16 gennaio 1979: la fuga dello scià dall’Iran

16 gennaio 1979: la fuga dello scià dall'Iran

“E’ da un po’ che mi sento stanco e ho bisogno di riposo.”, disse così lo Scia’, il 16 gennaio del 1979, quando alle ore 13:08, lasciò l’Iran insieme a Farah Diba. L’ultimo monarca dell’Iran non immaginava nemmeno quale destino lo attendesse: non sarebbe più tornato nel paese, da lì sarebbe iniziata per lui un’odissea interminabile, nessuno lo avrebbe più voluto e sarebbe morto per un tumore, in meno di due anni, nella più assoluta solitudine.

 

Un’odissea umiliante

Assuan, in Egitto, fu la prima tappa dello Scià, che era stato invitato dal presidente Sadat e dalla consorte. Mohammad Reza Pahlavi era scappato dall’Iran già una prima volta, nel 1953 (era andato a Roma), e grazie al golpe della Cia contro il premier Mosaddeq, era riuscito a tornare e a riprendere in mano il potere.

Anche questa volta lo Scià credeva di farcela, aveva scelto un premier apparentemente moderato, Shapur Bakhtiar, e mirava a tornare, dopo che le acque si fossero calmate.

I reali di Persia risiedettero ad Oberoi, un albergo costruito su un’isoletta in mezzo al Nilo, e ad Assuan furono pochissimi coloro che si ricordaron di loro; il Pahlavi ricevette una telefonata da Costantino II di Grecia e una visita del suo medico. Non sapeva dove andare quando l’ambasciatore marocchino si presentò informandolo dell’invito di Malek Hassan II, re del Marocco.

Mohammad Reza Pahlavi giunse a Rabat ma non venne accolto ufficialmente con nessuna cerimonia di Stato. Dopo l’incontro con Hassan secondo, lo Scià rimase per 67 giorni nel suo palazzo, quello di Janan ul Kabir, e fu proprio in questo spazio di tempo che Khomeini tornò in Iran, e la rivoluzione islamica vinse in Iran, l’11 febbraio del 1979.

Malek Hassan di Marocco non voleva rovinare le sue relazioni col nuovo governo iraniano e fu così che lo Scia’ fu costretto ad andarsene; la maggior parte dei suoi fedelissimi, tra militari e ministri, lo avevano già abbandonato e lui, decise di seguire il suggerimento di Kissinger: e cosi’ parti’ per le Bahamas, in America centrale. Mohammad Reza trascorse 70 giorni nelle isole e lì apprese di essere malato, in fase terminale, di cancro. In questo periodo giunse da lui un inviato della regina d’Inghilterra che gli comunicò che il Regno Unito “non era disposto ad accoglierlo nel suo territorio”.

Successivamente un aereo malandato lo trasferì dalle Bahamas fino in Messico, e li trascorse altri 4 mesi, prevalentemente in malattia. Successivamente Carter accettò il suo ingresso negli Usa ma solo per curarsi e cosi’ lo Scia’ raggiunse in silenzio un ospedale di New York.

Lo Scià, il più grande alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, “il gendarme della regione”, rimase a New York solo 54 giorni e in questo arco di tempo venne operato due volte; due settimane dopo il suo arrivo, il 4 novembre, l’ambasciata americana a Teheran venne occupata dagli studenti iraniani ed il corpo diplomatico americano e le spie della cellula della Cia di Teheran vennero presi in ostaggio dai giovani rivoluzionari.

Uscito dall’ospedale, lo Scià non sapeva dove andare e allora venne portato con la consorte in Texas, in un piccolo appartamento, che in passato aveva avuto la funzione di manicomio. Fu quella volta che la regina Farah, iniziò a gridare e protestare, anche perché gli americani avevano imposto ai reali di Persia di stare in quell’appartamento e di non uscire di lì

Dopo due settimane, il governo americano informò lo Scià che la sua presenza negli Usa aveva conseguenze pesanti per il governo americano e che doveva andarsene. Mohammad Reza non aveva altra scelta che obbedire e così si trasferì a Panama.

