Cosa vuol dire Diruz

Diruz in persiano vuol dire “ieri”.  Per un blog di informazione potrebbe sembrare una contraddizione: perché non parlare piuttosto dell’oggi o del domani?

Semplicemente perché sull’oggi si strilla troppo e sul domani si azzardano spesso previsioni sbagliate, dettate dalla malafede o dal sensazionalismo.

A noi piace parlare di Iran con calma, sulla base di quello che conosciamo, attraverso la nostra esperienza diretta, i nostri studi e il contributo di amici.

Sviluppato su piattaforma wordpress, Diruz nasce da una costola de Il cassetto – L’informazione che rimane (www.ilcassetto.it ) , rivista on line fondata e diretta da Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore appassionato di Iran.

Il nuovo blog contiene una mappa del potere iraniano, il testo integrale della Costituzione della Repubblica islamica e una serie di schede e mappe sulla composizione etnica, linguistica e religiosa del Paese.

Oltre a questa parte fissa, il blog è articolato in 6 rubriche: analisi, cultura, protagonisti, storia, reportage e cucina.

Si comincia con le prime 3 puntate del reportage di Sacchetti (da poco rientrato da Teheran), un ritratto del primo premier della Repubblica islamica Mehdi Bazargan, un’analisi degli ultimi sviluppi della querelle nucleare, una guida alle imminenti elezioni parlamentari e la prima di una serie di ricette di piatti tipici.

Diruz punta a sfruttare al massimo i social media e a coinvolgere il più possibile i lettori nel tentativo di offrire un punto di vista non fazioso sull’Iran.

Buona lettura.

Il volo di Fariba Vafi

Scrittrice iraniana

Prima di parlare di Fariba Vafi e del suo romanzo “Come un uccello in volo”, facciamo un piccolo passo indietro. Salone del libro di Torino, maggio 2010. La sezione “Lingua madre” ospita Said Sayrafiezadeh, 42enne autore del romanzo “Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard”, edito in Italia da Nottetempo. Il programma dell’incontro riporta il sottotitolo “Dall’Iran”.

L’autore ha una faccia simpatica, sembra timido. Ha un completo scuro, senza cravatta. Somiglia un po’ a un bancario in pausa pranzo. Fa uno strano effetto vederlo intervistato da Hamid Ziariati, scrittore iraniano da anni in Italia, che invece è in puro stile grunge, capelli lunghi e maglione extra size.

Sayrafiezadeh, padre iraniano e madre americana, esordisce dicendo (in inglese) che lui in Iran non c’è mai stato e non parla nemmeno persiano. Ma allora, perché metterlo nella sezione “Lingua madre” e indicarlo come un autore proveniente dall’Iran? Semplice: perché l’Iran “tira”, fa vendere copie, è esotico. Nulla da ridire su Sayrafiezadeh, che mi rimane simpatico, ma mi è passata la voglia di leggere il suo libro e di ascoltare l’incontro.

Di libri sull’Iran scritti dagli iraniani della diaspora, negli ultimi anni ne abbiamo avuti fin troppi. Tutto ebbe origine nel 2004 con “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi, passando poi per la saga fumettistica di Persepolis di Marjane Satrapi e arrivando a una serie di libri più o meno interessanti, tutti sicuramente molto furbi.

Vive invece a Teheran Fariba Vafi, autrice di ‘Come un uccello in volo’, da pochi giorni nelle librerie italiane, prima pubblicazione della nuova casa editrice Ponte33. Nata ufficialmente nel luglio 2009, con sede a Firenze, Ponte33 è guidata da Irene Chellini, antropologa, Felicetta Ferraro, iranista e già addetto culturale dell’ambasciata italiana in Iran e Bianca Maria Filippini, iranista ed esperta di letteratura iraniana.

Il suo nome, Ponte33, si ispira al Si-o-se pol (‘ponte dei 33 archi’), famoso ponte di Isfahan sotto le cui arcate i giovani della città sono soliti radunarsi. L’obiettivo della casa editrice è tradurre e pubblicare titoli legati all’Iran contemporaneo e al resto del mondo persanofono (Afghanistan,Tagikistan). Narrativa, quindi, ma anche poesia, saggistica, arte ed eventualmente musica, di autori iraniani, afghani, tagiki, con l’intento di offrire uno sguardo “dall’interno” alle società contemporanee di un’area ormai da decenni al centro dell’attenzione internazionale per le complesse vicende politiche e l’interesse geostrategico che la caratterizzano, eppure ancora poco nota nei suoi aspetti culturali e sociali fondamentali. Parallelamente, è intenzione di Ponte33 dare vita ad una collana specifica dedicata alla divulgazione della produzione internazionale di analisi e saggistica sull’area, sinora quasi del tutto assente in Italia.

“L’Iran è troppo spesso raccontato da scrittori della diaspora – spiega Felicetta Ferraro. La qualità della loro produzione letteraria è poco convincente. Viene proposto uno stereotipo dell’Iran, fin dalle copertine, che ritraggono quasi sempre chador e turbanti. Di sicuro c’è un dolore autentico dietro le storie che vengono raccontate, ma in molti casi gli autori non vanno in Iran da 30 anni”.

Nel frattempo, l’Iran è cambiato molto. Oggi ci sono almeno 370 scrittrici, 13 volte di più rispetto agli anni novanta, e un numero quasi uguale a quello degli scrittori. Inoltre, in un Paese dove la tiratura media è di 5.000 copie, diversi libri scritti da donne sono stati stampati in 100mila copie.

