Panahi: tre volti, un soldo

Lo confesso. Stavo assistendo da pochi minuti all’ultimo film di Jafar Panahi, Seh Rokh (3 faces, Tre volti), quando mi è tornata alla mente quello che Dino Risi disse una volta di Nanni Moretti:  “Mi viene sempre da pensare: scansati e fammi vedere il film”.

Eravamo ancora alle prime battute, con la storia che si stava dipanando un po’ a fatica, ma già la presenza del regista si faceva pesante. La sua vicenda giudiziaria è nota: all’indomani delle manifestazioni dell’Onda Verde del 2009, Panahi viene interdetto dal girare film. Divieto violato a più riprese dal regista, che da allora ha firmato tre film, uno dei quali – Taxi Teheran premiato con l’Orso d’Oro al Festival di Berlino del 2015.

E’ inutile negarlo: da nove anni il cinema di Panahi è legato a doppio filo alla sua condizione di “dissidente tollerato” o comunque blandamente perseguitato. E ogni sua nuova opera è – giustamente – salutata come una vittoria contro la censura.

 

 

E il film? La storia è questa: l’attrice Behnaz Jafari – molto nota perché protagonista di diverse serie TV – riceve un video via Telegram in cui una ragazza di un piccolo paese dell’Azerbaigian iraniano minaccia il suicidio perché la famiglia le impedisce di trasferirsi a studiare arte a Teheran. Si è uccisa per davvero? O è un bluff’ O addirittura è una messinscena di Panahi che ha così un pretesto per girare un nuovo (meta)film?

Behnaz e Panahi si mettono in viaggio in suv verso il villaggio dove verranno a contatto con una realtà molto distante da quella di Teheran. Un viaggio anche a ritroso in un Iran che sembra rimasto a una quarantina d’anni fa.

Non sveliamo il finale e nemmeno i pochi ma importanti colpi di scena che il film offre. Diciamo che in alcuni passaggi, Panahi sembra riavvicinarsi allo stile del suo maestro Abbas Kiarostami di Sotto gli ulivi o del Sapore della ciliegia. Un viaggio a ritroso anche in questo senso, dettato anche dalle necessità oggettive di adattare il proprio modo di girare all’impossibilità di avere a disposizione un vero cast e una vera troupe.

Con questo film Panahi ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura al festival di Cannes 2018 (ex aequo con Alice Rohrwacher, premiata per il film Lazzaro felice), ma la sensazione è che finché non si risolverà completamente il “caso Panahi”, faticheremo a ritrovare il Panahi regista.

Tre donne: un altro cinema iraniano

Tre donne: un altro cinema iraniano

Narges Abyar, Rakshan Bani Etemad, Ida Panahandeh, tre cineaste che raccontano con un occhio inedito ed uno stile personale, l’Iran di oggi.

La memoria della guerra, la condizione della donna, l’universo rurale, la riservatezza dei sentimenti, il cosmo familiare. Rassegna organizzata in collaborazione con MAXXI Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, CineFest- Fondazione Cinema per Roma e Asiatica Film Mediale.

 

 

Sabato 23 giugno

18:00 – Incontro con Rahkshan Banietemad, Ida Panahandeh, Narges Abyar

19.00- Proiezione di NARGES (Iran 1991\’92) di Rahkshan Banietemad.

21.00 – proiezione di BREATH ( 2016) di Narges Abyar

 

Domenica 24 giugno

17:00 – proiezione di UNDER THE SKIN OF THE CITY (Iran 2000\2001) di Rahkshan Banietemad

19:00 proiezione di TRACK 143 (Iran 2014) di Narges Abyar

21:00 proiezione di ISRAFIL (Iran 2017) di Ida Panahandeh

 

Lunedì 25 giugno

18:30 proiezione di MAY LADY (Iran 1997) di Rahkshan Banietemad

20:30 proiezione di TALES (Iran 2014) di Rahkshan Banietemad

 

Climbing Iran. Incontro a Roma il 13 giugno

Climbing Iran. Incontro a Roma il 13 giugno con Francesca Borghetti, autrice del film documentario Climbing Iran. Partecipano Antonello Sacchetti, giornalista ed esperto di Iran, e Stefano ardito, scrittore e alpinista.

Appuntamento mercoledì 13 giugno alle 18,30 presso il Punto Einaudi Merulana, Largo Sant’Alfonso 3, Roma.

 

Chi era Ruhollah Khomeini

Era il 4 giugno 1989, lo stesso giorno del massacro di Tien An Men. A Teheran si consumava quello che molti definirono l’ultimo atto della rivoluzione iraniana. La morte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica, è l’atto conclusivo di un processo rivoluzionario iniziato dieci anni prima, culminato con la cacciata dello scià Reza Pahlevi e la proclamazione della repubblica. I funerali di Khomeini, a cui partecipano almeno tre milioni di persone, sono l’ultimo grande evento di massa, l’ultimo grande atto della rivoluzione. Parafrasando Enrico Berlinguer, potremmo dire che quel giorno la rivoluzione iraniana “esaurisce la sua spinta propulsiva”. E il Paese entra in una fase storica diversa. La Storia si diverte a volte a giocare con i numeri: nel 1979 la rivoluzione, nel 1989 la morte di Khoemeini, nel 1999 la rivolta degli studenti, nel 2009 l’apertura di Obama e le elezioni presidenziali quanto mai importanti. Ma chi era Khomeini? Che importanza ha nella storia dell’Iran e del Medio Oriente? Qual è stato il suo contributo al pensiero politico islamico?

 

 Che rivoluzione è stata?

 A pensarci bene, quella iraniana è una rivoluzione ben strana, avvenuta contro l’apparente logica politica, come la rivoluzione comunista. Marx l’aveva profetizzata per i Paesi industrializzati, come Germania e Inghilterra, e invece si realizzò in Russia e in Cina, economicamente sottosviluppate. Lo stesso paradosso l’ha fatto registrare la rivoluzione islamica, la quale è avvenuta in Iran e non nei Paesi in cui sono nati i primi movimenti islamisti sunniti (Pakistan o Egitto), che hanno teorizzato per primi la creazione di uno stato islamico. Proprio nell’Iran, dove la tradizione sciita non prevede affatto che il clero prenda in mano le redini della politica. La teologia sciita afferma, già dalla fine del IX secolo, che la ricomposizione tra politica e religione sia affidata al Mahdi, il dodicesimo Imam nascosto che tornerà alla fine dei tempi per riportare l’ordine di Dio in terra. Fino ad allora religione e politica devono restare separate e non spetta certo al clero sciita chiedere o realizzare uno Stato islamico. In questo contesto il pensiero di Khomeini e i suoi sviluppi dopo il 1979 sono una novità sconvolgente, per il pensiero sciita. Sono tanti gli ayatollah che prendono le distanze da lui e lo criticano anche aspramente. Tra questi, Al Sistani, oggi punto di riferimento per milioni di sciiti iracheni. Non a caso Renzo Guolo definisce quella iraniana una “rivoluzione contro la tradizione religiosa”, che si realizza anche perché in Iran il clero è l’unica forza organizzata in grado prima di resistere e poi di sostituire la macchina repressiva dei Pahlavi. Ma resterà una rivoluzione più “sciita” che “islamica” e irrimediabilmente circoscritta all’Iran, malgrado gli sforzi di Khomeini di esportarla nei Paesi arabi.

L’impasto ideologico

Khomeini elabora la sua ideologia politica (la cosiddetta velayat e-faqih, letteralmente ”governo del giureconsulto”), attraverso diciassette lezioni nella moschea del bazar della città irachena di Najaf. Queste lezioni saranno raccolte in un libro intitolato La tutela del giureconsulto: il governo islamico.

I suoi discorsi – registrati su audiocassette – entrano clandestinamente in Iran e infiammano l’opposizione islamica. Sono tanti gli iraniani che si radunano in montagna, lontano degli occhi e dalle orecchie della Savak, la terribile polizia segreta dello scià, per ascoltare i suoi sermoni. Ma in molti credono che Khomeini avrà un ruolo marginale: una volta caduto lo scià, si ritirerà a vita privata, avrà un ruolo meramente religioso. Che le cose sarebbero andate diversamente lo si capisce un po’ alla volta. Certi atteggiamenti lasciano comunque il segno.

L’1 febbraio 1979, sull’aereo che lo riporta in Iran dopo 15 anni di esilio impostogli dallo scià, un giornalista gli chiede cosa prova a tornare in patria. “Hich”, “Niente”, è la glaciale risposta. È il destino di Dio che si compie, non c’è nessuno spazio per i sentimenti dei singoli, sembra voler dire. Sta di fatto che non pochi iraniani rimangono sbalorditi da quella battuta. E anche un po’ offesi. Un’amica, poco più che bambina nel 1979, ricorda ancora oggi: “La gente era morta nelle strade inneggiando a lui, all’aeroporto di Merabad lo aspettavano 4 milioni di persone. E quando gli chiedono cosa prova, lui risponde “niente”! Chissà, forse avremmo dovuto capire allora come sarebbe andato tutto quanto”. Quello stesso giorno Khomeini si reca in visita al cimitero di Beheshte Zahra e promette: “Man tu dahan-e in dolat mizanam (Io prendo a schiaffi questo governo)”.

E poi annuncia:

“Il diritto appartiene al popolo e il governo non ha il diritto di mantenerlo sotto la sua tutela: ma fino ad oggi è così che il popolo è stato trattato dallo scià e dal suo governo, violando le leggi internazionali. Per questo noi non riconosciamo la sua legittimità! “.

 

Slogan e obiettivi

“Ashura è sempre. Kerbala è ovunque”, amava ripetere Khomeini. Ashura e Kerbala, il tempo e il luogo del martirio dell’imam Hussein, figura chiave dello sciismo. Come dire: per il martirio è sempre il momento giusto. Ma la frase non è sua. Il fondatore della Repubblica islamica riprese una massima di Ali Shariati, filosofo iraniano poco conosciuto in Occidente. Avversario dello scià, formatosi nella Parigi del secondo dopoguerra, Shariati vedeva nello sciismo un movimento rivoluzionario marxista e terzomondista. Alcuni studiosi hanno accostato il suo “sciismo rosso” (che lui stesso distingueva dallo “sciismo nero” dei Safavidi) alla teologia della liberazione che proprio in quegli anni agitava il mondo cattolico. Shariati muore nel 1977, probabilmente ucciso dai sicari dello scià, e non fa in tempo a vedere la rivoluzione iraniana. Ma Khomeini attingerà a piene mani dal suo bagaglio ideologico, conquistandosi – almeno all’inizio – le simpatie della sinistra di tutto il mondo. I primi discorsi di Khomeini da leader della rivoluzione sono prettamente politici, non religiosi. Parla dei bisogni materiali del popolo, promette di dare l’acqua e la luce gratis a tutti. I suoi toni diverranno apocalittici soltanto dopo, nei terribili anni della guerra contro l’Iraq. Allora arriverà a dire che “la rivoluzione non è stata fatta certo per abbassare il prezzo dei pomodori “, ma per redimere il mondo. Visioni profetiche e questioni profane: va tenuto presente che il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. Che sono uno dei pilastri della società iraniana, oggi come ieri. Non c’è passaggio storico nella storia recente che avvenga senza l’approvazione dei bazarì. La rivoluzione del 1979 non fu opera soltanto di studenti, intellettuali e mullah. Il bazar ebbe un ruolo chiave nel cambio di regime e ha oggi un ruolo altrettanto decisivo nel mantenimento dello status quo.

Il leader

Khomeini è stato senza dubbio un comunicatore abilissimo. La tv iraniana manda ancora oggi in onda i suoi lunghissimi discorsi, intervallati da pause lunghissime e cariche di tensione. Dopo di lui la Repubblica islamica non è stata più la stessa cosa anche perché non c’è stato un leader altrettanto abile e carismatico. Sotto la sua influenza si è formato un’intera generazione di pasdaran, di “uomini nuovi”, fedeli alla Repubblica islamica più che alla famiglia di origine. Quella generazione ha oggi cinquant’anni e con Ahmadinejad ha conquistato i vertici del potere politico per la prima volta. Ma è una generazione orfana, senza un vero capo e quindi destinata a combattersi e a dividersi. Anche perché il mondo intorno non è più quello dell’epoca di Khomeini. Che – a suo modo – aveva previsto il grande cambiamento. L’ 1 gennaio 1989, pochi mesi prima di morire, scrive una lettera al segretario del Partito comunista sovietico Mikhail Gorbaciov in cui annuncia l’imminente crollo del comunismo e l’ascesa dell’Islam come pensiero politico negli anni Novanta. Se da leader Khomeini è apocalittico, da uomo politico è molto più pragmatico. Tuona contro Israele, ma durante la guerra con l’Iraq accetta volentieri la collaborazione di Tel Aviv. Che fornisce armi, informazioni e assistenza tecnica (circa 1.300 consiglieri).

 L’eredità

Cosa rimane di Khomeini? Chi arriva oggi a Teheran sbarca nel grande e modernissimo aeroporto a lui intitolato e vede ovunque sue immagini, negli uffici, nei murales. Ma quello che è avvenuto in Iran dopo di lui è frutto di dinamiche spesso contrapposte e in genere poco conosciute all’esterno. Nel 1988 si è conclusa l’immane e inutile strage della guerra con l’Iraq e sono stati liquidati migliaia di oppositori interni in carcere da anni. L’Iran dei primi anni Novanta è stremato da dieci anni di guerra e lotte interne. Cerca stabilità, punta alla ricostruzione. Da allora, alla presidenza si sono succeduti il pragmatico Rafsanjani, abile ad accumulare un patrimonio personale enorme, il timido riformista Khatami, l’incendiario ex pasdaran Ahmadinejad. Ma a comandare davvero è sempre la Guida Suprema Khamenei, succeduto a Khomeini nel 1989 e vero monarca col turbante. Come dicono alcuni, l’Iran è il Paese musulmano in cui si vota di più e si cambia di meno. Prevale sempre la logica del clan, non il senso dello Stato. Chi “è dei nostri” (khodi) decide, chi no (kheir-e khodi) subisce. Il concetto di “società civile”, entrato nel dibattito politico con Khatami, è ancora poco applicabile al contesto iraniano.

Il 70 per cento degli iraniani ha meno di 30 anni ed è quindi nato dopo la Rivoluzione. Khomeini è un’icona da celebrare in pubblico o disprezzare in privato. La Repubblica islamica sopravvive da quasi trent’anni al suo fondatore e per il momento non si intuiscono trasformazioni profonde e immediate. Khomeini è senza dubbio una figura tragica e forse sottovalutata a livello storico. Capace di crimini terribili e di intuizioni politiche notevole. Riflettere su Khomeini può essere utile per cercare di capire l’Iran e il ruolo che ha e avrà nel quadro geopolitico e culturale dei prossimi anni.