In un’isoletta trascorse di angoscia, anche perché il governo di Teheran inoltrò a Panama la richiesta di estradizione e Carter pensò di consegnare lo Scià per riprendersi gli americani tenuti in ostaggio a Teheran. Dopo 100 giorni orribili a Panama, su insistenza della moglie di Sadat, lo Scià e Farah tornarono al Cairo.

Il 29 marzo del 1981, lo Scià venne operato all’ospedale Moadi d’Egitto e 4 mesi dopo morì e venne sepolto nella moschea Refai’ del Cairo.

Una lezione per “qualcuno”

Lo Scia’ era stato il principale alleato degli Usa nella regione. Nel 1967 aveva venduto il petrolio durante la guerra dei sei giorni, quando i paesi arabi avevano chiuso i rubinetti del petrolio. L’America lo aveva eletto come suo “gendarme” nella regione e vendeva allo Scià tantissime armi. Era il principale alleato di Israele; grazie all’appoggio politico dell’Occidente aveva instaurato un governo dittatoriale in Iran. “La luce degli ariani”, il Re dei Re, si era persino proclamato erede di Ciro, ma al contrario del capostipite dei persiani, la sua forza non era basata sul consenso popolare.

Quando non servì più, venne abbandonato e umiliato. Oggi in Medio Oriente esiste “qualcuno” di molto simile al regime dello Scià di allora che si sente allo stesso modo potente ed invincibile, forte dell’appoggio degli Stati Uniti. Ma sono passati solo 39 anni da quel 16 gennaio, quando lo Scià lasciò Teheran, e non tornò mai più. (AGI) Davood Abbasi (IRY)

Cosa sta succedendo in Iran

cosa sta succedendo in Iran

Cosa sta succedendo in Iran? Problemi sociali e soprattutto economici, la lentezza delle risposte del governo di Teheran alle richieste della gente e un po’ di cattiveria da parte dei media e probabilmente anche da parte della Cia, sono la miscela esplosiva che hanno dato vita, ormai da una settimana, ad ampi disordini in Iran, considerato finora l’unica isola di stabilità e sicurezza nel turbolento Medio Oriente.

Atto primo, il carovita e il fallimento delle banche

Negli ultimi due anni numerose banche e istituti di credito sono falliti in Iran, e centinaia di migliaia di risparmiatori hanno visto sfumare i propri soldi. Un fenomeno che e’ stato molto serio (una ventina di banche e istituti bancari falliti), che dal mese di Novembre, quando i riflettori della cronaca internazionale erano ancora lontani dall’Iran, porto’ la gente a manifestare per le strade di Teheran. Proteste assolutamente pacifiche che venivano tollerate dalla polizia ed anzi ad esse avevano partecipato anche parlamentari ed esponenti politici che chiedevano al governo di occuparsi dei soldi della gente. Il governo Rohani ha garantito che tutti avrebbero riavuto i propri soldi ma in realta’ cio’ durera’ anni e con l’inflazione galoppante che esiste in Iran, riprendere la stessa somma di soldi dopo anni, significa di fatto perderli.

Nel mese di Dicembre, il governo, sottovalutando probabilmente lo scontento gia’ serpeggiante (anche per via di reportage dei giornalisti sulle ricchezze incredibili di alcuni ministri), ha dato il colpo di grazia presentando il suo piano per il budget del nuovo anno. 70% l’aumento previsto per il prezzo della benzina, + 40% su luce e gas, tre volte superiore l’imposta sui viaggi all’estero, aumento delle multe stradali, abolizione dei sussidi governativi diretti per 20 milioni di persone, un quarto della popolazione dell’Iran. La notizia delle misure di “austerità”, hanno creato una bolla di inflazione speculativa che ha portato in poche settimane al raddoppio del prezzo della carne e delle uova, ed anche il prezzo del pane e’ aumentato del 33%. Colpiti, proprio nel cibo, anche i ceti piu’ deboli, preoccupati dall’aumento annunciato del prezzo della benzina, che puo’ innescare una inflazione ancor piu’ violenta.

