La Guerra Imposta. 40 anni dopo

Iran-Iraq, un nuovo sguardo sul conflitto più lungo del XX secolo. Video e podcast audio della diretta del 22 settembre 2020 con Nicola Pedde. In collaborazione con l’Istituto Culturale dell’Iran

Mossadeq

Il video integrale e il podcast audio della diretta con Alberto Zanconato del 15 settembre 2020. Mossadeq, la sua ascesa e il golpe che nel 1953 ne decretò la fine.

Jenayat-e bi deghat

Per capire o semplicemente provare a lasciarsi affascinare da Jenayat-e bi deghat (Careless crime), film di Shahram Mokri presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 77, occorre prestare attenzione a una delle primissime scene. Siamo in una farmacia, a Teheran. Seguiamo la scena in soggettiva, attraverso gli occhi di un farmacista che si vede arrivare un cliente che richieda un farmaco (evidentemente uno psicofarmaco) introvabile a causa delle sanzioni. E quindi sappiamo che siamo nel presente, nell’Iran di oggi. Il cliente dice di essere affetto da piromania e di aver provocato un incendio quarant’anni prima. “Quarant’anni? Impossibile”, risponde il farmacista, valutando l’età del cliente. “No, non quaranta; tre o quattro anni fa”, risponde allora l’altro.

Ecco, la storia parte da qui. Siamo nel presente o nel passato? Di quale incendio parliamo? Al centro di tutta la narrazione c’è una storia realmente accaduta, esattamente il 19 agosto 1978.

La strage del cinema Rex

Sono gli ultimi mesi del regime dello scià. È il venticinquesimo anniversario del golpe del 1953 contro Mossadeq: in un quartiere popolare della città di Abadan un incendio uccide più di quattrocento tra uomini, donne e bambini che assistevano a un film nel cinema Rex. Il governo accusa della strage l’opposizione che a sua volta accusa la Savak – la polizia politica dello scià – di aver deliberatamente appiccato il fuoco e di aver bloccato le uscite del cinema in modo da provocare una strage. D’altro canto, i manifestanti attaccavano in genere cinema vuoti in cui venivano proiettati film con scene di sesso o considerati troppo “occidentali”, mentre al Rex il giorno della strage era proiettato Gavazn-ha (Il cervo), film di Massud Kimiyai che parlava di una rivolta di poveri contro le ingiustizie e che aveva a stento ottenuto il visto della censura. Qualunque fosse la verità sulla strage del Rex, il risultato politico fu inequivocabile: l’opinione pubblica attribuiva allo scià la responsabilità dell’accaduto.

Come ricorda Claudio Zito sul blog Cinema iraniano,

Quattro persone si introdussero nel locale, ciascuno di loro portando ciò che appariva come una confezione di snack, ma che in realtà conteneva benzina. Nel corso della proiezione, due di loro si allontanarono come per andare in bagno; cosparsero invece di liquido infiammabile le porte di legno e i corridoi della sala, e appiccarono il fuoco. L’incendio andò avanti quasi tutta la notte, le urla delle vittime si protrassero per ore e si udirono a centinaia di metri di distanza. Il numero dei morti è tuttora indefinito, varia dagli oltre trecento ai circa settecento, a seconda delle fonti. Un uomo perse dieci figli nell’attentato.

La tragedia del 19 agosto 1978

Lo stesso regista ha dichiarato di aver scelto come base del racconto la testimonianza dell’unico degli attentatori sopravvissuto all’incendio: Hossein Takbalizadeh, all’epoca dei fatti disoccupato e tossicodipendente, condannato a morte da un tribunale rivoluzionario nel 1980 e successivamente giustiziato in pubblico.

Una storia terribile e di sicuro imbarazzante anche per le autorità della Repubblica islamica. Durante il processo Takbalizadeh ribadì di aver dato fuoco al cinema credendo di compiere un atto rivoluzionario e negò sempre con forza qualsiasi legame con la Savak.

Passato e presente

Ed ecco che allora il film di Mokri ondeggia tra passato e presente. Siamo nella Teheran di oggi, con il Museo del Cinema con i ragazzi che affollano il caffè, ma un attimo dopo nelle stesse strade ci sono scritte che inveiscono contro lo scià. Un gruppo di studenti ha ricevuto minacce per aver organizzato la proiezione di un film (che si intitola sempre Jenayat-e bi deghat) politicamente controverso, in cui un ufficiale dell’esercito (Babak Karimi , già presente sia in Mahi va Gorbeh sia nell’altro lungometraggio di Mokri, Invasion) indaga su un misterioso missile caduto in una zona di montagna. Missile che vedremo nell’ultima scena del film, quasi come una stella cometa nefasta.

