I murales di Teheran

Le città iraniane sono piene di murales che ricordano i martiri, i caduti della guerra contro l’Iraq. Durante gli otto anni del conflitto (1980-88), le strade delle grandi città si trasformarono in un immenso sacrario. Vie intitolate a caduti in battaglia e ritratti di martiri ovunque. Propaganda di regime che ha però un suo fascino particolare. Ecco alcuni esempi di murales di Teheran.

Leggi anche 130 murales di Teheran

 

 

Prima della rivoluzione

Kamran Shirdel ha raccontato con la macchina da presa l’Iran degli anni precedenti la rivoluzione del 1979.  Anni tumultuosi di crescita economica e profondi squilibri sociali.

Proponiamo alcuni dei suoi celebri documentari.

Oun Shab Keh Baroun Oumad (La notte che piovve) – 1967 – 35′

Il documentario più famoso di Kamran Shirdel. Partendo da un caso di cronaca (un incidente ferroviario sventato dall’eroicità di un ragazzino), il regista si mette alla ricerca della verità. Ne esce un ritratto fulminante della società iraniana e del rapporto con il potere.  (in 5  parti)

Qal’eh / Women’s District  – 1965 (18′)

All’epoca dello scià, Teheran aveva un quartiere a luci rosse, in cui vivevano migliaia di prostitute in condizioni terribili.

 

Tehran, payetakht-e Iran ast /Tehran è la capitale dell’Iran – 1966 (18′ )

La povertà della parte meridionale della capitale iraniana.

 

Nedamatgah ( Women’s Prison) – 1965 / 11 ‘

Storie da un carcere femminile dell’epoca.

 

 

I bambini di Teheran

I bambini di Teheran

I bambini di Teheran è una video-installazione della storica e giornalista italo-iraniana Farian Sabahi (www.fariansabahi.com) che sarà ospite delle seguenti istituzioni e associazioni:

– al Museo d’Arte Orientale (MAO) di Torino da venerdì 26 gennaio a metà febbraio (data da definire);

– al Mudec di Milano nella sola giornata della memoria, sabato 27 gennaio, in auditorium (al Mudec sarà mostrato il solo video, non ci sarà la vera e propria installazione)

– in diversi Presìdi del Libro (www.presidi.org), un’associazione che si occupa di promozione della lettura attraverso circoli diffusi in tutta Italia, soprattutto in Puglia, nel periodo che va all’incirca dal 27 gennaio a metà febbraio, in concomitanza con il Mese della Memoria. Giunta alla sua decima edizione, l’iniziativa ricorda le vittime dei genocidi e delle persecuzioni, vecchie e nuove, e riflette sulle tematiche di integrazione e accoglienza anche alla luce dei più cogenti fatti di attualità.

Sulla parete esterna alla sala del MAO, due pannelli: quello verticale spiega la storia dei cosiddetti Bambini di Teheran, quello orizzontale è una cartina con il percorso compiuto dai protagonisti di questa misteriosa vicenda. Sempre sulla parete esterna, le lettere in ebraico Yaldei Teheran (i bambini di Teheran) sono state realizzate in argilla dall’artista torinese-israeliano Gabriele Levy. Come Farian Sabahi, anche Gabriele Levy è di madre piemontese, di Alessandria, e di padre mediorientale (ebreo sefardita di Alessandria d’Egitto) e anche lui risiede nel quartiere torinese di San Salvario, http://www.gabrielelevy.com. Un modo come un altro per far capire che la collaborazione tra artisti è in grado di varcare confini e superare le reciproche differenze, al di là delle invettive dei politici.

All’ingresso della sala al primo piano del museo, un tavolino con il samovar per il té accoglie il visitatore con la consueta ospitalità del popolo persiano. Prima di entrare in sala, il pubblico si toglie le scarpe. In sala, ci si siede sui tappeti appoggiando la schiena sui cuscini, oppure sulla panca in fondo. Il messaggio di fondo, da leggere anche in chiave contemporanea, è che quando si arriva in un luogo che ti ospita è opportuno rispettarne usi e costumi. E se oggi è l’Europa a dover ospitare, suo malgrado, centinaia di migliaia di rifugiati provenienti dal Medio Oriente, c’è stato un tempo in cui a farsi carico dei profughi ebrei e cattolici provenienti dall’Europa è stato l’Iran. (Leggi: I profughi polacchi in Iran)

Sullo schermo scorre un video di circa trenta minuti. Sono quattro le testimonianze degli ebrei polacchi, ormai anziani, intervistati dall’autrice in Israele nel 2008 e 2010. Sono ebrei polacchi che appena prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale erano scappati dalla Polonia invasa dai tedeschi verso la Polonia invasa dai sovietici. Da qui, erano stati deportati nei campi di lavoro in Siberia. In un secondo tempo erano riusciti ad arrivare in Uzbekistan dove vissero negli orfanotrofi fino a quando furono portati sulle coste del Mar Caspio e da lì a Teheran, che il 25 agosto 1941 era stata invasa dalle truppe britanniche e sovietiche. A Teheran, gli inglesi dove trasferirono 33mila soldati polacchi e 11mila rifugiati di cui 2mila ebrei, la metà minorenni destinati a un campo rifugiati allestito nell’agosto 1942 e finanziato dal governo polacco in esilio; cibo e medicine erano fornite dalla comunità ebraica iraniana, dalla Croce Rossa americana, da organizzazioni ebraiche e sioniste. A Teheran, i rifugiati polacchi trascorsero il periodo più lungo (da qui il nome Bambini di Teheran) prima di raggiungere quella che ancora era chiamata Palestina.

Nel 1942, la Jewish Agency aprì la sua prima sede a Teheran per organizzare il trasferimento dei rifugiati minorenni ebrei in Palestina via mare (Karachi e Aden) e via terra (attraverso l’Iraq, scortati dai militari britannici). Giunti in quello che ancora era Palestina, furono smistati in base alla famiglia di provenienza: i figli di rabbini furono destinati allo studio della Torah, molti altri ai kibbutz. Ma qualcuno riuscì a imbrogliare, evitando di finire in una yeshiva (scuola religiosa).

Nel video, le vicende degli ebrei polacchi sono divise a tappe geografiche, congiunte dalla voce fuori campo di un liceale: il video racconta le vicende di bambini e ragazzi, si rivolge principalmente alle scuole superiori per raccontare un episodio poco noto della Seconda guerra mondiale. I quattro intervistati, ormai anziani, raccontano le proprie vicende e tanti aneddoti. Ricordano le tante difficoltà, ma anche la gioia di essere scampati all’Olocausto e il ricongiungimento, anni dopo, con le loro famiglie in terra di Israele.

Il brano Elegy for the Arctic è stato concesso dal compositore torinese Ludovico Einaudi.

 

Chi protesta in Iran?

Chi protesta in Iran?

C’è poco da fare: quando in Iran la gente scende in piazza per protestare, è sempre una notizia. Il 28 dicembre a Mashad, città santa e secondo centro del paese per numeri di abitanti, si sono tenute delle manifestazioni di protesta contro il carovita. Secondo alcuni media occidentali, tra cui BBC, i manifestanti sarebbero stati “alcune centinaia”. Altre manifestazioni “più piccole” si sono svolte a Nishapur e Birjand, sempre nel nord est del Paese. Il 29 dicembre una cinquantina di persone si sarebbero radunate invece a Teheran in Piazza Enqelab, mentre a Kermanshah, capoluogo della regione colpita recentemente dal terremoto, i manifestanti, secondo l’agenzia semiufficiale Fars, sarebbero stati trecento. I social media riportano altri assembramenti in città come Qazvin, Rasht e Sari. Ci sono stati arresti e la folla è stata in più occasioni dispersa con la forza.

A Dorud, nel Lorestan, i pasdaran avrebbero aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendone almeno 6 e ferendone molti altri.

Chi protesta in Iran?

A giudicare dagli slogan, chi è sceso in piazza lo ha fatto per protestare contro il carovita e la corruzione. Bersaglio degli slogan sono stati il governo e il presidente Hassan Rouhani in particolare. L’accordo sul nucleare del 2015 ha sì migliorato la situazione economica, ma la disoccupazione è in risalita (12,4 per cento, un punto in più rispetto allo scorso anno) e proprio nelle ultime settimane il prezzo di alcuni generi alimentari di prima necessità, come le uova, ha avuto un’impennata del 30/40 per cento.

La denuncia di Rouhani

Secondo alcuni osservatori, sarebbe stato lo stesso Rouhani ad accendere la miccia della polemica, col suo discorso in parlamento lo scorso 10 dicembre. In quell’occasione il presidente aveva dichiarato di aver denunciato alla Guida Khamenei l’esistenza di sei istituzioni fraudolente, all’interno di istituzioni governative, che controllano il 25% del mercato finanziario, manipolando il cambio della valuta e il mercato dell’oro. Rouhani aveva parlato di una vera e propria “mafia finanziaria”, responsabile di aver rovinato la vita di almeno 3 milioni di iraniani. Il presidente aveva perciò chiesto al parlamento un sostegno per ridurre i finanziamenti a queste istituzioni e per creare un sistema di controllo efficace.

Governo o sistema?

Ecco il solito equivoco o, se preferite, la solita ambiguità. Chi protesta contro il governo, da che punto di vista lo fa? Dall’interno della Repubblica islamica? Oppure contesta l’intero sistema nato dalla rivoluzione del 1979?

Le proteste hanno toccato solo in una fase successiva Teheran e non sono legate ad eventi particolati, come fu nel 2009. E’ cominciato tutto a Mashad, città conservatrice e roccaforte di Ebrahim Raisi, principale sfidante di Rouhani alle elezioni del maggio 2017. Gli slogan della manifestazioni del 28 dicembre fanno pensare che ci sia la longa manus dei conservatori dietro questi “assembramenti spontanei”.

Anche perché le proteste sono scoppiate proprio il giorno dopo che il capo della polizia di Teheran aveva annunciato che le donne “mal velate” non saranno più arrestate ma indirizzate a “corsi educativi”. Quasi un contraccolpo a una timida apertura da parte delle forze dell’ordine.

Poi le proteste si sono diffuse in altre città, dove si sono ascoltati slogan che chiedevano di “lasciar stare la Siria e pensare a noi” o, addirittura, frasi contro gli ayatollah e la Repubblica islamica.

Per tutta risposta, circa 4mila persone sono scese poi in piazza a sostegno del governo Rouhani.

Le autorità hanno definito queste manifestazioni “controrivoluzionarie” e hanno puntato il dito contro alcuni canali Telegram che sarebbero stati determinanti nella mobilitazione.

Il primo vicepresidente Eshaq Jahangir ha dichiarato: “Quando un movimento politico si diffonde nelle strade, non è detto che chi lo ha lanciato sia in grado di controllarlo fino alla fine”. E ha ammonito: “Chi è dietro questi eventi finirà per farsi del male”.

Sembrerebbe, dunque, che dietro a queste manifestazioni ci sia uno scontro politico interno alla Repubblica islamica, piuttosto che una contestazione al sistema.

 

Il tweet di Trump

Il presidente degli Usa Donald Trump ha colto invece la palla al balzo per ammonire via tweet Teheran sulla “repressione delle manifestazioni pacifiche”e ammonire: “Il mondo vi sta guardando!”. In Arabia Saudita l’hashtag #IranProstest è stato tra quelli più di tendenza negli ultimi giorni, a testimoniare co quanta attenzione lo storico rivale regionale stia osservando quanto accade in Iran.

 

9 Dey

C’è anche una coincidenza simbolica: queste proteste sono iniziate alla vigilia dell’anniversario della grande manifestazione (9 Dey nel calendario persiano) che nel 2010 segnò la fine dell’Onda Verde, quando l’establishment decise di mobilitare i propri sostenitori e dare un segnale netto a quel che restava del movimento iniziato un anno e mezzo prima. Tanto che in una dichiarazione ufficiale i Pasdaran hanno dichiarato che “è necessario rivivere l’epica del 9 Dey”.

L’atmosfera dell’Onda Verde sembra comunque lontana anni luce. Cosa c’è allora in gioco?

 

Chi protesta in Iran?

Dichiarazione dei Pasdaran: necessario rivivere l’epica del 9 dey

 

Il dopo Khamenei

Secondo alcuni osservatori, al di là delle questioni economiche e sociali, il vero terreno di scontro sarebbe un altro. Le condizioni di salute della Guida Khamenei si sarebbero aggravate nelle ultime settimane e si avvicina dunque una resa dei conti tra le varie anime del sistema per decidere la successione. Al di là delle rivendicazioni di chi manifesta, in ballo ci sono equilibri politici molto delicati.

Le proteste forse finiranno presto, il confronto politico è appena iniziato.

 

Radio Vaticana, 31 dicembre 2017, Intervista ad Antonello Sacchetti sulle manifestazioni in Iran. Ascolta l’audio

 

L’apertura di Rouhani

Il 31 dicembre, durante una riunione di gabinetto, il presidente Rouhani è intervenuto per la prima volta sulle manifestazioni di questi giorni. “Il popolo – ha dichiarato – è pienamente libero di protestare contro il governo ma non di distruggere proprietà private”. Ha poi affermato di aver dato istruzione ai propri ministri di creare spazi di critica e di libera opinione. Ha inoltre ammonito i giovani iraniani a non farsi strumentalizzare da elemnti stranieri che vorrebbero vedere l’Iran nel caos. Una battuta anche su Trump: “Chi oggi sostiene di preoccuparsi degli iraniani, pochi mesi fa li definiva terroristi. Non ha nessun diritto di parlare di Iran, è sempre stato contro il popolo iraniano”.

Festività in Iran nel 2018

Festività in Iran nel 2018

Spesso il calendario persiano genera confusione nei non iraniani. Si intrecciano, infatti, tre calendari: quello solare iraniano, quello lunare islamico e quello cristiano comunemente adottato a livello internazionale. Le festività islamiche seguono il calendario lunare e quindi cadono ogni anno in giorni diversi. Quelle invece più legate alla tradizione preislamica, come il No Ruz, seguono il calendario solare.

Chi deve programmare un viaggio in Iran, rischia perciò di incappare spesso nei giorni sbagliati, anche perché le feste sono davvero molte.

Ecco l’elenco delle festività in Iran nel 2018. Quelle, per intenderci, in cui gli uffici e la maggior parte degli esercizi pubblici rimangono chiusi.