Atto secondo, le proteste a Teheran e Mashad e le accuse contro il governo

E cosi’ dal 20 dicembre in poi, ci sono state proteste con la partecipazione di piu’ persone nelle citta’ di Teheran (la capitale) e quella di Mashad, a nord-est del paese.

In queste proteste, seppur pacifiche, la gente ha iniziato a gridare “Marg bar Rohani” (A morte Rohani). In un primo momento, i conservatori, l’ala politica opposta a Rohani in Iran, ha iniziato ad accusare il governo di aver ignorato le richieste della gente e di aver preventivato un aumento folle e sprovveduto dei prezzi. Erano in corso dibattiti in Parlamento per aggiustare le politiche economiche del governo mentre le proteste in piazza proseguivano.

Atto terzo, la violenza, la paura, i morti

Da venerdi 29 dicembre, pero’, tutto e’ cambiato. I manifestanti hanno iniziato ad essere violenti; sono stati incendiati cassonetti, distrutti negozi, banche; la protesta da Teheran si e’ allargata a 12 citta’. A Dorud alcuni “individui” hanno addirittura aggredito la polizia che ormai da settimana assisteva alle proteste pacifiche; probabilmente prese alla sprovvista, le forze dell’ordine hanno reagito uccidendo 2 degli aggressori.

A Teheran, sabato, una manifestazione nei dintorni della piazza Enghelab (piazza della rivoluzione), e’ stata molto molto “strana”. Per la prima volta i manifestanti non hanno lanciato nemmeno uno slogan sull’economia e il carovita ma hanno gridato “morte al regime”, “ne per Gaza, ne per il Libano, la mia vita la sacrifico per l’Iran”; e’ stata addirittura bruciata la bandiera dell’Iran; a contraddistinguere questa manifestazione ancora una volta la violenza e i danni arrecati ai negozi ed alle fermate dell’autobus. E nella protesta sono apparse pure ragazze che strappavano i veli, e personaggi alquanto strani.

Da allora gli episodi di violenza si sono moltiplicati velocemente in tutto l’Iran e ogni volta ci sono azioni violente da parte di presunti manifestanti come lancio di sassi, di sostanze esplosive ed ecc… contro le forze dell’ordine.

Lunedi 1 gennaio, un cecchino ha addirittura ucciso un Pasdaran nella periferia di Isfahan. L’indomani, l’Iran, e un po’ tutta la gente, si e’ risvegliata terrorizzata capendo che i manifestanti dei primi giorni, quelli che avevano i conti nelle banche fallite o che protestavano al carovita, chiaramente non sono capaci di uccidere un membro delle forze dell’ordine con un fucile ad alta precisione.

Lo spettro della Cia e di “Mike l’ayatollah”

Le violenze delle ultime ore e soprattutto l’assassinio del membro del corpo dei Pasdaran, fatto con un lavoro “da professionisti”, conferma l’ultimo comunicato del ministero dell’intelligence. “Approfittando delle proteste che la gente aveva il diritto di esprimere, alcuni elementi collegati alle potenze straniere si sono infiltrate tra i manifestanti incoraggiando all’uso della violenza ed alla distruzione dei beni comuni”. Il ministero, ha chiesto quindi a tutti i cittadini di segnalare al numero verde 113 ogni azione da parte di “individui dubbi”.

Il timore di nuovi disordini in Iran, simili al 2009, era gia’ venuto l’estate scorsa, quando il presidente Donald Trump ha deciso di affidare la responsabilita’ delle operazioni Cia contro l’Iran ad una delle piu’ famose e temute spie, Micheal D’Andrea, soprannominato “il principe oscuro” e “Mike l’ayatollah”.

