Mossadeq

Il video integrale e il podcast audio della diretta con Alberto Zanconato del 15 settembre 2020. Mossadeq, la sua ascesa e il golpe che nel 1953 ne decretò la fine.

Jenayat-e bi deghat

Per capire o semplicemente provare a lasciarsi affascinare da Jenayat-e bi deghat (Careless crime), film di Shahram Mokri presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 77, occorre prestare attenzione a una delle primissime scene. Siamo in una farmacia, a Teheran. Seguiamo la scena in soggettiva, attraverso gli occhi di un farmacista che si vede arrivare un cliente che richieda un farmaco (evidentemente uno psicofarmaco) introvabile a causa delle sanzioni. E quindi sappiamo che siamo nel presente, nell’Iran di oggi. Il cliente dice di essere affetto da piromania e di aver provocato un incendio quarant’anni prima. “Quarant’anni? Impossibile”, risponde il farmacista, valutando l’età del cliente. “No, non quaranta; tre o quattro anni fa”, risponde allora l’altro.

Ecco, la storia parte da qui. Siamo nel presente o nel passato? Di quale incendio parliamo? Al centro di tutta la narrazione c’è una storia realmente accaduta, esattamente il 19 agosto 1978.

La strage del cinema Rex

Sono gli ultimi mesi del regime dello scià. È il venticinquesimo anniversario del golpe del 1953 contro Mossadeq: in un quartiere popolare della città di Abadan un incendio uccide più di quattrocento tra uomini, donne e bambini che assistevano a un film nel cinema Rex. Il governo accusa della strage l’opposizione che a sua volta accusa la Savak – la polizia politica dello scià – di aver deliberatamente appiccato il fuoco e di aver bloccato le uscite del cinema in modo da provocare una strage. D’altro canto, i manifestanti attaccavano in genere cinema vuoti in cui venivano proiettati film con scene di sesso o considerati troppo “occidentali”, mentre al Rex il giorno della strage era proiettato Gavazn-ha (Il cervo), film di Massud Kimiyai che parlava di una rivolta di poveri contro le ingiustizie e che aveva a stento ottenuto il visto della censura. Qualunque fosse la verità sulla strage del Rex, il risultato politico fu inequivocabile: l’opinione pubblica attribuiva allo scià la responsabilità dell’accaduto.

Come ricorda Claudio Zito sul blog Cinema iraniano,

Quattro persone si introdussero nel locale, ciascuno di loro portando ciò che appariva come una confezione di snack, ma che in realtà conteneva benzina. Nel corso della proiezione, due di loro si allontanarono come per andare in bagno; cosparsero invece di liquido infiammabile le porte di legno e i corridoi della sala, e appiccarono il fuoco. L’incendio andò avanti quasi tutta la notte, le urla delle vittime si protrassero per ore e si udirono a centinaia di metri di distanza. Il numero dei morti è tuttora indefinito, varia dagli oltre trecento ai circa settecento, a seconda delle fonti. Un uomo perse dieci figli nell’attentato.

La tragedia del 19 agosto 1978

Lo stesso regista ha dichiarato di aver scelto come base del racconto la testimonianza dell’unico degli attentatori sopravvissuto all’incendio: Hossein Takbalizadeh, all’epoca dei fatti disoccupato e tossicodipendente, condannato a morte da un tribunale rivoluzionario nel 1980 e successivamente giustiziato in pubblico.

Una storia terribile e di sicuro imbarazzante anche per le autorità della Repubblica islamica. Durante il processo Takbalizadeh ribadì di aver dato fuoco al cinema credendo di compiere un atto rivoluzionario e negò sempre con forza qualsiasi legame con la Savak.

Passato e presente

Ed ecco che allora il film di Mokri ondeggia tra passato e presente. Siamo nella Teheran di oggi, con il Museo del Cinema con i ragazzi che affollano il caffè, ma un attimo dopo nelle stesse strade ci sono scritte che inveiscono contro lo scià. Un gruppo di studenti ha ricevuto minacce per aver organizzato la proiezione di un film (che si intitola sempre Jenayat-e bi deghat) politicamente controverso, in cui un ufficiale dell’esercito (Babak Karimi , già presente sia in Mahi va Gorbeh sia nell’altro lungometraggio di Mokri, Invasion) indaga su un misterioso missile caduto in una zona di montagna. Missile che vedremo nell’ultima scena del film, quasi come una stella cometa nefasta.