Cuore di Tenebra, trasmissione di Radio 3. Puntata del 21 maggio 2011 dedicata alla figura di Khomeini.  Antonella Ferrera ricostruisce la vita del fondatore della Repubblica islamica iraniana, anche attraverso un’intervista ad Antonello Sacchetti divisa in più parti.

Per ascoltare la puntata: Radio3 – Cuore di tenebra

Quali prospettive per l’Iran dopo la svolta di Trump

Quali prospettive per l'Iran dopo la svolta di Trump

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare (JCPOA) sta incidendo moltissimo sugli equilibri politici del Medio Oriente. Se ne è parlato già molto e se ne discuterà sicuramente ancora.

E’ però interessante analizzare come il passo indietro deciso da Donald Trump stia incidendo anche sulla situazione politica interna dell’Iran. Lo racconta Giorgia Perletta in un’analisi per l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale.

Il destino dell’Accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) è appeso a un filo o, per meglio dire, alla volontà politica europea di resistere alle pressioni politiche statunitensi. Altresì, è il governo Rouhani a dover resistere, e non solo alle sanzioni secondarie la cui prossima reintroduzione spaventa l’economia iraniana (e gli investitori europei), ma soprattutto alle accuse interne che muovono il dibattito politico.

Il JCPOA, oggi come già in passato, si trova ad essere il palcoscenico dello scontro politico iraniano, dietro cui si snodano gli interessi particolaristici delle singole fazioni. Nulla di nuovo. La politica estera della Repubblica Islamica è sempre stata una proiezione delle dinamiche interne, e le voci che si elevano sul destino (e sulla natura stessa) dell’accordo riflettono, di fatto, il proverbiale fazionalismo interno. A livello internazionale è ben nota la versione ufficiale del governo Rouhani, che ha affidato la sua sopravvivenza e legittimità politiche al raggiungimento (e auspicabile mantenimento) dell’accordo con i P5+1. Il ministro degli Esteri Mohammad Zarif lo definiva un “raro trionfo della diplomazia sul confronto”, un messaggio che, tra le righe, affermava la postura moderata e dialogante del governo in carica, e che implicitamente collocava nel “girone dei belligeranti” coloro che si opponevano al JCPOA. All’interno della Repubblica Islamica, infatti, le accuse rivolte a Rouhani tendono a strumentalizzare lo storico sentimento di sospetto e sfiducia verso gli Stati Uniti, la cui rinnovata postura intransigente nei confronti di Teheran ha fornito il pretesto per attaccare il presidente della Repubblica. Per quanto nota la polarizzazione esistente sul valore dell’accordo, che si staglia come la punta di un iceberg dell’intero operato del governo, un pluralismo di voci sta animando il dibattito politico e la loro comprensione risulta determinante soprattutto per individuare la complessità delle sorgenti di accusa.

Continua a leggere sul sito dell’Ispi.

Sempre l’Ispi ha pubblicato un’analisi a firma di Annalisa Perteghella e Tiziana Corda dal titolo
USA fuori dall’accordo sul nucleare iraniano: cosa cambia per l’Italia?

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) e la conseguente reintroduzione delle sanzioni secondarie USA che erano state sospese nel gennaio 2016 aprono nuovi scenari di incertezza per le relazioni economiche tra Italia e Iran. L’Unione europea ha espresso la volontà di introdurre alcune misure allo scopo di tutelare le proprie aziende dalla portata extraterritoriale delle sanzioni statunitensi. Si tratta di una corsa contro il tempo: ad agosto rientreranno in vigore alcune delle sanzioni in precedenza sospese, mentre le rimanenti rientreranno in vigore a novembre. Questa analisi esplora gli obiettivi della nuova strategia USA di isolamento economico dell’Iran, analizza le potenziali implicazioni economiche per l’Italia e delinea alcune raccomandazioni di policy al fine di salvaguardare l’esistenza del JCPOA e le relazioni economiche e commerciali tra Italia e Iran

Leggi l’analisi completa

Iran Express. Offerta scontata per viaggio dal 3 al 10 agosto 2018

Iran Express. Offerta scontata per viaggio dal 3 al 10 agosto 2018

Viaggio in Iran Low Cost: offerta scontata tour di 7 giorni. Un viaggio in Iran pensato appositamente per i tanti che in questi anni ci hanno detto: “Vorrei ma non posso”. Un viaggio che concentra in una settimana le tappe essenziali per conoscere le bellezze della Persia. Sette giorni da vivere intensamente, rinunciando a qualche comfort ma senza perdersi nulla del fascino e della bellezza di quello che lo studioso britannico Michael Axworthy definì «L’impero della mente».

Rispetto ai nostri pacchetti “classici” non cambia la qualità dei servizi o il programma, ma le sistemazioni saranno in strutture più semplici rispetto al solito. E l’ultima notte si riparte direttamente per l’Italia, senza pernottamento.

Sette giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

Con chi

Con Soheila Iraji, guida turistica ufficiale iraniana, laureata in Italia.

Quando

Dal 3 al 10 agosto 2018.

Condizioni

QUOTA INDIVIDUALE 1.800 EURO

SUPPLEMENTO SINGOLA: 180 EURO

SPESE CONSOLARI: 85 euro (da pagare direttamente in aeroporto a Teheran)

CAPARRA DI 700 EURO DA VERSARE ENTRO IL 28 GIUGNO 2018 

SALDO ENTRO IL 20 LUGLIO 2018

 

N.B. La caparra verrà restituita qualora il gruppo non si formasse. In caso di rinuncia da parte del viaggiatore, la caparra non verrà restituita.

 

Programma

GIORNO DATA ITINERARIO
1  Venerdi

03/08/2018

§ Aereo

Roma – Teheran

§ Incontro con la guida in aeroporto

§ Trasferimento in hotel

§ Pernottamento a Teheran

2 Sabato

04/08/2018

§ Visita di Teheran citta’

§ Museo Archeologico nazionale (parte antica)

§ Palazzo reale di Golestan

§ Museo dei Gioielli

§ Volo per Shiraz

§ Pernottamento a Shiraz

3 Domenica

05/08/2018

§  Shiraz e Persepoli

§  Trasferimento a Marvdasht e visita di Persepoli

§  Visita Tombe rupestri di Naqsh-e-Rostam

§  Ritorno a Shiraz

§  Tomba di Hafez

§  Moschea di Vakil

§  Cena in ristorante tradizionale

4 Lunedi

06/08/2018

§  Shiraz-Yazd

§  Visita alla moschea Nasir-ol-Molk o delle Rose

§  Visita di Pasargad (Tomba di Ciro)

§  Ghiacciaia di Abarkuh

§  Arrivo a Yazd

§  Tempio del fuoco zoroastriano

§  Piazza Amir Chakhmagh

§  Passeggiata in quartieri antichi e cena

§  Pernottamento a Yazd

5  Martedi

07/08/2018

§  Yazd-Isfahan

§  Visita a torri del silenzio di Yazd

§  Castello Narin di Meybod

§  Moschea Naeen

§  Arrivo a Isfahan

§  Arrivo in albergo

§  Giro nella piazza Naqsh-e-Jahan e cena

§  Pernottamento a Isfahan

6 Mercoledi

08/08/2018

§   Isfahan

§  Chiesa Vank di Isfahan

§  Visita a moschea del venerdi’ antica

§  Visita palazzo delle 40 colonne

§  Moschea della Regina o Shaikh Lutfullah

§  Moschea dello Scia’

§  Tempo libero bazaar

§  Cena e pernottamento a Isfahan

7 Giovedi

09/08/2018

§  Ponti Khaju e 33 arcate

§  Arrivo a Kashan

§  Pranzo

§  Giardino Fin

§  Casa dei Tabatabaee

§  Hammam sultano Amir Ahmad

Cena in lussuoso autogrill Mehr-o-Mah

§  Arrivo all’aeroporto IKIA previsto prima di mezzanotte 

8 Venerdi

10/08/2018

§  Volo per l’Italia

 

La quota comprende

  • tariffe aeree per i voli internazionali
  • assicurazione medico, bagaglio
  • tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia
  • accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza
  •  sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo
  • colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e una bottiglia d’acqua al giorno. Occasionalmente potrà essere effettuato un simpatico pic-nic all’iraniana, qualora le esigenze di viaggio lo rendessero necessario
  • trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con mezzi con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata
  • guida professionale specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale
  • tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei
  • un volo interno per raggiungere località distanti e i trasferimenti dagli aeroporti agli alberghi

La quota non comprende

  • spese consolari
  • assicurazione annullamento viaggio
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

Per informazioni: antonello.sacchetti@gmail.com – 339 1369642

 

Viaggio in Iran dal 7 al 19 settembre 2018

Iran: l’Impero della Mente”, come lo chiamo’ lo studioso inglese Micheal Axworthy, nella sua celebre opera Empire of Mind (tradotta in italiano con il titolo “Breve storia dell’Iran”, Einaudi).

Viaggio in Iran dal 7 al 19 settembre 2018

Non solo le città del tour classico, ovvero Teheran, Shiraz, Yazd e Isfahan, ma anche lo spettacolare deserto di Lut, i castelli della regione del Kerman, e la natura impervia dell’est dell’Iran, in un mix di storia, natura e sapori.

Con chi

Con Davood Abbasi, docente universitario iraniano.

 

Quando

Dal  7 al 19 settembre 2018.

 

ATTENZIONE: SOLO 6 POSTI DISPONIBILI

 

GIORNO DATA ITINERARIO MEZZO DI TRASPORTO
1 Venerdi

07/09/2018

§ Aereo

Italia – Teheran

§ Incontro con la guida in aeroporto

§ Trasferimento in hotel

§ Pernottamento a Teheran

Aereo + Bus

 

2 Sabato

08/09/2018

 

§ Visita di Teheran citta’

§ Museo Archeologico nazionale (parte antica e parte islamica)

§ Museo dei Gioielli

§ Ponte della natura oppure Ambasciata Usa

§ Cena a Darband

§ Pernottamento a Teheran

Bus+Aereo+Bus
3 Domenica

09/09/2018

  • Volo per Shiraz

§  Visita alla moschea Nasir-ol-Molk o delle Rose

  • Madrasa del Khan
  • Bazaar di Vakil
  • Pranzo
  • Moschea di Vakil
  • Hammam di Vakil
  • Tomba di Hafez
  • Cena in ristorante tradizionale
Bus + a piedi

 

4  Lunedi

10/09/2018

  • Trasferimento a Marvdasht e visita di Persepoli
  • Visita Tombe rupestri di Naqsh-e-Rostam
  • Visita di Pasargade (Tomba di Ciro)
  • Ritorno a Shiraz
  • Cena
  • Moschea Re delle Lampade
  • Pernottamento a Shiraz
Bus + a piedi

 

5 Martedi

11/09/2018

  • Trasferimento Shiraz-Kerman
  • Visita a Palazzo di Bahram a Sarvestan
  • Visita a moschea del venerdi di Neyriz
  • Pernottamento a Kerman
Bus + a piedi

 

6 Mercoledi

12/09/2018

  • Visita di Kerman
  • Complesso Ganj-Ali-Khan. Piazza e Hammam
  • Moschea del venerdi di Kerman
  • Fortezza di Rayen
  • Giardino Shazde di Mahan
  • Mausoleo del sufi Nematollah Vali a Mahan
  • Arrivo a Shahdad
  • Cena nel deserto di Lut con astronomo
  • Pernottamento in casa tradizionale a Shahdad
Bus + a piedi

 

7 Giovedi

13/09/2018

§  Partenza da Shahdad per caravanserraglio Zineddin

§  Visita di SarYazd o Fahraj (qualora si arrivi in orario)

§  Cena in caravanserraglio

§  Altro luogo dove si puo’ disporre di astronomo

§  Ballo del legno dei beluci

§  Pernottamento nel caravanserraglio

Bus + a piedi

 

8 Venerdi

14/09/2018

§  Giro di Yazd

§  Torri del Silenzio

§  Passeggiata in quartiere antico

§  Prigione Alessandro

§  Cupola 12 Imam

§  Pranzo

§  Presentazione sui tappeti

§  Museo dell’acqua

§  Piazza Amir Chakhmaq 

§  Cena

§  Pernottamento a Yazd            

Bus + a piedi

 

9 Sabato

15/09/2018

  • Yazd-Meybod-Naeen-Isfahan
  • Partenza da Yazd
  • Moschea di Fahraj
  • Castello Narin di Meybod
  • Caravanserraglio di Meybod
  • Moschea Naeen
  • Arrivo a Isfahan e cena in piazza
  • Pernottamento a Isfahan
Bus + a piedi

 

 

10 Domenica

16/09/2018

§ Isfahan

§ Moschea della Regina o Shaikh Lutfullah

§ Moschea dello Scia’

§ Tempo libero bazaar

§ Visita palazzo delle 40 colonne

§ Cena e pernottamento a Isfahan

Bus+ a piedi
11 Lunedi

17/09/2018

 

  • Isfahan
  • Visita a cattedrale armena di Vank
  • Visita a moschea del venerdi’ antica
  • Palazzo Ali Qapu
  • Giro nel bazaar
  • Visita ai ponti
  • Cena in ristorante tradizionale/albergo

§ Pernottamento a Isfahan

Bus+ a piedi
12 Martedi

18/09/2018

 

§ Isfahan-Kashan-Qom-Ibis

§ Visita a villaggio zoroastriano di Abyaneh

§ Visita a giardino Fin di Kashan

§ Visita a casa Tabatabee di Kashan

§ Visita a Qom

§ Cena in albergo Ibis

§ Pernottamento presso albergo Ibis

Bus+ a piedi
13 Mercoledi

19/09/2018

 

 

§ Volo per l’Italia da aeroporto IKIA Aereo

 

 

QUOTA INDIVIDUALE: 2.850 EURO

SUPPLEMENTO CAMERA SINGOLA: 270 EURO

CAPARRA DI 700 EURO DA VERSARE ENTRO IL 28 GIUGNO

SALDO ENTRO IL 5 AGOSTO 

La quota comprende

• tariffe aeree per i voli internazionali

• spese consolari

• assicurazione medico, bagaglio

• tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia

• accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza

•  sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo

• colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e una bottiglia d’acqua al giorno. Occasionalmente potrà essere effettuato un simpatico pic-nic all’iraniana, qualora le esigenze di viaggio lo rendessero necessario

• trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con mezzi con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata

• guida professionale specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale

• tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei

• un volo interno per raggiungere località distanti e i trasferimenti dagli aeroporti agli alberghi

La quota non comprende

• assicurazione annullamento viaggio

• tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche

• mance alla guida e all’autista

• tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

Servizi speciali

  • Durante il trasferimento Kashan-Teheran, sul tragitto, qualora sia richiesto, l’agenzia organizza durante la visita al mausoleo di Qom, anche un incontro con un influente religioso iraniano sciita, in grado di parlare l’italiano. L’incontro e’ risultato, nelle nostre esperienze precedenti, un importante occasione di dibattito e di conoscenza per i partecipanti.
  • Durante i trasferimenti tra citta’, dibattiti culturali su argomenti come la religione islamica, la mitologia e la letteratura persiana, la societa’ iraniana odierna.
  • L’agenzia consiglia l’uso dell’astronomo nel caravanserraglio di Zineddin, che e’ a pagamento ma e’ un’emozione unica, (se non ci sono nubi) soprattutto perche’ l’agenzia lavora con uno dei migliori dell’Iran, il pluripremiato dottor Reza Tamehri.
  • A Yazd l’agenzia organizza di solito per i gruppi una presentazione sul tappeto persiano di 20-30 minuti, assolutamente free, anche per ottenere conoscenza dell’arte del tappeto, delle localita’ piu’ famose, delle tecniche e del significato dei disegni.
  • L’agenzia, qualora richiesto, fornisce assistenza per il cambio della valuta, effettuandolo durante il tragitto per mezzo della guida ad un rate anche piu’ favorevole di quello ufficiale. Cio’ permette ai membri del gruppo di ricambiare in euro i rial che eventualmente avanzassero, alla fine del viaggio.
  • Le guide dell’agenzia, qualora richiesto, forniscono assistenza per gli acquisti, soprattutto nel bazaar di Isfahan.
  • Qualora richiesto, l’agenzia e’ in grado di procurare sim iraniane con connessione internet per coloro che vogliano averlo 24h su 24.
  • In alternativa l’agenzia puo’ dotare di router il bus, il pulmino o la vettura del gruppo, per avere internet durante i trasferimenti. (servizio a pagamento)
  • Si ricorda che tutti gli alberghi scelti durante il viaggio hanno un’ottima connessione internet.
  • Qualora richiesto, l’agenzia puo’ offrire pernottamenti in case tradizionali invece che alberghi, soprattutto nella citta’ di Yazd.