Secondo gli iraniani, proprio lui avrebbe saputo fare infiltrare i suoi uomini tra i manifestanti, creando episodi violenti. Subito dopo i primi episodi di violenza, Donald Trump ha preso la palla al balzo attaccando il governo iraniano e definendo “affamati di cibo” gli iraniani.

Il governo iraniano, ha gia’ dichiarato di aver rinunciato all’aumento annunciato su alcuni prezzi, come quelli della luce e del gas. Bisognera’ aspettare le prossime ore, per vedere se la gente rinuncera’ ad andare in strada ancora, o se proseguira’ a farlo; la seconda questione pero’ sembra difficile, non per l’ingente schieramento di forze di polizia, ma per lo piu’ per la consapevolezza che dietro ad alcuni degli episodi di violenza delle ultime ore, piu’ che gli ayatollah di Teheran, si trova la mano dell’ayatollah Micheal, quello che sta in America.

(Fonte AGI) www.agi.it

 

Il deserto di Lut

Il deserto di Lut
Il deserto di Lut E’ la quarta bellezza naturale della terra secondo il National Geographic, e pur essendo situata nel torrido deserto di Lut, a sud-est dell’Iran, attrae turisti da tutto il mondo, anche nel mese di agosto. I Kaloot (equivalente persiano del termine turco e più diffuso Yardang), sono collinette strette e vicine nel deserto, molte volte simili a dei minareti, che creano delle strutture a U; il merito è del vento impetuoso del deserto persiano che porta via strati di terreno argillosi, detriti del fondale del Tetide, l’antico oceano che nel periodo geologico del Miocene si estendeva sul territorio dell’attuale Iran.
Il deserto di Lut

L’avventura parte da Kerman

La città di Kerman, capoluogo dell’omonima regione del sud-est dell’Iran, non lontana dal turbolento confine con il Pakistan (a rischio narcos ed estremisti sunniti), è la base mondiale per le escursioni nel deserto, dove sorgono i Kaloot. A Kerman sorgono infatti una miriade di agenzie, solitamente di recente costituzione e gestite da talentuosi giovani, che negli ultimi anni, soprattutto dopo il 2013, hanno trovato una fortuna inesauribile nell’organizzazione di escursioni. Partecipano turisti, gruppi di sportivi, poeti, scrittori e giornalisti; negli ultimi anni vi sono stati i cronisti di mezzo mondo, dal Guardian alla troupe di Rai2.
Lo si apprende nell’albergo rustico ma efficiente di Akhavan, a Kerman (stanza doppia sui 60 euro a notte), dove Amir, il receptionist tuttofare che parla ogni lingua (un ottimo italiano), continua a dare alla gente cartine e mappe indicando la strada per raggiungere i Kaloot; le cartine sono ottime e sono state stampate in persiano ed inglese dall’organizzazione per il Patrimonio Culturale, il Turismo e l’Artigianato, dicastero che sta battendo tutti i record in Iran, guidato da una delle donne potenti dell’era Rohani, la Zahra Ahmadi Pour.

Come arrivare al deserto

Se non si ha la voglia di dormirci la notte, per raggiungere i Kaloot bisogna partire da Kerman alle 04:00 del mattino. Fondamentali per il viaggio, oltre all’acqua, i limoni, piccoli e succosi in Iran, che nei momenti di caldo e sete estrema possono fare la differenza.
Si prende la strada per Mahan, poi si cerca il cartello per Shahdad, dove inizia un percorso in salita che passa attraverso villaggi verdeggianti, sorgenti e montagne imponenti. Dopo, inizia la discesa ed il paesaggio è sempre più desolato; sono in tutto 110 km fino ai Kaloot ma si percorrono in 3 ore.
Dopo il villaggio di Sirch, si iniziano a vedere ai lati della strada delle formazioni simili a delle torri; si è disposti a giurare che siano opera della mano umana; da lontano infatti si ha l’impressione di scorgere lo skyline di una città islamica, con tanti minareti, ma avvicinandosi, si vedono le conformazioni di terreno che tolgono il fiato.