Fariba Vafi è una delle figure più significative del panorama letterario iraniano contemporaneo. Nasce a Tabriz nel 1962 e dopo il diploma e un breve periodo di lavoro in fabbrica, frequenta a Teheran la scuola di formazione della polizia femminile islamica. Rientrata a Tabriz, viene impiegata come guardia carceraria ma abbandona il servizio dopo solo tre mesi. “Venni arruolata perché ero alta. Cercavo un lavoro a avventure da raccontare”, spiega oggi. Dopo il matrimonio, pur vivendo lontana dagli ambienti letterari della capitale, riesce ad imporsi all’attenzione della critica e dei lettori. Pubblica il suo primo racconto, Rohat shodi pedar (“Ora sei in pace, papà”) nel 1988. Nel 1996 dà alle stampe una prima raccolta e quindi quattro romanzi, di cui Come un uccello in volo (“Parande-ye man”) è il primo tradotto in italiano.

È un libro molto particolare, intenso ma mai pesante. Scritto in uno stile minimalista, racconta la storia di una giovane casalinga imprigionata nel suo ruolo di madre e moglie. Immaginiamo che sia in Iran, ma in realtà non nomina mai il luogo in cui vive. Desidera una vita migliore, ma non vuole abbandonare né la propria casa né il proprio Paese, mentre suo marito Amir è ossessionato dal desiderio di emigrare in Canada e a un certo punto va a lavorare in Azerbaigian.

Nel racconto – narrato in prima persona – emergono a tratti i fantasmi dell’infanzia e incubi legati al presente, ma il tono non è mai disperato. Si ride, persino, in alcuni momenti. Non aspettatevi niente di “esotico”: qui non ci sono interminabili elenchi di piatti tipici o descrizioni ossessivamente inutili di feste tradizionali. C’è una protagonista, una storia, sentimenti, emozioni. È un romanzo, un bel romanzo, non una guida liofilizzata all’Iran. Eppure, ne siamo convinti, se lo leggerete capirete qualcosa in più di questo Paese.

Abgusht per tutti

E’ sicuramente uno dei piatti iraniani più “impegnativi” ma anche più caratteristici. Si tratta di una zuppa di ceci e carne di montone da gustare con il pane nan.

L’absgusht (ab=acqua e gusht= carne) viene cotto in un brodo con l’aggiunta di cannella e cipolla rossa. Quando si termina il brodo, si versa quanto rimasto nella scodella.

Con luna specie di forchetta a base piatta si schiaccia quanto rimasto nel piatto e lo si mangia con i pezzetti di pane. Qualcuno aggiunge del limone per rendere il tutto meno pesante. Altri avvolgono la cipolla dolce in foglie di menta.

Ingredienti (per una porzione):

un pezzo di carne (150 gr) di montone ev. con osso

50 gr grasso di montone (parte del sedere)

50 gr ceci

1 patata

1 pomodoro

1 cipolla rossa dolce

pane piatto (barbari)

Ricetta:

I ceci vanno messi a mollo con parecchie ore di anticipo. Si cuoce la carne con acqua fredda e sale per 2 ore e mezzo. Durante la cottura bisogna togliere di  il grasso in eccesso. Si aggiungono i ceci, pomodori e patate.  A discrezione, curry giallo o cannella.  Si rimette il tutto sul fuoco per un’altra ora.

Non leggero, ma buonissimo.

Buoni e cattivi /1

Come avevo immaginato il ritorno a Tehran in questi 4 anni? Non ricordo, forse non lo avevo poi immaginato così tanto. L’immaginazione presuppone una volontà precisa, un desiderio formato, che probabilmente non avevo avuto mai. L’ultima volta ero andato via da Tehran in una silenziosa notte d’aprile del 2008. Ne sarebbero successe di cose, non solo in Iran, da allora.

Sono tornato in Iran in occasione del Fajr, il festival cinematografico che si svolge dal 1982 ogni febbraio a Teheran per celebrare la rivoluzione del 1979.  Sono stato invitato a partecipare a un convegno intitolato “Hollywoodism”. In altre parole, l’industria cinematografica americana come strumento politico di Washington. “Il cinema è l’arma più potente”, diceva un mascellone nostrano quando fondò Cinecittà e forse non aveva tutti i torti.

Fa un certo effetto partecipare a questo convegno, perché appena pochi giorni fa “Una separazione” di Asghar Faradi ha vinto il Golden Globe e si candida all’Oscar come miglior film straniero. E allora cosa è questo Hollywoodismo? Avremo modo di parlarne. Il dibattito sarà tutt’altro che scontato e monocorde. D’altra parte, solo chi non conosce l’Iran può meravigliarsi di questa apparente contraddizione.

In questa notte d’inverno, Teheran mi accoglie con vento che pensavo gelido e invece è solo freddo, persino meno fastidioso di quello che ho lasciato a Roma. Inconfondibile ma invece evidentemente rimosso in questi anni, il puzzo di benzina nell’aria, anche alle 5 del mattino. Le strade sono bagnate attorno all’aeroporto. Mano a mano che saliamo verso nord, le pozzanghere lasciano il posto a cumuli di neve. Anche gli alberi sono scheletri imbiancati. Il cielo non ha nuvole, non ne vedrò per tutti i giorni a venire. Pioggia, neve e tanto grigio.

L’arrivo all’hotel Azadi è l’ingresso in una postmoderna babele. Ci accolgono delle guide del ministero della Cultura e della guida islamica. Sono giovani, parlano un inglese fluente. Me li immaginavo molto diversi, a essere sincero. Gli uomini sono vestiti in modo informale, alcuni hanno i capelli lunghi. Delle donne. solo una indossa il chador. Tutti sono molto puntuali e molto, molto presenti. Anche troppo.

Il pomeriggio successivo si perde in un traffico d’inferno. Due ore per raggiungere il centro dove avviene l’inaugurazione del Fajr Festival. Ammucchiati su due pullman scalcinati, attraversiamo un fiume di auto sotto una pioggia incessante. Autostrade che si intersecano, fantasmi che si aggirano tra le auto in sosta cercando di vendere mazzi di fiori ricoperti da buste di plastica. Un grigio mai visto. Quattro anni fa aveva salutato una Teheran immobile. Ora quella Teheran che ricordavo è semplicemente invisibile. Cosa c’è dietro il finestrino? Quale incubo di città è questa?