 

Festività in Iran nel 2018

Febbraio

11 Febbraio: anniversario della Rivoluzione

Marzo

20 marzo: Nazionalizzazione del Petrolio
20 marzo: No Ruz (Capodanno persiano, inizia il 1397)
21, 22,  23, 24 marzo: Ferie di No Ruz
30 marzo: Nascita dell’Imam Ali

Aprile

1 aprile: Anniversario della nascita della Repubblica islamica
2 aprile: Giornata nazionale della natura (Sizdah bedar, fine delle celebrazioni di No Ruz)
13 aprile: Ascensione del Profeta

 

Maggio

2 maggio: nascita del Mahdi, l’Imam occultato

Giugno

4 giugno: Anniversario della morte di Khomeini
5 giugno: Anniversario Rivolta del 15 Khordad (sollevazioni contro l’arresto di Khomeini nel 1963)
6 giugno: Martirio dell’Imam Ali
15 giugno: Eid-e-Fetr (Fine del Ramadan)
16 giugno Eid-e-Fetr (festa aggiuntiva)

 

Luglio

9 luglio: Martirio dell’Imam Sadeq

 

Agosto

21 agosto: Eid-e-Ghorban (Festa del Sacrificio)
29 agosto: Eid-al-Ghadir (Celebrazione della designazione di Ali come successore di Muhammad)

 

Settembre

19 settembreTassoua
20 settembre: Ashura

Ottobre

29 ottobre: Arbaeen

Novembre

7 novembre: morte del Profeta Muhammad e Martirio dell’Imam Hassan
8 novembre: martirio dell’Imam Reza
25 novembre: nascita del Profetta Muhammad e dell’Imam Sadeq

Dicembre

21 dicembre: Shabe Yalda, Solstizio di inverno

Re Magi. Una storia persiana?

re magi

L’Epifania è senza dubbio una delle feste cristiane più popolari. Fino agli anni Settanta era in Italia la festa dei regali per antonomasia. I bambini aspettavano la calza della Befana più che i doni di Babbo Natale. Poi il modello anglosassone, trainato dalla globalizzazione dei costumi e dei consumi, ha imposto Santa Claus e fatto passare in secondo piano la vecchietta sulla scopa volante. Ma cosa si celebra il 6 gennaio?

L’Epifania

Per le Chiese occidentali, l’Epifania (dal greco, epiphaneía, manifestazione) celebra la rivelazione di Gesù bambino ai re Magi, che portano in dono oro (il regalo per i re), incenso (per il culto) e mirra (il balsamo per i defunti). Per le Chiese orientali, invece, l’Epifania è la festa del battesimo di Gesù e coincide con la celebrazione del Natale. In entrambi i casi, una festa importante, come si direbbe oggi. Eppure, tra i quattro vangeli canonici, soltanto quello di Matteo lo riporta.

La cronaca di Matteo

Un racconto essenziale, poetico nella sua semplicità.

“Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all’epoca del re Erode. Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: ‘Dov’è il re dei Giudei che è nato?’ Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s’informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa. Entrati nella casa , videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono e aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra”.

Matteo non dice né che i magi fossero tre, né da quale Paese venissero. Non parla poi di una grotta, ma di una casa. Ma allora come facciamo a sapere che i magi si chiamavano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre? E perché li conosciamo come “re”?

I vangeli apocrifi

Una prima testimonianza più dettagliata viene dal Vangelo dell’Infanzia arabo siriano:

“Ora avvenne che, quando il Signore Gesù nacque a Betlemme di Giudea, ai tempi del re Erode, dall’Oriente vennero a Gerusalemme dei magi, come aveva predetto Zaratustra, e avevano con sé, come doni, oro, incenso e mirra: ed essi lo adorarono e gli offrirono i doni”.

Ecco un elemento in più, poco conosciuto, tra l’altro: la nascita del Messia (Saoshyans in persiano antico) era un evento previsto già dallo zoroastrismo (o mazdeismo), religione monoteistica praticata in Persia dal VII secolo a.C.

Più di tre?

Più dettagliato il racconto di un altro vangelo apocrifo, il Vangelo dell’infanzia armeno:

“Quando l’angelo aveva portato la buona novella a Maria era il 15 di Nisan, cioè il 6 aprile, un mercoledì, alla terza ora. Subito un angelo del Signore si recò nel paese dei Persiani, per avvertire i re magi che andassero ad adorare il neonato. E costoro, guidati da una stella per nove mesi, giunsero a destinazione nel momento in cui la vergine diveniva madre. In quel tempo il regno dei Persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d’oriente, e quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo, Melkon, regnava sui Persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli Indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli Arabi”. Lo stesso vangelo precisa che “i drappelli di cavalleria che li accompagnavano comprendevano dodicimila uomini: quattromila per ogni regno”.

Altro che magi solitari! Anche i doni sarebbero stati molto più copiosi:

“Melkon, il primo re, aveva mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino, e i libri scritti e sigillati dalle mani di Dio. Il secondo, il re degli Indi, Gaspar, aveva, come doni in onore del bambino, del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamomo e dell’incenso e altri profumi. Il terzo, re degli Arabi, Balthasar, aveva oro, argento, pietre preziose,zaffiri di gran valore e perle fini”.

Natale in primavera?

In base a questa ricostruzione, Gesù sarebbe nato il 6 gennaio, data che le Chiese orientali festeggiano ancora come Natale. Fino al IV secolo, la scelta del Natale ricadeva su tre date: 28 marzo, 18 aprile e 29 maggio. La data del 25 dicembre venne imposta per sostituire il Natale alla festa pagana del Dies natalis solis invicti, che si celebrava appunto in occasione del solstizio d’inverno.

Mago o non mago

Mago è il sacerdote del culto zoroastriano. Ancora oggi, in Iran, ogni tempio zoroastriano è affidato a un mago che, tra i diversi compiti, deve far sì che non si spenga mai il fuoco sacro all’interno del luogo di culto. Tornando all’antichità, Erodoto indica come magoi i sacerdoti astronomi della religione zoroastriana, che erano anche ritenuti capaci di uccidere i demoni e ridurli in schiavitù. Pochi dubbi, dunque: i magi venivano dall’Iran. La tradizione cristiana ha poi identificato i tre magi come un bianco, un arabo e un nero, a rappresentare l’intera umanità in attesa della figura redentrice del Cristo.

Il racconto di Marco Polo

”In Persia è la città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò piú volte in quella cittade di quegli 3 re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano 3 re soppelliti anticamente”.

Così Marco Polo racconta nel Milione la visita alle presunte tombe dei Magi nella città di Saba, a sud di Teheran, intorno al 1270.

Meglio un morto in casa

Meglio un morto in casa di un cadavere all’obitorio? Metti una fredda sera d’inverno al cinema Quattro Fontane di Roma per l’apertura della 18esima edizione di Asiatica Film Mediale. Il film in questione è Ev (The Home)  del regista iraniano Asghar Yousefinezhad.

Metti che le sorprese iniziano subito, quando dopo poche battute ti rendi conto che non capisci praticamente una parola. E infatti il film non è recitato in persiano ma in azero. Ed è già un dato importante: il fatto che un intero film sia stato distribuito in lingua “turca” è comunque un segnale di apertura nei confronti delle minoranze linguistiche. Va ricordato che quella azera è la minoranza più grande in Iran: solo a Teheran si calcola che almeno un terzo degli abitanti parlino “anche” l’azero.

Tornando al film, la storia è incentrata su un cadavere che non trova pace. Cadavere che lo spettatore non vedrà mai, ma che è il protagonista di tutta la vicenda. Un uomo anziano ha disposto nel testamento che il suo corpo, dopo il decesso, venga messo a disposizione della facoltà di medicina per essere studiato. Ma sua figlia si oppone ferocemente, apparentemente per motivi religiosi. Il cadavere viene perciò riportato a casa, dove va in scena un melodramma, con litigi, pianti, disperazione, in un andirivieni caotico di personaggi. I dialoghi sono continui e l’ambientazione è decisamente claustrofobica, resa sopportabile soltanto dalla durata molto breve del film (76′).

Come ormai accade in molti film iraniani, quando la trama sembra incanalata in un binario ormai chiaro, ecco che arriva il colpo di scena che spariglia le carte e pone tutta la storia sotto un’altra luce. Non riveleremo ovviamente di cosa si tratta, ma c’entrano, come accade spesso in Iran, il denaro e i rapporti familiari.

Girato quasi completamente con la camera a mano, Ev non è un film facile e forse nemmeno particolarmente riuscito. E’ comunque un’operazione coraggiosa e qualcosa ci dice che sentiremo parlare ancora di Asghar Yousefinezhad. 

Shabe yalda

Il 21 dicembre gli iraniani celebrano la notte più lunga dell’anno con una festa tipicamente zoroastriana: Shab-e yaldaShab in persiano vuol dire “notte”, mentre la parola Yalda proviene dal siriano e vuol dire “nascita”. Per la notte più lunga dell’anno, le famiglie iraniane si riuniscono per mangiare anguria, cantare ed esprimere desideri attraverso le poesie di Hafez. Per esorcizzare il buio della notte, vengono accese candele e lanterne. L’origine di questa festa non è chiara: probabilmente furono i cristiani siriani a introdurla prima in Caldea e poi in Persia durante l’epoca dei Sassanidi (224-636 d.C.). A loro volta, i cristiani avrebbero mutuato questa festa dal mitraismo, la religione nata in Persia e diffusasi in tutto l’Impero Romano attorno all’anno zero. Per i seguaci di questa religione, Mitra era nato proprio nella notte più lunga dell’anno e da questa celebrazione verrà la festività del Dies Natalis Solis Invicti (“Giorno di nascita del Sole Invitto”).

Il mitraismo contese al cristianesimo il primato di religione dell’Impero fino all’editto col quale Teodosio riconobbe il cristianesimo come religione di Stato (380 d.C.). I tanti mitrei di Roma (quello di San Clemente è solo il più celebre) testimoniano quanto fosse diffusa la religione che adorava il sole. La data del Natale cristiano è legata proprio al culto di Sol Invictus. Il vescovo siriano Jacob Bar-Salibi scrive: ”Era costume dei pagani celebrare al 25 dicembre la nascita del Sole, in onore del quale accendevano fuochi come segno di festività. Anche i Cristiani prendevano parte a queste solennità. Quando i dotti della Chiesa notarono che i Cristiani erano fin troppo legati a questa festività, decisero in concilio che la “vera” Natività doveva essere proclamata in quel giorno”.

Fu papa Giulio I a ufficializzare nel 337 che il Natale si sarebbe celebrato il 25 dicembre, in precedenza ultimo giorno di festa per la nascita di Mitra. Il carattere orgoglioso degli iraniani spinge alcuni di loro ad affermare che persino il Natale sia ispirato al loro Shab-e Yalda. In realtà è vero che questa festa è un po’ l’emblema di come religioni e usanze trovino in Iran un ambiente ideale per incontrarsi e contaminarsi. Non va dimenticato che è sempre in Persia, nella seconda metà del III secolo d.C, che nasce il manicheismo, sintesi delle grandi religioni allora conosciute: mazdaismo, buddismo e cristianesimo. Yalda (che è anche un nome femminile) è da secoli una parola chiave della poesia persiana, una metafora per definire il nero perfetto degli occhi e dei capelli della donna amata. Nero assoluto, totale. Shab-e Yalda è quindi anche una metafora dell’oppressione, del dolore, della sofferenza.

 

Chi è Qasem Soleimani

Qassim Suleimani

I miei interlocutori iraniani in Afghanistan aggiornavano il ministro degli Esteri su quanto accadeva, ma in ultima analisi, era il generale Soleimani a decidere. 

Sono parole di Ryan Crocker, ex ambasciatore statunitense in Afghanistan. Ma chi è Qasem Soleimani? Si sa che è il comandante dell’Armata Qods, l’unità dei pasdaran iraniani dedicata alle azioni oltre confine. Pochissime foto in circolazione, scarse le citazioni nelle cronache dal Medio Oriente. Da qualche giorno il suo nome fa capolino negli articoli dei media occidentali sulla crisi scatenata dall’avanzata dell’ISIS in Iraq. Sarebbe lui l’uomo forte di Teheran sul territorio iracheno, lui l’unico in grado di gestire una crisi così delicata.

Ma è inutile chiedere conferme ai diplomatici iraniani: nessuno ufficialmente sa dove sia Soleimani. Un’ombra tra Damasco, Baghdad e Teheran, ovunque e da nessuna parte.

L’ex generale delle forze Usa in Iraq David Petraeus lo ha definito una volta “il male in persona”. Lo stesso Soleimani, nel 2007, durante una delle fasi di crisi più acuta tra forze Usa e milizie sciite irachene, gli avrebbe mandato un SMS rivendicando il proprio ruolo di rappresentante politico iraniano in Iraq, Afghanistan, Libano e Gaza.

Vero o falso? Su personaggi simili circolano spesso storie fantasiose, al limite della leggenda. Di Soleimani si sa che ha 57 anni e viene da una famiglia contadina della provincia di Kerman.

La sua formazione politico-militare avviene negli otto lunghi anni della “guerra imposta” contro l’Iraq. Prima ha il compito di portare l’acqua ai compagni nelle trincee, poi viene impiegato in missioni dietro le linee nemiche.

Su Wikipedia (italiano) esiste una sua breve ma dettagliata biografia.

strange bedfellows

All’inizio del 2015 Soleimani comincia a conoscere un’improvvisa popolarità. I media di tutto il mondo si interessano di lui e si comincia a parlare di una sua candidatura alle presidenziali del 2017. Sarebbe lui il nuovo “uomo forte”, un leader assolutamente fedele alla Guida e in grado di incarnare i valori della Repubblica Islamica. Alle elezioni manca ancora molto tempo, ma intanto il personaggio è uscito dall’ombra e continua a far parlare di sé.

Viaggio in Iran nella primavera 2018

Viaggio in Iran nella primavera 2018

“Iran: l’Impero della Mente”, come lo chiamo’ lo studioso inglese Micheal Axworthy, nella sua celebre opera Empire of Mind (tradotta in italiano con il titolo “Breve storia dell’Iran”, Einaudi).

 

Viaggio in Iran nella primavera 2018

Non solo le città del tour classico, ovvero Teheran, Shiraz, Yazd e Isfahan, ma anche lo spettacolare deserto di Lut, i castelli della regione del Kerman, e la natura impervia dell’est dell’Iran, in un mix di storia, natura e sapori.

Con chi

Con Anita Mousavian, architetto e guida turistica ufficiale iraniana.

Quando

Dal 20 aprile al 2 maggio 2018.