Il tramonto, spettacolo incredibile

Il tramonto del sole è uno spettacolo difficile da descrivere, soprattutto perchè ci sono 17 gradi di temperatura, mentre si sa che a mezzogiorno ci si avvicinerà ai 50 gradi; non è lontana dai Kaloot la famosa Gandom Beryan, dove secondo i rilevamenti della Nasa, si trova il punto più caldo della terra che fa registrare i 70,1 gradi centigradi.
Come quando si va in spiaggia, la tentazione per scendere dal fuoristrada ed incamminarsi tra le dune e i Kaloot a torre è infinita. Si cammina su una sabbia compatta, dove non si sprofonda; sulla superfice vi è una coltre di sabbia scura e a granuli grossi, esito dell’erosione più recente, mentre poi impugnando un pò di sabbia, si scorge sotto la sabbia più fine. Sul manto del deserto tante piccole onde, come se fosse un mare, pietrificato dall’incantesimo di qualche genio maligno.

I cerchi opera di ‘demoni’

Ed infatti, i grossi cerchi che si scorgono sulla sabbia, sono, secondo la gente del luogo, opera dei Jinn, i demoni creati dal fuoco di cui parla anche il Corano; qualche turista dice che li hanno fatti gli extraterrestri, ma sono l’ennesima traccia del vero sultano di questo ambiente: il vento.
La possibilità di girare è ridotta; si ritorna in macchina al massimo alle 9:00, quando la temperatura è già insopportabile; il vento, che non smette di creare le sue opere artistiche, i Kaloot, tira fortissimo e cerca ripetutamente di portarsi via i cappelli ed i foulard delle signore, per lo più bionde e rosse, dato che per lo più provenienti dall’Europa. Spagnoli, italiani, tedeschi, olandesi, nel cuore del Kaloot, insomma, l’Iran non sembra affatto un paese isolato.

Repubblica Islamica 4.0

Repubblica Islamica 4.0

Repubblica Islamica 4.0  Internet per 932 città, 28 mila villaggi e 45 milioni di utenti: l’amministrazione Rohani investe per affrettare il passaggio alla quarta rivoluzione industriale che trasformerà la Repubblica Islamica in un Iran 4.0. Il 13 e 14 luglio si è tenuta a Teheran in presenza di studiosi, imprenditori e accademici provenienti da tutto il mondo, la terza conferenza internazionale “Industry4.0” a Teheran, nella particolare cornice del salone ricevimenti della Milad Tower, la sesta più alta del mondo.

In Iran 45 milioni di internauti

L’amministrazione Rohani ha dichiarato dal 2013 di voler investire sulla diffusione di internet e dell’incremento della qualità delle telecomunicazioni, dato che esse sono scientificamente considerate la base della quarta rivoluzione industriale. Il governo Rohani ha diffuso nella nazione i servizi per internet e ha fatto salire a 45 milioni gli utenti in Iran (su un totale di 80 milioni di persone), fornendo soprattutto internet nelle campagne e nei centri rurali; oggi si parla di 932 città e 28 mila villaggi iraniani collegati.

L’Iran, tra l’altro, si presta bene al cambiamento per la popolazione giovane; il 60% della popolazione ha tra i 20 ed i 32 anni, 72 milioni hanno un cellulare (smartphone per la metà) e vi è già la tecnologia 4G.

 Repubblica Islamica 4.0

Teheran lavora per l’alfabetizzazione digitale

Secondo Nasser Ghanemzadeh, direttore della start-up Finnova, “i nostri vecchi hanno iniziato a usare la tecnologia con gli smartphone, saltando direttamente la fase di digitalizzazione con i personal computer. C’è fame di tecnologia ed è per questo che tutti vogliono fare startup e la maggior parte si specializza nella creazione di software”. Il ministro delle telecomunicazioni e della tecnologia dell’informazione, Mahmoud Vaezi, ha affermato a Teheran che oggi il governo iraniano sta pianificando per elevare “l’alfabetizzazione digitale e informatica”, come uno dei requisiti della quarta rivoluzione industriale.