All’apertura del convegno un caos pazzesco, solo posti in piedi, riscaldamento eccessivo e assolutamente insalubre. La voglia di scappare è tanta. Eppure, alla fine, è solo una questione di tempo. Poco a poco, col passare dei giorni, la città che ricordavo emerge un pezzo alla volta, una strada alla volta, un’atmosfera alla volta.

Eccolo qui il Paese raccontato mille volte da persone che non lo hanno mai visitato. Analizzato, vivisezionato da presunti esperti di geopolitica o da iraniani che non ci tornano (perché non ci possono tornare) da 30 anni o forse più.

Di sicuro, è un clima molto più pesante quello che trovo adesso rispetto al 2008. Ed è tutto dire. Quattro anni fa tutti parlavano di quanto fosse divenuta cara la vita e si aspettavano (o almeno speravano) un cambiamento con le elezioni dell’anno successivo. Sappiamo cosa sia poi successo. Oggi si parla anche dell’inflazione e della disoccupazione, ma il tema che tiene banco è la guerra. Attaccherà Israele? Anzi: quando attaccherà? Perché sono tutti convinti che si tratti solo di tempo: prima o poi la guerra arriverà. O forse è già cominciata. Con le “misteriose” esplosioni nelle basi militari di Teheran e Isfahan (in tutto oltre 40 morti) e con gli omicidi degli scienziati coinvolti nel progetto nucleare. Per non parlare delle sanzioni e di come tutto sia più complicato. Ma attenzione: tutto questo al momento gioca a favore e non contro il sistema politico iraniano. Avevo trovato un Iran molto più diviso nel 2008. Oggi gli iraniani sono più preoccupati, ma soprattutto per la situazione internazionale. La politica interna – almeno apparentemente – rimane sullo sfondo.

1 – CONTINUA

Iran e Israele, un’infida alleanza

Un grande accordo, un “great bargain”, per dirla all’inglese. Gli iraniani, in un accordo di “reciproco rispetto” si dichiarano pronti a interrompere il loro sostegno ad Hamas e alla Jihad islamica e di premere su questi gruppi affinché cessino gli attacchi ad Israele. Teheran si impegna inoltre a sostenere il disarmo di Hezbollah e a trasformarla in un partito politico. Per quanto riguarda la questione nucleare, l’Iran si dichiara pronto a ispezioni internazionali e si impegna a sottoscrivere il protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

L’Iran offre inoltre piena collaborazione nella lotta ad Al Qaeda e nella stabilizzazione politica in Iraq. Cosa forse più sorprendente, Teheran si dice pronta ad accettare il piano di pace saudita per il Medio Oriente del marzo 2002, nel quale i Paesi arabi di dicevano pronti alla pace con Israele in cambio del ritiro dai Territori occupati, la creazione di uno Stato palestinese, un’equa divisione di Gerusalemme e una soluzione equilibrata del problema dei profughi.

In cambio l’Iran chiede la consegna dei Mojaheddin del Popolo (MKO, formazione terroristica iraniana di stanza in Iraq dai tempi di Saddam, e un accordo di lungo termine che ponga fine alla contrapposizione con Washington. I punti sono pochi ma fondamentali: fine di ogni sanzione, riconoscimento degli interessi iraniani in Iraq e sostegno alla richiesta di riparazioni nei confronti di Baghdad per la guerra 1980 – 88, riconoscimento del diritto dell’Iran al nucleare civile e alle tecnologie chimiche e biologiche, e, infine, riconoscimento della legittimità del diritto di sicurezza iraniano nella regione.

No, non è né un pesce d’aprile né un’ipotesi da fantapolitica. È storia. Ce la racconta Trita Parsi in un libro molto interessante, purtroppo non ancora edito in Italia. Si intitola “The treacherous alliance. The Secret Dealings of Israel, Iran and the United States”, che può essere tradotto come “L’alleanza infida. Gli accordi segreti tra Israele, Iran e Stati Uniti”.

Quella raccontato poco sopra è l’offerta clamorosa che nel maggio 2003 (poche settimane dopo l’ingresso degli americani a Baghdad) gli iraniani fecero pervenire agli Stati Uniti tramite l’Ambasciata svizzera a Teheran. Il documento era stato elaborato dall’allora presidente Mohammad Khatami, dal suo ministro degli Esteri Kamal Kharrazi, dall’ambasciatore presso l’Onu Zarif, dall’ambasciatore a Parigi Sadegh Karrazi (nipote del ministro degli Esteri) e – sopratutto – aveva il placet della Guida suprema Ali Khamenei.

A Washington il vicepresidente Cheney e il segretario di Stato Rumsfeld risposero: “Noi non parliamo col diavolo”. Non solo, rimproverarono gli svizzeri per aver consegnato la proposta e il canale di comunicazione si chiuse lì.

Perché? Perché allora gli Usa erano convinti di stravincere in Iraq, che avevano invaso e occupato facilmente e lessero la proposta iraniana come una dimostrazione di paura e di debolezza. Si diceva già che Teheran fosse la tappa successiva della crociata neocon, dopo Kabul e Baghdad.

È doveroso ricordare che proprio per la guerra in Afghanistan, ci fu un’effettiva collaborazione tra iraniani e americani. Non solo Teheran concesse il diritto di sorvolo all’aviazione Usa, ma partecipò in modo determinante alla Conferenza di Bonn sul futuro dell’Afghanistan e fu il Paese più generoso al vertice dei paesi donatori di Tokyo. Nonostante questo atteggiamento (frutto di una serie di vertici segreti ma ormai appurati tra americani e iraniani), Bush inserì Teheran nell’Asse del Male nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel gennaio 2002, inferendo un colpo pesantissimo sul futuro politico di Khatami. Allora Washington aveva una posizione molto ideologica e non riteneva conveniente un dialogo con Teheran.