Il buio della sala è del 2020 o del 1978? I ragazzi che attaccano manifesti sfidano le autorità della Repubblica islamica o dello scià? Di quale censura e di quale repressione stiamo parlando? La tragedia scatenata allora continua ancora oggi?

Esercizio di stile

Apparentemente è tutto un difficilissimo esercizio di stile, ma se ripensiamo al film e proviamo a smontarlo poco alla volta, ci rendiamo conto di quanti temi vengono toccati e di quanto cinema ci sia in questo film.

La prima mezz’ora di film è assolutamente avvincente, con una lunga e inquietante sequenza nel Museo del Cinema di Teheran (se non lo conoscete potere fare una visita virtuale qui). Poi indubbiamente alcuni dialoghi si fanno un po’ troppo ridondanti, non tutti i”pezzi” del film si incastrano a dovere anche perché si tratta di un’operazione tutt’altro che semplice.

La locandina del film

Già sette anni fa con Mahi va gorbeh Mokri aveva stupito Venezia con il suo talento e la sua voglia di innovare il cinema. Qui la posta in palio si fa ancora più grande: ci sono almeno tre film in un film, c’è il cinema nel cinema e ci sono le storie nella Storia.

E quindi è un’opera che merita rispetto e attenzione, perché rischiare è da pochi, soprattutto in un’epoca in cui narrare è divenuto un imperativo costante per tutti.

Mokri dimostra un talento innegabile e ancora in fase di crescita. Molto moderno come tecnica e come stile narrativo. Allo stesso tempo, Jenayat-e bi deghat è un film molto iraniano. Per la storia che racconta e per l’attenzione ai dettagli del presente.

La speranza è che trovi una distribuzione in Italia e magari anche una critica capace di facilitare le scelte del pubblico.

Guarda l’intervista al regista Shahram Mokri

La terra desolata

Diciamolo subito a scanso di equivoci: The Wasteland (Dashte kamoush), opera seconda dell’iraniano Ahmad Bahrami, presentato nella sezione Orizzonti nella Mostra del Cinema di Venezia numero 77, non è un film per tutti. Questo non vuol dire che sia necessariamente un film per pochi, ma è bene precisare che siamo su corde, tempi e temi abbastanza lontani dal cinema iraniano a cui il pubblico internazionale si è abituato negli ultimi anni.

Girato in un bianco e nero bellissimo, il film è interamente ambientato in una fabbrica di mattoni nel mezzo del nulla, si suppone nell’Iran nord orientale. Qui una quindicina di persone vivono e lavorano lontani da tutti. C’è un piccolo gruppo di curdi, un altro di azeri (e sentiremo, a turno, i loro dialoghi nelle diverse lingue), c’è soprattutto il “vecchio” Lotfollah, operaio nato e vissuto sempre in quel minuscolo villaggio attorno alla fabbrica, memoria storica e punto di riferimento per tutti gli altri lavoratori. Che hanno storie e desideri spesso contrastanti.

La prima parte del film è costruita in modo molto originale, con flashback e anticipazioni, in un gioco a incastri che sposta tre o quattro volte il punto di vista della narrazione. Fino alla conclusione della scena più importante, quella in cui il padrone annuncia l’immediata chiusura della fabbrica.

La locandina del film

Da questo momento Lotfollah diventa il protagonista assoluto della scena. A lui spetta organizzare la chiusura degli impianti e la partenza di tutti i lavoratori.

È questa la parte più drammatica del film, fino a una indimenticabile scena finale.

Dashte kamoush è un film di silenzi e di movimenti di macchina lenti e avvolgenti. Alcune inquadrature (come quella mostrata nella locandina) sono capolavori di fotografia.

Forse è inutile voler individuare un messaggio unico del film. Ci sono diversi elementi esistenziali, c’è di fondo un tema politico, di mancata lotta di classe. Ma – più di molti altri – questo è un film che va semplicemente visto.

Non è certo un film di speranza, ma sicuramente è un film d’arte.

Trovare se stessi a Mashad

Finding Farideh

Simmetrie delle scelte o semplici coincidenze. Perdersi e trovare se stessi. Proprio mentre leggevo Perdersi di Charles D’Ambrosio, ho potuto finalmente vedere in streaming un film che “inseguivo” da un anno. Finding Farideh (در جستجوی فریده) è un documentario diretto e prodotto da due giovani registi di Teheran, Azadeh Mousavi e Kourosh Ataee. Racconta la storia (vera) di Farideh, quarantenne di Amsterdam, adottata da una coppia olandese in un orfanotrofio di Teheran quando aveva solo sei mesi, che si mette alla ricerca del proprio passato.