Il governo iraniano ha attuato anche il progetto di rete internet nazionale, un sistema che praticamente connette gli utenti con il resto del mondo solo quando essi in effetti digitano un sito straniero, mentre per i collegamenti interni, in pratica, viene attivata un’altra modalità che non ritiene necessario il passaggio attraverso la rete internazionale. Altro settore della quarta rivoluzione industriale in cui l’Iran ha investito molto a livello perlomeno scientifico è la nanotecnologia, settore in cui Teheran è la sesta al mondo per la produzione di articoli scientifici.

Viaggio nella Silicon Valley iraniana

Negli ultimi anni a nord di Teheran, si è sviluppata una vera e propria Silicon Valley dove sono nate le prime creature della quarta rivoluzione industriale in Iran. Con una velocità frenetica sono nate startup iraniane per offrire servizi che il mondo occidentale conosce da tempo:

  • Digikala, valutata sui 150 milioni di dollari, è un e-commerce sul modello di Amazon;
  • Cafe Bazaar è una app per Android che funziona come Google Play e con i suoi 20 milioni di utenti vale circa 20 milioni di dollari;
  • ZarinPal svolge lo stesso ruolo di PayPal;
  • Zoraq è il primo portale iraniano per la prenotazione dei viaggi sulla falsa riga di Expedia; Takhfifana e la Groupon iraniana
  • Aparat è la YouTube persiana.
  • Fortissime oggi a Teheran pure Snapp e Tap30, cloni di Uber che stanno cambiando praticamente il modo di vivere in una Teheran di 14 milioni di abitanti, dove la gente si sposta per lo più in automobile.

Chai khane

I turisti che visitano l’Iran trovano ancora oggi nelle città del nostro paese, tante Chai Khane (Case del tè) che hanno un’atmosfera particolare e sono ereditarie di una importante tradizione. In tempi più antichi le odierne Chai Khane (Case del tè) venivano soprannominate Ghahve Khane (Case del Caffè) ed erano numerose soprattutto nella città di Teheran.

La prima Ghahvè Khane o Casa del Caffè dell’Iran nasce probabilmente tra il 1523 ed il 1576, ossia sotto il regno dello Scià Tahmaseb, della dinastia Safavide, nella città di Qazvin, l’allora capitale persiana. Sotto il regno di Scià Abbas il grande, principale re della dinastia safavide, la capitale che era divenuta Isfahan, venne popolata da queste case del Caffè. Poco alla volta però il tè venne introdotto in Iran e questa pianta venne coltivata in maniera estesa nel nord del paese e quindi, la gente iniziò ad optare gradualmente per questa bevanda che dominò l’Iran agli inizi del ventesimo secolo; stranamente, però, ancora oggi molte Case del Tè vengono chiamate Case del Caffè in ricordo dei tempi antichi.

L’importanza delle Chai Khane è dovuta al fatto che erano nei quartieri un luogo di riunione e di vita dove i praticanti dei diversi mestieri si incontravano, discutevano di affari o di questioni come arte e politica.

Poco alla volta alcune di queste Ghahvè Khane divennero peculiari di una casta, di un ceto o di una professione. Ad esempio, in una città poteva esserci una Casa del Tè frequentata dagli artisti, un’altra per i commercianti o bazaarì e così via…

In occasione delle feste religiose, le Ghahvè Khane venivano addobbate e abbellite con luci ed in esse si organizzavano rappresentazioni o si esibivano i Naqqal o i cantastorie, che narravano gli episodi dello Shahnamè, il Libro dei Re, il poema mitologico più imponente del mondo persiano scritto da Ferdowsì.