Atomi di stagione

Nucleare Iran

Puntuale come gli alberi di Natale a dicembre, la questione del nucleare iraniano è tornata al centro del dibattito politico internazionale. Si è parlato moltissimo del rapporto pubblicato dall’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) lo scorso 8 novembre. Se ne è parlato molto prima ancora che il rapporto fosse di pubblico dominio. Il quotidiano francese Le Figaro aveva preannunciato prove schiaccianti circa il carattere militare del programma iraniano. In realtà, ad esaminare con attenzione le 14 pagine del rapporto GOV/2011/65, non solo non si trova alcuna “pistola fumante”, ma è difficile persino rintracciare sostanziali novità riguardo altri rapporti dell’AIEA sulla stessa questione. L’agenzia passa in rassegna lo stato dei vari impianti e dichiara di “non essere in grado di fornire credibili assicurazioni sull’assenza di materiali e attività nucleari non dichiarate”.

 

Facciamo un passo indietro.

 

La querelle dell’atomica iraniana comincia nel 2002, quando tecnici russi cominciano a collaborare con gli iraniani per la costruzione di un reattore nucleare a Bushehr. Sempre nello stesso anno, i Mojaheddin-e Khalq (MKO), controverso gruppo politico d’opposizione al regime iraniano, rivela che Teheran si starebbe per dotare di armi nucleari. Nel febbraio 2003 l’allora presidente Mohammad Khatami ribadisce il carattere pacifico del programma nucleare, comunica all’AIEA l’attività dell’impianto di Natanz, e invita gli ispettori. Il 26 novembre è la stessa Agenzia ad approvare una risoluzione di collaborazione con l’Iran. Per qualche tempo la situazione sembra sotto controllo. Con l’elezione di Ahmadinejad nel 2005 il programma nucleare torna d’attualità e si comincia a parlare di “minaccia iraniana”.

 

 

Le prime sanzioni sono approvate dall’Onu il 24 aprile 2007. Pochi mesi dopo Mohammad El Baradei dichiara che non ci sono prove che l’Iran stia lavorando per avere armi nucleari. Gli fa eco il 4 dicembre il National Intelligence Estimate (NIE), agenzia Usa che si dichiara convinta che l’Iran abbia sì condotto programmi per avere una bomba atomica, ma li abbia interrotti nel 2003. Concetto ribadito dall’AIEA nel 2011: un programma nucleare militare c’è stato fino al 2003; oggi crediamo che “alcune attività di quel programma potrebbero continuare (on going)”, seppure non all’interno di un programma preciso. Su questa “confusione” pesa indubbiamente il comportamento ambiguo dell’Iran, che non ha voluto spiegare l’impiego di alcuni detonatori (utilizzabili anche in ambito civile) acquistati di recente. Così come ha alternato momenti di collaborazione ad altri di intransigente orgoglio nazionalista.

 

Va però precisato che anche l’AIEA ha assunto, con il presidente Yukiya Amano al posto del dimissionario El Baradei, un ruolo sempre più politico e sempre meno super partes. Prima della pubblicazione di questo ultimo rapporto, Amano ha consegnato un briefing all’amministrazione Obama. Non proprio un esempio di correttezza.

Sono poi arrivate le nuove sanzioni da Usa, Gran Bretagna e Canada La NATO ha dichiarato che non esistono piani di attacco all’Iran, mentre la Russia ha definito le sanzioni ”inaccettabili e contrarie al diritto internazionale”.

 

 

Israele rincara le accuse e minaccia azioni militari preventive. Quando però Israele ha voluto colpire i suoi nemici, lo ha fatto senza proclami. È stato così nel 2007, quando ha bombardato un reattore nucleare in Siria. Stessa storia nel giugno 1981, quando bombardò l’impianto nucleare di Osirak per fermare le ambizioni nucleari di Saddam Hussein. In quell’occasione l’Iran (in guerra contro l’Iraq) fu un prezioso alleato di Israele. Non solo preparò il terreno con un bombardamento alcuni mesi prima, ma si accordò segretamente con Israele: in caso di necessità, i jet dello Stato ebraico avrebbero potuto contare sullo scalo iraniano di Tabriz. Non c’è da meravigliarsi di questa insolita alleanza: Iran e Israele hanno una storia di accuse palesi e accordi segreti. Sono legati, in fondo, da un destino comune: sopravvivere come Paesi non arabi in un oceano arabo-sunnita. Oggi Israele, accusando l’Iran, distoglie l’attenzione dall’infinita questione palestinese e rimanda qualsiasi impegno decisivo per il processo di pace. Teheran, dal canto suo, liquida qualsiasi dissenso interno come “complotto sionista”.

 

È per lo meno azzardato definire l’Iran (che l’atomica di sicuro non ce l’ha) una minaccia per Israele, che di testate ne ha 300 e non aderisce al Trattato di non proliferazione. Più in generale, è del tutto sbagliato raffigurare Teheran come un attore politico irrazionale, mosso dal furore ideologico o, peggio, dalla presunta follia dei suoi leader. Nessuna delle guerre che hanno sconvolto il Medio Oriente nel XX secolo è stata scatenata dall’Iran. Fu Saddam Hussein, convinto di potersi liberare con una guerra lampo dell’eterno nemico sciita e persiano, ad attaccare. Ma le aggressioni, si sa, rafforzano le rivoluzioni. Fu così per la Francia nel 1789 e per la Russia nel 1917. È stato così anche per la Repubblica islamica nel 1980. E certamente le polemiche di questi giorni non fanno che rafforzare l’establishment iraniano. I persiani sono un popolo orgoglioso e nazionalista, pronto sempre a superare le divisioni interne contro un nemico esterno.