Prima inizia a studiare la lingua e la cultura del suo Paese di origine, poi apre un blog in cui racconta la propria storia e cerca di risalire alla propria famiglia biologica. Poi si mette in contatto con un legale di Teheran e scopre così di essere stata abbandonata ancora in fasce nel santuario dell’Imam Reza di Mashad. La sua storia finisce sui giornali locali e tre famiglie si mettono in contatto con lei nella speranza di aver ritrovato la figlia perduta.

Arriva quindi il momento di partire per l’Iran e sottoporsi al test del DNA. E ritrovare la propria terra d’origine.

La prima parte del film, quella che precede il viaggio, è paradossalmente la più emozionante e anche quella più “lacrimogena”. C’è tutta la crisi della protagonista che si appresta a quello che è a tutti gli effetti il viaggio più importante della sua vita.

E poi finalmente Farideh atterra in Iran. E qui ci sono dei momenti molto drammatici e anche molto toccanti, come la visita notturna al santuario dell’Imam Reza, sotto una leggera nevicata.

Il film, girato nel 2015, è stato scelto nel 2019 come candidato iraniano agli Oscar, venendo preferito – tra gli altri – al pluripremiato e campione di incassi (ma assolutamente sopravvalutato) Metri shish o nim (Just 6.5) di Saeed Roustayi. Scelta quanto mai azzeccata, a mio modesto avviso.

Colpisce come la macchina da presa riesca a essere sempre presente senza mai sconfinare nell’estetica morbosa del reality. Questo è sicuramente il merito più grande dei due registi. Ed è anche una scelta che ricalca una tendenza letteraria degli ultimi venti anni, quella della cosiddetta “letteratura della realtà”, tra memoir, reportage e “autofiction”, resa celebre da autori come Annie Ernaux, Rachel Cusk e Karl Ove Knausgård, solo per fare alcuni esempi.

Non anticipiamo l’esito della ricerca di Farideh. Diciamo soltanto che alla fine il viaggio, come in tutte le storie che valgono, sta già nella decisione di partire.

Visita il sito del film: http://findingfarideh.com/

Coup 53

La speranza è che venga distribuito presto anche per il pubblico italiano. Coup 53 non è solo un documentario imperdibile per chi si interessa di Iran, ma è anche un film bellissimo e appassionante. La struttura narrativa sembra quella di un giallo. Perché in effetti c’è un mistero che viene svelato in questo film e grazie a questo film.

La storia ha dell’incredibile: il regista iraniano Taghi Amirani e il montatore Walter Murch, impegnati nella realizzazione di un documentario sul golpe che nel 1953 rovesciò il premier iraniano Muhammad Mossadeq, si imbattono in materiali d’archivio nascosti da decenni. Da alcuni vecchi filmati in 16 mm e nelle trascrizioni di una vecchia serie di documentari storici della BBC, emergono le prove di come la Gran Bretagna non solo partecipò il colpo di Stato, ma ne fu il principale promotore, convincendo l’amministrazione Usa, inizialmente riluttante.

Non è un dettaglio da poco: se gli Stati Uniti hanno pubblicamente ammesso da oltre vent’anni le loro responsabilità nella cosiddetta “Operazione Ajax”, Londra continua ufficialmente a negare qualsiasi coinvolgimento.

Ho potuto vedere il film il luglio scorso nell’edizione online del Festival di Taormina.

Il 19 agosto 2020 ci saranno proiezioni online negli Usa e in alcuni Paesi europei. Ci sarebbe piaciuto “ospitare” su Diruz una proiezione in streaming ma non è stato possibile.

Per tutte le informazioni questo è il sito ufficiale: https://coup53.com/

Di cosa parliamo quando parliamo di Mostafa Mastur

Di cosa parliamo quando parliamo di Mostafa Mastur

Non occorre necessariamente credere all’astrologia per avere fiducia nelle congiunzioni astrali. Era la fine del 2019 e alla Fiera della piccola e media editoria di Roma avevo appreso che in primavera Francesco Brioschi Editore avrebbe pubblicato Sull’amore e altre cose, romanzo di Mostafa Mastur, in Iran arrivatoalla sua undicesima ristampa in due anni.