Le Case del Caffè erano particolarmente animate soprattutto nelle sere del mese di Ramadan, quando al termine del lavoro quotidiano le persone si riunivano per rompere tutte insieme il digiuno. In conclusione, le Case del Caffè erano praticamente, oltre ad un luogo di ristoro, un centro socio-culturale ed un luogo per l’insegnamento e la divulgazione della letteratura.

L’ambasciatore statunitense a Teheran nel 1883 scrive a proposito delle tante Case del Te presenti in città dove gli uomini si riunivano per parlare e trascorrere il tempo.

La maggior parte delle Ghahvè Khanè avevano anche uno spazio all’aperto per accogliere i clienti nelle stagioni calde; anche gli oggetti delle Case del Caffè o del Tè erano particolari; Samovar, bicchieri, tazze, teiere, tutti decorati e abbelliti con le diverse tecniche dell’artigianato persiano; per pranzo, nella Casa del Tè, era tipico l’Abgusht o Dizì, carne di pecora lasciata cucinare per ore e ore con patate, ceci e pomodori, per dare vita infine ad un brodo di carne squisito ed una carne da consumare tenera tenera.

A seguito della vittoria della rivoluzione islamica in Iran, nel 1979, le Case del Caffè vennero restaurate e rinnovate ed oggi molte hanno ripreso a lavorare come secoli fa, anche con i cantastorie, gli artisti e tutto il loro fascino secolare.

La casa del Caffè di Azarì è una delle più famose di Teheran, nata nel 1948. Si trova nella piazza Rah Ahan, all’estremità meridionale della città ed è aperta tutti i giorni; ha un’architettura persiana tradizionale con mattonelle e piastrelle colorate; chi ci lavora indossa i vestiti tradizionali, i cibi sono preparati secondo le ricette antiche ed il tutto è’ accompagnato da musica, cantastorie e racconti dello Shahnamè. Nel mese di Ramadan vi sono anche canti e preghiere religiosi e persino riti funebri. Il luogo è non a caso registrato sulla lista del patrimonio culturale iraniano.

L’altra Ghahvè Khane di rilievo e’ quella di Sanglaj, nel parco cittadino di Teheran, non lontano dal gran bazaar; qui l’atmosfera creata con i costume del personale e l’architettura è quella del periodo safavide ed anche qui vi sono musici e cantastorie che si esibiscono seguendo la tradizione delle Case del Tè.

A nord di Teheran, invece, vi è la casa del te di Amir Kabir, così chiamata in onore del grande visir del periodo Qajaride. Anche qui l’architettura emoziona il visitatore con le lavorazioni del gesso e dello stucco, e con le colonne dai capitelli in stile Qajaride. Famoso il te alla ciliegia, quello col cardamomo ed i dolci serviti in questo luogo. Nel mese di Muharram e per la ricorrenza dell’Ashura, questo luogo diviene scena per la rappresentazione teatrale del Taaziyeh; il bello e’ che in questo periodo i clienti vengono serviti gratis perché i proprietari fanno voto.

Iran, Italia

Tra poche ore metteranno piede sul suolo dell’Iran due esponenti del governo italiano, Paolo Gentiloni e Federica Guidi, rispettivamente ministri degli Esteri e dello Sviluppo Economico; i due ministri, a capo di un folto gruppo di aziende da Eni a Finmeccanica, rappresentate ai massimi livelli, arrivano dopo il vice-cancelliere tedesco Gabriel e dopo il ministro degli esteri francese Fabius; Germania e Francia, inoltre, erano entrambe presenti ai negoziati sul nucleare con l’Iran, sfociati nello storico accordo del 14 Luglio a Vienna. Russia e Cina non se ne sono mai andati dal mercato iraniano nemmeno in tempo di sanzioni.
E allora l’Italia? L’Italia, non ci crederete, può ancora superare gli altri ed eccone i perché.