 

Cos’è il Ramadan

Cos’è il Ramadan ? E’ il nono mese del calendario lunare islamico, durante il quale Maometto ricevette la prima rivelazione coranica. Santo mese del digiuno (sawm), il Ramadan è uno dei cinque pilastri dell’Islam. Secondo il Corano il digiuno è stato istituito perché in questo periodo tutti i fedeli adulti potessero coltivare la pietà.

Quando inizia

L’inizio del Ramadan (in Iran detto ramezan) dipende dall’avvistamento della luna e la tradizione vuole che esso avvenga scrutando il cielo come si faceva ai tempi del Profeta Maometto. E’ l’Arabia Saudita, in quanto custode dei luoghi santi della Mecca e di Medina, a stabilire il periodo del Ramadan. La questione suscita un vivace dibattito all’interno dell’Islam, tra chi auspica l’impiego delle tecnologie per l’avvistamento lunare e chi invece vorrebbe rimanere fedele alle tradizioni. E’ anche una questione politica: non tutti i Paesi musulmani accettano che a decidere sia l’Arabia Saudita.

Il Ramadan 2018

Comincia il 15 maggio  e termina il 14 giugno, giorno di festa chiamato Aid Al Fitr o Aid Assaghir.

Cosa si fa nel Ramadan

Per tutto il mese i fedeli devono astenersi dal mangiare, bere, fumare e avere rapporti sessuali tra l’alba e il tramonto e festeggeranno in preghiera la rivelazione del Corano da parte di Dio a Maometto. Nel mese del Ramadan (in cui secondo la tradizione il Profeta consumava solo un bicchiere di latte di capra e sei datteri al giorno) il Corano prevede che siano esentati dal digiuno i bambini, i malati, le donne incinte e coloro che devono intraprendere lunghi viaggi. Prima di ritirarsi per la notte i fedeli sono chiamati a speciali preghiere comunitarie in cui si recitano lunghi passi del Corano.

La notte della determinazione

La notte tra il ventiseiesimo e il ventisettesimo giorno del Ramadan è chiamata la Notte della Determinazione, nella quale, secondo il Corano, Dio determina il corso del mondo per l’anno seguente. Il giorno dopo la fine del Ramadan si celebra la fine del digiuno, che viene festeggiato con preghiere speciali.

Disaccordo nucleare

Gli Stati Uniti usciranno dall’accordo sul programma nucleare dell’Iran: lo ha detto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in una conferenza stampa l’8 maggio 2018. Secondo Trump,  “l’accordo  serve solo alla sopravvivenza del regime a cui permette ancora di arricchire uranio”.

“Abbiamo le prove che Teheran ha mentito sul programma nucleare”, ha detto il presidente americano Donald Trump.

Gli Stati Uniti “non saranno ostaggio del ricatto nucleare dell’Iran”, ha ancora detto il presidente americano, definendo l’accordo del 2015 “disastroso, imbarazzante e che non avrebbe mai dovuto essere firmato”.

Teheran “non abbandonerà l’accordo sul nucleare”, un’intesa che gli Usa “non hanno mai rispettato”: lo ha affermato il presidente iraniano Hassan Rohani in diretta tv dopo l’annuncio del presidente Usa Donald Trump. Rohani ha aggiunto che Teheran continuerà ad andare avanti sull’intesa con gli altri firmatari. “C’è poco tempo per iniziare i negoziati per mantenere in piedi l’accordo sul nucleare” con gli altri partner senza gli Usa, ha detto Rohani in diretta tv. Se i negoziati fallissero, “ho dato disposizione all’Agenzia per l’energia atomica iraniana di essere pronta a riprendere l’arricchimento dell’uranio come mai prima, già nelle prossime settimane”.

 

 

 

Tutti i Paesi che aiuteranno l’Iran sul nucleare – spiega il numero uno della Casa Bianca – saranno colpiti dalle sanzioni.

Le sanzioni Usa all’Iran rientreranno in vigore fra 90 giorni, a partire da oggi. Lo affermano fonti dell’amministrazione Trump a Fox News. Le stesse fonti spiegano come gli Stati Uniti saranno ufficialmente fuori dall’accordo sul programma nucleare di Teheran solo quando le sanzioni verranno reintrodotte.

Mogherini: ‘L’Ue determinata a preservare l’accordo’ – “L’accordo nucleare appartiene all’intera comunità internazionale e l’Ue è determinata a preservarlo, al popolo iraniano dico: fate in modo che nessuno lo smantelli, è uno dei più grandi obiettivi mai raggiunti dalla comunità internazionale”. Così l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, commenta la decisione di Trump.

Gentiloni: ‘L’accordo va mantenuto, l’Italia è con l’Ue’ – “L’accordo con l’Iran va mantenuto. Contribuisce alla sicurezza nella regione e frena la proliferazione nucleare. L’Italia con gli alleati europei per confermare gli impegni presi”, scrive su Twitter il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

May, Merkel e Macron: ‘Rammarico e preoccupazione’ – I leader di Germania, Francia e Gran Bretagna, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Theresa May, esprimono “rammarico e preoccupazione” per la decisione del presidente Donald Trump di ritirare gli Usa dall’accordo sul nucleare con l’Iran e ribadiscono che al contrario Berlino, Parigi e Londra intendono restare fedeli a quell’intesa. Lo si legge in una dichiarazione congiunta a tre diffusa da Downing Street. (Fonte: Ansa)

 

 

 

Iran nucleare, la magnifica ossessione di Netanyahu

Sarà stata la scenografia decisamente scadente (quei faldoni schierati fanno tanto ufficio delle imposte e sono così poco degni di una spy story) ma stavolta lo show del premier israeliano Benyamin Netanyahu non sembra aver riscosso grande successo. Non c’è poi molto da raccontare: in una conferenza a Tel Aviv “Bibi” ha detto di essere in possesso delle prove dell’esistenza di un programma segreto iraniano, chiamato Amad, per la creazione di cinque bombe atomiche “equivalenti a quella di Hiroshima”.

Queste prove, risultato di un colpo dell’intelligence israeliana, sarebbero contenute in 55mila file, custoditi in un armadietto pieno di faldoni e in circa 200 cd: “Sono – ha dichiarato – 55.000 pagine di documenti e altri 55.000 file su cd, copia esatta degli originali provenienti dagli archivi segreti del programma nucleare iraniano”, il tutto mostrato al mondo in diretta televisiva.

Peccato però che questo programma “Amad”, diretto da Mohsen Fakhrizadeh, sia durato dal 1999 al 2003. Non ci sono prove che l’Iran  abbia condotto un programma segreto dopo lo storico accordo del 2015.

Lo show di Netanyahu sembra perciò soprattutto  il preludio all’uscita da parte degli Usa dall’accordo del 2015. Una scelta unilaterale, da tempo ipotizzata da Trump e ormai imminente. Entro il 12 maggio, infatti, Washington deve decidere se continuare a sospendere le sanzioni o ripristinarle, uscendo così di fatto dall’accordo.

 

L’Iran cosa dice?

Il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito la conferenza di Netanyahu “ridicola” e “infantile”. Il ministro degli Esteri Javad Zarif, in una serie di tweet, è stato più esplicito: “Respingiamo la reiterazione delle vecchie accuse lanciate dal premier israeliano Benjamin Netanyahu in coordinamento con gli Stati Uniti con l’intento di boicottare l’accordo sul programma nucleare di Teheran”.

 

 

 

La nota di Federica Mogherini

“Da quello che abbiamo visto dalla sua esposizione, il primo ministro (israeliano) Netanyahu non ha messo in dubbio l’adempimento dell’Iran” all’accordo sul nucleare, che “non è basato su buona fede o fiducia, ma su impegni concreti, meccanismi di verifica e una rigido monitoraggio dei fatti”, che certificano come “l’Iran rispetti pienamente i patti”. Lo scrive in una nota l’Alto rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini.

“Prima di tutto – scrive -, la reazione può essere solo preliminare, perché, com’è ovvio, dobbiamo fare una verifica nei dettagli” di quanto esposto da Netanyahu, “vedere i documenti e ottenere il parere dell’Aiea (l’agenzia dell’Onu per l’energia atomica, ndr)”, perché quest’ultima “è l’unica organizzazione imparziale, internazionale che ha il mandato di verificare gli impegni dell’Iran”. “Non ho visto da parte di Netanyahu argomenti che provino una violazione da parte dell’Iran” di un accordo che “fu creato proprio perché fra le parti non c’era la fiducia”.

L’AIEA smentisce Netanyahu

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha ribadito il 1° maggio in un comunicato, citando un suo rapporto del dicembre 2015, che non aveva “alcuna indicazione credibile di attività in Iran attinenti allo sviluppo di un ordigno nucleare dopo il 2009”.

 

Ancora qualche giorno e molto probabilmente sarà il presidente Usa Donald Trump a riaprire una questione che pareva risolta tre anni fa.

 

Abbas, il grande

Abbas, il grande

Il 25 aprile 2018, all’età di 74 anni, è morto a Parigi Abbas Attar, uno dei più importanti fotografi viventi, probabilmente quello iraniano più noto.  Thomas Dworzak, presidente della Magnum, l’agenzia per la quale ha lavorato nell’ultima parte della sua vita, lo ricorda come un “padre per intere generazioni di giovani fotografi. Iraniano trapiantato a Parigi, era un cittadino del mondo che ha documentato senza sosta guerre, disastri, rivoluzioni e sconvolgimenti e le sue convinzioni, per tutta la sua vita”.

Innumerevoli i suoi reportage da tutto il mondo. Dal 1978 al 1980, Abbas ha fotografato la rivoluzione in Iran. Tornò nel paese nel 1997 dopo diciassette anni di esilio volontario. Il suo libro Iran Diary 1971-2002 è un’interpretazione critica della storia iraniana, fotografata e scritta come un diario privato.

 

Per conoscere la sua opera consigliamo a tutti di visitare questo sito bellissimo: http://www.abbas.site

L’Iran e le sfide del presente e del futuro

Secondo una credenza popolare del nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. “La pioggia quando arriva?”, chiede Nima Yooshij alla rana in una sua celebre poesia del 1952: una metafora della rivoluzione, ma anche una premonizione.
Di lì a poco, infatti, l’Iran avrebbe conosciuto il golpe anti-Mossadeq, la “rivoluzione bianca”, voluta dallo scià per modernizzare il Paese, la rivoluzione del 1979 e la nascita della Repubblica islamica. Un Novecento vivace e drammatico ha portato nel terzo millennio un Iran con un’identità forte e apparentemente immutabile.
E oggi? Dopo lo storico accordo sul nucleare del 2015, la Repubblica islamica sembrava avviata a entrare a titolo definitivo nel mercato globale ma, almeno per il momento, le cose non sono andate nel senso sperato. l’Iran continua a rappresentare un Paese “altro”, affascinante e controverso, misterioso e per certi versi indecifrabile; in ogni caso da tenere a debita distanza!
Quali sfide e quali compromessi comporta tutto questo per la cultura e il popolo iraniano? Insomma: “La pioggia quando arriva?».
Partendo dal suo ultimo libro “La rana e la pioggia”, Antonello Sacchetti parla dell’Iran dei nostri giorni, Paese chiave in un Medio Oriente in continua trasformazione.

Antonello Sacchetti (Roma, 1971) è giornalista, blogger ed esperto appassionato di Iran.
Ha pubblicato con Infinito edizioni: I ragazzi di Teheran (2006), Misteri persiani (2008), Iran. La resa dei conti (2009) e Trans-Iran (2012). Dal 2012 cura il blog Diruz. L’Iran in italiano, da lui fondato. L’ultimo lavoro, La rana e la pioggia (2016).
Affascinato dall’Iran e dalla sua storia, ha intrapreso diversi viaggi in questo paese: “A me piace imparare l’Iran, studiarne la lingua, la cultura, la storia, conoscere gli iraniani, confrontarmi con le loro storie personali. Alla fine, quello che mi rimane è la bellezza dell’Iran”.

 

 

Viaggio in direzione 270°: la guerra Iran – Iraq in un romanzo

Viaggio in direzione 270°: la guerra Iran - Iraq in un romanzo

Guerra e Medio Oriente. Sembrano due concetti destinati a essere inscindibili, come per una sorta di maledizione inspiegabile perché non spiegata, non affrontata. Cosa ne sappiamo noi delle guerre che si sono combattute e si combattono ancora in quella parte di mondo? La guerra Iran-Iraq (1980-88) è stata l’ultima guerra convenzionale del XX secolo, l’ultima, cioè, a essere combattuta dagli eserciti di due Stati nazionali l’un contro l’altro armati. Una guerra terribile e poco ricordata in Occidente. In Iran è una ferita ancora aperta, celebrata dal potere e raccontata dal cinema come dalla letteratura. Abbiamo avuto modo di parlare di Da di Zahra Hosseini, best seller nella Repubblica islamica, romanzone in cui la guerra è narrata attraverso la storia di una famiglia.