 

Programma di viaggio

Venerdì 20 aprile

Roma – Teheran

  • Incontro con la guida in aeroporto
  • Trasferimento in hotel
  • Pernottamento a Teheran

Sabato 21 aprile

  • Visita di Teheran citta’
  • Museo Archeologico nazionale (parte antica e parte islamica)
  • Museo dei Gioielli
  • Ponte della natura oppure Ambasciata Usa
  • Cena a Darband
  • Pernottamento a Teheran

Domenica 22 aprile

  • Volo per Shiraz
  • Visita alla moschea Nasir-ol-Molk o delle Rose
  • Madrasa del Khan
  • Bazaar di Vakil
  • Pranzo
  • Moschea di Vakil
  • Hammam di Vakil
  • Tomba di Hafez
  • Cena in ristorante tradizionale

Lunedì 23 aprile

  • Trasferimento a Marvdasht e visita di Persepoli 
  • Visita Tombe rupestri di Naqsh-e-Rostam
  • Visita di Pasargade (Tomba di Ciro)
  • Ritorno a Shiraz
  • Cena
  • Moschea Re delle Lampade

 

Martedì 24 aprile

  • Trasferimento Shiraz-Kerman
  • Visita a Bishapur
  • Visita a Tang-e-Chogan, Stretto del gioco del Polo di epoca Sassanide
  • Pernottamento a Kerman

Mercoledì 25 aprile

  • Visita di Kerman
  • Complesso Ganj-Ali-Khan. Piazza e Hammam
  • Moschea del venerdi di Kerman
  • Fortezza di Rayen
  • Giardino Shazde di Mahan
  • Mausoleo del sufi Nematollah Vali a Mahan
  • Arrivo a Shahdad
  • Cena nel deserto di Lut con astronomo
  • Pernottamento in casa tradizionale a Shahdad

Giovedì 26 aprile

  • Partenza da Shahdad per caravanserraglio Zineddin
  • Visita di SarYazd o Fahraj (qualora si arrivi in orario)
  • Cena in caravanserraglio
  • Altro luogo dove si puo’ disporre di astronomo
  • Ballo del legno dei beluci
  • Pernottamento nel caravanserraglio

Venerdì 27 aprile

  • Giro di Yazd
  • Torri del Silenzio
  • Passeggiata in quartiere antico
  • Prigione Alessandro
  • Cupola 12 Imam
  • Pranzo
  • Presentazione sui tappeti
  • Museo dell’acqua
  • Piazza Amir Chakhmaq
  • Cena
  • Pernottamento a Yazd

Sabato 28 aprile

  • Yazd-Meybod-Naeen-Isfahan
  • Partenza da Yazd
  • Moschea di Fahraj
  • Castello Narin di Meybod
  • Caravanserraglio di Meybod
  • Moschea Naeen
  • Arrivo a Isfahan e cena in piazza
  • Pernottamento a Isfahan

Domenica 29 aprile

  • Isfahan
  • Moschea della Regina o Shaikh Lutfullah
  • Moschea dello Scia’
  • Tempo libero bazaar
  • Visita palazzo delle 40 colonne
  • Cena e pernottamento a Isfahan

Lunedì 30 aprile

  • Isfahan
  • Visita a cattedrale armena di Vank
  • Visita a moschea del venerdi’ antica
  • Palazzo Ali Qapu
  • Giro nel bazaar
  • Visita ai ponti
  • Cena in ristorante tradizionale/albergo
  • Pernottamento a Isfahan

Martedì 1 maggio

  • Isfahan-Kashan-Qom-Ibis
  • Visita a villaggio zoroastriano di Abyaneh
  • Visita a giardino Fin di Kashan
  • Visita a casa Tabatabee di Kashan
  • Visita a Qom
  • Cena in albergo Ibis
  • Pernottamento presso albergo Ibis

Mercoledì 2 maggio

  • Volo per Roma da aeroporto IKIA

Condizioni

QUOTA INDIVIDUALE 2.850 EURO

SUPPLEMENTO SINGOLA: 360 EURO

CAPARRA DI 700 EURO DA VERSARE ENTRO IL 30 GENNAIO 2018 

N.B. La caparra verrà restituita qualora il gruppo non si formasse. In caso di rinuncia da parte del viaggiatore, la caparra non verrà restituita.

SALDO ENTRO IL 20 MARZO 2018

La quota comprende

  • tariffe aeree per i voli internazionali
  • spese consolari
  • assicurazione medico, bagaglio
  • tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia
  • accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza
  •  sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo
  • colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e una bottiglia d’acqua al giorno. Occasionalmente potrà essere effettuato un simpatico pic-nic all’iraniana, qualora le esigenze di viaggio lo rendessero necessario
  • trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con mezzi con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata
  • guida professionale specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale
  • tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei
  • un volo interno per raggiungere località distanti e i trasferimenti dagli aeroporti agli alberghi

La quota non comprende

  • assicurazione annullamento viaggio
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

Per informazioni: antonello.sacchetti@gmail.com – 339 1369642

Leggi il racconto dell’ultimo viaggio in Iran

I profughi polacchi in Iran

I profughi polacchi in Iran

I profughi polacchi in Iran Tempi difficili questi per parlare di rifugiati e di accoglienza. Il valore della vita umana sembra aver perso quotazioni rispetto a concetti quali “sicurezza” e “consenso popolare”.

La storia che stiamo per raccontare è di quelle che conoscono davvero in pochi, nonostante abbia toccato – direttamente e indirettamente – centinaia di migliaia di persone, in un tempo in fondo nemmeno così lontano, come quello della Seconda Guerra Mondiale. E, come vedremo, è una storia che tocca anche noi italiani.

Dalla Russia alla Persia

Non stiamo parlando di una storia marginale, di un gruppo limitato di persone, ma di 120mila polacchi che nel 1942 si rifugiarono in Iran.

Un passo indietro.

Nello scenario che porta alla Seconda Guerra Mondiale, la Polonia è la vittima predestinata del cosiddetto patto Molotov – Von Ribentropp, in base al quale, nell’agosto 1939, la Germania nazista e l’Unione Sovietica di Stalin si spartiscono il territorio polacco. Il 1° settembre Hitler invade la Polonia da ovest, Stalin da est. Nel giro di poche settimane lo Stato polacco cessa di esistere.

I sovietici, intenzionati a liquidare le forze armate di Varsavia, si resero colpevoli di crimini orrendi quali il massacro di Katyn, in cui vennero uccisi 22mila tra militari e civili. Molti altri polacchi vennero deportati in Sibera. Il 22 giugno 1941 avviene però una svolta decisiva nel secondo conflitto mondiale: Hitler dà il via alla cosiddetta “Operazione Barbarossa” e invade l’Urss.

A quel punto Stalin deve far leva su tutte le forze disponibili per contrastare la Germania e stringe un accordo col Governo polacco in esilio a Londra: concede l’amnistia ai militari polacchi deportati e consente al generale Wladyslaw Anders di organizzare quello che si chiamerà Secondo Corpo d’Armata.

Insieme ai militari ci sono le loro famiglie, da due anni alle prese con la fame e con le durissime condizioni di deportazione imposte dai sovietici. Anders ottiene il permesso per tutti di uscire dall’Unione Sovietica e recarsi in Iran.

Così, nel 1942, 116.131 rifugiati polacchi proveniente da tutta l’Urss raggiungono – quasi sempre a piedi – il Mar Caspio. Di questi, 37 mila sono civili, 18mila sono minori.  Tra loro almeno 5mila ebrei. A marzo e aprile 1942, con una serie di viaggi, navi sovietiche li portano ad Anzali, città portuale nel nord dell’Iran. Molti di loro, appena sbarcati, baciano la terra, come se fossero arrivati nella Terra promessa.

I profughi polacchi in Iran

E’ bene ricorda che l’Iran di quegli anni è un paese occupato a nord dai russi e a sud dagli inglesi, alle prese con problemi di razionamento e tensioni sociali molto forti. Scià Reza – sospettato di simpatie per la Germania nazista – ha dovuto abdicare in favore del figlio giovanissimo Mohammad Reza. Tutto, dunque, tranne che un’isola felice di pace e prosperità. Eppure l’accoglienza che gli iraniani riservano ai profughi polacchi è degna della loro millenaria ospitalità.

L’accoglienza degli iraniani

Nella città di Anzali viene allestita una tendopoli con 22mila tende messe a disposizione dall’esercito iraniano. Ospita una moltitudine di persone denutrite, sporche e spesso ammalate. Molti sono morti di stenti e di tifo durante il viaggio, molti altri non sopravviveranno ai mesi successivi.

Nasrim Alavi, blogger e scrittrice iraniana, racconta la testimonianza di sua nonna:

Seyyed Molla Hashem arrivò sulla spiaggia e disse che era nostro dovere religioso trattare i prigionieri con rispetto e aiutarli. Ordinò che portassimo tinozze di acqua calda e sapone per lavarli e nessuno può immaginare quanto queste donne, queste ragazze, questi bambini, che sembravano usciti da una miniera, fossero belli dopo il bagno. Il giorno seguente, nella moschea, il mullah disse che le profughe polacche sapevano ricamare e lavorare a maglia con abilità e invitò gli uomini a mandare le mogli e le figlie a lezione. Era un modo per offrire un piccolo guadagno. 

 

Dopo un periodo di quarantena, i profughi vengono trasferiti in diverse città iraniane. Lungo la strada, gli iraniani lanciano dolci e biscotti verso i camion dei polacchi, in segno di benvenuto.

La comunità polacca si integra bene in Iran: vengono aperti una radio e un giornale, i ragazzi sono mandati a scuola, alcuni partecipano alla vita artistica e culturale del Paese. La traversata ha provocato moltissime vittime e gli orfani sono ben 13mila. A loro vengono dedicati scuole e corsi di istruzione.

I due più grandi orfanotrofi vengono istituti a Mashad, dove è gestito da suore cristiane, e a Esfahan, dove vengono destinati gli orfani più piccoli, nella speranza che la bellezza della città li aiuti a superare i traumi subiti. Nella diaspora polacca, Esfahan è infatti conosciuta come la “città dei bambini polacchi”.

I profughi polacchi in Iran

Un altro centro di rilievo è Ahvaz, sul Golfo Persico, dove ancora oggi un quartiere è conosciuto come “Campolu”, eredità del nome “Camp Polonia”.

Nascono molte coppie miste e in tanti decidono di rimanere. Ancora oggi sulle tavole iraniane è piuttosto comune il pierogi, un tipo di gnocco portato appunto allora dai profughi.

Oggi i cimiteri polacchi in Iran sono due, ed esistono diverse sezioni polacche in vari cimiteri non solo a Teheran ma in tutto il paese. Sono 2.806 tombe, 650 di militari, nessuno dei quali caduto in combattimento ma morti tutti di malattie e stenti. 

Nel dettaglio, sono questi:

  • Teheran, Dulab-cimitero polacco – 1892 tombe  (408 militari);
  • Teheran, Golhak-cimitero di guerra britannico – 10 tombe militari
  • Teheran-sezione polacco del cimitero ebraico – 56 tombe (13 militari);
  • Bandar-Anzali-Polish Cemetery, presso il cimitero armeno  – 639 tombe  (163 militari)
  • Ahwaz- sezione polacco del cimitero cattolico- 102 tombe (22 militari);
  • Mashad- sezione polacca del cimitero armeno – 29 tombe (16 militari);
  • Esfahan-sezione polacca del cimitero armeno – 18 tombe (1 militare).

Wojtek, l’orso soldato

I militari si addestrano soprattutto nella provincia di Kermanshah per prendere parte al conflitto contro il nazifascismo. E qui la storia si arricchisce di un personaggio che ha della favola. Un ragazzino di Hamadan vende ai militari polacchi un cucciolo di orso. Malaticcio e senza mamma, viene coccolato dai polacchi che lo alimentano col biberon per mesi. Diventa presto la mascotte del Secondo Corpo d’Armata Polacco e crescendo viene anche impiegato nel trasporto di casse di munizioni e materiali polacchi. Il Corpo d’Armata parte per l’Iraq e poi la Palestina. Da qui si reca in Egitto e poi in Italia, dove prendere parte in modo decisivo alla battaglia di Montecassino, fondamentale per le sorti della Campagna d’Italia, e ad altri importanti passaggi, quali la liberazione di Ancona  e quella di Bologna. I cimiteri di guerra a Cassino e in Emilia stanno lì a testimoniare il tributo di sangue dei polacchi.

“Passante, di’ alla Polonia che siamo caduti a lei fedeli”, recita una lapide nel cimitero di Cassino. La loro fedeltà alla patria non fu però ricompensata: la spartizione del mondo decisa prima proprio alla Conferenza di Teheran (28 novembre – 1 dicembre 1943) e poi a Yalta (4-11 febbraio 1945) chiude le porte a un ritorno in Polonia. Il Corpo D’Armata – rimasto in Italia – si scioglie nel 1947 e si suoi appartenenti di disperdono in tutto il mondo.

L’orso Wojcek, diventato un personaggio leggendario, a cui verrà dedicato anche un cartone animato, viene portato nello zoo di Edimburgo, in Scozia, dove muore nel 1963.

 

 

Cosa rimane

Sotto le ferite della guerra rimane una storia di tolleranza e di accoglienza. Un legame di pace e di rispetto che ha lasciato segni forti anche se poco riconosciuti: sono molti i polacchi che studiano persiano nelle università di Cracovia e Varsavia, spesso con risultati eccellenti.

Nel vocabolario polacco ancora oggi si usa la parola persiana “kish-mish” per indicare l’uvetta ed è molto comune il nome maschile Dariusz, omaggio all’antico re persiano.

Sono passati settant’anni. L’Urss non esiste più e la Polonia, con l’Ungheria e la Repubblica Ceca, è uno dei Paesi dell’Unione Europea che si è rifiutato di partecipare al ricollocamento di migranti.

Iran. Terremoto e polemiche

Iran. Terremoto e polemiche

Il 12 novembre 2017  un terremoto di magnitudo 7.3 ha fatto tremare almeno l’area di confine tra Iraq e Iran. Le vittime iraniane sarebbero oltre 500, 11 quelle irachene. Oltre 8mila i feriti, 70mila i senza tetto, 12mila le abitazioni crollate. La maggior parte delle vittime si registrano nella città iraniana di Sarpol-e Zahab, a maggioranza curda, nella provincia di Kermanshah.

 

I conservatori accusano il governo

Il governo ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale e inviato esercito e pasdaran nelle aree colpite dal sisma. Il presidente Rouhani ha visitato le aree del sisma ma il suo esecutivo è stato oggetto di critiche molto feroci da parte dei conservatori per la lentezza dei soccorsi e per la mancanza di chiarezza iniziale sull’entità del disastro.

 

Iran. Terremoto e polemiche
Ebtekar. Il lutto dell’Iran per Kermanshah

 

Tutta colpa di Ahmadinejad?

Ma le polemiche sono arrivate sopratutto da ambienti riformisti e governativi nei confronti dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. Già, perché molti degli edifici crollati a Sarpol-e Zahab erano stati costruiti nell’ambito del Mehr, il mega progetto edilizio di case popolari  fiore all’occhiello del presidente conservatore. Si tratta di un’operazione molto ambiziosa e anche molto controversa, da sempre avversata dall’amministrazione Rouhani. I critici del progetto di Ahmadinejad hanno sempre contestato la pessima qualità delle strutture abitative e i tragici eventi di questi giorni sembrano dare loro ragione.

Fin dal suo insediamento nell’agosto 2013, l’attuale presidente della Repubblica islamica aveva attaccato il programma di Ahmadinejad. Il ministro delle Strade e dello sviluppo urbano Abbas Akhoundi lo aveva definito “assurdo” e foriero di effettivi negativi sull’economia iraniana, causa principale dell’aumento dei prezzi delle case.

Adesso i giornali riformisti tornano alla carica. Hamdeli scrive: “Il progetto Mehr è un perfetto esempio di cattiva amministrazione di un governo che non perdeva occasione di dichiararsi dalla parte della povera gente. Mahmoud Ahmadinejad e tutte le persone coinvolte nella costruzione di queste case andrebbero processate”.

Secondo l’altro quotidiano riformista Shargh, dopo quanto accaduto a Sarpol-e Zahab, molte persone che vivono in case del progetto Mehr, avrebbero abbandonato i loro appartamenti nel timore di possibili nuove scosse.

Rouhani ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sulle case del progetto Mehr. Il quotidiano conservatore Kayhan, vicino alla Guida Khamenei, se la prende invece col governo e parla di “bugie più pesanti dei danni provocati dal terremoto”.

 

Iran. Terremoto e polemiche
Kayhan: i danni della menzogna più pesanti di quelli del disastro

 

Ancora una volta Iran

Ancora una volta Iran

Iran, ancora una volta. Ancora una volta la scommessa di tornarci, di accompagnare persone che lo visitano per la prima volta. Sempre con quel misto di trepidazione e paura. Riuscirò a trasmettere anche solo in minima parte la misteriosa passione per questo Paese? In gioco non c’è mai semplicemente la riuscita di un tour. C’è piuttosto una parte essenziale di me.

Con molte aspettative e con una certa dose di fatalismo (alla fine l’Iran prende sempre il sopravvento su tutto) mi accingo anche al primo viaggio in Iran dopo la rielezione di Rouhani e l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Dall’Italia si ha l’impressione che su Teheran siano tornati a soffiare venti di crisi. Sarà davvero così?