La speranza della casa editrice era di avere Mastur in Italia in occasione del Salone del Libro di Torino, a maggio. Conosco Mostafa di persona, da quando nel 2011 Ponte33 pubblicò Osso di maiale e mani di lebbroso. Allora passammo una giornata assieme a Roma, ospiti di una trasmissione radiofonica prima e poi in una libreria. Pochi mesi dopo, Mostafa – con cortesia tipicamente persiana – mi raggiunse a Teheran da Ahvaz (dove viveva all’epoca) e organizzò per me un paio di incontri con realtà del mondo editoriale iraniano. 

Roma, settembre 2011. Con Mostafa Mastur a Eco Radio

Aspettavo quindi con particolare piacere l’uscita del libro e l’eventuale giro di presentazioni in Italia col suo autore. Poi, dall’inizio dell’anno, tra venti di guerra prima e pandemia mondiale dopo, questa prospettiva è sfumata, cancellata dall’emergenza. E così il libro, invece che a marzo, è uscito a luglio.

E qui che invece l’allineamento dei corpi astrali si è magicamente ricomposto. Perché nel frattempo avevo conosciuto, seppure soltanto attraverso una connessione digitale, Faezeh Mardani, traduttrice di questo romanzo. In due dirette  streaming ci aveva incantato spiegandoci la poesia di Forugh Farrokhzad prima e Ahmad Shamlu poi.

Così, quando finalmente ho avuto l’occasione di leggere il libro, il cerchio si è chiuso. In un certo senso, conoscevo autore, traduttrice, casa editrice. Eppure il libro è stata una sorpresa. 

Non mi aspettavo, infatti, un romanzo così veloce, così denso e così calato in una realtà generazionale che non è quella dell’autore. Mastur (classe 1964) si cala infatti nei panni di Hany, un ragazzo che nel 2008 ha appena concluso gli studi universitari e decide di non tornare nella natia Ahvaz (guarda caso) e rimanere nella più vivace a Tehran (e se cominciassimo a scrivere così, all’iraniana il nome della città?) mantenendosi dando ripetizioni di fisica. Hany scandisce il tempo con gli anniversari della guerra con l’Iraq, vissuta da bambino e che gli ha lasciato un danno permanente a un orecchio. In cerca di esperienze, lascia il dormitorio universitario e si trasferisce in una cantina che divide con altri due ragazzi, Karim Giogiò e Morad Sormè. I misteriosi affari del primo porteranno una svolta drammatica alla storia che è incentrata sull’amore di Hany per Parastu, bellissima impiegata di banca che inizialmente ricambia ma poi sceglie di sposare un cugino  che non ama ma che ha il pregio di essere ricco, perché “l’amore è essenzialmente fragile e passeggero, e una vita costruita sull’amore non può che essere una vita fragile”.

Non diciamo come vanno a finire le cose. Sì, c’è il dramma, c’è la violenza, ma il finale mi ha sorpreso e vorrei sorprendesse tutti quelli che leggeranno il libro. Che si legge benissimo, è divertente ma non leggero e poi cita due film di Richard Linklater che ho amato molto: Prima dell’alba e Prima del tramonto. Mastur, traduttore in persiano di Raymond Carver (già per questo meriterebbe gloria eterna) si conferma scrittore “mondiale”, capace di uno sguardo che va oltre i confini nazionali e generazionali.

Diruz in diretta

Segui in diretta da qui tutte le Conversazioni sull’Iran di Antonello Sacchetti. Se non hai tempo o voglia di cercare l’evento sui social, basta fare sempre riferimento a questa pagina.

Per l’archivio video e audio di tutte le puntate clicca qui.

Prossimi appuntamenti

Martedì 22 settembre alle ore 19. “La Guerra Imposta. 40 anni dopo “. Iran-Iraq, un nuovo sguardo sul conflitto più lungo del XX secolo. Diretta con Nicola Pedde. In collaborazione con l’Istituto Culturale dell’Iran

Giovedì 24 settembre alle ore 19. “Omaggio a Bijan Zarmandili”.Diretta con: Ginevra Bompiani, Abolhassan Hatami, Daniela Padoan, Anna Toscano

Sabato 26 settembre alle ore 19. “L’Iran contro il Covid-19”. Un Hub sanitario per Ricerca, Cure e Sanità Avanzata. Diretta con Franco Naccarella

Conversazioni sull’Iran

Conversazioni, interviste, presentazioni di libri: chiacchierate con esperti e appassionati. La playlist completa con tutti i video e gli audio delle dirette Facebook.

Alla scoperta dello Shahnameh

Quarto appuntamento con “Lettere persiane” insieme a Davood Abbasi. Si parla dello Shahnameh di Ferdowsi, il poema epico nazionale iraniano che intorno all’anno Mille segna la rinascita della lingua persiana. Diretta Facebook di sabato 18 aprile 2020.