È appena stato pubblicato in Italia Viaggio in direzione 270° di Ahmad Dehqān (Jouvence), per la traduzione di Michele Marelli e con una preziosa prefazione di Simone Cristoforetti. Prefazione che consiglio a tutti di rileggere un volta terminato il romanzo, sia per la breve ma lucidissima analisi del libro, sia per la spiegazione del contesto storico in cui il libro è ambientato.

Ahmad Dehqān ambienta il suo romanzo durante l’offensiva iraniana denominata “Karbala-5”, i cui obiettivo era la conquista della città irachena di Bassora. Siamo nel gennaio 1987, penultimo anno di guerra. Nāser – alter ego dell’autore – studia all’università e sembra condurre una vita molto semplice. Vive coi genitori e due fratelli piccoli, non hanno il telefono in casa e dalla descrizioni degli interni tutto lascia supporre un tenore di vita modesto.

Nāser è già un reduce di guerra: è tornato a casa per finire gli studi, ma il sentore che stia per avvenire qualcosa di importante, lo riconduce al fronte. Ed è un avvicinamento lento e costante, gravido di tensione, che accompagna il lettore dalle prima pagine fino a oltre metà del libro, quando il protagonista raggiunge finalmente la prima linea.

Come spiega Cristoforetti nella prefazione, nel racconto

non sono i motivi della guerra a essere discussi. La guerra semplicemente è: va combattuta, è ineluttabile, e come tale viene vissuta.

E quando si arriva alla prima linea si scatena davvero l’inferno, anche per il lettore, che si ritrova di colpo davanti a scene di rara crudezza, soprattutto per la letteratura iraniana contemporanea.

Ma, come dice ancora Cristoforetti,

la spettacolarità o la brutalità della guerra, pur nudamente rappresentate, non sono le protagoniste. Il centro dell’attenzione rimane l’uomo, le sue speranze, le sue paure (…).

Non c’è, in Viaggio in direzione 270° alcun richiamo all’eroismo o al patriottismo. La Storia rimane molto sullo sfondo, quasi impercettibile. Dehqān (classe 1966) ha partecipato al conflitto giovanissimo, come volontario tra i basiji, la milizia rivoluzionaria che ebbe un ruolo fondamentale nella cosiddetta “guerra imposta”. Ecco, proprio su questo ultimo concetto si potrebbe aprire una riflessione non facile ma doverosa. Perché il libro – come abbiamo visto – racconta una delle ultime fasi della guerra e in particolare il tentativo iraniano di conquistare Bassora, sperando nell’insurrezione degli sciiti iracheni per determinare così la caduta di Saddam Hussein. Si ricorda sempre, giustamente, che il conflitto è stato scatenato dall’Iraq che il 22 settembre 1980 invade l’Iran. Ma è corretto ricordare che il protrarsi della guerra fu determinato anche dall’intransigenza della leadership iraniana – e di Khomeini in particolare – che puntava – sul piano ideologico – a “esportare” la rivoluzione sciita e – su un piano meramente politico – a eliminare Saddam. Senza dimenticare che la guerra fu determinante a eliminare tutte le voci di dissenso interne alla Repubblica islamica.

Per tutti questi fattori, la pubblicazione in italiano di Viaggio in direzione 270° deve essere salutata come un’ occasione per ripensare quella guerra e la guerra in sé, tutte le guerre.

 

 

Prima della rivoluzione

Kamran Shirdel ha raccontato con la macchina da presa l’Iran degli anni precedenti la rivoluzione del 1979.  Anni tumultuosi di crescita economica e profondi squilibri sociali.

Proponiamo alcuni dei suoi celebri documentari.

Oun Shab Keh Baroun Oumad (La notte che piovve) – 1967 – 35′

Il documentario più famoso di Kamran Shirdel. Partendo da un caso di cronaca (un incidente ferroviario sventato dall’eroicità di un ragazzino), il regista si mette alla ricerca della verità. Ne esce un ritratto fulminante della società iraniana e del rapporto con il potere.  (in 5  parti)

Qal’eh / Women’s District  – 1965 (18′)

All’epoca dello scià, Teheran aveva un quartiere a luci rosse, in cui vivevano migliaia di prostitute in condizioni terribili.

 

Tehran, payetakht-e Iran ast /Tehran è la capitale dell’Iran – 1966 (18′ )

La povertà della parte meridionale della capitale iraniana.

 

Nedamatgah ( Women’s Prison) – 1965 / 11 ‘

Storie da un carcere femminile dell’epoca.

 

 

I profughi polacchi in Iran

I profughi polacchi in Iran

I profughi polacchi in Iran Tempi difficili questi per parlare di rifugiati e di accoglienza. Il valore della vita umana sembra aver perso quotazioni rispetto a concetti quali “sicurezza” e “consenso popolare”.

La storia che stiamo per raccontare è di quelle che conoscono davvero in pochi, nonostante abbia toccato – direttamente e indirettamente – centinaia di migliaia di persone, in un tempo in fondo nemmeno così lontano, come quello della Seconda Guerra Mondiale. E, come vedremo, è una storia che tocca anche noi italiani.

Dalla Russia alla Persia

Non stiamo parlando di una storia marginale, di un gruppo limitato di persone, ma di 120mila polacchi che nel 1942 si rifugiarono in Iran.

Un passo indietro.

Nello scenario che porta alla Seconda Guerra Mondiale, la Polonia è la vittima predestinata del cosiddetto patto Molotov – Von Ribentropp, in base al quale, nell’agosto 1939, la Germania nazista e l’Unione Sovietica di Stalin si spartiscono il territorio polacco. Il 1° settembre Hitler invade la Polonia da ovest, Stalin da est. Nel giro di poche settimane lo Stato polacco cessa di esistere.

I sovietici, intenzionati a liquidare le forze armate di Varsavia, si resero colpevoli di crimini orrendi quali il massacro di Katyn, in cui vennero uccisi 22mila tra militari e civili. Molti altri polacchi vennero deportati in Sibera. Il 22 giugno 1941 avviene però una svolta decisiva nel secondo conflitto mondiale: Hitler dà il via alla cosiddetta “Operazione Barbarossa” e invade l’Urss.

A quel punto Stalin deve far leva su tutte le forze disponibili per contrastare la Germania e stringe un accordo col Governo polacco in esilio a Londra: concede l’amnistia ai militari polacchi deportati e consente al generale Wladyslaw Anders di organizzare quello che si chiamerà Secondo Corpo d’Armata.

Insieme ai militari ci sono le loro famiglie, da due anni alle prese con la fame e con le durissime condizioni di deportazione imposte dai sovietici. Anders ottiene il permesso per tutti di uscire dall’Unione Sovietica e recarsi in Iran.

Così, nel 1942, 116.131 rifugiati polacchi proveniente da tutta l’Urss raggiungono – quasi sempre a piedi – il Mar Caspio. Di questi, 37 mila sono civili, 18mila sono minori.  Tra loro almeno 5mila ebrei. A marzo e aprile 1942, con una serie di viaggi, navi sovietiche li portano ad Anzali, città portuale nel nord dell’Iran. Molti di loro, appena sbarcati, baciano la terra, come se fossero arrivati nella Terra promessa.

I profughi polacchi in Iran

E’ bene ricorda che l’Iran di quegli anni è un paese occupato a nord dai russi e a sud dagli inglesi, alle prese con problemi di razionamento e tensioni sociali molto forti. Scià Reza – sospettato di simpatie per la Germania nazista – ha dovuto abdicare in favore del figlio giovanissimo Mohammad Reza. Tutto, dunque, tranne che un’isola felice di pace e prosperità. Eppure l’accoglienza che gli iraniani riservano ai profughi polacchi è degna della loro millenaria ospitalità.

L’accoglienza degli iraniani

Nella città di Anzali viene allestita una tendopoli con 22mila tende messe a disposizione dall’esercito iraniano. Ospita una moltitudine di persone denutrite, sporche e spesso ammalate. Molti sono morti di stenti e di tifo durante il viaggio, molti altri non sopravviveranno ai mesi successivi.

Nasrim Alavi, blogger e scrittrice iraniana, racconta la testimonianza di sua nonna:

Seyyed Molla Hashem arrivò sulla spiaggia e disse che era nostro dovere religioso trattare i prigionieri con rispetto e aiutarli. Ordinò che portassimo tinozze di acqua calda e sapone per lavarli e nessuno può immaginare quanto queste donne, queste ragazze, questi bambini, che sembravano usciti da una miniera, fossero belli dopo il bagno. Il giorno seguente, nella moschea, il mullah disse che le profughe polacche sapevano ricamare e lavorare a maglia con abilità e invitò gli uomini a mandare le mogli e le figlie a lezione. Era un modo per offrire un piccolo guadagno. 

 

Dopo un periodo di quarantena, i profughi vengono trasferiti in diverse città iraniane. Lungo la strada, gli iraniani lanciano dolci e biscotti verso i camion dei polacchi, in segno di benvenuto.

La comunità polacca si integra bene in Iran: vengono aperti una radio e un giornale, i ragazzi sono mandati a scuola, alcuni partecipano alla vita artistica e culturale del Paese. La traversata ha provocato moltissime vittime e gli orfani sono ben 13mila. A loro vengono dedicati scuole e corsi di istruzione.

I due più grandi orfanotrofi vengono istituti a Mashad, dove è gestito da suore cristiane, e a Esfahan, dove vengono destinati gli orfani più piccoli, nella speranza che la bellezza della città li aiuti a superare i traumi subiti. Nella diaspora polacca, Esfahan è infatti conosciuta come la “città dei bambini polacchi”.

I profughi polacchi in Iran

Un altro centro di rilievo è Ahvaz, sul Golfo Persico, dove ancora oggi un quartiere è conosciuto come “Campolu”, eredità del nome “Camp Polonia”.

Nascono molte coppie miste e in tanti decidono di rimanere. Ancora oggi sulle tavole iraniane è piuttosto comune il pierogi, un tipo di gnocco portato appunto allora dai profughi.

Oggi i cimiteri polacchi in Iran sono due, ed esistono diverse sezioni polacche in vari cimiteri non solo a Teheran ma in tutto il paese. Sono 2.806 tombe, 650 di militari, nessuno dei quali caduto in combattimento ma morti tutti di malattie e stenti. 

Nel dettaglio, sono questi:

  • Teheran, Dulab-cimitero polacco – 1892 tombe  (408 militari);
  • Teheran, Golhak-cimitero di guerra britannico – 10 tombe militari
  • Teheran-sezione polacco del cimitero ebraico – 56 tombe (13 militari);
  • Bandar-Anzali-Polish Cemetery, presso il cimitero armeno  – 639 tombe  (163 militari)
  • Ahwaz- sezione polacco del cimitero cattolico- 102 tombe (22 militari);
  • Mashad- sezione polacca del cimitero armeno – 29 tombe (16 militari);
  • Esfahan-sezione polacca del cimitero armeno – 18 tombe (1 militare).

Wojtek, l’orso soldato

I militari si addestrano soprattutto nella provincia di Kermanshah per prendere parte al conflitto contro il nazifascismo. E qui la storia si arricchisce di un personaggio che ha della favola. Un ragazzino di Hamadan vende ai militari polacchi un cucciolo di orso. Malaticcio e senza mamma, viene coccolato dai polacchi che lo alimentano col biberon per mesi. Diventa presto la mascotte del Secondo Corpo d’Armata Polacco e crescendo viene anche impiegato nel trasporto di casse di munizioni e materiali polacchi. Il Corpo d’Armata parte per l’Iraq e poi la Palestina. Da qui si reca in Egitto e poi in Italia, dove prendere parte in modo decisivo alla battaglia di Montecassino, fondamentale per le sorti della Campagna d’Italia, e ad altri importanti passaggi, quali la liberazione di Ancona  e quella di Bologna. I cimiteri di guerra a Cassino e in Emilia stanno lì a testimoniare il tributo di sangue dei polacchi.

“Passante, di’ alla Polonia che siamo caduti a lei fedeli”, recita una lapide nel cimitero di Cassino. La loro fedeltà alla patria non fu però ricompensata: la spartizione del mondo decisa prima proprio alla Conferenza di Teheran (28 novembre – 1 dicembre 1943) e poi a Yalta (4-11 febbraio 1945) chiude le porte a un ritorno in Polonia. Il Corpo D’Armata – rimasto in Italia – si scioglie nel 1947 e si suoi appartenenti di disperdono in tutto il mondo.

L’orso Wojcek, diventato un personaggio leggendario, a cui verrà dedicato anche un cartone animato, viene portato nello zoo di Edimburgo, in Scozia, dove muore nel 1963.

 

 

Cosa rimane

Sotto le ferite della guerra rimane una storia di tolleranza e di accoglienza. Un legame di pace e di rispetto che ha lasciato segni forti anche se poco riconosciuti: sono molti i polacchi che studiano persiano nelle università di Cracovia e Varsavia, spesso con risultati eccellenti.

Nel vocabolario polacco ancora oggi si usa la parola persiana “kish-mish” per indicare l’uvetta ed è molto comune il nome maschile Dariusz, omaggio all’antico re persiano.

Sono passati settant’anni. L’Urss non esiste più e la Polonia, con l’Ungheria e la Repubblica Ceca, è uno dei Paesi dell’Unione Europea che si è rifiutato di partecipare al ricollocamento di migranti.

Viaggio in Iran dal 3 al 15 agosto 2018

Viaggio in Iran dal 3 al 15 agosto 2018

“Iran: l’Impero della Mente”, come lo chiamo’ lo studioso inglese Micheal Axworthy, nella sua celebre opera Empire of Mind (tradotta in italiano con il titolo “Breve storia dell’Iran”, Einaudi).

Viaggio in Iran dal 3 al 15 agosto 2018

Non solo le città del tour classico, ovvero Teheran, Shiraz, Yazd e Isfahan, ma anche lo spettacolare deserto di Lut, i castelli della regione del Kerman, e la natura impervia dell’est dell’Iran, in un mix di storia, natura e sapori.

Con chi

Con Davood Abbasi, docente universitario iraniano.

 

Quando

Dal  3 al 15 agosto 2018.