 

Slow Tehran

Un venerdì di inizio autunno. molto mite. L’aria serena del weekend islamico ci accoglie e ci rilassa. Non ci sono moltissimi turisti occidentali in giro, nonostante questo sia uno dei periodi di alta stagione. All’aeroporto il grosso degli arrivi sono di turisti religiosi, per lo più iracheni sciiti provenienti da Najaf e Kerbala e diretti a Mashad per visitare la tomba dell’Imam Reza. Chiacchieriamo in inglese con loro al controllo (lentissimo) dei passaporti. Sono famiglie piuttosto numerose, con le donne tutte in chador neri. Sono tutti in Iran per la prima volta e sembrano ansiosi di cominciare il loro viaggio. Nelle loro parole, nei loro sguardi, c’è entusiasmo e c’è anche referenza per l’Iran.

Poche persone nei siti turistici principali, come il Golestan e l’Iran Bastan, il Museo archeologico. Nessuno davanti al “nido di spie”, l’ex ambasciata Usa in via Taleqani, dove portiamo un gruppo di italiani a visitare quello che dovrebbe essere ormai un luogo più “storico” che “politico”. Sono passati quasi quarant’anni dalla celebre crisi degli ostaggi, eppure ancora oggi è difficilissimo toccare quei fatti senza suscitare polemiche, persino tra gli italiani che quei fatti hanno quasi dimenticato del tutto.

“L’America non può farci un dannato niente”, recita un murales che cita una delle invettive più note di Khomeini. Già, e oggi? L’America cosa può davvero fare all’Iran? O – piuttosto – cos’altro può fare all’Iran? Il sentimento che sembra regnare sovrano qui è l’indifferenza. Se c’è una cosa che si impara venendo spesso in questo Paese, è che le cose cambiano, sempre, comunque. Passano i Khatami, gli Ahmadinejad e anche i Trump. Come disse una volta un ambasciatore iraniano, “2.500 anni di Storia non possono mai essere messi in crisi da un singolo presidente”. Di qualunque Stato, verrebbe da aggiungere.

Soltanto verso sera il traffico sembra rianimarsi e riportare la capitale al suo solito caos calmo di code e ingorghi.

 

Ancora una volta Iran
Tehran. L’ingresso del Museo dei martiri

 

La beffa di Persepoli

Poi l’Iran è anche un Paese imprevedibile, per carità. Così accade che, per timore di qualche dimostrazione eccessivamente calorosa in occasione della Giornata dedicata a Ciro il Grande, il governo della Repubblica islamica decida di punto in bianco di chiudere per tre giorni Persepoli, Naqsh-e Rostam e Pasargade, per il disappunto di turisti iraniani e stranieri.

Sulla strada che dalla vecchia capitale achemenide (Pasargade) porta a Shiraz ci imbattiamo in un breve corteo di macchine con ritratti di Ciro e decalcomanie di Faravahar e altri simboli zoroastriani.  A bordo gruppetti di ragazzi che suonano il clacson e si fanno foto con lo smartphone sporgendosi dai finestrini. Davvero la Repubblica islamica teme questo “esercito del selfie”? O e stato un tributo da pagare ad alcuni ambienti conservatori che hanno voluto fare la voce grossa?

Un episodio inatteso, che stona con la tradizionale gentilezza iraniana. Persino alcuni militari che impediscono l’accesso a Persepoli sembrano imbarazzati nel bloccare l’accesso ai pullman. Qualche ufficiale in divisa sorride alle guide turistiche e spiega gentilmente di non poter far entrare nessuno. Molto meno gentili gli agenti in borghese che passano al setaccio le auto in transito verso i siti archeologici. Molto rumore per nulla o comunque per molto poco, verrebbe da dire.

Ancora una volta Iran
La tv satellitare come minaccia per l’Islam

 

A che punto è l’Iran?

Ma, in definitiva, a che punto è questo Paese? Sta diventando o sarà mai un Paese “normale”? Il suo essere una continua eccezione, lo rende ancora una meta ambita, la meta di un vero viaggio, non di uno spostamento qualunque. Eppure adesso il wi fi funziona ovunque, con 7 euro si acquista una scheda per navigare in 4G tranquillamente, con una semplice app si aggirano filtri e blocchi dei social. Si può proseguire anche da qui la narrazione continua delle nostre vite connesse..

E allora cosa distingue ancora l’Iran da tutto il resto?

Perché non riesco a togliermi questo vizio, a “tornare” definitivamente da questo viaggio iniziato ormai dodici anni fa?

Devo lasciarmi Shiraz alle spalle per cominciare a capirlo. Shiraz è come una città di mare senza il mare. Sicuramente bella, affascinante, coi suoi giardini, i suoi usignoli e la sua proverbiale indolenza. Tipica – appunto – di una città di mare.

Però poi manca un punto di approdo, manca un orizzonte sul lato basso della città che, vista dall’alto, sembra come sprofondare nel nulla.

Bisogna allora risalire verso est, sfidare le strade impervie che portano verso Yazd. Più piccola, più modesta, infinitamente più sensuale nei suoi colori. Nonostante l’evidente crescita economica degli ultimi anni, qui non ci sono segni evidenti di speculazioni edilizie o di consumi frenetici. Tutto sembra vissuto con uno stile orgoglioso e mite.

Le donne vestono quasi tutte in chador e hanno voglia di parlare con gli stranieri, di salutarli, di dare il benvenuto. Lo spettacolo tradizionale dello zurkhane – una sorta di arte marziale musicale-filosofica-religiosa – è un momento autentico, non un teatrino a uso e consumo dei turisti. I ragazzi del quartiere danno vita a un’ora intensissima ed emozionante.

Come nello Shahnameh

Che poi la narrazione sia tutto, non è un mistero. A Esfahan- cuore di tutti i miei viaggi – c’è una piccola bottega nel bazar storico che amo in modo particolare. Vende specchi e cornici  e la regge un signore di 80 anni, gentile e sempre sorridente. Scambiamo qualche parola in persiano, mi racconta la storia del suo negozio. Dietro il bancone campeggia la foto del vecchio proprietario, morto da diversi anni. L’attuale titolare mi spiega: “Ha realizzato lui molte di queste opere. Ed è morto”. Afferra una composizione in legno, enorme e bellissima: “Anche questa l’ha fatta lui. E ora è morto”.

Ancora una volta Iran
Bottega nel bazar di Esfahan

Sembra quasi che si esprima in versi, proprio come Ferdowsi nello Shahnameh, il libro epico custode della lingua persiana:

Faridun visse cinquecento anni e regnò. Ma morì, e di lui rimase
Solo il glorioso trono.
Morì, il grande sovrano Faridun, ed il grande regno lasciò ad altri, e con sé portò soltanto
un flebile sospiro.
Anche la nostra sorte questa sarà,
perché gli siamo
tutti simili, grandi e piccoli, noi tutti, sia che tu voglia comandare il gregge, sia che voglia del gregge essere parte.

 

Ritratti vecchi e nuovi

Per scorgere i cambiamenti in una realtà così complessa, occorre concentrarsi sui dettagli. Ed ecco allora che un dato emerge subito: in Iran adesso ci sono molti turisti francesi, pochissimi fino a un paio di anni fa. Subito dopo ci sono gli italiani. Pochi tedeschi, zero inglesi. E’ una cartina di tornasole anche delle politiche dei vari Paesi Ue.

E delle mire commerciali delle grandi multinazionali. Lo stesso settore turistico si sta sviluppando grazie anche agli investimenti stranieri. In questo contesto, le sparate anti iraniane di Trump sembrano innanzitutto anacronistiche.

E poi altri dettagli dicono molto più di tante parole. Ad esempio, in diversi luoghi pubblici, accanto ai ritratti di Khomeini e Khamenei, comincia ad apparire anche quello di Qassem Soleimani leggendario comandante dei pasdaran impegnato ora nella guerra all’Isis. Ne notiamo diversi all’aeroporto di Teheran e persino nell’Emamzadh di Abyaneh, cittadina molto turistica della regione di Esfahan.

 

Ancora una volta Iran
Il ritratto del generale Soleimani nell’emamzadeh di Abyaneh

 

Ed è solo davanti a questi ritratti che ci rendiamo conto che dagli attentati dell’Isis a Teheran del 7 giugno sono passati appena tre mesi. Il resto del mondo lo ha dimenticato in fretta. L’Iran no. In Iran non ci si dimentica quasi mai nulla di quello che si è vissuto.

La differenza col resto del mondo, forse, sta tutta qui.

Corso di lingua e letteratura persiana

Corso di lingua e letteratura persiana
L’istituto Culturale dell’Iran nel quadro delle sue attività didattiche, organizza il 41° corso di lingua e letteratura persiana. Si tratta di un ciclo di 12 lezioni, tenuto da una docente universitaria, che prevede il rilascio di un certificato da parte dell’Istituto e dalla  Fondazione Sa’adi.
Il corso comincia sabato 11 novembre ​2017  e si articola in 18 ore di lezione per ogni livello per un totale di 54 ore divise in tre livelli e avrà la durata di 12 settimane con la seguente cadenza: sabato: ore 09.30- 11.00 e 12.30

La giornata dell’ultima lezione sarà interamente dedicata alla valutazione dei corsisti, con una prova scritta, ed una orale. L’ammissione agli esame  è subordinata ad una presenza continuativa alle lezioni non inferiore al 80% del monte ore totali. 

Per partecipare è necessario iscriversi entro l’11 novembre a questo link. 

N.B. La prima lezione dell’11 novembre è dedicata interamente alla valutazione del livello della conoscenza dei corsisti e le divisioni per l’orario, perciò si chiede la presenza di tutti gli interessati alle ore 10.00 presso la sede dell’istituto Culturale in Via Maria Pezzè Pascolato, 9.

Corso di persiano

No date, no signature

No date, no signature (Bedoone Tarikh, Bedoone Emza) è stato uno dei film più applauditi della sezione Orizzonti del 74esimo Festival del Cinema di Venezia. Vahid Jalilvand ha vinto il premio per la migliore regia mentre Navid Mohammadzadeh quello come migliore attore.

Diciamolo subito senza troppi fronzoli: è un film duro, pesante, senza un attimo di sollievo o di conforto. Anche perché il racconto non ha preamboli, non ha filtri. Dopo pochi secondi dall’inizio siamo proiettati nell’evento chiave di tutta la storia. Kaveh Nariman, medico legale serio e scrupoloso, sta guidando di notte su una delle grandi arterie di Teheran, quando tampona accidentalmente una moto su cui viaggia una famiglia intera. Scena questa assai consueta per chi conosce l’Iran. Si ferma per prestare soccorso e si offre di accompagnare in ospedale Amir Ali, 8 anni, apparentemente contuso in modo lieve. Il padre del bambino però si rifiuta, accettando solo del denaro per i danni alla moto.

Al mattino seguente il dottore trova in ospedale il cadavere del bimbo. L’autopsia – eseguita dalla moglie, collega nello stesso ospedale – parla di avvelenamento per botulismo ma non è sicuro che non sia stato l’incidente a ucciderlo. Inizialmente tace e non si fa vedere alla famiglia. Ma il dubbio lo tormenta e decide di aprirsi prima con la moglie e poi con il padre del bimbo.

No date, no signature

Padre che, a sua volta, è tormentato dai rimorsi per aver provocato l’avvelenamento del figlio portando a casa del pollo probabilmente infetto. Tutta la storia sembra segnata dal dubbio e dai rimorsi. Che quando vengono esplicitati sembrano produrre soltanto altro dolore.

Jalilvand sembra proseguire un racconto iniziato con Un mercoledì di maggio presentato sempre a Venezia due anni fa. Come in quella storia, anche qui i personaggi principali sembrano totalmente incapaci di sostenere il ruolo assegnato loro dalla vita. Tutti sembrano chiedersi sempre cosa fare e quando scelgono sembrano sempre fare la scelta sbagliata.

No date, no signature non è certamente un film risolto. Come scrive Claudio Zito sul blog Cinema iraniano

Jalilvand e lo sceneggiatore Ali Zarnegar adottano una tradizionale scrittura ellittica che sa però di irrisolto e, ormai, di telefonato (eccessivo scomodare Una separazione o altri Farhadi). Quanti finali con lo stesso grado di apertura abbiamo visto, nei film iraniani? Scorciatoie troppo battute; si avverte l’esigenza di scoprire altri sentieri.

Va detto quindi che a Venezia il film ha ricevuto i premi giusti: per una regia geometrica, quasi chirurgica (e il film infatti dura poco più di un’ora e mezza) e per una prova d’attore davvero potente. Per un film pienamente convincente di Jalilvand ci sarà invece da aspettare.

Odio l’estate

Odio l'estate

Tre giovani donne, Teheran, i grandi dilemmi della vita. tanto grandi proprio perché comuni, quasi banali. Non ci sono trame complesse nell’ultimo libro pubblicato da Ponte 33L’autunno è l’ultima stagione dell’anno, primo romanzo di Nasim Marashi tradotto dal persiano all’italiano da Parisa Nazari. Anzi, a dirla tutta, se ci mettiamo a raccontare la trama, facciamo un torto a questo libro e alla sua giovane autrice. Sì, perché siamo probabilmente di fronte non solo al migliore dei libri fin qui pubblicati dalla casa editrice fondata nell’ormai lontano 2010 da Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini. La sensazione è di essere di fronte a un cambio di stagione – tanto per restare in tema col titolo – per la letteratura iraniana contemporanea.

Superate le secche non sempre divertenti delle forme letterarie “diverse” (i racconti brevi, i diari), questo potrebbe essere un giorno ricordato come il primo romanzo della nuova letteratura persiana. Cioè, quanto di più simile alla forma romanzo classica, così come la intende un lettore medio di un Paese occidentale. Quale si considera appunto chi scrive questa recensione.

Con questo non sto dicendo che arriva a compimento un processo di imitazione di canoni letterari occidentali. Sarebbe riduttivo e anche offensivo. Dico semplicemente che questo romanzo è il prodotto di una nuova generazione di iraniani ormai globalizzati, portatori non solo della propria millenaria cultura nazionale, ma ormai “imbevuti” di cinema, musica e letteratura internazionale. Nel romanzo questo non si legge solo nelle citazioni di film americani, ma dallo stesso ritmo del racconto.

Leggendo il libro mi sono venute in mente due suggestioni, entrambe legate a due mostri sacri del rock, niente meno che ai Rolling Stones e ai Beatles. Cosa c’entrano? In realtà nulla, ma superata una buona metà del libro mi veniva in mente un titolo meno noto degli Stones, The singer, not the song. “Il cantante non la canzone”, cantava Mick Jagger. E in questo caso sarebbe forse da dire: “La scrittrice, non il libro”.

In una intervista la stessa autrice ha spiegato che le tre protagoniste sono in realtà declinazioni di sé, le loro storie in apparenza diverse sono piene di fatti realmente accaduti alla stessa Nasim Marashi. La scrittrice quindi più del libro, oltre il libro. Anche perché a 33 anni avrà probabilmente ancora molto da dirci. Forse non solo come scrittrice ma anche come sceneggiatrice o autrice teatrale, chissà.