Il buio della sala è del 2020 o del 1978? I ragazzi che attaccano manifesti sfidano le autorità della Repubblica islamica o dello scià? Di quale censura e di quale repressione stiamo parlando? La tragedia scatenata allora continua ancora oggi?

Esercizio di stile

Apparentemente è tutto un difficilissimo esercizio di stile, ma se ripensiamo al film e proviamo a smontarlo poco alla volta, ci rendiamo conto di quanti temi vengono toccati e di quanto cinema ci sia in questo film.

La prima mezz’ora di film è assolutamente avvincente, con una lunga e inquietante sequenza nel Museo del Cinema di Teheran (se non lo conoscete potere fare una visita virtuale qui). Poi indubbiamente alcuni dialoghi si fanno un po’ troppo ridondanti, non tutti i”pezzi” del film si incastrano a dovere anche perché si tratta di un’operazione tutt’altro che semplice.

La locandina del film

Già sette anni fa con Mahi va gorbeh Mokri aveva stupito Venezia con il suo talento e la sua voglia di innovare il cinema. Qui la posta in palio si fa ancora più grande: ci sono almeno tre film in un film, c’è il cinema nel cinema e ci sono le storie nella Storia.

E quindi è un’opera che merita rispetto e attenzione, perché rischiare è da pochi, soprattutto in un’epoca in cui narrare è divenuto un imperativo costante per tutti.

Mokri dimostra un talento innegabile e ancora in fase di crescita. Molto moderno come tecnica e come stile narrativo. Allo stesso tempo, Jenayat-e bi deghat è un film molto iraniano. Per la storia che racconta e per l’attenzione ai dettagli del presente.

La speranza è che trovi una distribuzione in Italia e magari anche una critica capace di facilitare le scelte del pubblico.

Guarda l’intervista al regista Shahram Mokri

La terra desolata

Diciamolo subito a scanso di equivoci: The Wasteland (Dashte kamoush), opera seconda dell’iraniano Ahmad Bahrami, presentato nella sezione Orizzonti nella Mostra del Cinema di Venezia numero 77, non è un film per tutti. Questo non vuol dire che sia necessariamente un film per pochi, ma è bene precisare che siamo su corde, tempi e temi abbastanza lontani dal cinema iraniano a cui il pubblico internazionale si è abituato negli ultimi anni.

Girato in un bianco e nero bellissimo, il film è interamente ambientato in una fabbrica di mattoni nel mezzo del nulla, si suppone nell’Iran nord orientale. Qui una quindicina di persone vivono e lavorano lontani da tutti. C’è un piccolo gruppo di curdi, un altro di azeri (e sentiremo, a turno, i loro dialoghi nelle diverse lingue), c’è soprattutto il “vecchio” Lotfollah, operaio nato e vissuto sempre in quel minuscolo villaggio attorno alla fabbrica, memoria storica e punto di riferimento per tutti gli altri lavoratori. Che hanno storie e desideri spesso contrastanti.

La prima parte del film è costruita in modo molto originale, con flashback e anticipazioni, in un gioco a incastri che sposta tre o quattro volte il punto di vista della narrazione. Fino alla conclusione della scena più importante, quella in cui il padrone annuncia l’immediata chiusura della fabbrica.

La locandina del film

Da questo momento Lotfollah diventa il protagonista assoluto della scena. A lui spetta organizzare la chiusura degli impianti e la partenza di tutti i lavoratori.

È questa la parte più drammatica del film, fino a una indimenticabile scena finale.

Dashte kamoush è un film di silenzi e di movimenti di macchina lenti e avvolgenti. Alcune inquadrature (come quella mostrata nella locandina) sono capolavori di fotografia.

Forse è inutile voler individuare un messaggio unico del film. Ci sono diversi elementi esistenziali, c’è di fondo un tema politico, di mancata lotta di classe. Ma – più di molti altri – questo è un film che va semplicemente visto.

Non è certo un film di speranza, ma sicuramente è un film d’arte.