 

Riguardo poi i singoli personaggi, va detto che Ahmadinejad, è tra i meno intransigenti sul nucleare. Fosse stato per lui, avrebbe sottoscritto l’accordo col gruppo dei 5 + 1 nell’ottobre 2009 che prevedeva l’arricchimento dell’uranio iraniano all’estero. Fu la Guida suprema Khamenei (che per la Costituzione iraniana ha l’ultima parola in politica estera) a frenare. Anche da parte occidentale, allora, prevalsero i falchi e l’accordo saltò.

 

Le cosiddette “primavere arabe” hanno eliminato diversi equivoci. Dimostrato che esiste un’alternativa democratica (per lo meno nelle intenzioni) all’islamismo fondamentalista, è più difficile presentare lo status quo come immutabile. L’Egitto post Mubarak ha un atteggiamento ben più critico nei confronti di Israele e serve a poco addossare ogni colpa ai Fratelli musulmani. L’Arabia Saudita e le monarchie ereditarie del Golfo Persico temono l’Iran come potenza regionale e sosterrebbero volentieri un attacco contro Teheran. Ma quale sarebbe la reazione delle masse musulmane e delle minoranze sciite in particolare? Emblematico quanto avvenuto il 21 novembre in sede Onu: la risoluzione di condanna della situazione dei diritti umani in Iran è passata con il sì di Tunisia e Libia, mentre l’Egitto si è astenuto e la Turchia non ha partecipato al voto.

 

Con tutte le sue contraddizioni e le sue ingiustizie, la Repubblica islamica ha raggiunto, attraverso la rivoluzione, un’autonomia politica effettiva, invidiata da molti Paesi arabi. Che piaccia o meno, l’Iran è un Paese chiave del Medio Oriente, con cui sarebbe necessario confrontarsi senza pregiudizi.

 

N.B.

 

Questo articolo era stato richiestoo (e inizialmente approvato) da un mensile italiano. Poco prima di andare in stampa, è stato però cassato dal direttore che lo ha giudicato troppo possibilista nei confronti dell’Iran. Una folgorazione sulla via di Damasco? Chissà.

 

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Assedi

L’assalto all’ambasciata britannica di Teheran del 29 novembre suscita inevitabilmente il confronto con la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa del 1979. A livello internazionale, quel caso determinò la rottura dei rapporti diplomatici tra Washington e Teheran e – più in generale – isolò l’Iran, che l’anno seguente venne attaccato dall’Iran di Saddam Hussein.

Per quanto riguarda la politica interna, la crisi si rivelò un passaggio decisivo nelle sorti della rivoluzione e dello sviluppo della Repubblica islamica. Khomeini, che inizialmente venne colto di sorpresa dall’azione degli studenti, riesce a utilizzare la crisi per rafforzare la propria leadership a discapito delle altre anime della rivoluzione. Bani Sadr – eletto presidente nel gennaio 1980, a crisi già iniziata – sarà progressivamente emarginato e costretto alla fuga nel giugno 1981.

Completamente diversa la crisi di oggi. La scintilla per questo incidente sono state le sanzioni decise da Londra in seguito all’ultimo rapporto AIEA sul programma nucleare iraniano. Rapporto – per la verità – privo di vere novità. E – a dirla tutta – anche le sanzioni inglesi non sono poi così dirompenti, considerato il modesto interscambio commerciale Iran/Gran Bretagna.

Ma la posizione inglese rischia di fungere da traino in sede di Unione europea (e allora le cose sarebbero più gravi per Teheran). E poi la “vecchia volpe inglese” è il nemico per antonomasia, la fonte di tutte le sventure per il popolo iraniano. Dai grandi giochi imperialistici del XIX secolo, al golpe contro Mossadeq del 1953. A livello di chiacchiera popolare, persino oggi qualche iraniano arriva a dire che l’attacco all’ambasciata gli inglesi se lo siano fatti da soli.

La scorsa settimana il majles (parlamento) ha approvato una una legge che riduce le relazioni con Londra al livello di incaricato d’affari. Dopo l’approvazione di questo provvedimento da parte del Consiglio dei Guardiani, l’espulsione dell’ambasciatore sarebbe stata automatica entro un mese. L’assalto ha dato al tutto un’accelerazione drammatica. Ad ogni modo, è impossibile rintracciare elementi di spontaneità in un’azione che alcuni esponenti politici avevano persino suggerito. Nemmeno 48 ore prima dell’assalto, il deputato Mehdi Kuchakzadeh aveva infatti detto che se la Gran Bretagna avesse insistito “con le sue istanze malvagie, il popolo iraniano lo colpirà entro il mese, esattamente come accadde al covo di spie americano”. Insieme agli “studenti “ c’era anche un altro parlamentare, Hamid Rassi, secondo il quale la riduzione dei rapporti diplomatici “ha fermato la rabbia del popolo. Altrimenti l’ambasciata sarebbe stata distrutta”.

Da noi, qualche tempo fa, avremmo parlato di “mandanti morali”. Però attenzione: non è un caso che a fare la voce grossa siano parlamentari e non esponenti del governo. Il presidente Ahmadinejad non ha finora detto nulla e nemmeno la Guida suprema Khamenei. Il ministro degli Esteri ha espresso rammarico per gli inaccettabili attacchi di un piccolo numero di manifestanti da biasimare. In un comunicato ufficiale sostiene che “è stato chiesto alle autorità competenti di adottare immediatamente le misure necessarie. E una dozzina di manifestanti sarebbero stati arrestati. Ma non cambia la sostanza: un assalto del genere può avvenire soltanto con la complicità delle forze dell’ordine, a cui però, probabilmente, la situazione è poi sfuggita di mano.