C’eravamo tanto amati
L’Iran e l’Italia possono certamente vantare rapporti culturali molto intensi. L’affinità tra le due nazioni non si limita ai colori della bandiera ma al fatto che ognuna delle due ha avuto un ruolo simile nell’ambito della propria civiltà; in Occidente, l’Italia ha ereditato il patrimonio di Roma e non c’è nazione occidentale, dagli Stati Uniti all’Australia, che non abbia preso qualcosa da questa eredità culturale.
Allo stesso modo, l’Iran, soprattutto con i suoi scienziati e le sue dinastie, dopo l’arrivo dell’Islam, è stato al centro di questa civiltà. Escludendo l’influenza iraniana, dell’arte, della filosofia, della teologia, della storia e della teologia islamica, rimane davvero ben poco.
Il feeling in tempi moderni tra le due nazioni inizia dai tempi di Mattei, e poi prosegue anche dopo la rivoluzione islamica. Rilevante la partecipazione italiana alla completazione di progetti del settore siderurgico vicino Isfahan, la progettazione e realizzazione di centrali elettriche, la vendita di macchinari industriali.
L’Italia viene amata soprattutto per quello che “non fa” più per quello che fa; persino nei momenti più difficili delle relazioni tra Iran e Occidente, l’Italia riesce, più o meno, a mantenere una politica non ostile nei confronti dell’Iran.

Il primo partner commerciale in Europa o quasi
E’ nel periodo precedente all’amministrazione Ahmadinejad che l’Italia inizia a diventare il primo partner commerciale dell’Iran in Europa; in realtà, negli ultimi anni l’Italia inizia una perdita forte e viene rimpiazzata solidamente dalla Germania.
Ad ogni modo, la tecnologia industriale italiana è ormai conosciuta ed apprezzata per la sua qualità in Iran; nei settori in cui l’Italia poi eccelle, dalla moda agli alimentari, gli iraniano sono interessati a cooperazioni, scambio di esperienza, acquisto di merce e/o macchinari.
Insomma iraniani e italiani si conoscono già e gli anni scorsi hanno preparato un ottimo terreno fertile.

L’Italia differente dagli altri paesi europei e dalle potenze
Gentiloni e Guidi devono sapere una cosa e non scordarsela; in Iran l’Italia è avvantaggiata per un fattore molto importante, che non bisogna sottovalutare.
Quando il vice di Merkel, Gabriel, arrivò in Iran e con poca cautela diplomatica si azzardò a proporre all’Iran di riconoscere Israele, l’opinione pubblica iraniana reagì indignata e un alto comandante iraniano arrivò ad apostrofare Gabriel definendolo un funzionario europeo di quarto grado. E’ chiaro che la Germania potrebbe rimetterci qualcosa.
Quando Fabius è stato accolto da Rohani, il presidente iraniano ha detto in continuazione di voler dimenticare il passato. Perchè? Perchè la popolazione iraniana ricorda che al tempo dell’amministrazione Fabius entrarono in Iran litri di sangue infetto (di HIV il virus dell’AIDS che contagiò tanti iraniani) e non hanno nemmeno scordato quanto Fabius abbia ostacolato gli accordi nucleari su indicazione di Netanyahu.
Germania e Francia (per non parlare di Gran Bretagna o Russia), hanno anche il loro passato coloniale che non e’ certo lontano dalla mente degli iraniani.
L’Italia non ha nulla di tutto questo sul suo biglietto da visita ed anzi si presenta con l’immagine di una nazione che è sempre stata amica, anche nei momenti più difficili.

La posta in gioco
L’Italia deve far fruttare questo suo vantaggio sulle altre nazioni visto che la posta in gioco non è bassa. L’Iran ha una popolazione di circa 80 milioni di persone. Si stima che siano 185 miliardi di dollari solo i progetti energetici in cui il governo dell’Iran propone la partecipazione degli stranieri; quindi una gran bella occasione.

Buona fortuna
Per tutte le ragioni sopraelencate, Gentiloni e Guidi forse arrivano anche tardi, ma possono pur sempre essere i primi.

E allora cari ministri, buona fortuna!