Diretta Facebook del 18 aprile 2020

Il podcast della diretta del 18 aprile 2020

Storie di calcio iraniano

Dal grande Ali Daei ad Alireza Jahanbakhsh, passando per Ali Karimi. Storie di calcio e di calciatori iraniani. Diretta Facebook con Lorenzo Forlani, giornalista Agi, Altreconomia, L’Espresso, Vice, Esquire, Huffpost, Manifesto, Eastwest.

Tehran Girl

Antonello Sacchetti dialoga con Giacomo Longhi, traduttore dal persiano di “Tehran Girl”, romanzo di Mahsa Mohebali pubblicato in Italia da Bompiani. Il video della diretta Facebook del 9 aprile 2020.

Ascolta il podcast


	

Lettere persiane/1

Sabato 28 marzo 2020 con Davood Abbasi in diretta Instagram da Teheran abbiamo “trasmesso” la prima di una serie di conversazioni che terremo ogni sabato alle ore 18 (italiane) per trascorrere insieme questa quarantena parlando di Iran. Ieri abbiamo affrontato le origini e le tradizioni del Noruz.

Sabato 4 aprile parleremo di poesia persiana contemporanea.

Seguiteci sugli account @anto_sacchetti e @persia_viaggi !

Ecco il video della prima puntata:

Lettere Persiane/1 Ieri con Davood Abbasi in diretta Instagram da Teheran abbiamo "trasmesso" la prima di una serie di conversazioni che terremo ogni sabato alle ore 18 (italiane) per trascorrere insieme questa quarantena parlando di Iran. Ieri abbiamo affrontato le origini e le tradizioni del Noruz. Sabato 4 aprile parleremo di poesia persiana contemporanea. Seguiteci sugli account @anto_sacchetti e @persia_viaggi !

Pubblicato da Antonello Sacchetti su Domenica 29 marzo 2020

Coronavirus in Iran

Ormai è noto: l’Iran, subito dopo la Cina e insieme all’Italia, è uno dei Paesi più colpiti dal Coronavirus. I dati ufficiali (aggiornati in tempo reale qui: https://www.worldometers.info/coronavirus/country/iran/) sono ritenuti inattendibili da molti iraniani. Che il numero di contagiati e dei deceduti sia molto più alto, è più di un semplice sospetto. Non è soltanto un problema di censura: all’inizio della crisi, la mancanza di kit ha impedito di effettuare controlli su vasta scala. Le testimonianze del personale medico e sanitario sembrano raffigurare un quadro drammatico. Tutte e 31 le province del Paese sono coinvolte e i focolai maggiori sono a Teheran, Qom e nelle regioni del Gilan e del Mazandaran.

Il 12 marzo il ministro degli Esteri Javad Zarif ha lanciato un appello via Twitter, affinché le sanzioni vengano rimosse e il Paese sia rifornito dei medicinali e dei macchinari di cui in questo momento ha disperato bisogno.

Lo stesso ministro della Salute Saeed Namaki ha dichiarato che si attendo il picco dell’epidemia per la metà di aprile: siamo quindi ben lontani dalla fine di un incubo che è iniziato a metà febbraio.

Come è iniziato tutto

Il 21 febbraio si sono svolte le elezioni parlamentari e giusto il giorno primo ci sono stati i primi casi ufficiali nella città di Qom. Si tratta di un centro religioso molto importante, a circa 200 km a sud della capitale Teheran, meta di pellegrinaggi e sede di diversi centri di studi. Sono subito circolate voci di un focolaio sorto tra un gruppo di studenti arrivati dalla Cina. Per qualche ora si è parlato di un possibile rinvio delle votazioni e di mettere in quarantena Qom. Così non è stato e nel giro di pochissimi giorni la crisi è esplosa a una velocità simile a quella italiana. Nel giro di pochi giorni, chi ha potuto, si è barricato in casa, uscendo soltanto per motivi di stretta necessità. 

Il ministro degli Esteri Javad Zarif

Come è arrivato il virus in Iran?

La Cina è un partner commerciale irrinunciabile, per l’Iran, soprattutto a causa delle sanzioni imposte nuovamente da Stati Uniti e Occidente. Quando è scoppiata l’epidemia di Wuhan, l’Iran non ha interrotto i propri voli da e per la Cina, proprio per non spezzare i legami con un Paese fondamentale per la propria economia. Strangolata dall’accerchiamento economico e commerciale voluto da Trump e sostanzialmente abbandonata dall’Europa, l’Iran non si poteva permettere misure come quelle decise dal governo italiano settimane fa. La Mahan Air è stata al centro di polemiche molto violente, perché ha continuato a volare in Cina anche dopo l’inizio della crisi. Una delle ipotesi sull’inizio dell’epidemia in Iran, individuerebbe il paziente zero in un imprenditore tornato a Qom dopo un viaggio in Cina.