Significativa la posizione del presidente del Parlamento Ali Larijiani, che non ha condannato l’assalto ma ha invece criticato la condanna del Consiglio di sicurezza dell’Onu : La condanna affrettata del Consiglio di sicurezza nonostante la polizia abbia tentato di mantenere la calma punta a coprire i crimini del passato di Gran Bretagna e America. La rabbia che ha portato gli studenti arrabbiati per la linea della Gran Bretagna a occupare l’ambasciata è il risultato di decenni di prepotenze di Usa e Gb.

Ecco allora che anche in questa situazione sembra delinearsi il confronto tra presidente e parlamento che dal 2009 attanaglia la politica iraniana. A un anno e mezzo dalle prossime presidenziali, Ahmadinejad è assediato dagli ultraconservatori che non gli risparmiano attacchi violentissimi. Il suo governo sarebbe coinvolto nello scandalo della Banca Saderat, una frode finanziaria da 2,6 milioni di dollari.

Senza dimenticare le esplosioni nelle basi militari a Teheran il 12 novembre (27 pasdaran uccisi) e lunedì a Esfahan. Le autorità hanno parlato di incidenti, ma il sospetto è che si sia trattato di attacchi mirati, ordinati probabilmente dall’esterno.

Un presidente assediato all’interno, un Paese assediato dall’esterno. L’assalto all’ambasciata inglese non ha prodotto nulla di irreversibile. Ma di certo è tutto più complicato.

Paura atomica?

Il rapporto dell’AIEA accusa l’Iran di lavorare ad un ordigno nucleare. Da Teheran fioccano le smentite, la comunità internazionale si interroga su cosa fare. Israele minaccia l’intervento militare, gli Stati Uniti attendono, mentre la Russia fa sapere di non essere disponibile. A Linea Mondo ne parlano Talal Khrais, corrispondente di As Safir, Antonello Sacchetti, giornalista. Conduce Alessandro Mazzarelli.

Una separazione

Se siete appassionati di cinema, ne avrete già sentito parlare molto bene. Se di film ne vedete pochi, andate assolutamente a vedere “Una separazione”, dell’iraniano Asghar Farhadi. È un consiglio da appassionato di cinema, non da persofilo. Il titolo originale recita “Jodaeiye Nader az Simin”, cioè, se il mio persiano non mi inganna, “La separazione di Nader da Simin”. Il che ci fornisce già una prospettiva narrativa molto netta. Nader è, in effetti, più protagonista di Simin. Ed è il suo essere separato dalla moglie, il motivo narrativo dominante. Una coppia relativamente giovane (hanno entrambi meno di 40 anni) decide di separarsi. Lui lavora in banca, lei è insegnante. Piccola borghesia, diremmo noi in Italia. Piccolissima borghesia a Teheran, dove non conta tanto che lavoro fai ma ciò che possiedi.

I due hanno in mano i visti per trasferirsi all’estero, ma lui, Nader (Peyman Moaadi) non vuole abbandonare il padre, malato di Alzheimer. Lei, Simin (Laila Hatami), si trasferisce a casa dei propri genitori. La figlia Termeh (Sarina Farhadi, figlia del regista), 11enne, rimane col padre.

Una soluzione temporanea, almeno così sembra, in attesa di chiarirsi le idee e tornare dal giudice per una decisione definitiva. Ma le conseguenze dell’amore (che finisce), sono in agguato. Per accudire l’anziano (Ali-Asghar Shahbazi), viene ingaggiata come badante la chadori Razieh (Sareh Bayat), donna religiosissima e incinta, con un marito disoccupato e sempre ostaggio dei creditori.

In questo intreccio di per sé già abbastanza complesso, interviene l’imprevedibile. Che non vi raccontiamo per non rovinarvi la visione. Diciamo soltanto che la storia rimane tirata fino alla fine. E tutto è sempre un po’ diverso da quello che sembra a prima vista. Non completamente diverso, ma giusto quel tanto che basta a far sì che abbiano un po’ tutti ragione e un po’ tutti torto.

Quello che rimane allo spettatore è una storia scritta benissimo, in cui non c’è forse una scena o una battuta di troppo. Chi scrive, ama profondamente l’Iran e  la sua cultura. Ma ha un approccio molto tiepido col cinema iraniano. Non se la prendano i cultori di Kiarostami, ma di alcuni film come “E la vita continua” e “Il sapore della ciliegia”, ricordo soprattutto la noia. Diverso il discorso per Jafar Panahi e soprattutto per Farhadi, di cui mi aveva colpito moltissimo Chaharshambè surì, (2006), purtroppo inedito in Italia e il comunque intenso Darbaraye Elly (2009), tradotto (chissà perché) all’inglese About Elly in Italia.

Altri film di registi delle ultime generazioni rimangono invece terribilmente antiquati nel loro stile narrativo. Shekarchi (The hunter) di Rafi Pitts è stato spacciato all’estero come un thriller innovativo e avvincente. Ma per me è uno dei film più brutti che abbia mai visto, doppiato, oltretutto, in modo disastroso.

Farhadi è invece su un altro livello. Sobrio eppure vivacissimo. Non ci si annoia, non ci si distrae un attimo. Eppure non c’è una scena di violenza, non c’è la trovata accattivante a cui spesso ricorrono anche molti registi nostrani. È allo stesso tempo un regista ed un autore. Viene da pensare che in Farhadi ci sia tanto di quel “genio assimilatore persiano” di cui parlava il grande  Alessandro Bausani.

In tutti i suoi film è evidente il confronto tra le due diverse anime della società iraniana: quella più benestante e “laica” (ma forse dovremmo dire “diversamente religiosa”) e quella povera e tradizionalista. È un confronto che il 39enne Farhadi rappresenta senza moralismi e senza furberie. Anche perché si tratta certamente di un confronto che lo riguarda personalmente, in quanto cittadino iraniano cresciuto dopo la rivoluzione e tuttora residente nella Repubblica islamica.