 

GIORNO DATA ITINERARIO
1 Venerdi

03/08/2018

  • Aereo

Roma – Teheran

  • Incontro con la guida in aeroporto
  • Trasferimento in hotel
  • Pernottamento a Teheran in albergo Hoveyzeh
2 Sabato

04/08/2018

  • Visita di Teheran citta’
  • Museo Archeologico nazionale (parte antica e parte islamica)
  • Museo dei Gioielli
  • Ponte della natura oppure Ambasciata Usa
  • Volo per Shiraz
  • Pernottamento a Shiraz
3 Domenica

05/08/2018

  • Visita di Persepoli
  • Visita tombe rupestri di Naqsh-e-Rostam
  • Visita di Pasargade (Tomba di Ciro)
  • Ritorno a Shiraz
  • Check-in
  • Cena
  • Pernottamento a Shiraz
4 Lunedi 06/08/2018
  • Shiraz citta’
  • Visita alla moschea Nasir-ol-Molk o delle Rose
  • Madrasa del Khan
  • Bazaar di Vakil
  • Pranzo
  • Moschea di Vakil
  • Hammam di Vakil
  • Tomba di Hafez
  • Cena in ristorante tradizionale
5 Martedi

07/08/2018

  • Trasferimento Shiraz-Kerman
  • Visita a palazzo di Bahran V presso Sarvestan
  • Moschea del venerdi di Neiriz
  • Pernottamento a Kerman
6 Mercoledi 08/08/2018
  • Visita di Kerman
  • Complesso Ganj-Ali-Khan. Piazza e Hammam
  • Moschea del venerdi di Kerman
  • Fortezza di Rayen
  • Giardino Shazde di Mahan
  • Mausoleo del sufi Nematollah Vali a Mahan
  • Arrivo a Shahdad
  • Cena nel deserto di Lut con astronomo
  • Pernottamento in casa tradizionale
7 Giovedi 09/08/2018
  • Partenza da Shahdad per caravanserraglio ZINEDDIN
  • Visita di SarYazd o Fahraj (qualora si arrivi in orario)
  • Osservazione tramonto
  • Cena in caravanserraglio
  • Altro luogo dove si puo’ disporre di astronomo
  • Ballo del legno dei beluci
  • Pernottamento nel caravanserraglio
8 Venerdi

10/08/2018

  • Giro di Yazd
  • Torri del Silenzio
  • Passeggiata in quartiere antico
  • Prigione Alessandro
  • Cupola 12 Imam
  • Pranzo
  • Presentazione sui tappeti
  • Museo dell’acqua
  • Piazza Amir Chakhmaq 
  • Cena
  • Pernottamento a Yazd
9 Sabato

11/08/2018

  • Yazd-Meybod-Naeen-Isfahan
  • Partenza da Yazd
  • Moschea di Fahraj
  • Castello Narin di Meybod
  • Caravanserraglio di Meybod
  • Moschea Naeen
  • Arrivo a Isfahan e cena in piazza
  • Pernottamento a Isfahan
10 Domenica

12/08/2018

  • Isfahan
  • Moschea della Regina o Shaikh Lutfullah
  • Moschea dello Scia’
  • Tempo libero bazaar
  • Visita palazzo delle 40 colonne
  • Cena e pernottamento a Isfahan
11 Lunedi

13/08/2018

  • Isfahan
  • Visita a cattedrale armena di Vank
  • Visita a moschea del venerdi’ antica
  • Palazzo Ali Qapu
  • Giro nel bazaar
  • Visita ai ponti
  • Cena in ristorante tradizionale/albergo
  • Pernottamento a Isfahan
12 Martedi

14/08/2018

  • Isfahan-Kashan-Qom-Ibis
  • Visita a villaggio zoroastriano di Abyaneh
  • Visita a giardino Fin di Kashan
  • Visita a casa Tabatabee di Kashan
  • Visita a Qom
  • Cena in albergo Ibis
  • Pernottamento presso albergo Ibis
13 Mercoledi

15/08/2018

  • Volo per Roma da aeroporto IKIA

 

QUOTA INDIVIDUALE: 2.850 EURO

SUPPLEMENTO CAMERA SINGOLA: 270 EURO

CAPARRA DI 700 EURO DA VERSARE ENTRO IL 4 MAGGIO

SALDO ENTRO IL 2 LUGLIO

La quota comprende

• tariffe aeree per i voli internazionali

• spese consolari

• assicurazione medico, bagaglio

• tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia

• accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza

•  sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo

• colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e una bottiglia d’acqua al giorno. Occasionalmente potrà essere effettuato un simpatico pic-nic all’iraniana, qualora le esigenze di viaggio lo rendessero necessario

• trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con mezzi con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata

• guida professionale specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale

• tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei

• un volo interno per raggiungere località distanti e i trasferimenti dagli aeroporti agli alberghi

La quota non comprende

• assicurazione annullamento viaggio

• tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche

• mance alla guida e all’autista

• tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando ? E’ cominciato tutto da un discorso del presidente Hassan Rouhani in occasione del 39esimo anniversario della rivoluzione.

Se abbiamo delle divergenze su delle questioni, o se le fazioni hanno delle divergenze, o stanno litigando, allora andiamo alle urne e, in base all’articolo 59 della Costituzione, mettiamo in atto quello che i cittadini decidono. La nostra costituzione offre questa possibilità e noi dobbiamo agire in base alla nostra costituzione.

 

L’articolo citato da Rouhani recita:

In questioni di particolare importanza, riguardanti il futuro del Paese, o per argomenti di speciale rilevanza economica, il potere legislativo può essere esercitato tramite l’istituto referendario, con l’appello diretto al voto del popolo. La richiesta di ricorso al referendum deve essere approvata dai due terzi della totalità dei membri dell’Assemblea.

(Per un quadro completo vai alla sezione Costituzione della Repubblica islamica dell’Iran)

Una sintesi dell’intervento è stata pubblicata poi dall’account in persiano del presidente Rouhani.

 

Referendum in Iran: i precedenti

Ci sono stati tre referendum nella storia post rivoluzionaria dell’Iran. Il primo è quello che il 30 e il 31 marzo 1979 decreta il passaggio dalla monarchia alla Repubblica islamica. Il quesito è a dir poco tendenzioso: “Il vecchio regime monarchico diventa Repubblica islamica, la cui Costituzione sarà approvata dal popolo. Sì o no?”. Vota il 98% degli aventi diritto e il sì vince col 99,31%.

Il secondo referendum si tiene il 2 e 3 dicembre per approvare la nuova Costituzione. Vota il 71,6% degli aventi diritto e il sì vince con il 99,5%.

Da notare come nel giro sei mesi l’affluenza cali di quasi 30 punti di percentuale.

Il terzo referendum è su alcune importanti modifiche alla Costituzione, come l’eliminazione della figura del premier, l’eliminazione del titolo di marja-e taqlid (fonte di imitazione) quale requisito fondamentale per la nomina a Guida, l’istituzionalizzazione del Consiglio per il discernimento  e l’aumento del numero dei membri dell’Assemblea degli Esperti. Si tiene il 28 luglio 1989 in concomitanza con le elezioni presidenziali e i votanti sono appena il 54,51% degli aventi diritto. Le modifiche vengono approvate col 97,57% dei voti.

 

Le reazioni della politica iraniana

La proposta di Rouhani è stata accolto con diffidenza dai conservatori. In un editoriale sul quotidiano Kayhan (una sorta di organo si stampa della Guida Khamenei), il direttore Hossein Shariatmadari ha scritto che questa proposta potrebbe essere il segno della sua “insoddisfazione per i milioni di persone che hanno celebrato l’anniversario della rivoluzione dicendo in sostanza ‘sì’ all’attuale sistema politico”.

Altri commentatori della televisione di Stato (roccaforte dei conservatori) hanno ricordato che il referendum deve comunque essere richiesto dai due terzi del parlamento, altri hanno commentato con sarcasmo la vaghezza della proposta di Rouhani. In generale, comunque, va notato che l’uscita del presidente ha suscitato un certo nervosismo tra i conservatori. Il sospetto è che Rouhani abbia intenzione di usare il referendum quale strumento per modificare (e ridurre) il potere della Guida.

Anche perché lo stesso presidente ha replicato dichiarando che – come presidente – ha il dovere e la responsabilità di mettere in pratica la Costituzione.

A fronte delle reazioni negative dei conservatori, va registrato l’apparente disinteresse dei riformisti. Nessun politico ha apertamente sostenuto la proposta di Rouhani e il quotidiano riformista Shargh ha dedicato al tema soltanto un piccolo spazio sul numero del 13 febbraio, concentrandosi soprattutto sulle reazioni dei conservatori.

 

Referendum ma su cosa?

Resta il fatto che l’idea lanciata da Rouhani rimane piuttosto vaga. Un referendum su cosa? Sulla forma istituzionale? Improbabile e forse addirittura pericoloso. Come ha scritto l’attivista per i diritti umani  Hassan Zeidabadi, “un referendum istituzionale è la conseguenza di una crisi politica, non una soluzione”.

L’appello di 15 iraniani

Un appello a favore dell’uso del referendum è stato sottoscritto da 15 personalità iraniane di rilievo, tra cui registi, intellettuali e politici. Alcuni residenti in Iran, altri residenti all’estero (come il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi). Per il quadro completo leggi l’articolo qui sotto.

 

15 Prominent Iranians Call For a Referendum on the Islamic Republic

Viaggio in Iran Low Cost: offerta scontata tour di 7 giorni

Viaggio in Iran Low Cost: offerta scontata tour di 7 giorni

Viaggio in Iran Low Cost: offerta scontata tour di 7 giorni. Un viaggio in Iran pensato appositamente per i tanti che in questi anni ci hanno detto: “Vorrei ma non posso”. Un viaggio che concentra in una settimana le tappe essenziali per conoscere le bellezze della Persia. Sette giorni da vivere intensamente, rinunciando a qualche comfort ma senza perdersi nulla del fascino e della bellezza di quello che lo studioso britannico Michael Axworthy definì «L’impero della mente».

Rispetto ai nostri pacchetti “classici” non cambia la qualità dei servizi o il programma, ma le sistemazioni saranno in strutture più semplici rispetto al solito. E l’ultima notte si riparte direttamente per l’Italia, senza pernottamento.

Sette giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

Con chi

Con Anita Mousavian, architetto e guida turistica ufficiale iraniana.

Quando

Dal 18 al 25 maggio 2018.

Condizioni

QUOTA INDIVIDUALE 1.800 EURO

SUPPLEMENTO SINGOLA: 180 EURO

SPESE CONSOLARI: 85 euro

CAPARRA DI 700 EURO DA VERSARE ENTRO IL 30 MARZO 2018 

MINIMO 10 PARTECIPANTI 

 

N.B. La caparra verrà restituita qualora il gruppo non si formasse. In caso di rinuncia da parte del viaggiatore, la caparra non verrà restituita.

 

Programma

 

 Venerdì

18/05/2018

§ Aereo

Roma – Teheran

§ Incontro con la guida in aeroporto

§ Trasferimento in hotel

§ Pernottamento a Teheran

Sabato

19/05/2018

§ Visita di Teheran citta’

§ Museo Archeologico nazionale (parte antica e parte islamica)

§ Museo dei Gioielli

§ Volo per Shiraz

§ Pernottamento a Shiraz

Domenica

20/05/2018

§  Shiraz e Persepoli

§  Visita alla moschea Nasir-ol-Molk o delle Rose

§  Trasferimento a Marvdasht e visita di Persepoli

§  Visita Tombe rupestri di Naqsh-e-Rostam

§  Ritorno a Shiraz

§  Tomba di Hafez

§  Moschea di Vakil

§  Cena in ristorante tradizionale

Lunedì

21/05/2018

§  Shiraz-Yazd

§  Visita di Pasargade (Tomba di Ciro)

§  Ghiacciaia di Abarkuh

§  Arrivo a Yazd

§  Tempio del fuoco zoroastriano

§  Piazza Amir Chakhmagh

§  Passeggiata in quartieri antichi e cena

§  Pernottamento a Yazd

 Martedì

22/05/2018

§  Yazd-Isfahan

§  Visita a torri del silenzio di Yazd

§  Castello Narin di Meybod

§  Moschea Naeen

§  Arrivo a Isfahan

§  Chiesa Vank di Isfahan

§  Arrivo in albergo

§  Giro nella piazza Naqsh-e-Jahan e cena

§  Pernottamento a Isfahan

Mercoledì

23/05/2018

§  Isfahan

§  Visita a moschea del venerdi’ antica

§  Visita palazzo delle 40 colonne

§  Moschea della Regina o Shaikh Lutfullah

§  Moschea dello Scia’

§  Tempo libero bazaar

§  Cena e pernottamento a Isfahan

Giovedì

24/05/2018

§  Ponti Khaju e 33 arcate

§  Villaggio di Abyaneh

§  Arrivo a Kashan

§  Pranzo

§  Giardino Fin

§  Casa dei Tabatabee

§  Hammam sultano Amir Ahmad

§  Visita a Qom

§  Cena in lussuoso autogrill Mehr-o-Mah

§  Arrivo all’aeroporto IKIA previsto prima di mezzanotte e riposo in bus 

Venerdì

25/05/2018

§   Volo per l’Italia

La quota comprende

  • tariffe aeree per i voli internazionali
  • assicurazione medico, bagaglio
  • tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia
  • accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza
  •  sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo
  • colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e una bottiglia d’acqua al giorno. Occasionalmente potrà essere effettuato un simpatico pic-nic all’iraniana, qualora le esigenze di viaggio lo rendessero necessario
  • trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con mezzi con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata
  • guida professionale specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale
  • tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei
  • un volo interno per raggiungere località distanti e i trasferimenti dagli aeroporti agli alberghi

La quota non comprende

  • spese consolari
  • assicurazione annullamento viaggio
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

Leggi il racconto dello scorso viaggio in Iran

Per informazioni: antonello.sacchetti@gmail.com – 339 1369642

Viaggio in Iran Low Cost: offerta scontata tour di 7 giorni

Iran. Hijab, pasdaran e sussidi: qualcosa sta cambiando?

Hijab, pasdaran e sussidi: qualcosa sta cambiando in Iran? Manco a dirlo, l’argomento che ha suscitato più attenzione tra i media occidentali è stato il primo. Andiamo con ordine.

La protesta contro l’hijab obbligatorio

Tutto è iniziato il 27 dicembre 2017 , quando la 31enne Vida Movahed, nella centrale e trafficatissima Via Enghelab di Teheran, si è tolta il foulard (obbligatorio in Iran in tutti i luoghi pubblici), lo ha issato su un bastone ed è salita su una centralina elettrica. Arrestata e rilasciata poco dopo, è stata di nuovo poi incarcerata fino al 28 gennaio 2018. La sua foto è stata condivisa sui social ed è divenuta famosa in tutto il mondo. Qualcuno ha anche fatto confusione, associando la sua protesta alle manifestazioni politiche che negli stessi giorni si sono tenute in tutto il Paese (ne abbiamo parlato qui).