Il peso delle sanzioni

Le sanzioni occidentali minano un sistema sanitario di buon livello – soprattutto per gli standard del Medio Oriente – con un ottimo personale medico (spesso formatosi all’estero), ma che sconta da anni carenze strutturali, sia in termini di approvvigionamento di farmaci sia di mancanza di macchinari, come ad esempio i ventilatori polmonari, fondamentali in questo momento per salvare vite umane. Manca anche un numero adeguato di kit per effettuare tamponi: anche per questo, il numero ufficiale dei positivi potrebbe essere molto inferiore al dato reale.

Le decisioni sbagliate

Le autorità iraniane hanno commesso errori molto gravi. La negazione iniziale della crisi ha facilitato il contagio, così come la riluttanza a mettere in quarantena i centri in cui l’epidemia era scoppiata. Gli ultimi tre, quattro mesi erano già state molto travagliati per il Paese, prima con i disordini di novembre per il caro benzina, poi con l’uccisione del generale Soleimani e l’abbattimento dell’aereo ucraino. Febbraio era di per sé un mese importante, con le celebrazioni della rivoluzione l’11 e le elezioni parlamentari del 21 che hanno, tra l’altro, registrato il record di astensionismo. Su un Paese già sfiduciato e in crisi economica, si è poi abbattuta questa nuova emergenza.

Sul piano politico, il presidente Hassan Rohani ha ricevuto molte critiche per aver inizialmente sottovalutato l’emergenza e per essere poi sparito per giorni dalla scena pubblica.

Come si sta adesso in Iran?

In un primo momento c’è stata una negazione della crisi: la stessa Guida Ali Khamenei parlava di “cosiddetto virus”, salvo poi ricredersi e appellarsi all’unità del Paese. Va anche detto che fin dai primi giorni sono stati numerosi i politici iraniani, anche di primo piano, contagiati. Al momento sono positivi due vicepresidenti (Jahingiri e Ebtekhar), due ministri e Ali Akbar Velayati, politico di lungo corso e consigliere della Guida Khamenei. Un terzo dei parlamentari è positivo, due sono deceduti. Adesso la comunicazione istituzionale è abbastanza simile a quella italiana: si invitano le persone a rimanere in casa, si cerca di incoraggiare lo sforzo del personale medico e sanitario, spesso attraverso un parallelo con la cosiddetta “guerra imposta” combattuta dal 1980 al 1988 contro l’invasore iracheno.

L’epidemia in Iran ha fatto da subito registrare una letalità molto alta, tanto da far sospettare che il numero dei contagiati sia molto più alto di quello ufficiale. Tutte le persone contattate parlano di situazioni ormai molto simili alla nostra: si esce solo per necessità, si fanno acquisti online (cosa piuttosto comune a Teheran e nei grandi centri), i negozi sono aperti solo poche ore anche se non si registrano casi di accaparramento come da noi. C’è anche una maggiore abitudine alle emergenze. Non dimentichiamo che l’Iran ha vissuto negli ultimi quarant’anni una rivoluzione, una guerra lunga otto anni, e paga sulla propria pelle decenni sanzioni ed embargo economico. 

Sarà un Noruz molto triste quello che sta arrivando. Il 1399 dell’Iran comincia tutto in salita.

Il voto triste dell’Iran

Tutto, più o meno, come previsto: i conservatori conquistano una maggioranza schiacciante nell’undicesimo parlamento della Repubblica islamica: circa 200 seggi su 290. I riformisti saranno appena 17, indipendenti tutti gli altri. Il Consiglio dei Guardiani aveva già orientato fortemente queste elezioni, bocciando la candidatura di moltissimi candidati riformisti e moderati. Tra loro, anche 75 parlamentari uscenti. Di fatto, in almeno 158 collegi non c’era alcuna vera competizione, dato che non c’erano candidati riformisti. A Teheran, dove si assegnano ben 30 seggi, i conservatori hanno fatto il pieno dei voti, anche perché i candidati riformisti ammessi erano pochissimi. Ribaltato quindi il risultato del 2016, quando la coalizione moderato-riformista aveva fatto il pieno dei seggi nella capitale. Come ha sottolineato un amico iraniano, queste sono state “elezioni tristi”, perché assolutamente prive di qualsiasi entusiasmo.