La seconda suggestione è invece legata alla storia del libro. Le tre donne hanno tutte 28 anni. Si sono conosciute nella facoltà di ingegneria e adesso sono a un passo dal salto nella vita. Una vuole proseguire gli studi in Francia, un’altra deve decidere se sposarsi o meno, un’altra ancora ha già alle spalle una separazione dolorosissima e tenta di aprire una nuova fase professionale in campo giornalistico.

Ecco, i 28 anni.  Un’età che dovrebbe essere di piena maturità ma che da noi – e a quanto pare anche in Iran, almeno per qualcuno – sembra ancora l’ultimo spicchio di incoscienza giovanile, l’ultimo pezzetto di vacanze prima del ritorno alle cose serie. Un’età piena di incognite, di “se”.

E quindi eccola qui sotto la celebre copertina di Abbey Road, leggendario album dei Beatles, di fatto l’ultimo ad essere registrato dai quattro di Liverpool ancora come band.  Alla copertina è legata una assurda leggenda: Paul Mc Cartney sarebbe morto mesi prima e la targa del maggiolone parcheggiato sulla sinistra sarebbe un’indicazione quasi subliminale: riporta infatti un 28 IF. Cioè “Se (fosse vivo, avrebbe) 28 anni”.

Ecco, L’autunno è l’ultima stagione dell’anno mi ha riportato ai miei 28 anni. All’attesa dell’autunno e al saluto definitivo all’estate della vita. Che non è detto che sia necessariamente un momento triste. Specialmente per chi, come me, l’estate non la sopporta.

Non ho detto nulla dell’ambientazione del libro, nulla a proposito dell’Iran, di Teheran, della censura, della condizione della donna nella Repubblica islamica, dei foluard e dei chador.

Ecco, vi ho detto che non l’ho detto. Va bene lo stesso, no?

 

 

 

Nasim Marashi

L’autunno è l’ultima stagione dell’anno

Aprile 2017
pp. 208
ISBN 9788896908099
€ 15,00

Traduzione dal persiano di P. Nazari

 

La crisi degli ostaggi in Iran

Tutto comincia il 4 novembre 1979, a dieci mesi dallo scoppio della rivoluzione. Dopo che lo scià, esiliato e ammalato, entra negli Usa, un gruppo di studenti prende in ostaggio tutto il personale all’interno dell’ambasciata statunitense. È una ritorsione contro gli Usa, antichi alleati del tiranno sconfitto, ma anche il tentativo di evitare la restaurazione dell’ancien regime. Anche nel 1953 lo scià era scappato a Roma, per poi tornare una volta deposto Mossadeq. Khomeini appoggia l’occupazione dell’ambasciata e il corso della rivoluzione iraniana cambia in maniera irreversibile. Vince l’ala oltranzista e islamista. Il presidente Bani Sadr, contrario al sequestro degli ostaggi, sarà sempre più emarginato e nel 1981 fuggirà a Parigi.

Inizialmente vengono sequestrate 66 persone. Poi vengono liberati gli afroamericani, le donne e un ostaggio gravemente malato. Per liberare tutti gli altri, gli studenti chiedono la consegna alle autorità iraniane dello Scià e la restituzione del suo patrimonio accumulato illecitamente all’estero. Il 25 aprile 1980 il presidente Usa Jimmy Carter tenta inutilmente di liberare gli ostaggi con un blitz in cui muoiono otto militari statunitensi. Per il presidente democratico è la fine politica. La crisi si risolve dopo 444 giorni, il 20 gennaio 1981, in seguito all’intervento diplomatico algerino. Quattro anni dopo si saprà che la soluzione è in un accordo sottobanco per la fornitura di armi dagli Stati Uniti all’Iran. Usate per combattere contro Saddam, armato proprio dagli americani in chiave anti iraniana. In Medio Oriente non c’è mai nulla di semplice. Le relazioni diplomatiche tra Washington e Teheran si interrompono allora. L’ambasciata è oggi un museo sul “covo di spie” degli americani.

Trump, Iran. Nostalgia canaglia

Alla faccia di chi diceva che con Trump alla Casa Bianca non sarebbe cambiato niente nella politica internazionale. Dopo nemmeno un anno dal suo insediamento, il presidente più imprevisto e più imprevedibile della storia recente degli States, sembra intenzionato a scassare uno dei traguardi più importanti raggiunti da Obama, cioè l’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) del 14 luglio 2015.

Con un discorso destinato a essere ricordato a lungo, venerdì 13 ottobre 2017 Trump ha infatti annunciato che non avrebbe certificato l’intesa sul nucleare.  Ogni 90 giorni la Casa Bianca deve infatti notificare al Congresso l’adesione dell’Iran ai termini dell’accordo. Questa adesione viene verificata non dalla Casa Bianca, ma dall’AIEA, l’agenzia dell’Onu per l’energia nucleare. E l’AIEA – va ricordato – dal luglio 2015 ha per otto volte certificato che l’Iran sta pienamente adempiendo agli obblighi stabiliti dall’accordo.

Ma per Trump, Teheran non starebbe rispettando “lo spirito” dell’intesa. Da lì, una requisitoria piuttosto vaga contro il regime iraniano, accusato di sostenere il terrorismo. Un mix di vaghezza e imprecisioni (fino all’uso volutamente scorretto del termine “Golfo arabico” anziché “Persico”) per servire sul piatto una decisione tutta politica, che era nell’aria da mesi. Dal suo insediamento, Trump aveva per due volte certificato il JCPOA, ma aveva definito l’accordo il “peggiore della storia degli Usa”.

Sembra la classica “operazione nostalgia”: il presidente americano ha infatti rispolverato un vecchio classico, quello dell’Iran “Stato canaglia”, con cui non si può e anzi non si deve dialogare.

Cosa succede adesso

Adesso il Congresso  ha 60 giorni per imporre nuovamente le sanzioni contro l’Iran che erano state sospese dopo l’intesa firmata a Vienna nel 2015.

Non è affatto detto che il Congresso segua la linea del presidente. Persino il segretario di Stato Rex Tillerson ha ammesso che i numeri potrebbero non esserci. In ogni caso, gli Usa ne escono male come leadership e come immagine di partner credibile. Anche perché gli altri Paesi firmatari dell’accordo 5+1 si sono subito espressi in dissenso con Trump.

Le reazioni internazionali

Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea, ha dichiarato:

“Non possiamo permetterci di mettere fine a un accordo che sta dando risultati” e di cui l’Aiea “ha verificato per otto volte il rispetto”. Inoltre, l’accordo sul nucleare iraniano del 2015 “non può essere rotto da un solo Paese, perché non è un’intesa bilaterale ma internazionale, avallata da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha il diritto di rescinderlo”.

D’accordo con Trump il solo premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per il resto, tutti, dalla Gran Bretagna alla Russia, si sono detti intenzionati a proseguire lungo la linea intrapresa nel luglio 2015. A conferma di questa linea, il presidente francese Macron avrebbe addirittura in programma una visita ufficiale a Teheran nel 2018. In ballo ci sono gli equilibri già precari del Medio Oriente e affari di miliardi di euro. Ora che l’Iran si sta faticosamente aprendo agli investitori internazionali, le parole di Trump rischiano di gettare nel panico colossi come Total e Boeing, senza dimenticare la nostra Eni.

Le reazioni in Iran

Il presidente Rouhani è intervenuto con un discorso televisivo insolitamente duro e concitato.

Consideriamo” l’intesa del 2015 “un accordo multilaterale e internazionale e lo rispettiamo nella cornice del nostro interesse nazionale. Abbiamo cooperato con l’Aiea e continueremo a farlo” ma se “l’altra parte non rispettasse i propri impegni si sappia che l’Iran non esiterà a rispondere”, ha detto in tv. E ancora: “Continueremo a rafforzare le nostre capacità di difesa. Le nostre armi e i nostri missili sono per la nostra difesa. Siamo sempre stati determinati nella nostra difesa e lo saremo ancora di più da ora in poi. Abbiamo provato a costruire le armi che ci servivano e da ora in poi faremo più sforzi per continuare a farlo.

Chiaro il riferimento al programma di missili balistici citato da Trump. Programma che – va ricordato – non rientra affatto negli accordi sul nucleare.

Esultano i conservatori e tutti coloro che hanno sempre sostenuto l’inaffidabilità degli Stati Uniti.

Il ministro degli Esteri Javad Zarif ha espresso il suo disappunto in una serie di tweet molto velenosi. In uno dichiara sarcastico: “Nessuna sopresa che i sostenitori del vacuo discorso di Trump sull’Iran siano i bastioni della democrazia del Golfo Persico: Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein”.

Arman-e Meruz titola: L’isolamento del signor gaffe

 

Kayhan: Trump ha compreso l’accordo sul nucleare: vantaggi per gli Usa, restrizioni per l’Iran!

Per il quotidiano conservatore, le parole di Trump sono la riprova che degli Usa non ci si può fidare.

Sciiti. L’Islam della contestazione

Gli sciiti, chi sono costoro? La lunga crisi irachena ha fatto sì che l’opinione pubblica occidentale venisse a conoscenza della loro esistenza. Ma chi sono davvero? Qualche boxino nei quotidiani ci dice che costituiscono una corrente minoritaria dell’Islam, che sono al potere in Iran e che in Iraq hanno patito una repressione feroce sotto Saddam Hussein.

Gli sciiti costituiscono circa il 10 per cento degli 1,3 miliardi di musulmani del mondo. Di questi, circa 120 milioni (sia persiani sia arabi) vivono in Medio Oriente. Sono maggioranza religiosa in Iran, Iraq, Libano, Azerbaigian e Bahrein e rappresentano una significativa minoranza in Afghanistan, Pakistan, Siria, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

In cosa il loro Islam è differente da quello dei sunniti? Perché sono così importanti negli equilibri dell’Iraq del post Saddam? Andiamo con ordine.

Alle origini dello scisma

Il profeta Maometto muore nel 632, senza eredi maschi e senza aver designato un successore. Alì è il cugino di Maometto e sposo di sua figlia Fatima. Tra i musulmani si apre la lotta alla successione. La maggioranza di loro (sunniti, da sunna, tradizione) credono che sia necessario individuare nella comunità il vicario (in arabo khalifa, da cui califfo) di Maometto. Un piccolo gruppo di musulmani (shi’ ah, da cui sciiti, significa partito) crede invece che la guida dell’Islam spetti ad Alì, unico rappresentante della famiglia del Profeta. Alì (proclamato Imam, originariamente “colui che guida la preghiera”) rimane al potere per soli cinque anni, finché non viene ucciso in un agguato. I suoi due figli Hassan e Hussein moriranno in battaglia. Nei secoli successivi il potere rimane nelle mani delle dinastie sunnite degli Omayyadi, poi degli Abassidi e infine degli Ottomani. Il califfato diventa una monarchia ereditaria. Gli sciiti passano all’opposizione.

Differenze dai sunniti

Da un punto di vista dottrinario, le differenze tra sunniti e sciiti sono non tanto teologiche quanto epistemologiche. Mentre i sunniti hanno enfatizzato l’interpretazione testuale delle scritture e la loro applicazione giuridica, gli sciiti hanno optato per un’interpretazione simbolica del Corano alla ricerca della verità della fede. Per questo gli sciiti sono accusati dai sunniti di aver introdotto la filosofia all’interno del messaggio divino che, secondo loro, non avrebbe alcun bisogno di essere razionalizzato.

Il radicalismo del no

Lo sciismo si caratterizza dall’inizio come rifiuto dell’inautentico, come radicalismo del no, come lotta contro l’ingiustizia. Nel 680 Hussein guida un esercito di soli 72 uomini contro centinaia di kharagiti (fazione sunnita). Hussein e i suoi seguaci scelgono di non arrendersi e vengono tutti uccisi e fatti a pezzi a Karbala, da allora città santa sciita. Il martirio di Hussein è al centro della teologia sciita: la sofferenza e il sacrificio acquistano un significato pregnante, a differenza di quanto accade nel sunnismo che sembra poco avvezzo alla sconfitta. Lo stesso Gesù è considerato un grande profeta, ma la sua morte in croce è – per la maggioranza dei musulmani – un fallimento. Così uno studente universitario di Teheran ci spiega cosa significa essere sciita:

Vuol dire preferire morire con orgoglio che vivere nella paura e nella schiavitù. E’ più importante pensare un’ora che pregare settant’anni. Se dormi tranquillo mentre un tuo fratello sciita ha bisogno del tuo aiuto, allora non sei un musulmano.

Persecuzioni antiche e recenti

La sopravvivenza del ceppo sciita è assicurata da un ramo dinastico di imam discendenti da Hussein (tutti morti violentemente) che si succedono fino all’874, anno in cui il dodicesimo imam, Mohamed al-Mahdi, esce misteriosamente di scena. I suoi seguaci lo considerano nascosto in attesa di tornare e regnare fino alla fine dei tempi. L’Imam, che nel sunnismo è una guida meramente spirituale, nello sciismo assume una rilevanza fortemente politica. Nello sciismo nasce la figura dell’ayatollah (segno di Dio), la cui autorevolezza discende dalla sua vicinanza a Dio.

Ancora oggi la maggioranza dei sunniti considera gli sciiti dei falsi musulmani, una setta di blasfemi da combattere con tutte le forze. Va ricordato che in Afghanistan gli hazara sono stati perseguitati sotto i Talebani e che in Arabia Saudita gli sciiti vivono in una sorta di apartheid politico. I siti web vicini ad Al Qaeda accusano oggi gli sciiti di aver aiutato gli americani a conquistare Baghdad. Mentre al Zarqawi, terrorista giordano, ha a suo tempo definito gli sciiti “uno scorpione ingegnoso e maligno”, un “nemico che veste gli abiti dell’amico”. Gli effetti di questa propaganda non si sono fatti attendere. Il 2 marzo 2004 oltre duecento sciiti che si apprestavano a festeggiare l’Ashura sono stati uccisi in attentati in Iraq (a Baghdad e Karbala) e in Pakistan. Gli sciiti vengono colpiti da Al Qaeda perché costituiscono la fazione più organizzata e più omogenea tra quelle che si contendono l’eredità di Saddam. Qualora si arrivasse a libere elezioni, sarebbero loro il “partito” più forte. Non solo: il clero dell’Iran segue sornione le vicende di Al Sadr e compagni, sapendo benissimo di essere un punto di riferimento imprescindibile per gli sciiti iracheni.

Esempio Iran

Nel XVI secolo la dinastia dei safavidi fa dello sciismo la religione di Stato della Persia. Messo al riparo dalla persecuzione sunnita, diventa il carattere fondante dell’Iran. Quattrocento anni dopo lo sciismo (più che il clero sciita) è protagonista dell’ultima rivoluzione del XX secolo. Quando nel 1979 Khomeini conquista il potere in Iran, Michel Foucault commenta: “E’ l’irruzione dello spirituale nel politico”. Lo sciismo come ideologia fornisce agli iraniani la disciplina e l’orgoglio per assumere il controllo del Paese dopo la ribellione alla tirannia dello scià. Khomeini, tra l’altro, esalta la figura dello shaid, del martire, durante la lunga guerra contro l’Iraq di Saddam (1980-88). Da allora le missioni suicide diventano una costante nella lotta armata di matrice islamica.

Lo sciismo ha un ruolo chiave anche in Libano, dove l’Hezbollah (partito di Dio), finanziato dagli iraniani, si impone come forza politica e militare e nel 2000 costringe l’esercito israeliano a ritirarsi dal sud del Paese, ponendo fine a un’occupazione iniziata nel 1978.

