura e alla tematica centrale della dissidenza di Amleto accomunati dall’uccisione della parola con giornali fatti a pezzi o seppelliti – è però nell’esito ultimo che la sovrapposizione e la carica di segni non del tutto decodificabili prevalgono confusamente sull’urgenza del racconto. Si frammentano cioè all’eccesso le dimensioni cosiddette «prismatiche» di Shakespeare per un accavallarsi complessivo di rimandi, giochi psicologici e riflessioni sulla sete di regno senza effettivo intreccio e crescita, senza il lascito necessario della teatralità più sinceramente tragica.

Dimenticare Shakespeare alla maniera di Brook non significa infatti annebbiare o seminare tracce vaghe di un sentore d’archetipo, ma più vividamente cogliere nella contemporaneità e poetica della sua eredità quei fili ancora nascosti, per esaltarne proprio l’universalità e la discussione perenne sull’essere.

Piccolo Teatro Studio Melato – Milano
dal 30 settembre al 4 ottobre 2014
Hamlet
libero adattamento di Shahram Ahmadzadeh dall’immortale “Amleto” di William Shakespeare
regia e scene Arash Dadgar
manager e produttore internazionale Camelia Ghazali
con (in ordine di apparizione) Mehran Emambakhsh, Hesam Manzour, Behrouz Kazemi, Ammar Ashoori, Mohammadreza Aliakbari, Amin Tabatabai, Shabnam Farshadjoo, Khosrow Shahraz, Sanaz Najafi, Amir Rajabi, Mehrab Rostami
costumi Elham Sha’bani
trucco Sara Eskandari
compositore Ashkan Faramarzi
musiche selezionate e pubblicate da Delara Moghadasian
produzione Quantum Theatre Group Teheran

Spettacolo in lingua farsi con sovratitoli in italiano