Un risultato scontato

Ai conservatori vanno almeno 221 seggi su 290; 34 seggi sono stati assegnati a candidati indipendenti, mentre i riformisti si fermano a 16 seggi, minimo storico. A parte i 5 seggi assegnati alle minoranze religiose (due agli armeni, uno ciascuno a ebrei, zoroastriani, più un seggio condiviso per assiri e caldei), rimangono da assegnare ancora 14 seggi al ballottaggio del 17 aprile.

Andrebbe però esaminato il risultato nel dettaglio, perché i conservatori non sono affatto un blocco monolitico, ma si sono anzi affrontati in una competizione piuttosto serrata. Qualcuno ha comunque ottenuto un successo innegabile: primo degli eletti con oltre un milione di voti l’ex sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf (parlammo di lui nel 2016), probabile prossimo speaker del Parlamento. Con queste percentuali, i conservatori si accingono a dominare la scena politica e si preparano per le presidenziali del 2021. Sarà la volta buona per Qalibaf? Sono più di dieci anni che si parla di lui come di un possibile nuovo leader conservatore, ma finora ha sempre mancato le occasioni. Nel 2009 non si presentò per non sfidare Ahmadinejad, nel 2013 venne nettamente sconfitto da Rouhani e nel 2017 si ritirò in favore di Raisi che venne comunque sconfitto dall’attuale presidente. Difficile azzardare previsioni a lungo termine, perché l’anno appena iniziato sta ponendo l’Iran di fronte a sfide sempre più impegnativi, dagli esiti quanto mai imprevedibili.

Riepilogo elezioni 2020. Fonte: Ministero degli Interni Iran

Affluenza mai così bassa

Secondo il ministro degli Interni, l’affluenza è stata del 42,57 per cento a livello nazionale e del 26,2 per cento a Teheran. Un record negativo, inferiore persino a quello delle legislative del 2004, quando si votò in un’atmosfera per molti versi simile a quella attuale. Allora gli iraniani erano delusi dalle promesse non realizzate dal presidente riformista Khatami e il presidente Usa George W. Bush aveva respinto le aperture di Teheran includendo Teheran nell’Asse del Male insieme a Iraq e Corea del Nord. L’anno successivo, alla presidenziali si sarebbe affermato a sorpresa il conservatore Mahmoud Ahmadinejad.

Un’affluenza così bassa non è dato trascurabile. È vero che in diverse democrazie occidentali si riscontrano spesso percentuali simili, ma nella Repubblica islamica la partecipazione è un elemento indispensabile per le legittimazione del sistema.

L’affluenza alle elezioni parlamentati in Iran dal 1980. Fonte: Iran Primer

Nelle tante analisi e cronache dall’Iran e sull’Iran, non si sottolinea quasi mai un aspetto importante: in Iran non si votano liste, ma candidati. Ed è anche possibile dare più preferenze a candidati che appartengono a schieramenti diversi. Questo perché il sistema non contempla un sistema partitico come lo intendiamo, ad esempio, in Italia. I partiti politici iraniani sono molto più simili a comitati elettorali e il passaggio da uno schieramento all’altro è molto frequente.

Una mappa per orientarsi tra gli schieramenti politici iraniani. Fonte: Tiziana Corda bit.ly/36LwCVk

Il Corona Virus in Iran

Alla vigilia del voto si è aperta l’emergenza per i primi casi di Corona Virus riscontrati nella città di Qom. Nel giro di un paio di giorni, il numero dei contagiati è cresciuto in modo molto rapido. Mentre scriviamo, si registrano 43 contagiati e 8 morti. Il virus sarebbe arrivato in Iran tramite un uomo d’affari di ritorno dalla Cina. L’improvviso insorgere dei casi ha suscitato polemiche: c’è stata trasparenza da parte delle autorità? E perché non sono state rinviate le elezioni quando l’allarme è scattato? Da ambienti conservatori, si accusano invece i media stranieri di aver fomentato la paura degli iraniani per spingerli a disertare le urne.

Al contrario di altri Paesi, l’Iran non ha chiuso i collegamenti con la Cina, partner prezioso in un momento di grande isolamento internazionale. Soprattutto, nell’immediatezza dell’annuncio dei primi casi, le autorità iraniane sono accusate di scarsa trasparenza. Un altro episodio che mina il rapporto tra Stato e cittadini iraniani, dopo la repressione delle proteste dello scorso novembre e l‘abbattimento dell’aereo ucraino a gennaio, il tutto in un quadro complessivo di crisi economica e tensioni con gli Usa.

