Un giorno con Mastur

Intanto devo dire che me lo aspettavo più piccolo. Dalle foto sembrava un uomo non alto, poco appariscente. E invece Mostafa Mastur spiccava nel caos di via IV novembre per la corporatura robusta e l’incidere veloce, accompagnato da Bianca Maria Filippini nel caldo anacronistico di questo strano e infinito settembre. A ripensarla adesso, era una scena da romanzo metaletterario: lo scrittore e la sua traduttrice che gli fa da guida. Mastur ha un aspetto mite ma deciso e gli piace parlare, parecchio. È vivace ma non è allegro. È serio ma non è triste. Ho scoperto che è ingegnere. Come Gadda.

E dopo che l’ho saputo, ho pensato che in fondo, in modo difficile da spiegare, gli somiglia pure a Gadda. È stata una bella giornata. Invece che raccontarvela, preferisco riviverla e farvela vivere con la registrazione della trasmissione radio (Alfredo Angelici è stato come sempre bravissimo: ascoltate come legge l’incipit del romanzo), i video girati alla Casa delle Traduzioni e un po’ di foto.

La registrazione della puntata

I soliti sospetti

A prima vista sembra quasi la trama di un telefilm made in Usa. Agenti dell’FBI che intercettano un irano-americano che sta organizzando niente meno che l’omicidio dell’ambasciatore saudita a Washington. Il complotto è stato sventato grazie all’arresto di Mansoor Arbabsiar, 56 anni, residente nella città di Corpus Christi, in Texas.

Il maldestro Arbabsiar avrebbe cercato di commissionare l’omicidio dell’ambasciatore dell’Arabia Saudita e quello che lui credeva fosse un narcotrafficante messicano del gruppo degli Zetas, proponendogli un compenso di un milione e mezzo di dollari e anticipando a luglio 100mila dollari d’acconto. Tramite due bonifici bancari. L’irano-americano avrebbe agito seguendo le direttive di con Gholam Shakuri, un membro dell’Armata Qods, l’unità speciale dei pasdaran per le azioni clandestine.

In realtà, il presunto narcotrafficante era un agente della DEA (l’antidroga Usa), lestissimo a informare l’FBI e a far arrestare l’incauto Arbabsiar. Il ministro della Giustizia Usa Eric Holderha poi svelato alla stampa che il piano prevedeva anche attacchi contro le ambasciate israeliane e saudite a Washington e Buenos Aires.

E così, in 24 ore, è scoppiato il caos. Il Dipartimento di Stato Usa ha lanciato un ”allarme mondiale” di terrorismo, invitando alla prudenza diplomatici e viaggiatori americani. Questo complotto “può essere il segnale del fatto che le autorità iraniane si stiano focalizzando in modo più aggressivo su attività terroristiche contro i diplomatici di alcuni paesi e anche contro gli Stati Uniti”.

In un’intervista televisiva, vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha spiegato che l’amministrazione Obama punta a creare una muova campagna mondiale per isolare l’Iran.

Il principe saudita Turki al Faisal ha dichiarato che qualcuno in Iran dovrà pagare per il presunto complotto.

Dal canto suo, l’ambasciatore iraniano all’Onu Mohammad Khazaee, ha scritto una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon dai toni inequivocabili: “L’Iran condanna in modo categorico questa vergognosa asserzione delle autorità statunitensi e deplora ciò come un complotto diabolico in linea con la loro politica anti-iraniana per distogliere l’attenzione dai loro problemi sociali ed economici.

A parte i metodi dilettanteschi di questi presunti cospiratori (un complotto addirittura “tracciabile” attraverso i bonifici), è spontaneo chiedersi quali interessi abbia l’Iran a uccidere l’ambasciatore saudita, oltretutto su suolo americano. In più di 30 anni le operazioni dell’Armata Qods all’estero sono state sempre contro dissidenti iraniani, mai contro diplomatici di altri Paesi. Una costante della politica estera iraniana è la ricerca della propria sicurezza. L’uccisione dell’ambasciatore saudita (ma perché poi negli Usa e non in Egitto o in altri Paesi del Medio Oriente?) porterebbe a un rafforzamento dell’alleanza tra Washington e Riyad in chiave anti iraniana. E lo si vede già dalle reazioni di queste ore. Con l’alleata Siria nel caos, le frizioni con la Turchia, le tensioni nei Paesi del Golfo Persico (Bahrein, soprattutto) e le irrisolte crisi in Afghanistan e Iraq, Teheran non si può certo permettere un simile suicidio geopolitico.

Proviamo a ribaltare questo ragionamento: proprio perché si è creata una situazione simile, l’Iran è più debole e quindi più facilmente attaccabile. Politicamente, se non addirittura militarmente. Dove è disposto ad arrivare Obama a un anno dalle elezioni? l dossier sul complotto iraniano arriverà sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Un portavoce del premier britannico David Cameron ha detto: “Sosterremo qualsiasi misura che faccia pagare all’Iran le proprie responsabilità”.

D’altra parte, anche la situazione interna iraniana è quanto mai critica. L’ultimo anno di presidenza Ahmadinejad si preannuncia spinoso, con l’infinito confronto tra gli “uomini del presidente” e i conservatori fedeli alla Guida Khamenei. E con Mousavi e Karroubi ancora agli arresti domiciliari. E marzo si vota per il parlamento. Questo complotto in terra Usa, vero, montato o indotto che sia, è di certo un problema in più per l’establishment iraniano. Difficile dimostrare un filo diretto tra i presunti attentatori e i vertici della Repubblica islamica. Ma finora sono stati tirati in ballo i pasdaran che, politicamente, sono più vicini ad Ahmadinejad che a Khamenei.

Dopo mesi di scarsa attenzione, si torna a parlare di Iran. Forse non c’è un “fatto” vero alla base di tutto questo polverone. Ma la notizia è che l’Iran è di nuovo una notizia. E sarebbe un errore non prenderne atto.

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