Il grande giornalista Ryszard Kapuscinski spiega così il ruolo della religione sciita nella rivoluzione iraniana del 1979:

Il talento dello sciita si manifesta nella lotta, non nel lavoro. Contestatori nati, sempre all’opposizione, dotati di grande dignità e forte senso dell’onore, appena scoccò l’ora di dare battaglia si sentirono di nuovo nel loro elemento.

Chi è Javad Zarif

Chissà se il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif è scaramantico. Nel caso, avrà sicuramente fatto gli scongiuri quando il quotidiano Aftab-e Yazd lo ha paragonato ad Amir Kabir, storico primo ministro sotto lo scià Nasser al-Din Shah nel XIX secolo. Amir Kabir è una figura fondamentale della Storia contemporanea iraniana: mise fine alle guerra con l’Impero Ottomano, fondò il primo quotidiano iraniano e sotto di lui venne aperta la prima Università del Paese. Ancora oggi il Politecnico di Teheran porta il suo nome.

Una figura più che positiva, dunque, quasi leggendaria. Che però ad un certo punto cadde in disgrazia – forse per una storia di gelosia, più probabilmente perché stava minacciando gli interessi della famiglia reale – e venne prima mandato in esilio a Kashan e poi ucciso. Al turista in visita ai Giardini di Fin, viene sempre mostrato l’hammam in cui Amir Kabir venne raggiunto dal sicario dello scià, con tanto di statue raffiguranti i protagonisti del “fattaccio”. Un angolo di “cronaca nera” in un giardino bellissimo, quasi incantato. D’altra parte, Kashan è la città delle rose, ma anche degli scorpioni.

Nobel oblige

Senza ombra di dubbio, oggi Zarif è il politico più popolare in Iran. Potrebbe persino essere il secondo cittadino della Repubblica Islamica ad ottenere il premio Nobel per la pace, dopo quello assegnato a Shirin Ebadi nel 2003. Ma mentre quello fu un riconoscimento in un certo senso “contro la Repubblica Islamica”, assegnato per l’impegno per i diritti umani nel suo Paese, questo sarebbe il primo assegnato a un ministro, a un esponente del governo di Teheran.

Premio Nobel o meno, di certo il volto di Zarif è divenuto molto popolare negli ultimi due anni, da quando il presidente Rouhani lo scelse per la delicatissima poltrona degli Esteri.

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Aftab-e Yazd tola: L’Iran domani. e ritrae Zarif come nuovo Amir Kabir

 

Si trattava del dicastero più importante, perché Rouhani aveva fatto del negoziato con la comunità internazionale il punto centrale del proprio mandato. In Iran, è bene ricordarlo, il presidente viene eletto dal popolo, ma i singoli ministri da lui scelti devono avere la fiducia del parlamento. Su Zarif ci fu un consenso molto vasto: 232 voti su 290.

 

Una forza gentile

Zarif era una figura ben nota negli ambienti diplomatici. Classe 1960, figlio di un’influente famiglia di bazari di Teheran, all’età di 17 anni si è trasferito negli Stati Uniti, in California, dove ha studiato e vissuto fino al conseguimento della laurea in Studi internazionali. Successivamente si è specializzato a Denver. Grazie al suo inglese fluente, nel 1982 (a soli 22 anni e senza alcuna esperienza diplomatica) entra nella delegazione iraniana alle Nazioni Unite, a New York. La sua presenza si rivela preziosa durante le trattative per la liberazione degli americani sequestrati in Libano dalle milizie filo iraniane.

E’ l’inizio di una carriera molto rapida, che lo porta a ricoprire il ruolo di ambasciatore presso l’Onu dal 2002 al 2007 . In questo periodo stabilisce rapporti stretti con personaggi politica americani, quali gli allora senatori Joseph Biden (attuale vice di Obama) e Chuck Hagel.

Dopo il 2007 si dedica soprattutto all’insegnamento e all’attività di conferenziere. Il ritorno sulla scena politica avviene con l’elezione di Rouhani. E’ una partenza accelerata: appena dieci giorni dopo il suo insediamento, riceve in vista il sultano dell’Oman Qaboos bin Said Al Said, da molti indicato come il grande intermediario tra Stati Uniti e Iran.

Nei due anni di trattativa, Zarif è divenuto un personaggio mondiale. L’uso dei social media (il suo account Twitter è il solo “verificato” tra quelli dei politici iraniani), le conferenze stampa vissute sempre col sorriso, l’inglese fluente: un altro stile rispetto ai suoi diretti predecessori Manouchehr Mottaki prima e lo stesso Ali Akbar Salehi poi (quest’ultimo comunque protagonista del negoziato in qualità di Direttore dell’Organizzazione Iraniana per l’Energia Atomica.

 

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Ebtekar stabilisce un parallelo tra Mossadeq e Zarif: “L’inizio dell’era iraniana”

Per Ebtekar il parallelo, espresso tramite fotomontaggio, è con Mossadeq, il primo ministro che osò sfidare le multinazionali occidentali nazionalizzando il petrolio e venne per questo fatto fuori da un golpe della CIA nel 1953.

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Un altro quotidiano, Ghanoon, paragona Zarif alla figura mitologica di Arash Kmangir, Arash l’arciere. Per la giornalista Maryam Ghorbanifar, “così come l’arciere Arash fu in grado, in una disputa, di creare i confini dell’Iran con una freccia che volò dall’alba al tramonto”, Zarif ha disegnato i nuovi confini nazionali. “Questa volta, invece di un arco e freccia, sono state usate penne, quaderni, iPad e tablet,” e invece di “confini geografici”, la disputa è sui “confini degli interessi nazionali”.

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Shargh: “Una vittoria senza guerra”

Ma non sono stati solo sorrisi: quando è stato necessario, Zarif ha usato anche toni duri. Quando Federica Mogherini ha minacciato di far saltare il tavolo delle trattative, Zarif ha risposto con una frase divenuta presto un hashtag: “Mai minacciare un iraniano”.

Più che orgoglio nazionale, si tratta di elevata considerazione di sé come popolo, come Storia. Spesso, a chi si confronta con gli iraniani, manca la dovuta coscienza di questo elemento. A un metro dal traguardo, Zarif ha dovuto tenere duro e usare il bastone. Non era solo il rispetto delle linee rosse indicate dalla Guida Khamenei; in gioco c’era il sentimento nazionale, la stima del proprio popolo.

 

Oggi si parla di Zarif come dell’uomo politico più popolare in Iran. Qualcuno si sbilancia e lo vede addirittura come futuro presidente della Repubblica. Personalmente credo sia un azzardo: abilità diplomatica, esperienza internazionale e comunicativa sono indubbiamente doti importanti. Ma forse Zarif sarebbe un personaggio poco “interno” per ricoprire il ruolo governativo più alto. Anche perché i momenti di gloria non durano mai in eterno. Il credito politico acquisito dal governo Rouhani con questo accordo va ora speso per portare benefici effettivi alla maggioranza degli iraniani. Gli avversari interni non sono svaniti all’improvviso e possono presto tornare più forti di prima.

La storia di Amir Kabir insegna.

 

Quel giorno a Persepoli

Quando porto i miei gruppi a Persepoli, mi fermo in prossimità dell’ingresso per  indicare uno spazio apparentemente vuoto al di là dei bagni e della biglietteria. Sono ancora oggi ben visibili gli scheletri della tendopoli di lusso allestita nel 1971 per volere dello scià Mohammad Reza Pahlavi in occasioni delle celebrazioni per i 2500 anni della monarchia.  Per tre giorni, dal 12 ottobre, governanti di tutto il mondo vennero ospitati in tende da campo arredate lussuosamente. Champagne e caviale per tutti, direttamente dal ristorante Maxim’s di Parigi. Tutto mentre una parte consistente del popolo iraniano viveva in miseria.

Tra gli invitati si ricordano il Principe Ranieri e la Principessa Grace di Monaco, il  futuro re di Spagna Juan Carlos con la principessa Sofia, il maresciallo Tito, il presidente dello Zaire Mobuti e quello dell’Indonesia Suharto. Per l’Italia c’è il presidente del Consiglio dei Ministri Emilio Colombo, per l’Unione Sovietica il Presidente del Presidium del Soviet Supremo Nikolaj Viktorovič Podgornyj.

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Lo scià tentava di strumentalizzare il passato preislamico per contenere l’influenza del clero sciita. Si era proclamato “Luce degli ariani” e discendente diretto di Ciro il Grande, lui, figlio di un cosacco analfabeta messo sul trono di Persia dagli inglesi per meri interessi geopolitici.

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Davanti alla tomba di Ciro, a Pasargade, lo scià promise un futuro di progresso e benessere all’Iran. L’iscrizione della tomba recita:

Oh uomo, chiunque tu sia e da qualunque parte del mondo tu venga – perché so che un giorno verrai – ascolta: io sono Ciro, fondatore dell’impero degli Achemenidi. Ti prego di non invidiarmi questo fazzoletto di terra su cui riposo.

Mohammad Reza proclamò sollenemente:

«Kourosh, assoudeh bekhab ke ma bidarin», «Ciro, riposa in pace che vigiliamo noi»

Nel minuto di silenzio che seguì al discorso, si alzò all’improvviso un vento fortissimo che scompigliò i vestiti delle donne e sollevò la terra rossa del deserto. Il sovrano che rispondeva dall’adilà? Di certo, non fu un buon presagio per un uomo troppo amante della bella vita per comprendere il limite della pazienza del suo popolo.

Secondo alcuni storici, è l’inizio della fase discendente della parabola politica dello scià.

Di lì a poco il Paese entrerà in recessione e il malcontento popolare porterà nel giro di sette anni alla rivoluzione del febbraio 1979.

 

Mossadeq, ascesa e caduta

Mohammad Mossadeq

Nel 1951 l’Assemblea nazionale approva un disegno di legge per la nazionalizzazione di tutti gli impianti petroliferi operanti nel Paese. Il governo del primo ministro Hasain Ala, contrario, viene fatto cadere, e si costituisce un governo di coalizione di tutti i gruppi nazionalisti capeggiato da Muhammad Mossadeq. Il nuovo governo avalla la nazionalizzazione della Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Si apre così un lungo contenzioso internazionale. Nell’aprile 1952 Mossadeq si dimette, ma un’ondata di manifestazioni popolari in suo favore, costringe lo scià a rinnovargli l’incarico e a concedergli poteri eccezionali.

Mossadeq, ascesa e caduta

Gli Usa tentano di mediare il contenzioso Gran Bretagna – Iran sul petrolio. La trattativa fallisce e nell’ottobre 1952 si arriva alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Londra e Teheran. Lo scià è contrario all’intransigenza di Mossadeq sulla questione petrolifera e lo rimuove dalla carica. Ma Mossadeq si rifiuta di dimettersi e i suoi sostenitori danno vita a violente manifestazioni, che spingono lo scià a rifugiarsi a Roma. Dopo tre giorni di scontri, l’esercito riprende il controllo di Teheran. Mossadeq e alcuni suoi collaboratori vengono arrestati. Lo scià torna in patria e mette al governo il generale Fazullah Zahedi. Gli Usa appoggiano il nuovo corso con un prestito di emergenza di oltre 45 milioni di dollari. Riprendono le relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna.

Chi era Mossadeq 

La settimana INCOM del 28 agosto 1953

Rouhani 2.0

Rouhani 2.0

Hassan Rouhani si è insediato per il suo secondo mandato da presidente dell’Iran. La cerimonia del giuramento svoltasi il 5 agosto ha visto la partecipazione di una folta delegazione di rappresentati di Paesi di tutto il mondo. Il personaggio che ha suscitato più attenzione è stata l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini.

Come al solito, sui social e sui media si è parlato molto dei selfie dei parlamentari e del foulard della Mogherini, e poco o nulla del fatto che questo dimostri una popolarità conquistata dal rappresentante dell’Ue in occasione dell’accordo sul nucleare del 2015. Il gossip e la polemica facile, come al solito, sono più forti proprio perché più facili.

Federica Mogherini è stata l’ospite più fotografato dai parlamentari iraniani

 

Un messaggio di moderazione

Il secondo mandato di Rouhani inizia nel segno di due grandi differenze rispetto al primo, una positiva e l’altra negativa. Quella positiva è che Rouhani può contare su un successo già raggiunto: quell’accordo sul nucleare oggi un po’ sottovalutato, rappresenta in realtà una svolta epocale nella politica estera iraniana. Era un obiettivo dichiarato e raggiunto: Rouhani continua a spenderlo politicamente e a difenderlo, come vederemo. La novità negativa è che oggi il presidente eletto non può più contare su Rafsanjani,  suo grande mentore politico, morto a gennaio.

Rouhani ha annunciato solennemente che l’Iran “non ha intenzione di ritirarsi dall’accordo sul nucleare” ma non resterà immobile di fronte alle negligenze degli Stati Uniti. Rouhani ha anche definito il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) un “modello per la relazioni e il diritto internazionale”. Per l’esattezza, Rouhani ha usato il termine di “madre dei negoziati”.

Rouhani 2.0Il riformista Shargh parla di rinnovo dell’impegno della nazione


Rouhani 2.0

Il conservatore Kayhan critica Rouhani per aver svelato la “madre dei negoziati” invece della “madre delle sanzioni”

In tutti i passaggi di politica internazionale, Rouhani ha usato toni cauti, indicando nel dialogo la soluzione delle crisi in Siria e Yemen. Nessuna critica all’Arabia saudita o alle monarchie del Golfo.

Mano tesa alle forze armate

Rouhani ha inoltre sottolineato l’importanza delle forze armate nella difesa della nazione. Un passaggio che è sembrato un chiaro tentativo di riconciliazione con la Guardia rivoluzionaria, con cui era entrato in polemica durante la campagna elettorale. Questa apertura di credito arriva dopo un incontro tenutosi il 24 luglio con i vertici dei pasdaran, tra cui il generale Mohammad Ali Jafari e il generale Qasem Soleimani.

Il nuovo governo

In base alla Costituzione, Rouhani ha adesso due settimane per sottoporre al parlamento la lista dei ministri. Che – ricordiamolo – devono ricevere singolarmente la fiducia dell’Aula. Le indiscrezioni parlano di un esecutivo rinnovato a metà. Sarà sicuramente un governo di “larghe intese”, che comprenderà non solo moderati ma anche riformisti e qualche conservatore. I riformisti sono stati indispensabili per la vittoria al primo turno: senza la mobilitazione di personaggi carismatici come l’ex presidente Khatami, difficilmente Rouhani avrebbe portato a casa il successo in modo così netto. Tra i conservatori è in atto un processo di ridefinizione sia delle posizioni dei singoli sia della natura stessa della fazione politica.

L’8 agosto Rouhani ha inviato al Parlamento la lista dei ministri:

 

Petrolio: Bijan Namdar Zanganeh

Interni: Abdolreza Rahmani Fazli

Affari economici e Finanza: Massoud Karbasian

Intelligence: Seyyed Mahmoud Alavi

Energia: Habibollah Bitaraf

Difesa: Amir Hatami

Industria, Miniere e Commercio: Mohammad Shariatmadari

Aagricoltura: Mahmoud Hojjati

Lavoro, cooperazione e Welfare: Ali Rabi’ee

Strade e Sviluppo Urbano: Abbas Akhoundi

Educazione: Seyyed Mohammad Bat’haei

Salute: Seyyed Hassan Qazizadeh Hashemi

Sport e gioventù: Massoud Soltanifar

Esteri: Mohammad Javad Zarif

Giustizia: Seyyed Alireza Avaei

Cultura e Guida Islamica: Seyyed Abbas Salehi

Comunicazione e Information Technology: Mohammad Javad Azari Jahromi

 

In questa prima lista manca la casella del ministro per Scienze, ricerca e tecnologia. Secondo alcune indiscrezioni questo dicastero potrebbe essere assegnato a una donna e accontentare così le aspettative dell’elettorato femminile che ha sostenuto Rouhani. Non mancano, invece, le prime polemiche.