Archiviate le elezioni, l’Iran si appresta ad affrontare una nuova emergenza. L’ennesima.

In arrivo a Roma Kayhan Kalhor

Il maestro della musica classica persiana

Domenica 9 febbraio 2020 – ore 19

Teatro Greco

Via Ruggero Leoncavallo, 10

Arriva il 9 febbraio a Roma il musicista iraniano Kayhan Kalhor, maestro internazionalmente noto del kamantcheh, antico strumento a corda della tradizione persiana. L’artista si esibirà il 9 febbraio al Teatro Greco, alle 19, nell’ambito di una tournèe europea che passa anche per Venezia, Firenze e Milano. Con lui anche il percussionista Benham Samani, agli strumenti tombak e daf, in un concerto intessuto con l’arte dell’improvvisazione persiana, culmine di un processo che inizia con l’apprendimento del radif (struttura), un insieme di composizioni trasmesso da maestro ad allievo, e che giunge all’istante senza tempo (waqt) e allo stato di grazia (hāl), che tocca gli ascoltatori più attenti.

Solo pochi mesi fa Kalhor ha vinto in Finlandia l’ultimo di vari riconoscimenti internazionali, il Womex (World Music Expo), per aver portato la tradizione della musica classica persiana all’orecchio della gente in tutto il mondo, e per il suo continuo sforzo di innovare e creare nuovi linguaggi musicali. In quell’occasione aveva detto: “mentre salgono forze nel mondo che spingono per divisioni, confini e intolleranza, la musica ci porta a stare insieme e ci ricorda della comune umanità”. 

Il concerto è organizzato dall’Associazione culturale italo-iraniana Alefba in collaborazione con l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente Ismeo.

Per informazioni e prenotazioni: 347 351 1465

Nato a Teheran nel 1963 in una famiglia curda, Kahlor cominciò a studiare musica a sette anni, approfondendo non solo la tradizione classica persiana ma anche le influenze delle musica curda e turca. Nel 1978 si è trasferito a Roma per studiare la musica classica occidentale. Successivamente si è laureato alla Carleton University di  Ottawa, in Canada. Si è esibito all’estero come solista con varie ensemble e orchestre, fra cui la New York Philarmonic e l’Orchestra Nazionale di Lione. E’ cofondatore delle ensemble Dastan e Masters of Persian Music, e ha composto musiche per grandi cantanti iraniani come Mohammad Reza Shajarian e Shahram Nazeri. Fra le sue composizioni anche una per la colonna sonora di “Un’altra giovinezza” (2007) di Francis Ford Coppola. Ha partecipato al Yo-Yo Ma’s Silk Road Project, creato dal violoncellista americano Yo-Yo Ma per promuovere scambi artistici multiculturali e ispirato all’antica Via della Seta, con cui ha vinto un Grammy Award nel 2017 per l’album “Sing Me Home”. Nello stesso anno l’arte di creare e di suonare il kamantcheh é stata inserita tra i patrimoni immateriali dell’umanità dell’UNESCO. L’impiego di questo strumento spazia in campo  internazionale dalla musica tradizionale al nuovo underground global-local, abbracciando folk, jazz, culture locali e della diaspora,  suoni elettronici e urbani.

Corso di persiano a Roma

ATTENZIONE:il corso è rinviato a data da destinarsi a causa dell’emergenza Corona Virus.

L’Istituto Culturale dell’Iran a Roma, nel quadro delle sue attività culturali e didattiche, promuove un nuovo corso di lingua Persiana.

Tenuto da un’insegnante madrelingua, il corso si svolge il sabato presso la sede dell’Istituto a Roma in via Maria Pezzè Pascolato, 9 e si articola in 18 ore di lezioni per ogni livello per un totale di 72 ore divise in quattro livelli con la seguente cadenza: sabato: ore 09.00, 10.30, 12.00 e 14.00 e avrà la durata di 12 settimane.

La giornata dell’ultima lezione sarà interamente dedicata alla valutazione dei corsisti, con una prova scritta e una orale. L’ammissione agli esami è subordinata a una presenza continuativa alle lezioni non inferiore all’80% del monte ore totali.

A tutti coloro che avranno superato le prove finali verrà rilasciato il certificato firmato dall’Istituto Culturale dell’Iran.

Il corso inizia sabato 7 marzo con un incontro alle ore 10 in cui si valuterà il livello di conoscenza della lingua da parte dei corsisti.


Iscrizioni entro il 6  marzo al link: https://www.irancultura.it/46-corso-di-lingua-persiana/

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