Acqua e fuoco

Siamo tutti sulla stessa barca

 تر و خشک با هم میسوزند

[Tar o khoshk ba ham misoozand]

Il proverbio italiano compare già nella lingua latina con la formula In eadem navi sum, attestata anche dall’utilizzo nella lingua scritta, seppur con qualche variante a livello semantico, da Cicerone, Livio e Aristeneto.

Nella lingua italiana invece, sia nella lingua scritta che parlata, il suo significato è univoco. Questa espressione viene, difatti, utilizzata per riferirsi ad una condizione condivisa, solitamente negativa, che accomuna un gruppo di persone.

Il riferimento figurato prende origine dal contesto marittimo in cui un gruppo di naviganti, trovandosi sulla stessa barca, condivide lo stesso destino e la stessa condizione; nel bene e nel male, qualunque cosa accada riguarda tutti loro, indistintamente.

Questo proverbio esorta a non commettere azioni sciocche oppure dannose nei confronti di terzi, proprio perché si è sulla stessa barca e quell’azione negativa potrebbe danneggiare gli altri e sé stessi. Inoltre, nell’uso comune, tale espressione è spesso utilizzata per esprimere solidarietà riguardo una situazione comune.

E in persiano? Il proverbio persiano esprime il concetto in maniera differente. Difatti, Tar o khoshk ba ham misoozand letteralmente significa [i rami] secchi o vivi bruciano insieme e non vi è alcun riferimento al contesto marittimo né ad un gruppo di persone.

Tale espressione è il sunto di una vecchia storia che risale alla dinastia Seljuk, il cui elemento centrale è il fuoco. Si racconta che, circa 900 anni fa, Koohbanani, governatore di una zona di Kerman, in seguito alle oppressioni esercitate da parte del re sul popolo Ghaz, avesse invitato il loro capo a presentarsi al suo cospetto per stabilire un accordo. Una volta raggiunto l’accordo, però, il capo dei ribelli, insieme al suo esercito, uccise la gente del posto e distrusse palazzi e castelli. Tra questi, prese fuoco anche il castello di Guar e si narra che un poeta descrisse la scena dicendo:

از آتش کوبنان گوَر میسوزد …………………….. آتش که گرفته خشک و تر میسوزد

[az aatash kooobanaan gavar misoozad………………… aatash ke gerefte khosh o tar misoozad]

La traduzione letterale di questi versi sarebbe “A causa del fuoco di Koohbanani brucia Guar – vanno a fuoco le cose secche e le cose umide”, proprio come un incendio che rade tutto al suolo.

Dunque acqua e fuoco: il primo sorregge e il secondo mette in fuga; due utilizzi della lingua diametralmente opposti, eppure l’esortazione a non compiere atti che rechino danni ad altri e a sé stessi è identica, così come la sua morale; anche se frutto di due visioni opposte della collettività, come gli elementi protagonisti, in entrambe le lingue il richiamo morale e sociale è lo stesso.

(Foto: Mausoleo di Soltanyeh, Zanjan)

Rondini e fiori

Italia: Una rondine non fa primavera

Iran: با یک گل بهار نمیشود
[Baa yek ghol bahaar nemishavad]


Il proverbio italiano è la traccia di un più antico proverbio greco, noto come Μία χελιδὼν ἔαρ οὐ ποιεἶ, successivamente tradotto in latino con l’espressione Una hirundo non facit ver.


La locuzione greca compare per la prima volta nell’Etica Nicomachea di Aristotele con la seguente esplicazione: «Come una rondine non fa primavera, né la fa un solo giorno di sole, così un solo giorno o un breve spazio di tempo non fanno felice nessuno».

Ciò a significare che un evento isolato non costituisce fatto certo e sicuro, sottolineando come da un singolo evento non si possa saltare subito a conclusioni. Questo proverbio esorta ad una più opportuna e solida analisi dei fatti e lo fa ricorrendo ad elementi naturali quali la primavera e la rondine, simbolo della stessa. Così, osservando il cielo in un bel giorno di fine marzo, ad esempio, potrebbe capitarci di intravedere una bella rondine e pensare che la primavera sia arrivata e, presi dall’entusiasmo, magari rientrare a casa pronti per fare il cambio di stagione nel nostro armadio ma…ecco che subito ci ricordiamo del nostro proverbio Una rondine non fa primavera!, appunto, che ci invita ad attendere ancora qualche giorno prima di estrarre soprabiti colorati e magliette a manica
corta!

E in persiano? Cosa succede? Quale detto popolare viene in soccorso in una calda giornata di fine marzo per evitare un improvviso raffreddore?
Il proverbio è quasi identico, ovvero Baa yek ghol bahaar nemishavad (Un fiore non fa primavera). Al posto della rondine vi è, quindi, il fiore a simboleggiare la mite stagione mentre gli altri rimandi linguistici, allegorici e culturali sono simili. Simili ma non identici.

Perché? Perché il fiore e non la rondine? A quanto pare essa rappresenta la caducità del tempo poiché la sua vita è di circa due anni, oltre a essere associata alla migrazione, e dunque è il fiore l’elemento naturale scelto per essere associato alla primavera, stagione particolarmente speciale per gli iraniani poiché il Noruz, ovvero il Capodanno persiano, si festeggia il giorno dell’equinozio di primavera; dunque, la primavera rappresenta per gli iraniani la gioia del nuovo inizio e la rondine non è opportuna come allegoria di un periodo dell’anno in cui tutto si rinnova, tutto si rigenera e la bellezza del Creato e del creare si fanno spazio.

Insomma, proverbi simili e morale identica. È proprio il caso di dire.. tutto il mondo è paese!