Va ricordato che il parlamento – oggi a maggioranza moderato-riformista – vota la fiducia a ogni singolo ministro. Ed un paio di nomi indicati da Rouhani sarebbero particolarmente indigesti. Si tratta di due ministri confermati nel loro ruolo: il ministro del Lavoro Rabi’ee e quello degli Interni Fazli. Il primo è accusato dai riformisti non solo di non essere stato un buon ministro nel primo mandato di Rouhani, ma anche di aver ostacolato la riapertura dell’Associazione dei giornalisti iraniani, chiusa dal governo Ahmadinejad nel 2009. A Fazli si rimprovera il mancato rinnovo di molti governatori nominati dal governo Ahmadinejad e la gestione non proprio brillante delle scorse elezioni presidenziali, quando si crearono file lunghissime ai seggi e molte persone non riuscirono a votare.

Almeno su questi due nomi si preannuncia battaglia.

Il 9 agosto Rouhani ha nominato vicepresidenti tre donne. Si tratta di Masoumeh Ebtekar con delega alle Donne e gli affari familiari, Laya Joneidi agli Affari legali e il Shahindokht Molaverdi come assistente del presidente per i Diritti di cittadinanza.  Molaverdi ed Ebtekar erano già vicepresidente, la prima con la delega alle Donne e agli affari familiari, la seconda alla Protezione dell’ambiente.

Viaggio in Iran a Capodanno

Capodanno in Iran

Viaggio in Iran a Capodanno «L’impero della mente». Così lo studioso britannico Michael Axworthy definisce l’Iran. Dieci giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

 

Dal 27 Dicembre 2017 al 5 Gennaio 2018

Con chi

Giovanni Sorbello, Davood Abbasi

Il programma

1° giorno        ROMA – TEHERAN

Partenza con volo per Tehran. Arrivo incontro con la guida locale e trasferimento in hotel. Sistemazione nelle camere riservate e pernottamento.

2°  giorno  TEHERAN – SHIRAZ

Giro nella capitale, attraverso i luoghi più importanti della storia contemporanea iraniana. Visita al  Golestan e all’Iran Bastan, uno dei musei più importanti del Paese. In serata volo per Shiraz. Arrivo in città, cena e pernottamento

3°  giorno SHIRAZ– PERSEPOLI – NAQSHE E ROSTAM – SHIRAZ

In mattinata escursione a Persepoli. Si prosegue poi a a Naqsh-e Rostam, necropoli con le tombe dei primi Imperatori: Dario il Grande, Serse,  Artaserse I e Dario II. Rientro a Shiraz visita della città, nota per i suoi giardini e per la mitezza del suo clima. Fu  capitale sotto diverse dinastie e  patria di illustri poeti come Saadi e Hafez. Visita della città e del Complesso di Vakil: la fortezza di Karim Khan (dall’esterno) (moschea, hammam, bazar), il caravanserraglio di Moshir, la Scuola coranica di Khan. Cena e sistemazione in hotel.

4°  giorno  SHIRAZ – PASARGADE – YAZD 

Partenza per Yazd.  Durante il  percorso effettueremo una  sosta per visitare  Pasargade,  prima capitale Achemenide con la tomba del suo leggendario fondatore Ciro il Grande. Arrivo a Yazd, città dal colore dell’ argilla, che  sorge ai margini di due deserti : il Dasht-e-Kavir e il Kavir-e-Lut . E’  famosa per le sue Badghir, le caratteristiche torri di ventilazione sui tetti delle case. Cena e sistemazione in hotel.

5°  giorno  YAZD

In mattina visita della città che ospita la più nutrita comunità di seguaci di Zoroastro. Visiteremo il “Fuoco Sacro”  il tempio dove si conserva una fiamma che brucia dal 470 d.C., le “Torri del Silenzio” due colline brulle, dove gli zoroastriani lasciavano i propri defunti agli avvoltoi perché ne spolpassero le ossa. Poi, nelle vicinanze, infine la moschea Jamé che presenta un portale rivestito di maioliche tra le più belle dell’Iran,  e il complesso di Mirciakhmaq, con la bellissima piazza  e il brulicante bazar, l’ antico quartiere di Fahadan, sito  Unesco, la madrasa Zaiaieh,  famosa come Prigione di Alessandro.

6°  giorno  YAZD – MEIBOD – NAIN – ISFAHAN 

Prima colazione. Partenza per  Isfahan. Durante il percorso visita al castello di Narin a Meibod e  l’antica Nain,  con La Moschea Masjed-e Jamé . Dopo pranzo partenza alla volta di Isfahan, tappa centrale del viaggio.

7° giorno  ISFAHAN

Due intere giornate dedicate  alla visita di una delle città più belle del mondo. Visita della stupenda piazza, della Moschea dell’Imam e del Bazar. Nella grande piazza centrale Naghsh-e Jahan (metri 512 x 163)  si affacciano due teorie di archi, nella parte bassa occupati da botteghe di artigiani (interessanti i negozi di preziosi: miniature, turchesi, stoffe),  si vedono alle estremità della piazza i pali che servivano a delimitare il campo da Polo realizzato 400 anni fa. Tra i porticati si incastrano la Masjed-e Emam (moschea dello Shah), in assoluto una delle più belle dell’intero mondo islamico per la raffinatezza della decorazione di piastrelle azzurre e gialle e l’armonia della cupola e degli spazi interni,  il piccolo gioiello della moschea di Masjed-e Shah Lotfollah, il palazzo reale safavide Ali Ghapu, il palazzo reale di Chehel Sotun e l’ingresso al bazar centrale coperto da piccole cupole sormontate da una apertura da dove filtra tutta la luce che serve per illuminare le merci esposte.

8° giorno  ISFAHAN

Proseguimento della visita della città con il quartiere Armeno, con le sue chiese e cattedrali, i famosi ponti Sio- se pol e Khajou,  dalla magnifica architettura, la Moschea del Venerdi,  l’animatissimo Bazar e i vari monumenti voluti dallo Shah Abbass e i successori Safavidi.

 

9° giorno   ISFAHAN – KASHAN – TEHERAN 

Partenza per Teheran. Nel corso del viaggio, visita di  Kashan, città famosa per la produzione di ceramica smaltata e per tutto il suo artigianato. Pranzo e visita alle ville dell’ Ottocento Iraniano: abitazioni bioclimatiche scavate nel terreno (Brugerdiha) con visita al bellissimo hammam di Soltan Amir Ahmad e in al giardino di Fin dove e’ stato incoronato il grande Shah Abbas.  Partenza per Tehran,  arrivo in serata e sistemazione in hotel. Cena in hotel e pernottamento.

10° giorno  TEHERAN AEROPORTO – ROMA

Al mattino presto trasferimento in aeroporto e ritorno in Italia.

QUOTA INDIVIDUALE : 2.500 EURO

SUPPLEMENTO STANZA SINGOLA: 300  EURO

LA QUOTA COMPRENDE:

  • Volo Roma /Teheran – Roma A/R con Alitalia e tasse aeroportuali.
  • Assicurazione medico/bagaglio.
  • Tutti i trasferimenti in Iran, con mezzi di trasporto privati dotati di autista e aria condizionata.
  • 9 pernottamenti in camera doppia in alberghi 4/5 stelle, colazione inclusa.
  • Trattamento di pensione completa, con cena in hotel e pranzi in corso di escursione.
  • Visite ed escursioni indicate nel programma, compresi gli ingressi.
  • Guida/accompagnatore locale parlante italiano.
  • Tè, caffè e acqua durante i trasferimenti lunghi.
  • Codice d’autorizzazione del visto (esclusa tasse consolare).

LA QUOTA NON COMPRENDE:

  • spese consolari
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

ADESIONI ENTRO IL 18  NOVEMBRE  2017 CON CAPARRA DI 700 € RESTITUITA IN CASO DI ANNULLAMENTO

SALDO ENTRO IL 6 DICEMBRE 2017

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

Dove mangiare persiano

Cucina persiana

Dove mangiare persiano in Italia ? Non solo ristoranti, ma anche take away e negozi di alimentari.

La mappa verrà continuamente aggiornata in base alla segnalazioni, perciò, se avete indirizzi da suggerire, commentate questa news o mandate un messaggio a antonello.sacchetti@gmail.com

Allargando la visuale della mappa (zoom indietro, cliccando sul segno – ), si vedono i locali in tutta Italia, con indirizzi e numeri di telefono).

Ecco Mondelize

“Un modo per ringraziare l’Italia”. La frase, buttata lì alla fine di un’oretta di chiacchierata, racchiude un po’ tutto il senso dell’avventura di Ehsan Najafi, classe 1979, startupper e insegnante di lingua con venti anni di esperienza alle spalle.

L’origine iraniana di Ehsan stavolta è solo un pretesto per questo incontro. E per una storia che è italiana al 100%. Trasferitosi nel nostro Paese ormai otto anni fa, Ehsan ha infatti fondato due scuole di lingua e si è poi dedicato all’insegnamento privato e alla scrittura di libri e corsi interattivi di inglese per tutti i livelli. Di certo, anche gli studi pregressi di ingegneria nella natia Teheran gli sono tornati utili, ma l’idea e lo spirito della sua startup hanno radici e contorni tutti italiani.

Dopo vari tentativi non felicissimi, Ehsan si è messo a testa bassa a lavorare al suo sogno: creare una scuola online di inglese che si avvalesse in modo professionale della tecnologia, senza replicare modelli già presenti sul mercato.

Il metodo Mondelize si avvale di lezioni interattive, video, quiz e dispense interattive, ed è fruibile da smartphone, tablet e PC, in continuo contatto con docenti professionali.

“L’idea – spiega Ehsan – nasce dall’esperienza di insegnamento diretto con gli studenti che lamentavano un metodo moderno e adatto a loro. Abbiamo iniziato scrivendo nuove dispense, registrando video lezioni, e creando nuovi quiz per tutti i livelli dal Beginner al Proficiency. (Livelli Europei A1, A2, B1, B2, C1, C2)”.

“Tutto il materiale – continua Ehsan – è stato raccolto ed organizzato nel sito internet www.mondelize.com e successivamente è stata sviluppata l’applicazione per iOS e Android. Dopo 4 anni di test e sviluppo nel 2016  gli studenti hanno iniziato ad iscriversi agli abbonamenti”.

Contatti con l’ambiente delle startup iraniane? “Nessuno, sottolinea il fondatore di Mondelize. Non sono mai tornato in Iran da quando mi sono trasferito in Italia. Ormai la mia casa è qui”.

Zero contributi pubblici e tanta passione alla base di un lavoro che sta dando le prime soddisfazioni.

Dal 22 ottobre è partita una campagna di crowdfunding su Eppela per lanciare e consolidare il prodotto a livello nazionale.

Per saperne di più CLICCA QUI

 

 

Festività in Iran nel 2017

Festività in Iran nel 2017. Spesso il calendario persiano genera confusione nei non iraniani. E si corre sempre il rischio di programmare un viaggio in Iran nei giorni sbagliati.  Ecco l’elenco delle feste nazionali iraniane nel 2017. Quelle, per intenderci, in cui gli uffici sono tutti chiusi.

 

Festività in Iran nel 2017

Sabato 11 Febbraio: anniversario della Rivoluzione
Giovedì 2 marzo: martirio di Fatima
Domenica 19 marzo: Nazionalizzazione del Petrolio
Lunedì 20 marzo: No Ruz (Capodanno persiano, inizia il 1396)
Martedì 22, mercoledì 23, giovedì 24: Ferie di No Ruz
Giovedì 31 marzo: Anniversario della nascita della Repubblica islamica
Venerdì 1 aprile: Giornata nazionale della natura (Sizdah bedar, fine delle celebrazioni di No Ruz)
Lunedì 10 aprile: Nascita dell’Imam Ali
Lunedì 24 aprile: Ascensione del Profeta
Venerdì 12 maggio: nascita del Mahdi, l’Imam occultato
Sabato  3 giugno: Anniversario della morte di Khomeini
Domenica 4 giugno: Anniversario Rivolta del 15 Khordad (sollevazioni contro l’arresto di Khomeini nel 1963)
Venerdì 16 giugno: Martirio dell’Imam Ali
Lunedì 26 giugno: Eid-e-Fetr (Fine del Ramadan)
Giovedì 20 luglio: Martirio dell’Imam Sadeq
Sabato 2 settembre: Eid-e-Ghorban (Festa del Sacrificio)
Domenica  10 settembre: Eid-al-Ghadir (Celebrazione della designazione di Ali come successore di Muhammad)
Sabato 30 settembreTassoua
Lunedì 1 ottobre: Ashura
Venerdì  10 novembre: Arbaeen
Domenica 19 novembre: Martirio dell’Imam Reza
Mercoledì 6 dicembre: Nascita del Profeta Muhammad e dell’Imam Sadeq
Giovedì 21 dicembre: Shabe Yalda, Solstizio di inverno

Guerra Iran-Iraq

Guerra Iran-Iraq Chi conosce l’Iran sa bene quanto gli otto anni (1980-88) di conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein, la cosiddetta guerra imposta (in persiano: جنگ تحمیلی , Jang-e-tahmīlī) rappresentino ancora oggi una ferita aperta per il popolo persiano. La memoria di quel conflitto è tangibile: tutte le città sono piene di murales dedicati ai martiri e ogni famiglia ha i propri caduti da ricordare.

C’è però un’evidente lacuna in questa memoria: molto spesso si parla delle conseguenze di quella guerra, dal punto di vista umano, sociale e politico. Si sa cioè che costò moltissime vite umane (sul numero esatto torneremo più avanti), che rafforzò la Repubblica islamica appena instaurata, che isolò il Paese dal resto del mondo. Il tutto è spesso ammantato nella retorica della propaganda e nell’enfasi – comprensibile – del racconto “di parte”, di chi cioè quella guerra l’ha vissuta o – nella maggior parte dei casi – l’ha subita.

Ma cosa è stata davvero quella guerra? Come e perché è scoppiata? Come è stata combattuta?

La pubblicistica in merito non è vastissima. Lo storico francese Pierre Razoux, ha provato a colmare questa lacuna con un libro The Iran-Iraq War, ancora inedito in Italia. Non è un lavoro perfetto: alcune traduzioni gridano vendetta e forse tutta la parte relativa al ruolo francese nel conflitto non è proprio super partes. Ma nel complesso il libro offre spunti interessanti, che possono servire a ristudiare quella guerra cercando di mettere da parte alcuni luoghi comuni.

 Guerra Iran-Iraq: come scoppiò

Che sia stato Saddam Hussein a invadere l’Iran il 22 settembre 1980 è fuori discussione. La scintilla, il pretesto è l’annosa questione del diritto di navigazione di un fiume, chiamato Shatt al Arab dagli iracheni e Arvand rud dagli iraniani, che sfocia nel Golfo Persico. La questione era stata regolata dal trattato di Algeri, siglato nel 1975 dal predecessore di Saddam Hussein Ahmad Ali Hasan al-Bakr e dallo scià Mohammad Reza Pahlavi. 

