Il mio Iran

Departure board.

Il cineasta iraniano Babak Karimi e il suo Iran, nella prefazione al libro di Antonello Sacchetti “Trans-Iran. Che cosa succede a chi si innamora della Persia?”

Confesso che non appena ho letto le prime bozze del libro di Antonello Sacchetti ho provato una forte invidia. Non tanto per il fatto che abbia scritto un libro, ma perché ho sentito che questo libro lo avrei dovuto scrivere io. Però la pigrizia, si sa, è un brutto affare. Nei miei quarant’anni vissuti in Italia, dove sono cresciuto e maturato anche grazie a una schiera di amici straordinari, la cosa con la quale ho sempre dovuto scontrarmi è stato proprio lo stereotipo dell’Iran.

Dalle prime discussioni con i compagni delle medie, ai quali dovevo spiegare che io e la mia famiglia non andavamo in giro con il cammello, che vivevamo in case normali, che i famosi tappeti persiani non erano volanti eccetera, fino alle discussioni più recenti con amici intellettuali, i quali a ogni vigilia della mia partenza verso l’Iran, mi dicono: «Vai in Iran? Ma come, proprio ora che c’è la guerra!». La guerra?! Ma in Iran non c’è nessuna guerra.

Purtroppo lo stereotipo dell’Oriente ha fatto sì che nell’immaginario occidentale non si faccia più differenza tra l’Iran, l’Iraq, l’Afganistan o i Paesi del Maghreb. Alla fine è tutto uguale. L’Oriente è Oriente. Uno stereotipo creato ad arte dai media e dalla politica, per garantire gli equilibri internazionali e giustificare le guerre che di tanto in tanto si devono fare.

Che la politica faccia uso di questi sistemi da stadio, dividendo il mondo in due tifoserie, è gioco noto. Ma che anche gli stessi iraniani si prestino a questo gioco, per me è sempre stato fonte di grande tristezza. Questa linea di demarcazione per cui o sei di qua o sei di là, è il più grande tradimento nei confronti di quel popolo stratificato e multietnico, che necessita solo di pace sociale. Una pace sociale che si ottiene focalizzando l’attenzione sulle similitudini e non sempre sulle differenze.

Spesso gli iraniani della diaspora apostrofano quelli che vivono e lavorano all’interno del Paese, bollandoli come collaborazionisti. E auspicano da mane a sera un cambio di regime che possa portare democrazia, libertà e progresso sociale. Però come spesso accade in queste situazioni, si limitano a degli slogan facendo i conti senza l’oste. Si dimenticano che la libertà e la democrazia sono cose che si conquistano agendo dal basso con una presa di coscienza e con la maturazione, non con gli slogan, le guerre imposte o i cambi repentini di regime pilotati da Paesi esteri, che spesso non portano a nulla di buono se non a un altro dittatore.

La democrazia richiede una maturazione e una consapevolezza che non si ottengono in una notte. Ci vuole tempo e lavoro. Con lavoro intendo quella costruzione di una coscienza sociale che cambi il pensiero popolare nel suo DNA. Per fare questo c’è bisogno di energie umane e intellettuali. Allora chiedo a questi signori: se tutti gli intellettuali e le persone capaci di smuovere qualcosa dovessero andare all’estero in attesa dei tempi migliori, chi si deve occupare della costruzione culturale e della coscienza sociale? Un Paese senza cultura è un Paese senza identità. E senza un’identità sociale non ci sarà mai un’identità politica.

Consiglio vivamente la lettura di questo libro non solo agli amici italiani, ma soprattutto agli amici iraniani che da anni sono lontani da questo meraviglioso e sempre sorprendente Paese.

Il testo di Babak Karimi può essere ripreso liberamente citando la fonte ©Infinito edizioni 2013