Ma le tensioni e i temi di questo film superano ampiamente la dimensione nazionale. È un film iraniano, ma è una storia universale. Non fatevi condizionare dal traffico di Teheran e dal foulard delle donne. La grandezza di questo film sta nel fatto che lo possiamo pure classificare come un film “iraniano”, ma dovremmo – come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera – riconoscerlo come un capolavoro.

Un ultimo suggerimento: se potete, vedetelo in lingua originale, coi sottotitoli. È un piccolo sforzo per apprezzare in pieno un gruppo di attori bravissimi. Tutti, dai due interpreti principali, dalla figlia undicenne al giudice, interpretato da Babak Karimi che ha probabilmente stabilito un record mondiale, doppiando se stesso nella versione italiana.

Quella rivoluzione

L’1 febbraio 1979 Ruhollah Khomeini rientra in Iran dopo un esilio di quindici anni. Lo scià Reza Pahlevi è scappato il 27 gennaio, sulla spinta delle manifestazioni antigovernative. Nel cimitero di Beheshte Zahra, poco fuori Teheran, Khomeini arringa una folla di sei milioni di persone: ”Il diritto appartiene al popolo e il governo non ha il diritto di mantenerlo sotto la sua tutela: ma fino ad oggi è così che il popolo è stato trattato dallo scià e dal suo governo, violando le leggi internazionali. Per questo noi non riconosciamo la sua legittimità!”.

 

Il pensiero politico di Khomeini

Quando Khomeini elabora la sua ideologia politica (la cosiddetta velayat e-faqih, letteralmente ”governo del giureconsulto”), compie una rottura clamorosa con la tradizione sciita. All’inizio degli anni settanta Khomeini tiene diciassette lezioni nella moschea del bazar della città irachena di Najaf. Queste lezioni saranno raccolte in un libro intitolato “La tutela del giureconsulto: il governo islamico”.

 

Dal VII al XVI secolo gli sciiti avevano rifiutato l’autorità delle dinastie ereditarie e accettato soltanto quella degli Imam. Nel 1501, tuttavia, con la dinastia dei Safavidi lo sciismo diventa la religione di stato dell’Iran e il clero riconosce l’autorità degli scià.

 

Khomeini dichiara invece incompatibili Islam e monarchia ed esorta i religiosi a impegnarsi nella lotta politica contro lo scià, “empio e corrotto”. Si paragona addirittura a Mosè che lotta contro i faraoni e all’Imam Hussein che combatte chi ha usurpato il titolo di califfo a suo padre Ali. Per Khomeini l’unico governo legittimo è quello dei giuristi religiosi, uomini virtuosi a cui spetta guidare le sorti del Paese.

 

Nella visione khomeinista lo sciismo diventa così un’ideologia terzomondista, che individua i suoi nemici principali nei governi occidentali e nella monarchia iraniana. Un’ideologia che si serve di concetti tipici del marxismo per catturare il consenso degli iraniani degli strati sociali più bassi.

 

Sarebbe perciò un errore definire il regime di Teheran “fondamentalista”, perché Khomeini non ha mai proposto una rilettura rigida del Corano. Persino le misure restrittive della libertà della donna (le più note e odiose), non si ispirano alle sacre scritture, ma a tradizioni posteriori.

 

La costituzione iraniana

La Costituzione iraniana del 1979 riprende la divisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) di Montesquieu e prevede una repubblica presidenziale, simile, sulla carta, a quella della Quinta repubblica francese.

 

Con alcune sostanziali differenze. Il presidente della repubblica viene eletto a suffragio universale ogni quattro anni. Nomina lui i ministri e guida l’esecutivo.

 

La prima carica dello Stato non è il presidente ma la Guida della rivoluzione (faqih), designata (ed eventualmente destituita) da un’Assemblea degli esperti (ayatollah) eletta a suffragio universale diretto ogni otto anni. Questo organismo è dal 1979 appannaggio dei conservatori.

 

Altrettanto importante è il Consiglio dei guardiani della costituzione, composto da dodici membri. E’ l’organo che controlla la conformità delle leggi con l’Islam, ne verifica la costituzionalità e ammette i candidati alle elezioni

 

Al parlamento (Majilis) spetta il potere legislativo. I 270 membri sono eletti a suffragio universale dai cittadini di età superiore ai 16 anni per un periodo di quattro anni. I deputati hanno la facoltà di chiedere le dimissioni del presidente esprimendo un voto di sfiducia. Le leggi approvate dal Majlis devono essere confermate dal Consiglio dei guardiani. La costituzione tutela esplicitamente la rappresentanza delle minoranze religiose (cattolici, ebrei e zoroastriani), riservando loro un numero minimo di seggi in parlamento.

 

Il più alto tribunale in Iran è la Corte suprema, il cui presidente viene nominato dalla Guida della Rivoluzione. Nel 1982 sono stati introdotti i tribunali rivoluzionari islamici e i codici conformi alla legge islamica (shariah).

 

L’Iran è diviso in 24 province (Ostan) suddivise in 195 contee e 500 distretti, a loro volta ripartiti in villaggi e municipalità. Ogni municipalità elegge il proprio sindaco.

 

Lo stesso Rafsanjani, presidente dal 1989 al 1997, ha osservato: “Quando mai nella storia dell’Islam si è visto un parlamento, un presidente, un primo ministro e un governo? In realtà l’80 per cento di quello che facciamo non ha precedenti nella storia dell’Islam”.