Da questo punto di vista, per gli iraniani, si trattò davvero di una “guerra imposta” loro dall’invasore iracheno. E’ però altrettanto vero che da subito Teheran rifiutò qualsiasi tentativo di mediazione che non implicasse una quanto mai improbabile rinuncia al potere da parte di Saddam Hussein. Indubbiamente l’Iran era la parte aggredita, ma il conflitto si sarebbe potuto contenere o gestire in altro modo se non fossero intervenuti fattori interni alla situazione politica iraniana che vedremo più avanti.

Gli Usa dietro Saddam?

Anche questa è un po’ una forzatura. Non tanto perché gli Usa non fossero in contrasto con l’Iran rivoluzionario (la crisi degli ostaggi era in corso da quasi un anno), ma perché anche l’Iraq di Saddam Hussein era considerato un nemico, soprattutto per la minaccia che rappresentava per Israele.

Però nell’agosto 1980 succede una cosa importante: il primo ministro iraniano Mehdi Bazargan decide di annullare tutti i contratti di acquisto di armi dagli Stati Uniti per cercare di limitare i danni provocati dal crollo delle vendite del petrolio dopo la rivoluzione. Secondo i consiglieri di Bazargan, le colossali spese dello scià avevano dotato l’esercito di un equipaggiamento moderno a sufficienza. La decisione manda in fumo contratti per dieci miliardi di dollari, facendo imbestialire la lobby dei produttori di armi statunitensi. Di conseguenza, il Congresso Usa pone l’embargo sull’invio dei pezzi di ricambio per l’equipaggiamento precedentemente acquistato. E’ un passaggio poco noto, ma che si rivelerà decisivo sia per i rapporti tra Washington e Teheran sia per il progressivo invecchiamento dell’arsenale iraniano.

 

Guerra Iran-Iraq

Baghdad, Parigi

Il Paese che in realtà è da subito partner dei propositi di Saddam Hussein è la Francia. L’Unione Sovietica è sì un partner militare di Bgahdad ma non accesso diretto alle basi irachene. Come spiega Razoux,

i tedeschi sono considerati troppo vicini a Israele, gli inglesi in disgrazia e gli italiani non credibili, gli iracheni si rivolgono naturalmente ai francesi, che sembrano gli unici a poter fornire all’Iraq tutto ciò di cui ha bisogno: stretta cooperazione nel settore petrolifero, assistenza su larga scala per l’energia nucleare civile e armi moderni per dissuadere i vicini iraniani.

Per tutta la durata del conflitto, la Francia sarà sempre molto vicina a Saddam Hussein e questo comporterà diversi momenti di crisi acutissima con Teheran.

Guerra Iran-Iraq: le varie fasi

L’Iraq contava sull’effetto sorpresa e indubbiamente la prima fase della guerra fu a suo netto vantaggio. La Repubblica islamica sconta il caos apportato dalla rivoluzione nei propri vertici militari.

La controffensiva iraniana comincia nel giugno 1982, con la riconquista di Khorramshahr (“la Stalingrado iraniana”) e l’ingresso delle truppe iraniane in territorio iracheno.

Cambia la prospettiva della guerra: l’Iran punta non solo a difendersi, ma a far cadere Saddam Hussein esportando la rivoluzione nell’Iraq meridionale, a netta maggioranza sciita. Questa prospettiva si rivelerà del tutto fallimentare, ma sarà uno dei cardini della condotta politica e militare di Teheran per diversi anni.

A febbraio 1984 il conflitto si sposta nel Golfo Persico, dove si intensificherà negli anni successivi. Le truppe iraniane si spingono fino alle paludi del fronte meridionale, dove si svolgeranno alcune tra le battaglie più cruente di tutto il conflitto. L’Iran conquista anche le isole Majnun.

Sempre nel 1984 l’Onu conferma l’impiego di armi chimiche da parte dell’Iraq. Nella primavera del 1985 comincia la cosiddetta “guerra delle città”: l’Iraq attacca con i missili i centri urbani iraniani; Teheran risponde bombardando Baghdad.

Il 24 febbraio 1986 la risoluzione 582 dell’Onu chiede la fine delle ostilità. La risoluzione viene accettata dall’Iraq, ma non dalla controparte, che vorrebbe vedere riconosciuto l’Iraq come aggressore. Tra febbraio e giugno 1986 l’esercito iraniano conquista il porto di Faw, ottenendo un importante vantaggio territoriale strategico.

Nell’aprile 1987 l’ Iran attacca convogli mercantili che commerciano con il Kuwait, paese sostenitore dell’Iraq. Gli Usa e diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, inviano navi da guerra a protezione delle petroliere che trasportavano greggio dall’Arabia Saudita e dai vari emirati del Golfo. E’ il primo coinvolgimento dei Paesi occidentali nel conflitto ormai in corso da sette anni.  In questo contesto, il 17 maggio 1987  la fregata statunitense Stark, viene colpita da un missile iracheno.

I mesi successivi segnano uno sbilanciamento degli equilibri a favore dell’Iraq, che il 25 giugno 1988 riconquista le isole Majnun e il 12 luglio la regione dello Zoubeidat.

Il 20 luglio 1987 viene approvata la risoluzione 598 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che impone il cessate il fuoco senza peraltro distinguere, come chiede l’Iran, tra la posizione di Stato aggredito e quella di Stato aggressore.

La fine delle ostilità arriva però solamente un anno dopo, quando le due parti, ormai stremate, accettano la risoluzione Onu 598.

Osirak, il paradossale cambiamento di prospettiva

Queste, in estrema sintesi, le fasi principali di un conflitto lungo e molto complesso in termini di obiettivi, alleanze e ripercussioni. Un passaggio fondamentale avviene il 7 giugno 1981, quando un raid israeliano distrugge l’impianto nucleare iracheno di Osirak. E’ un  raid realizzato in collaborazione con l’Iran, che offre all’aviazione militare di Tel Aviv informazioni di intelligence e assistenza in caso di problemi.

Per Saddam Hussein è un colpo duro, che azzera un programma nucleare – avviato con la collaborazione della Francia – con cui il dittatore iracheno contava di conquistare la supremazia militare nella regione.

Paradossalmente, questa svolta si rivelerà un vantaggio per l’Iraq. Perché Usa e Urss, sino ad allora restii ad appoggiare Baghdad per paura di incoraggiare la proliferazione nucleare nel Medio Oriente, riallacciano i rapporti con Saddam. Per tutto il conflitto con l’Iran, i maggiori fornitori di armi dell’Iraq saranno nell’ordine Unione Sovietica, Francia e Cina.

E’ solo successivamente a questa fase, quando l’Iran minaccia di esportare la rivoluzione nell’Iraq meridionale, che gli Usa riallacciano i rapporti con Baghdad e a marzo 1984 avviene il famoso incontro a Baghdad tra Donald Rumsfeld, allora inviato speciale del presidente Usa Ronald Reagan, e Saddam Hussein.

Guerra Iran-Iraq

Donald Rumsfeld e Saddam Hussein

Guerra Iran-Iraq: gli aiuti di Israele all’Iran

Iran e Israele sono ancora oggi descritti come due grandi rivali in Medio Oriente. Eppure, per i primi sei anni della guerra (1980-1986), Israele è stato il quarto esportatore di armi all’Iran, incassando tra uno e due miliardi di dollari. Nel solo 1986, questo business raggiunse il fatturato record di 750 milioni di dollari.

Guerra Iran-Iraq: un milione di morti?

La Guerra Iran-Iraq viene comunemente ricordata come la “guerra di un milione di morti”, ma non ci sono elementi chiari per definire con esattezza il numero delle vittime. Al termine delle ostilità, l’Iraq dichiara di aver perso oltre 350.000 uomini, l’Iran almeno 600.000. Di qui, i media arrotondano la cifra a un milione. Studi successivi, basati sulle singole battaglie, hanno ridimensionato il numero delle perdite. L’Iraq, ad esempio, avrebbe perso “soltanto” 125.000 uomini e non 350.000.

Il costo totale del conflitto sarebbe di 680.000 tra morti e dispersi e oltre un milione e mezzo di feriti e invalidi. La guerra Iran-Iraq rimane di gran lunga la più sanguinosa della storia del Medio Oriente. L’85% delle vittime sono soldati (3,5 volte di più tra gli iraniani che tra gli iracheni). Le vittime civili dei bombardamenti sono il 3% del totale.  I prigionieri furono 115. 000 (70,000 iracheni e 45.000 iraniani).

Rouhani come Bani Sadr?

Rouhani come Bani Sadr?

Rouhani come Bani Sadr? Venerdì 23 giugno in Iran si è celebrata la Giornata di Qods, cioè la tradizionale mobilitazione in favore della causa palestinese che dal 1980 si svolge l’ultimo venerdì di ramadan 

In una manifestazione a Teheran, il presidente Hassan Rouhani è stato contestato da alcune decine di manifestanti che hanno gridato slogan come “Abbasso il bugiardo, abbasso il mullah americano” e anche “Rouhani, Bani Sadr, buon matrimonio”.

 

La contestazione a Rouhani

Chi è Bani Sadr?

E perché viene accostato all’attuale presidente iraniano? Abolhassan Bani Sadr è il primo presidente della Repubblica islamica, eletto il 25 gennaio 1980 con il 70% dei voti. Rivoluzionario delle prima ora, ed esule a Parigi, era nel gruppo di fedelissimi che accompagnò Khomeini nel trionfale ritorno in patri il 1° febbraio 1979. Pochi mesi dopo la sua elezione a presidente, sorsero contrasti sempre più aspri con lo stesso Khomeini. L’Iran, a causa della crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana e la guerra con l’Iraq, era sempre più isolato a livello internazionale. Bani Sadr, contrario alla presa degli ostaggi americani, entrò in contrasto con diversi esponenti della leadership religiosa, come l’attuale Guida Khamenei e Rafsanjani e, di conseguenza, con lo stesso Khomeini. In una lettera al fondatore della Repubblica islamica, denunciava l’incompetenza di diversi ministri e chiedeva con forza la riorganizzazione delle forze armate. Accusato di tradimento, subì l’impeachment del parlamento il 21 giugno 1981. Con la protezione dei Mojaheddin del Popolo fuggì in Francia, dove ottenne asilo politico e dove vive tuttora.

Rouhani come Bani Sadr? L’affondo di Khamenei

Appena pochi prima della Giornata di Qods, la Guida Khamenei aveva criticato Rouhani:

Nel 1980-81 l’allora presidente polarizzò la società in due campi: i suoi sostenitori e i suoi sostenitori. Questo non si deve ripetere.

Ecco perciò che gli slogan contro Rouhani sembrano seguire una sorta di istigazione alla contestazione. Ad appena un mese dalla sua rielezione, il presidente si trova ad affrontare l’opposizione frontale della Guida. Una contrapposizione tra istituzioni che non è nuova nella Repubblica islamica: ricordiamo che anche Khatami, soprattutto nel corso del suo primo mandato, pagò un vero e proprio accerchiamento da parte della Guida e dei vertici dei pasdaran.

La solidarietà dei sostenitori

Nel 1999 gli studenti chiedevano libertà di espressione inneggiando a Khatami e la polizia e i basij reprimevano il movimento. Si diceva, allora, che l’Iran era l’unico Paese al mondo in cui chi gridava “Viva il presidente della Repubblica” rischiasse di essere arrestato..

I tempi sono cambiati e oggi gli umori popolari corrono molto sui social media. Così, soprattutto, su Instagram e Twitter i sostenitori di Rouhani hanno lanciato una campagna di solidarietà con hashtag  quali “Rouhani non è solo”, “Anche io sono Rouhani”.

Rouhani come Bani Sadr?

La notizia della contestazione è stata ripresa da buona parte dei quotidiani iraniani. Anche tra le testate vicine ai conservatori, non sono mancate voci di condanna dell’accaduto.

Rouhani come Bani Sadr?

Ebtekar: “Contro il repubblicanesimo, contro il popolo”

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni. Alla faccia di chi sosteneva che l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti non avrebbe portato cambiamenti sostanziali nelle relazioni con l’Iran. In meno di sei mesi, ci si trova in un quadro ben più drammatico e complicato rispetto a quello lasciato in eredità da Obama.  Gli attacchi terroristici del 7 giugno hanno segnato una svolta nelle relazioni di Teheran con i vicini arabi e con Washington. Lungi dal solidarizzare con l’Iran, la Casa Bianca ha rilasciato dichiarazioni volutamente ambigue, a cui hanno fatto seguito analisi davvero poco confortati, come quella del deputato repubblicano  Dana Rohrabacher, per cui gli attentati di Teheran sono “una buona cosa per gli Stati Uniti”.

Iran e Usa, nuove tensioni

Attacchi terroristici in Iran (Fonte ISPI)

Trump e il regime change

Archiviata la politica di contenimento attuata da Obama, Trump ha ricominciato a parlare di “regime change”, (l’ultima dichiarazione in questo senso è del segretario di Stato Rex Tillerson) irritando non poco i vertici della Repubblica islamica.

Vertici, è bene sempre ricordarlo, che non sono compatti e che spesso hanno linguaggi e obiettivi diversi. Infatti, il ministro degli Esteri Javad Zarif (che twitta sempre con parsimonia e toni estremamente cauti) si affida a una raffica di tweet molto caustici, con cui invita gli Usa a rinunciare a politiche di regime change verso l’Iran, imparando dalle sconfitte del passato e ricordando le responsabilità americane (ammesse ora anche dalla CIA) nel golpe anti Mossadeq del 1953.

Iran e Usa, nuove tensioni

 

I missili di Teheran

Diversi i toni e le modalità delle altre anime della Repubblica islamica. La Guida Khamenei ha ricordato come la “Repubblica islamica resista come una roccia a tutti gli attacchi” e ha accusato gli Stati Uniti di fomentare il disordine e il terrore in Medio Oriente. A livello di dibattito politico interno, i riformisti invocano l’unità nazionale, mentre i conservatori attaccano Rouhani,accusandolo di aver sottovalutato la minaccia rappresentata dagli Usa.

Il 18 giugno è poi arrivata la risposta militare agli attacchi di Teheran: i Pasdaran annunciano di aver  lanciato missili terra-terra a medio raggio verso la provincia di Deir el Zour puntando a “centri di raccolta di terroristi takfiristi”. Si tratta del primo lancio di missili fuori dal territorio nazionale dalla fine della guerra con l’Iraq ed è evidente che non si è trattato di una semplice rappresaglia ma di un messaggio indirizzato a tutti gli attori del Medio Oriente e della crisi siriana in particolare: l’Iran può colpire e non starà a guardare.

Nei giorni successivi si è aperta una discussione sulla paternità di questa azione: chi ha deciso di sparare i missili? Rouhani, dopo un iniziale silenzio, ha dichiarato di aver dato lui, in qualità di membro del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, la luce verde all’operazione. Una dichiarazione quasi obbligata, visto che una eventuale sconfessione avrebbe aperto una crisi istituzionale terribile su un tema così delicato.

Khamenei, dal proprio account Instagram, ha invece promesso di “prendere a schiaffi” l’Isis. In generale, la risposta armata agli attentati del 7 giugno, ha provocato tra gli iraniani – anche via social – un insolito moto di solidarietà nei confronti della Guardia rivoluzionaria. La Storia lo insegna: se aggredita, una nazione si ricompatta contro il nemico esterno.

 

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