Una seconda donna, Nargess Hosseini, è stata arrestata per aver inscenato lo stesso tipo di protesta il 29 gennaio, sempre a Teheran. Il codice penale iraniano prevede (articolo 638) che le “donne che compaiono in pubblico senza l’hijab islamico possono essere condannate fino a due mesi di carcere e a una multa fino a 500.000 rial (poco più di 10 euro). La cauzione di Nargess è stata fissata ad un prezzo altissimo (l’equivalente di circa 140.000 dollari), in modo da tenerla in carcere.

Col passare dei giorni, la protesta si è estesa ad altre città e sui social sono comparse le foto di decine di donne senza velo. Anche diversi uomini si sono uniti alla protesta, issando foulard e postando foto con lo slogan “Non siete sole”. Particolare eco ha avuto la protesta di una chadori, cioè una donna col chador che senza togliersi il foulard ne ha appeso uno a un bastone e ha manifestato contro l’obbligo dell’hijab.

 

 

 

La polizia di Teheran ha annunciato di aver arrestato 29 donne nelle ultime settimane  per le proteste anti hijab. Il procuratore capo di Teheran ha parlato di “comportamenti infantili” ispirati dall’estero. Chiaro il riferimento alla giornalista Masih Alinejad che da anni porta avanti la campagna “My Stealthy Freedom” (ne abbiamo parlato qui quasi quattro anni fa).

Qualcuno parla di una “rivoluzione silenziosa”. Di certo è un fenomeno nuovo che si sta diffondendo molto rapidamente e che è talmente evidente che non le autorità non lo hanno potuto tenere nascosto. Il dibattito sull’obbligatorietà dell’hijab, d’altra parte, è in corso da anni, sia in campo politico sia religioso. Difficile che queste manifestazioni bastino da sole a cambiare uno dei simboli stessi della Repubblica islamica. Ma anche in questo caso, come per le proteste di piazza dell’ultimo mese, la novità sta nel fatto che se ne parli in Iran. Sono segnali costanti, quasi insistenti, di una necessità di cambiamento nei costumi.

Nella remota probabilità di una laicizzazione della vita pubblica iraniana, si può auspicare che un’apertura arrivi proprio dai religiosi. Non è fantascienza. Come ci è capitato di dire più volte, la Repubblica islamica ha dimostrato diverse volte, dopo il 2009, di aver capito che in alcuni casi allentare la pressione serve al mantenimento del sistema stesso. E cedere qualcosa sul piano delle regole del vestiario, potrebbe evitare complicazioni peggiori su altre questioni sociali.

Durante un discorso in occasione dell’inizio delle celebrazioni per il 39esimo anniversario della rivoluzione, il presidente Hassan Rouhani ha dichiarato:

Tutte le istituzioni del Paese dovrebbero ascoltare i desideri e le richieste del popolo. Il precedente regime credeva che la monarchia sarebbe durata per sempre, ma perse tutto proprio per questo motivo: non ascolto le critiche del popolo.

 

I pasdaran e l’economia iraniana

Uno dei passaggi più importanti nella politica iraniana delle ultime settimane è stato l’annuncio da parte del ministro della Difesa Ali Hatami della richiesta effettuata dalla Guida Khamenei alle organizzazioni militari di “disinvestire dalle attività economiche non correlate”. Tradotto: i pasdaran devono fare un passo indietro rispetto all’economia e pensare prettamente al loro ruolo militare.

In una lettera aperta al giornale riformista Saham News, Mehdi Karroubi, leader insieme a Mir Hossein Mussavi dell’Onda Verde, agli arresti domiciliari dal 2011, ha accusato la Guida Khamenei di aver permesso ai pasdaran di assumere un ruolo predominante in economia e che questo ha “offuscato la reputazione di questo corpo rivoluzionario e l’ha annegato nella corruzione”.

Il conflitto sui sussidi

Per la prima volta nella storia della Repubblica islamica, il parlamento ha respinto le linee generali di una proposta di budget presentata dal governo. Il piano di Rouhani prevedeva l’aumento del prezzo della benzina del 50% e del diesel del 33%. Ma soprattutto prevedeva un taglio drastico dei sussidi varati a suo tempo da Ahmadinejad: quei 10 dollari al mese che attualmente vengono elargiti a 75 milioni di iraniani, Rouhani voleva destinarli “solo” a 42 milioni di persone. Lo stop del parlamento ha imposto una correzione: i sussidi dovrebbero interessare tra 52 e i 54 milioni di cittadini. Adesso il parlamento discuterà dei dettagli del piano finanziario.

La prima bocciatura sembra sia stata influenzata dalle proteste di piazza del mese precedente.

Evidentemente, più di qualcuno, nelle istituzioni della Repubblica islamica, teme di fare la fine dello scià.

 

 

 

Al via 42° corso di lingua e letteratura persiana

​L’istituto Culturale dell’Iran nel quadro delle sue attività didattiche, organizza il 42° corso di lingua e letteratura persiana. Un ciclo di 12 lezioni presso  con il rilascio di un certificato firmato.

Il corso, tenuto da una docente universitaria, si svolgerà da sabato  14  aprile 2018  e si articola in 18 ore di lezione per ogni livello per un totale di 54 ore divise in tre livelli e avrà la durata di 12 settimane con la seguente cadenza: sabato: ore 9 ; 1 0. 30 e 12.

La giornata dell’ultima lezione sarà interamente dedicata alla valutazione dei corsisti, con una prova scritta, e una orale. L’ammissione agli esame  è subordinata ad una presenza continuativa alle lezioni non inferiore all’80% del monte ore totali.  Le iscrizioni sono aperte fino al 14  aprile 2018 .

N.B. Il giorno  14  Aprile  (prima lezione) è dedicato interamente al valutare il livello della conoscenza dei corsisti e le divisioni per l’orario, perciò si chiede la presenza di tutti gli interessati alle ore 10 presso la sede dell’istituto Culturale in Via Maria Pezzè Pascolato, 9.

Per iscriversi cliccare qui

Tutto l’Iran ne parla

A quasi un mese dalle prime manifestazioni a Mashad, la situazione in Iran sembra tornata alla “normalità”. Si potrebbe discutere a lungo su cosa, in Iran, sia normale o straordinario, ma per il momento accontentiamoci di dire che non ci sono state più dimostrazioni dal 4 gennaio 2018, quando, in un comunicato ufficiale, il generale dei pasdaran Mohammad Ali Jafari ha annunciato la “fine della sedizione”, dicendosi anche certo che le rivolte non avrebbero avuto un seguito.

Un bilancio delle manifestazioni

Alle manifestazioni – secondo il Ministero degli Interni – avrebbero partecipato non oltre 42.000 persone in totale. I morti sarebbero stati più di 20 (tra cui 4 membri delle forze dell’ordine) e gli arresti circa 450. Due persone arrestate sarebbero morte in carcere, ufficialmente “per suicidio”. Stime non governative parlano di circa 80 città coinvolte e 1.000 arresti. Sempre secondo il Ministero degli Interni, l‘84% dei manifestanti avevano meno di 35 anni, meno del 14% erano laureati e soltanto il 6% dei manifestanti erano donne. Gli slogan erano in maggior parte (70%) a tema politico. 

 

La novità: tutto l’Iran ne parla

Al di là di chi e per quale motivo abbia manifestato (ne abbiamo parlato qui), questa crisi rappresenta una novità per la politica della Repubblica islamica.  In passato ci sono già state ondate di proteste, alcune anche con risvolti drammatici, come nel caso del movimento studentesco del 1999 e dell’Onda Verde del 2009.  O come le proteste contro le privatizzazioni sotto la presidenza Rafsanjani nei primi anni Novanta. La novità è che questa volta il confronto politico non è stato oscurato o negato, ma si è anzi trasferito dalle piazze ai media, fino al parlamento.

Superata una prima fase in cui si è scaricata tutta la responsabilità dell’accaduto ad “elementi stranieri”, i vertici della Repubblica islamica sono intervenuti sulla questione, con toni e da prospettive diverse. Se il presidente Rouhani ha immediatamente riconosciuto il diritto degli iraniani a protestare , sottolineando al tempo stesso il dovere del governo di “ascoltare il popolo”, la stessa Guida Ali Khamenei ha ammesso l’esistenza del malcontento popolare.

Non solo i social media, ma tutti i quotidiani iraniani hanno per giorni affrontato l’argomento delle manifestazioni, con interviste, inchieste ed editoriali.

Certo, questo ci dice anche molto di come le fazioni politiche abbiano cercato in vario modo di cavalcare l’onda delle proteste: i conservatori hanno colto l’occasione per attaccare Rouhani che, a sua volta, ha cercato di porsi come primo interlocutore dei manifestanti.

Affari interni

In questo senso, è particolarmente significativa l’intervista rilasciata da Rouhani alla TV di Stato il 22 gennaio, la prima in assoluto dopo le manifestazioni. A intervistarlo il conduttore Reza Rashidpour, notoriamente vicino ai riformisti. Si è trattato di un piccolo evento televisivo che però, alla fine, ha deluso un po’ tutti. Incredibile ma vero, Rouhani non ha mai parlato dell’accordo sul nucleare (suo cavallo di battaglia) e si è concentrato sulle questioni interne, politiche ed economiche. Dalla perdita di valore del rial alla crisi finanziaria, dalle proteste di piazza all’inquinamento, fino alle polemiche sul blocco (poi rimosso) di Telegram.

 

Tutto toccato con molta moderazione, cercando di essere il più possibile rassicurante e convincente. Ma, a quanto pare, il pubblico non ha gradito. Sadegh Zibakalam, giornalista su posizioni riformiste, ha commentato:

“Mi auguro che il Dott. Rouhani capisca che ogni volta che parla alla gente perde un po’ dei suoi 24 milioni di voti. Spero che capisca che insulta l’intelligenza delle persone concentrandosi su questioni artificiose e superficiali invece di affrontare i temi davvero importanti per la società iraniana”.

Molti altri commentatori hanno criticato le domande troppo accondiscendenti poste da Rashidpour. Persino il tema delle recenti manifestazioni è stato toccato da Rouhani rispondendo ad un’altra domanda, senza che il conduttore avesse affrontato direttamente la questione.

Insomma, Rouhani ha cercato di accontentare tutti ma sembra aver deluso tutti o quasi.

 

La macchina che impara

Il fatto è che la Repubblica islamica ha dimostrato ancora una volta di essere “una macchina che impara”. Di sapersi, cioè, adattare a condizioni diverse per sopravvivere. Piuttosto che negare l’evidenza di una crisi in atto, scatenata da alcune sue stesse componenti, ha scelto stavolta di elaborarla ed esorcizzarla in un dibattito pubblico. E’ la lezione appresa dal 2009, quando invece la contestazione venne bollata come anti sistema e repressa unicamente con la forza. In questo caso non è mancato il pugno duro contro i manifestanti, ma la dialettica che si è aperta dopo tra le forze politiche e in una parte consistente dell’opinione pubblica è sicuramente qualcosa di nuovo e di molto interessante.

Piuttosto che auspicare o diagnosticare improbabili cambi di regime, i media occidentali farebbero bene a seguire con attenzione quello che si dice e si scrive in Iran in queste settimane.

Il quotidiano conservatore Kayhan accusa Rouhani di non aver parlato di disoccupazione, crisi economica e inquinamento nella sua intervista televisiva.

 

Il quotidiano riformista Sgargh, sempre in riferimento all’intervista TV di Rouhani, titola: Quello che non ha detto e che deve dire

I murales di Teheran

Le città iraniane sono piene di murales che ricordano i martiri, i caduti della guerra contro l’Iraq. Durante gli otto anni del conflitto (1980-88), le strade delle grandi città si trasformarono in un immenso sacrario. Vie intitolate a caduti in battaglia e ritratti di martiri ovunque. Propaganda di regime che ha però un suo fascino particolare. Ecco alcuni esempi di murales di Teheran.

Leggi anche 130 murales di Teheran

 

 

I bambini di Teheran

I bambini di Teheran

I bambini di Teheran è una video-installazione della storica e giornalista italo-iraniana Farian Sabahi (www.fariansabahi.com) che sarà ospite delle seguenti istituzioni e associazioni:

– al Museo d’Arte Orientale (MAO) di Torino da venerdì 26 gennaio a metà febbraio (data da definire);

– al Mudec di Milano nella sola giornata della memoria, sabato 27 gennaio, in auditorium (al Mudec sarà mostrato il solo video, non ci sarà la vera e propria installazione)

– in diversi Presìdi del Libro (www.presidi.org), un’associazione che si occupa di promozione della lettura attraverso circoli diffusi in tutta Italia, soprattutto in Puglia, nel periodo che va all’incirca dal 27 gennaio a metà febbraio, in concomitanza con il Mese della Memoria. Giunta alla sua decima edizione, l’iniziativa ricorda le vittime dei genocidi e delle persecuzioni, vecchie e nuove, e riflette sulle tematiche di integrazione e accoglienza anche alla luce dei più cogenti fatti di attualità.

Sulla parete esterna alla sala del MAO, due pannelli: quello verticale spiega la storia dei cosiddetti Bambini di Teheran, quello orizzontale è una cartina con il percorso compiuto dai protagonisti di questa misteriosa vicenda. Sempre sulla parete esterna, le lettere in ebraico Yaldei Teheran (i bambini di Teheran) sono state realizzate in argilla dall’artista torinese-israeliano Gabriele Levy. Come Farian Sabahi, anche Gabriele Levy è di madre piemontese, di Alessandria, e di padre mediorientale (ebreo sefardita di Alessandria d’Egitto) e anche lui risiede nel quartiere torinese di San Salvario, http://www.gabrielelevy.com. Un modo come un altro per far capire che la collaborazione tra artisti è in grado di varcare confini e superare le reciproche differenze, al di là delle invettive dei politici.