 

Un giorno con Mastur

Intanto devo dire che me lo aspettavo più piccolo. Dalle foto sembrava un uomo non alto, poco appariscente. E invece Mostafa Mastur spiccava nel caos di via IV novembre per la corporatura robusta e l’incidere veloce, accompagnato da Bianca Maria Filippini nel caldo anacronistico di questo strano e infinito settembre. A ripensarla adesso, era una scena da romanzo metaletterario: lo scrittore e la sua traduttrice che gli fa da guida. Mastur ha un aspetto mite ma deciso e gli piace parlare, parecchio. È vivace ma non è allegro. È serio ma non è triste. Ho scoperto che è ingegnere. Come Gadda.

E dopo che l’ho saputo, ho pensato che in fondo, in modo difficile da spiegare, gli somiglia pure a Gadda. È stata una bella giornata. Invece che raccontarvela, preferisco riviverla e farvela vivere con la registrazione della trasmissione radio (Alfredo Angelici è stato come sempre bravissimo: ascoltate come legge l’incipit del romanzo), i video girati alla Casa delle Traduzioni e un po’ di foto.

La registrazione della puntata

I soliti sospetti

A prima vista sembra quasi la trama di un telefilm made in Usa. Agenti dell’FBI che intercettano un irano-americano che sta organizzando niente meno che l’omicidio dell’ambasciatore saudita a Washington. Il complotto è stato sventato grazie all’arresto di Mansoor Arbabsiar, 56 anni, residente nella città di Corpus Christi, in Texas.

Il maldestro Arbabsiar avrebbe cercato di commissionare l’omicidio dell’ambasciatore dell’Arabia Saudita e quello che lui credeva fosse un narcotrafficante messicano del gruppo degli Zetas, proponendogli un compenso di un milione e mezzo di dollari e anticipando a luglio 100mila dollari d’acconto. Tramite due bonifici bancari. L’irano-americano avrebbe agito seguendo le direttive di con Gholam Shakuri, un membro dell’Armata Qods, l’unità speciale dei pasdaran per le azioni clandestine.

In realtà, il presunto narcotrafficante era un agente della DEA (l’antidroga Usa), lestissimo a informare l’FBI e a far arrestare l’incauto Arbabsiar. Il ministro della Giustizia Usa Eric Holderha poi svelato alla stampa che il piano prevedeva anche attacchi contro le ambasciate israeliane e saudite a Washington e Buenos Aires.

E così, in 24 ore, è scoppiato il caos. Il Dipartimento di Stato Usa ha lanciato un ”allarme mondiale” di terrorismo, invitando alla prudenza diplomatici e viaggiatori americani. Questo complotto “può essere il segnale del fatto che le autorità iraniane si stiano focalizzando in modo più aggressivo su attività terroristiche contro i diplomatici di alcuni paesi e anche contro gli Stati Uniti”.

In un’intervista televisiva, vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha spiegato che l’amministrazione Obama punta a creare una muova campagna mondiale per isolare l’Iran.

Il principe saudita Turki al Faisal ha dichiarato che qualcuno in Iran dovrà pagare per il presunto complotto.

Dal canto suo, l’ambasciatore iraniano all’Onu Mohammad Khazaee, ha scritto una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon dai toni inequivocabili: “L’Iran condanna in modo categorico questa vergognosa asserzione delle autorità statunitensi e deplora ciò come un complotto diabolico in linea con la loro politica anti-iraniana per distogliere l’attenzione dai loro problemi sociali ed economici.

A parte i metodi dilettanteschi di questi presunti cospiratori (un complotto addirittura “tracciabile” attraverso i bonifici), è spontaneo chiedersi quali interessi abbia l’Iran a uccidere l’ambasciatore saudita, oltretutto su suolo americano. In più di 30 anni le operazioni dell’Armata Qods all’estero sono state sempre contro dissidenti iraniani, mai contro diplomatici di altri Paesi. Una costante della politica estera iraniana è la ricerca della propria sicurezza. L’uccisione dell’ambasciatore saudita (ma perché poi negli Usa e non in Egitto o in altri Paesi del Medio Oriente?) porterebbe a un rafforzamento dell’alleanza tra Washington e Riyad in chiave anti iraniana. E lo si vede già dalle reazioni di queste ore. Con l’alleata Siria nel caos, le frizioni con la Turchia, le tensioni nei Paesi del Golfo Persico (Bahrein, soprattutto) e le irrisolte crisi in Afghanistan e Iraq, Teheran non si può certo permettere un simile suicidio geopolitico.

Proviamo a ribaltare questo ragionamento: proprio perché si è creata una situazione simile, l’Iran è più debole e quindi più facilmente attaccabile. Politicamente, se non addirittura militarmente. Dove è disposto ad arrivare Obama a un anno dalle elezioni? l dossier sul complotto iraniano arriverà sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Un portavoce del premier britannico David Cameron ha detto: “Sosterremo qualsiasi misura che faccia pagare all’Iran le proprie responsabilità”.

D’altra parte, anche la situazione interna iraniana è quanto mai critica. L’ultimo anno di presidenza Ahmadinejad si preannuncia spinoso, con l’infinito confronto tra gli “uomini del presidente” e i conservatori fedeli alla Guida Khamenei. E con Mousavi e Karroubi ancora agli arresti domiciliari. E marzo si vota per il parlamento. Questo complotto in terra Usa, vero, montato o indotto che sia, è di certo un problema in più per l’establishment iraniano. Difficile dimostrare un filo diretto tra i presunti attentatori e i vertici della Repubblica islamica. Ma finora sono stati tirati in ballo i pasdaran che, politicamente, sono più vicini ad Ahmadinejad che a Khamenei.

Dopo mesi di scarsa attenzione, si torna a parlare di Iran. Forse non c’è un “fatto” vero alla base di tutto questo polverone. Ma la notizia è che l’Iran è di nuovo una notizia. E sarebbe un errore non prenderne atto.

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