Ashura

Davood Abbasi in diretta da Teheran ci spiega l’importanza di questa ricorrenza religiosa nell’Islam sciita e in Iran in particolare

Trovare se stessi a Mashad

Finding Farideh

Simmetrie delle scelte o semplici coincidenze. Perdersi e trovare se stessi. Proprio mentre leggevo Perdersi di Charles D’Ambrosio, ho potuto finalmente vedere in streaming un film che “inseguivo” da un anno. Finding Farideh (در جستجوی فریده) è un documentario diretto e prodotto da due giovani registi di Teheran, Azadeh Mousavi e Kourosh Ataee. Racconta la storia (vera) di Farideh, quarantenne di Amsterdam, adottata da una coppia olandese in un orfanotrofio di Teheran quando aveva solo sei mesi, che si mette alla ricerca del proprio passato.

Prima inizia a studiare la lingua e la cultura del suo Paese di origine, poi apre un blog in cui racconta la propria storia e cerca di risalire alla propria famiglia biologica. Poi si mette in contatto con un legale di Teheran e scopre così di essere stata abbandonata ancora in fasce nel santuario dell’Imam Reza di Mashad. La sua storia finisce sui giornali locali e tre famiglie si mettono in contatto con lei nella speranza di aver ritrovato la figlia perduta.

Arriva quindi il momento di partire per l’Iran e sottoporsi al test del DNA. E ritrovare la propria terra d’origine.

La prima parte del film, quella che precede il viaggio, è paradossalmente la più emozionante e anche quella più “lacrimogena”. C’è tutta la crisi della protagonista che si appresta a quello che è a tutti gli effetti il viaggio più importante della sua vita.

E poi finalmente Farideh atterra in Iran. E qui ci sono dei momenti molto drammatici e anche molto toccanti, come la visita notturna al santuario dell’Imam Reza, sotto una leggera nevicata.

Il film, girato nel 2015, è stato scelto nel 2019 come candidato iraniano agli Oscar, venendo preferito – tra gli altri – al pluripremiato e campione di incassi (ma assolutamente sopravvalutato) Metri shish o nim (Just 6.5) di Saeed Roustayi. Scelta quanto mai azzeccata, a mio modesto avviso.

Colpisce come la macchina da presa riesca a essere sempre presente senza mai sconfinare nell’estetica morbosa del reality. Questo è sicuramente il merito più grande dei due registi. Ed è anche una scelta che ricalca una tendenza letteraria degli ultimi venti anni, quella della cosiddetta “letteratura della realtà”, tra memoir, reportage e “autofiction”, resa celebre da autori come Annie Ernaux, Rachel Cusk e Karl Ove Knausgård, solo per fare alcuni esempi.

Non anticipiamo l’esito della ricerca di Farideh. Diciamo soltanto che alla fine il viaggio, come in tutte le storie che valgono, sta già nella decisione di partire.

Visita il sito del film: http://findingfarideh.com/

Coup 53

La speranza è che venga distribuito presto anche per il pubblico italiano. Coup 53 non è solo un documentario imperdibile per chi si interessa di Iran, ma è anche un film bellissimo e appassionante. La struttura narrativa sembra quella di un giallo. Perché in effetti c’è un mistero che viene svelato in questo film e grazie a questo film.

La storia ha dell’incredibile: il regista iraniano Taghi Amirani e il montatore Walter Murch, impegnati nella realizzazione di un documentario sul golpe che nel 1953 rovesciò il premier iraniano Muhammad Mossadeq, si imbattono in materiali d’archivio nascosti da decenni. Da alcuni vecchi filmati in 16 mm e nelle trascrizioni di una vecchia serie di documentari storici della BBC, emergono le prove di come la Gran Bretagna non solo partecipò il colpo di Stato, ma ne fu il principale promotore, convincendo l’amministrazione Usa, inizialmente riluttante.

Non è un dettaglio da poco: se gli Stati Uniti hanno pubblicamente ammesso da oltre vent’anni le loro responsabilità nella cosiddetta “Operazione Ajax”, Londra continua ufficialmente a negare qualsiasi coinvolgimento.

Ho potuto vedere il film il luglio scorso nell’edizione online del Festival di Taormina.

Il 19 agosto 2020 ci saranno proiezioni online negli Usa e in alcuni Paesi europei. Ci sarebbe piaciuto “ospitare” su Diruz una proiezione in streaming ma non è stato possibile.

Per tutte le informazioni questo è il sito ufficiale: https://coup53.com/

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