All’ingresso della sala al primo piano del museo, un tavolino con il samovar per il té accoglie il visitatore con la consueta ospitalità del popolo persiano. Prima di entrare in sala, il pubblico si toglie le scarpe. In sala, ci si siede sui tappeti appoggiando la schiena sui cuscini, oppure sulla panca in fondo. Il messaggio di fondo, da leggere anche in chiave contemporanea, è che quando si arriva in un luogo che ti ospita è opportuno rispettarne usi e costumi. E se oggi è l’Europa a dover ospitare, suo malgrado, centinaia di migliaia di rifugiati provenienti dal Medio Oriente, c’è stato un tempo in cui a farsi carico dei profughi ebrei e cattolici provenienti dall’Europa è stato l’Iran. (Leggi: I profughi polacchi in Iran)

Sullo schermo scorre un video di circa trenta minuti. Sono quattro le testimonianze degli ebrei polacchi, ormai anziani, intervistati dall’autrice in Israele nel 2008 e 2010. Sono ebrei polacchi che appena prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale erano scappati dalla Polonia invasa dai tedeschi verso la Polonia invasa dai sovietici. Da qui, erano stati deportati nei campi di lavoro in Siberia. In un secondo tempo erano riusciti ad arrivare in Uzbekistan dove vissero negli orfanotrofi fino a quando furono portati sulle coste del Mar Caspio e da lì a Teheran, che il 25 agosto 1941 era stata invasa dalle truppe britanniche e sovietiche. A Teheran, gli inglesi dove trasferirono 33mila soldati polacchi e 11mila rifugiati di cui 2mila ebrei, la metà minorenni destinati a un campo rifugiati allestito nell’agosto 1942 e finanziato dal governo polacco in esilio; cibo e medicine erano fornite dalla comunità ebraica iraniana, dalla Croce Rossa americana, da organizzazioni ebraiche e sioniste. A Teheran, i rifugiati polacchi trascorsero il periodo più lungo (da qui il nome Bambini di Teheran) prima di raggiungere quella che ancora era chiamata Palestina.

Nel 1942, la Jewish Agency aprì la sua prima sede a Teheran per organizzare il trasferimento dei rifugiati minorenni ebrei in Palestina via mare (Karachi e Aden) e via terra (attraverso l’Iraq, scortati dai militari britannici). Giunti in quello che ancora era Palestina, furono smistati in base alla famiglia di provenienza: i figli di rabbini furono destinati allo studio della Torah, molti altri ai kibbutz. Ma qualcuno riuscì a imbrogliare, evitando di finire in una yeshiva (scuola religiosa).

Nel video, le vicende degli ebrei polacchi sono divise a tappe geografiche, congiunte dalla voce fuori campo di un liceale: il video racconta le vicende di bambini e ragazzi, si rivolge principalmente alle scuole superiori per raccontare un episodio poco noto della Seconda guerra mondiale. I quattro intervistati, ormai anziani, raccontano le proprie vicende e tanti aneddoti. Ricordano le tante difficoltà, ma anche la gioia di essere scampati all’Olocausto e il ricongiungimento, anni dopo, con le loro famiglie in terra di Israele.

Il brano Elegy for the Arctic è stato concesso dal compositore torinese Ludovico Einaudi.

 

Chaharshanbe Surì

La festa del fuoco (Chaharshanbe Surì) è senza dubbio la più divertente tra quelle legate all’arrivo del No Ruz, il nuovo anno persiano. Si celebra la sera dell’ultimo martedì dell’anno, in attesa del mercoledì. Nelle strade si accendono piccoli falò su cui saltare dopo aver recitato la formula «Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man», ovvero «il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me». È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce. Si crede inoltre che in questa notte gli spiriti dei morti possano tornare a far visita ai loro cari.

Chaharshanbe Surì è anche il titolo di un film del 2006 di Asghar Farhadi, oggi celebre in tutto il mondo per l’Oscar vinto con “Una separazione”. Un critico cinematografico ha definito Chaharshanbe Surì, About Elly e Una separazione la “trilogia delle bugie”.

 

Inedito in Italia, Chaharshanbe Surì è  forse meno compiuto ma più affascinante del film che ha vinto la statuetta d’oro. Racconta una crisi coniugale che esplode proprio l’ultimo martedì dell’anno. Una coppia borghese sulla quarantina si sta preparando a partire per le vacanze a Dubai. Ma lei è convinta che il marito la tradisca e sui preparativi per il viaggio incombe la rottura definitiva. In mezzo ai litigi di marito e moglie finisce una giovane domestica di umili origini, prossima al matrimonio. Un confronto tra sessi ma anche tra classi sociali diverse, separate da stili di vita, abbigliamento e prospettive. Sullo sfondo, i fuochi e i botti della festa. All’epoca venne salutato come un film innovativo per il cinema iraniano, sia per lo stile sia per i contenuti. L’adulterio è raccontato senza tabù e i dialoghi sono molto duri e sconfinano spesso nel  turpiloquio.

 

No Ruz. Il capodanno persiano e le sue origini zoroastriane

No Ruz. Il capodanno persiano e le sue origini zoroastriane

L’arrivo della primavera segna l’inizia del nuovo anno in Iran e Afghanistan. In questi due Paesi vige infatti il calendario persiano, noto anche come calendario di Jalaali. Si tratta di un calendario solare che stabilisce gli anni bisestili non mediante una regola numerica, ma sulla base dell’osservazione dell’equinozio di primavera.

Quando è Noruz nel 2018?

L’inizio del nuovo anno non cade automaticamente ogni 21 marzo, ma varia di volta in volta.   Il 1397 inizia alle 17:15 e 28 secondi  (ora italiana) di martedì 20 marzo 2018 .

Il calendario persiano è senza dubbio più esatto dal punto di vista scientifico, con un margine di errore di un giorno ogni 141.000 anni. Il calendario gregoriano, in uso in Occidente, ha invece un giorno di errore ogni 3.226 anni. I persiani furono il primo popolo a preferire il ciclo solare al ciclo lunare. Nella cultura zorostriana, predominante in Persia fino all’avvento dell’Islam, il sole ha infatti avuto un’importanza simbolica fondamentale.

Nell’XI secolo, sotto il regno del sultano selgiuchide Jalaal ad-Din Malik Shah Seljuki, una commissione di scienziati della quale faceva parte il grande poeta e matematico Omar Khayyam, elaborò un nuovo calendario sulla base di uno in uso secoli prima. Il nuovo calendario persiano viene tuttora chiamato calendario di Jalaali, in onore del sultano. Sostituito in seguito col calendario lunare islamico, il calendario persiano viene reintrodotto in Persia nel 1922. L’Afghanistan lo adotta nel 1957, ma denominando in arabo i mesi.

I mesi del calendario persiano

Il calendario persiano è così strutturato:

Farvardin (Marzo 21-Aprile 20)

Ordibehesht (Aprile 21-Maggio 21)

Khordad (Maggio 22-Giugno 21)

Tir (Giugno22-Luglio 22)

Mordad-Amordad (Luglio 23-Agosto 22)

Shahrivar (Agosto 23-Settembre 22)

Mehr (Settembre 23-Ottobre22)

Aban (Ottobre 23-Novembre 21)

Azar (Novembre 22-Dicembre 21)

Day (Dicembre 22-Gennaio 20)

Bahman (Gennaio 21-Febbraio 19)

Esfand (Febbraio 20-Marzo 20)

I primi 6 mesi sono di 31 giorni, i successivi 5 sono di 30 giorni e l’ultimo mese è di 29 giorni, 30 giorni in quelli bisestili.

 

Festa grande (e zoroastriana)

Il No Ruz (nuovo giorno), primo giorno del nuovo anno, è celebrato da almeno tremila anni ed è in assoluto la festa più importante in Iran. Dopo la rivoluzione del 1979 il governo cercò di ridurne l’importanza, in quanto festa preislamica. Fu però una mossa controproducente. La leggenda vuole che lo stesso Khomeini ci ripensò perché le donne di casa non gli rivolsero la parola per due settimane. È una festa bellissima e colorata. Le scuole e gli uffici chiudono per due settimane. Si scambiano auguri (Ayd-e Noruz Mubarak!) e regali (soprattutto banconote fresche di bancomat). Una sorta di Natale celebrato in primavera, dove tutto deve essere nuove, nel segno della rinascita della vita dopo l’inverno.

Pulizie di primavera

La tradizione vuole che le celebrazioni del No Ruz si aprano 12 giorni prima del capodanno con una pulizia a fondo della casa (Khane Tekani). La giornata prevede anche l’acquisto di fiori e la visita ad amici e parenti.

I fuochi del mercoledì

Alla vigilia dell’ultimo mercoledì dell’anno si celebra la festa del fuoco (Chaharshanbe Surì). Il martedì sera, nelle strade si accendono piccoli falò da saltare dopo aver recitato la formula “Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man”, ovvero il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me. È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce. Si crede anche che in questa notte gli spiriti dei morti possano tornare a far visita ai loro cari.

Tutti a tavola con le sette s

Al momento dell’entrata nel nuovo anno tutte le famiglie si riuniscono intorno alla tavola (sofreh) apparecchiata con sette oggetti che cominciano tutti per s: sabzeh, un dolce di germogli di grano o lenticchie che rappresenta la rinascita; samanu, un budino di germogli di grano e mandorle cotte, che simboleggia la trasformazione; sib, una mela rossa, simbolo della salute; senjed, frutto secco dell’albero di loto, simbolo dell’amore; sir, l’aglio, simbolo della medicina; somaq, una polvere di bacche usata per condire la carne, che rappresenta l’aurora; serkeh, l’aceto, simbolo della pazienza. È inoltre abitudine mettere in tavola uova colorate (che rappresentano la fertilità), acqua di rose, uno specchio a centrotavola e un pesciolino rosso in una boccia di vetro.

Haji Pirooz

Il Noruz ha anche una maschera tradizionale, “Haji Pirooz”. Incarna Domuzi, il dio sumero del sacrificio che viene ucciso alla fine del vecchio anno per rinascere all’inizio del nuovo. Haji Pirooz veste un costume rosso (simile a quello di Babbo Natale) e ha la faccia truccata di nero. Per le strade di Teheran è possibile incontrare persone vestite da Haji Pirooz che ballano e suonano tamburi e trombette per augurare un nuovo anno felice.

Sizdah Bedar

Il tredicesimo giorno del nuovo anno è chiamato Sizdah Bedar. Alcuni lo chiamano “pasquetta persiana” perché è tradizione trascorrerlo all’aperto e in compagnia. Gli antichi persiani credevano infatti che le dodici costellazioni dello zodiaco controllino i dodici mesi dell’anno e che ognuna governi il mondo per mille anni. Il tredicesimo giorno rappresenta perciò l’era del caos, che verrà alla fine dei tempi. Per questo motivo, è opportuno trascorrere Sizdah Bedar fuori casa, per scongiurare i malefici generati dal numero tredici. Alla fine di questa “pasquetta persiana”, il sabzeh messo a tavolo per Capodanno, viene messo sotto l’acqua corrente per esorcizzare il malocchio. Oltre che in Iran, il No Ruz è attualmente celebrato anche in India, Afghanistan, Tagikistan, Uzbikistan, Azerbaijan, Kazakistan e Kirghizistan.

Chi protesta in Iran?

Chi protesta in Iran?

C’è poco da fare: quando in Iran la gente scende in piazza per protestare, è sempre una notizia. Il 28 dicembre a Mashad, città santa e secondo centro del paese per numeri di abitanti, si sono tenute delle manifestazioni di protesta contro il carovita. Secondo alcuni media occidentali, tra cui BBC, i manifestanti sarebbero stati “alcune centinaia”. Altre manifestazioni “più piccole” si sono svolte a Nishapur e Birjand, sempre nel nord est del Paese. Il 29 dicembre una cinquantina di persone si sarebbero radunate invece a Teheran in Piazza Enqelab, mentre a Kermanshah, capoluogo della regione colpita recentemente dal terremoto, i manifestanti, secondo l’agenzia semiufficiale Fars, sarebbero stati trecento. I social media riportano altri assembramenti in città come Qazvin, Rasht e Sari. Ci sono stati arresti e la folla è stata in più occasioni dispersa con la forza.

A Dorud, nel Lorestan, i pasdaran avrebbero aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendone almeno 6 e ferendone molti altri.

Chi protesta in Iran?

A giudicare dagli slogan, chi è sceso in piazza lo ha fatto per protestare contro il carovita e la corruzione. Bersaglio degli slogan sono stati il governo e il presidente Hassan Rouhani in particolare. L’accordo sul nucleare del 2015 ha sì migliorato la situazione economica, ma la disoccupazione è in risalita (12,4 per cento, un punto in più rispetto allo scorso anno) e proprio nelle ultime settimane il prezzo di alcuni generi alimentari di prima necessità, come le uova, ha avuto un’impennata del 30/40 per cento.

La denuncia di Rouhani

Secondo alcuni osservatori, sarebbe stato lo stesso Rouhani ad accendere la miccia della polemica, col suo discorso in parlamento lo scorso 10 dicembre. In quell’occasione il presidente aveva dichiarato di aver denunciato alla Guida Khamenei l’esistenza di sei istituzioni fraudolente, all’interno di istituzioni governative, che controllano il 25% del mercato finanziario, manipolando il cambio della valuta e il mercato dell’oro. Rouhani aveva parlato di una vera e propria “mafia finanziaria”, responsabile di aver rovinato la vita di almeno 3 milioni di iraniani. Il presidente aveva perciò chiesto al parlamento un sostegno per ridurre i finanziamenti a queste istituzioni e per creare un sistema di controllo efficace.

Governo o sistema?

Ecco il solito equivoco o, se preferite, la solita ambiguità. Chi protesta contro il governo, da che punto di vista lo fa? Dall’interno della Repubblica islamica? Oppure contesta l’intero sistema nato dalla rivoluzione del 1979?

Le proteste hanno toccato solo in una fase successiva Teheran e non sono legate ad eventi particolati, come fu nel 2009. E’ cominciato tutto a Mashad, città conservatrice e roccaforte di Ebrahim Raisi, principale sfidante di Rouhani alle elezioni del maggio 2017. Gli slogan della manifestazioni del 28 dicembre fanno pensare che ci sia la longa manus dei conservatori dietro questi “assembramenti spontanei”.

Anche perché le proteste sono scoppiate proprio il giorno dopo che il capo della polizia di Teheran aveva annunciato che le donne “mal velate” non saranno più arrestate ma indirizzate a “corsi educativi”. Quasi un contraccolpo a una timida apertura da parte delle forze dell’ordine.

Poi le proteste si sono diffuse in altre città, dove si sono ascoltati slogan che chiedevano di “lasciar stare la Siria e pensare a noi” o, addirittura, frasi contro gli ayatollah e la Repubblica islamica.

Per tutta risposta, circa 4mila persone sono scese poi in piazza a sostegno del governo Rouhani.

Le autorità hanno definito queste manifestazioni “controrivoluzionarie” e hanno puntato il dito contro alcuni canali Telegram che sarebbero stati determinanti nella mobilitazione.

Il primo vicepresidente Eshaq Jahangir ha dichiarato: “Quando un movimento politico si diffonde nelle strade, non è detto che chi lo ha lanciato sia in grado di controllarlo fino alla fine”. E ha ammonito: “Chi è dietro questi eventi finirà per farsi del male”.

Sembrerebbe, dunque, che dietro a queste manifestazioni ci sia uno scontro politico interno alla Repubblica islamica, piuttosto che una contestazione al sistema.

 

Il tweet di Trump

Il presidente degli Usa Donald Trump ha colto invece la palla al balzo per ammonire via tweet Teheran sulla “repressione delle manifestazioni pacifiche”e ammonire: “Il mondo vi sta guardando!”. In Arabia Saudita l’hashtag #IranProstest è stato tra quelli più di tendenza negli ultimi giorni, a testimoniare co quanta attenzione lo storico rivale regionale stia osservando quanto accade in Iran.

 

9 Dey

C’è anche una coincidenza simbolica: queste proteste sono iniziate alla vigilia dell’anniversario della grande manifestazione (9 Dey nel calendario persiano) che nel 2010 segnò la fine dell’Onda Verde, quando l’establishment decise di mobilitare i propri sostenitori e dare un segnale netto a quel che restava del movimento iniziato un anno e mezzo prima. Tanto che in una dichiarazione ufficiale i Pasdaran hanno dichiarato che “è necessario rivivere l’epica del 9 Dey”.

L’atmosfera dell’Onda Verde sembra comunque lontana anni luce. Cosa c’è allora in gioco?

 

Chi protesta in Iran?

Dichiarazione dei Pasdaran: necessario rivivere l’epica del 9 dey

 

Il dopo Khamenei

Secondo alcuni osservatori, al di là delle questioni economiche e sociali, il vero terreno di scontro sarebbe un altro. Le condizioni di salute della Guida Khamenei si sarebbero aggravate nelle ultime settimane e si avvicina dunque una resa dei conti tra le varie anime del sistema per decidere la successione. Al di là delle rivendicazioni di chi manifesta, in ballo ci sono equilibri politici molto delicati.

Le proteste forse finiranno presto, il confronto politico è appena iniziato.

 

Radio Vaticana, 31 dicembre 2017, Intervista ad Antonello Sacchetti sulle manifestazioni in Iran. Ascolta l’audio

 

L’apertura di Rouhani

Il 31 dicembre, durante una riunione di gabinetto, il presidente Rouhani è intervenuto per la prima volta sulle manifestazioni di questi giorni. “Il popolo – ha dichiarato – è pienamente libero di protestare contro il governo ma non di distruggere proprietà private”. Ha poi affermato di aver dato istruzione ai propri ministri di creare spazi di critica e di libera opinione. Ha inoltre ammonito i giovani iraniani a non farsi strumentalizzare da elemnti stranieri che vorrebbero vedere l’Iran nel caos. Una battuta anche su Trump: “Chi oggi sostiene di preoccuparsi degli iraniani, pochi mesi fa li definiva terroristi. Non ha nessun diritto di parlare di Iran, è sempre stato contro il popolo iraniano”.

Festività in Iran nel 2018

Festività in Iran nel 2018

Spesso il calendario persiano genera confusione nei non iraniani. Si intrecciano, infatti, tre calendari: quello solare iraniano, quello lunare islamico e quello cristiano comunemente adottato a livello internazionale. Le festività islamiche seguono il calendario lunare e quindi cadono ogni anno in giorni diversi. Quelle invece più legate alla tradizione preislamica, come il No Ruz, seguono il calendario solare.

Chi deve programmare un viaggio in Iran, rischia perciò di incappare spesso nei giorni sbagliati, anche perché le feste sono davvero molte.

Ecco l’elenco delle festività in Iran nel 2018. Quelle, per intenderci, in cui gli uffici e la maggior parte degli esercizi pubblici rimangono chiusi.

 

Festività in Iran nel 2018

Febbraio

11 Febbraio: anniversario della Rivoluzione

Marzo

20 marzo: Nazionalizzazione del Petrolio
20 marzo: No Ruz (Capodanno persiano, inizia il 1397)
21, 22,  23, 24 marzo: Ferie di No Ruz
30 marzo: Nascita dell’Imam Ali

Aprile

1 aprile: Anniversario della nascita della Repubblica islamica
2 aprile: Giornata nazionale della natura (Sizdah bedar, fine delle celebrazioni di No Ruz)
13 aprile: Ascensione del Profeta

 

Maggio

2 maggio: nascita del Mahdi, l’Imam occultato

Giugno

4 giugno: Anniversario della morte di Khomeini
5 giugno: Anniversario Rivolta del 15 Khordad (sollevazioni contro l’arresto di Khomeini nel 1963)
6 giugno: Martirio dell’Imam Ali
15 giugno: Eid-e-Fetr (Fine del Ramadan)
16 giugno Eid-e-Fetr (festa aggiuntiva)

 

Luglio

9 luglio: Martirio dell’Imam Sadeq

 

Agosto

21 agosto: Eid-e-Ghorban (Festa del Sacrificio)
29 agosto: Eid-al-Ghadir (Celebrazione della designazione di Ali come successore di Muhammad)

 

Settembre

19 settembreTassoua
20 settembre: Ashura

Ottobre

29 ottobre: Arbaeen

Novembre

7 novembre: morte del Profeta Muhammad e Martirio dell’Imam Hassan
8 novembre: martirio dell’Imam Reza
25 novembre: nascita del Profetta Muhammad e dell’Imam Sadeq

Dicembre

21 dicembre: Shabe Yalda, Solstizio di inverno

Re Magi. Una storia persiana?

re magi

L’Epifania è senza dubbio una delle feste cristiane più popolari. Fino agli anni Settanta era in Italia la festa dei regali per antonomasia. I bambini aspettavano la calza della Befana più che i doni di Babbo Natale. Poi il modello anglosassone, trainato dalla globalizzazione dei costumi e dei consumi, ha imposto Santa Claus e fatto passare in secondo piano la vecchietta sulla scopa volante. Ma cosa si celebra il 6 gennaio?

L’Epifania

Per le Chiese occidentali, l’Epifania (dal greco, epiphaneía, manifestazione) celebra la rivelazione di Gesù bambino ai re Magi, che portano in dono oro (il regalo per i re), incenso (per il culto) e mirra (il balsamo per i defunti). Per le Chiese orientali, invece, l’Epifania è la festa del battesimo di Gesù e coincide con la celebrazione del Natale. In entrambi i casi, una festa importante, come si direbbe oggi. Eppure, tra i quattro vangeli canonici, soltanto quello di Matteo lo riporta.

La cronaca di Matteo

Un racconto essenziale, poetico nella sua semplicità.

“Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all’epoca del re Erode. Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: ‘Dov’è il re dei Giudei che è nato?’ Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s’informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa. Entrati nella casa , videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono e aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra”.

Matteo non dice né che i magi fossero tre, né da quale Paese venissero. Non parla poi di una grotta, ma di una casa. Ma allora come facciamo a sapere che i magi si chiamavano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre? E perché li conosciamo come “re”?

I vangeli apocrifi

Una prima testimonianza più dettagliata viene dal Vangelo dell’Infanzia arabo siriano:

“Ora avvenne che, quando il Signore Gesù nacque a Betlemme di Giudea, ai tempi del re Erode, dall’Oriente vennero a Gerusalemme dei magi, come aveva predetto Zaratustra, e avevano con sé, come doni, oro, incenso e mirra: ed essi lo adorarono e gli offrirono i doni”.

Ecco un elemento in più, poco conosciuto, tra l’altro: la nascita del Messia (Saoshyans in persiano antico) era un evento previsto già dallo zoroastrismo (o mazdeismo), religione monoteistica praticata in Persia dal VII secolo a.C.

Più di tre?

Più dettagliato il racconto di un altro vangelo apocrifo, il Vangelo dell’infanzia armeno:

“Quando l’angelo aveva portato la buona novella a Maria era il 15 di Nisan, cioè il 6 aprile, un mercoledì, alla terza ora. Subito un angelo del Signore si recò nel paese dei Persiani, per avvertire i re magi che andassero ad adorare il neonato. E costoro, guidati da una stella per nove mesi, giunsero a destinazione nel momento in cui la vergine diveniva madre. In quel tempo il regno dei Persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d’oriente, e quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo, Melkon, regnava sui Persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli Indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli Arabi”. Lo stesso vangelo precisa che “i drappelli di cavalleria che li accompagnavano comprendevano dodicimila uomini: quattromila per ogni regno”.

Altro che magi solitari! Anche i doni sarebbero stati molto più copiosi:

“Melkon, il primo re, aveva mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino, e i libri scritti e sigillati dalle mani di Dio. Il secondo, il re degli Indi, Gaspar, aveva, come doni in onore del bambino, del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamomo e dell’incenso e altri profumi. Il terzo, re degli Arabi, Balthasar, aveva oro, argento, pietre preziose,zaffiri di gran valore e perle fini”.

Natale in primavera?

In base a questa ricostruzione, Gesù sarebbe nato il 6 gennaio, data che le Chiese orientali festeggiano ancora come Natale. Fino al IV secolo, la scelta del Natale ricadeva su tre date: 28 marzo, 18 aprile e 29 maggio. La data del 25 dicembre venne imposta per sostituire il Natale alla festa pagana del Dies natalis solis invicti, che si celebrava appunto in occasione del solstizio d’inverno.

Mago o non mago

Mago è il sacerdote del culto zoroastriano. Ancora oggi, in Iran, ogni tempio zoroastriano è affidato a un mago che, tra i diversi compiti, deve far sì che non si spenga mai il fuoco sacro all’interno del luogo di culto. Tornando all’antichità, Erodoto indica come magoi i sacerdoti astronomi della religione zoroastriana, che erano anche ritenuti capaci di uccidere i demoni e ridurli in schiavitù. Pochi dubbi, dunque: i magi venivano dall’Iran. La tradizione cristiana ha poi identificato i tre magi come un bianco, un arabo e un nero, a rappresentare l’intera umanità in attesa della figura redentrice del Cristo.

Il racconto di Marco Polo

”In Persia è la città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò piú volte in quella cittade di quegli 3 re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano 3 re soppelliti anticamente”.

Così Marco Polo racconta nel Milione la visita alle presunte tombe dei Magi nella città di Saba, a sud di Teheran, intorno al 1270.

Meglio un morto in casa

Meglio un morto in casa di un cadavere all’obitorio? Metti una fredda sera d’inverno al cinema Quattro Fontane di Roma per l’apertura della 18esima edizione di Asiatica Film Mediale. Il film in questione è Ev (The Home)  del regista iraniano Asghar Yousefinezhad.

Metti che le sorprese iniziano subito, quando dopo poche battute ti rendi conto che non capisci praticamente una parola. E infatti il film non è recitato in persiano ma in azero. Ed è già un dato importante: il fatto che un intero film sia stato distribuito in lingua “turca” è comunque un segnale di apertura nei confronti delle minoranze linguistiche. Va ricordato che quella azera è la minoranza più grande in Iran: solo a Teheran si calcola che almeno un terzo degli abitanti parlino “anche” l’azero.

Tornando al film, la storia è incentrata su un cadavere che non trova pace. Cadavere che lo spettatore non vedrà mai, ma che è il protagonista di tutta la vicenda. Un uomo anziano ha disposto nel testamento che il suo corpo, dopo il decesso, venga messo a disposizione della facoltà di medicina per essere studiato. Ma sua figlia si oppone ferocemente, apparentemente per motivi religiosi. Il cadavere viene perciò riportato a casa, dove va in scena un melodramma, con litigi, pianti, disperazione, in un andirivieni caotico di personaggi. I dialoghi sono continui e l’ambientazione è decisamente claustrofobica, resa sopportabile soltanto dalla durata molto breve del film (76′).

Come ormai accade in molti film iraniani, quando la trama sembra incanalata in un binario ormai chiaro, ecco che arriva il colpo di scena che spariglia le carte e pone tutta la storia sotto un’altra luce. Non riveleremo ovviamente di cosa si tratta, ma c’entrano, come accade spesso in Iran, il denaro e i rapporti familiari.

Girato quasi completamente con la camera a mano, Ev non è un film facile e forse nemmeno particolarmente riuscito. E’ comunque un’operazione coraggiosa e qualcosa ci dice che sentiremo parlare ancora di Asghar Yousefinezhad. 

Shabe yalda

Il 21 dicembre gli iraniani celebrano la notte più lunga dell’anno con una festa tipicamente zoroastriana: Shab-e yaldaShab in persiano vuol dire “notte”, mentre la parola Yalda proviene dal siriano e vuol dire “nascita”. Per la notte più lunga dell’anno, le famiglie iraniane si riuniscono per mangiare anguria, cantare ed esprimere desideri attraverso le poesie di Hafez. Per esorcizzare il buio della notte, vengono accese candele e lanterne. L’origine di questa festa non è chiara: probabilmente furono i cristiani siriani a introdurla prima in Caldea e poi in Persia durante l’epoca dei Sassanidi (224-636 d.C.). A loro volta, i cristiani avrebbero mutuato questa festa dal mitraismo, la religione nata in Persia e diffusasi in tutto l’Impero Romano attorno all’anno zero. Per i seguaci di questa religione, Mitra era nato proprio nella notte più lunga dell’anno e da questa celebrazione verrà la festività del Dies Natalis Solis Invicti (“Giorno di nascita del Sole Invitto”).

Il mitraismo contese al cristianesimo il primato di religione dell’Impero fino all’editto col quale Teodosio riconobbe il cristianesimo come religione di Stato (380 d.C.). I tanti mitrei di Roma (quello di San Clemente è solo il più celebre) testimoniano quanto fosse diffusa la religione che adorava il sole. La data del Natale cristiano è legata proprio al culto di Sol Invictus. Il vescovo siriano Jacob Bar-Salibi scrive: ”Era costume dei pagani celebrare al 25 dicembre la nascita del Sole, in onore del quale accendevano fuochi come segno di festività. Anche i Cristiani prendevano parte a queste solennità. Quando i dotti della Chiesa notarono che i Cristiani erano fin troppo legati a questa festività, decisero in concilio che la “vera” Natività doveva essere proclamata in quel giorno”.

Fu papa Giulio I a ufficializzare nel 337 che il Natale si sarebbe celebrato il 25 dicembre, in precedenza ultimo giorno di festa per la nascita di Mitra. Il carattere orgoglioso degli iraniani spinge alcuni di loro ad affermare che persino il Natale sia ispirato al loro Shab-e Yalda. In realtà è vero che questa festa è un po’ l’emblema di come religioni e usanze trovino in Iran un ambiente ideale per incontrarsi e contaminarsi. Non va dimenticato che è sempre in Persia, nella seconda metà del III secolo d.C, che nasce il manicheismo, sintesi delle grandi religioni allora conosciute: mazdaismo, buddismo e cristianesimo. Yalda (che è anche un nome femminile) è da secoli una parola chiave della poesia persiana, una metafora per definire il nero perfetto degli occhi e dei capelli della donna amata. Nero assoluto, totale. Shab-e Yalda è quindi anche una metafora dell’oppressione, del dolore, della sofferenza.

 

1 2 3 15