Chi è Javad Zarif

Chissà se il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif è scaramantico. Nel caso, avrà sicuramente fatto gli scongiuri quando il quotidiano Aftab-e Yazd lo ha paragonato ad Amir Kabir, storico primo ministro sotto lo scià Nasser al-Din Shah nel XIX secolo. Amir Kabir è una figura fondamentale della Storia contemporanea iraniana: mise fine alle guerra con l’Impero Ottomano, fondò il primo quotidiano iraniano e sotto di lui venne aperta la prima Università del Paese. Ancora oggi il Politecnico di Teheran porta il suo nome.

Una figura più che positiva, dunque, quasi leggendaria. Che però ad un certo punto cadde in disgrazia – forse per una storia di gelosia, più probabilmente perché stava minacciando gli interessi della famiglia reale – e venne prima mandato in esilio a Kashan e poi ucciso. Al turista in visita ai Giardini di Fin, viene sempre mostrato l’hammam in cui Amir Kabir venne raggiunto dal sicario dello scià, con tanto di statue raffiguranti i protagonisti del “fattaccio”. Un angolo di “cronaca nera” in un giardino bellissimo, quasi incantato. D’altra parte, Kashan è la città delle rose, ma anche degli scorpioni.

Nobel oblige

Senza ombra di dubbio, oggi Zarif è il politico più popolare in Iran. Potrebbe persino essere il secondo cittadino della Repubblica Islamica ad ottenere il premio Nobel per la pace, dopo quello assegnato a Shirin Ebadi nel 2003. Ma mentre quello fu un riconoscimento in un certo senso “contro la Repubblica Islamica”, assegnato per l’impegno per i diritti umani nel suo Paese, questo sarebbe il primo assegnato a un ministro, a un esponente del governo di Teheran.

Premio Nobel o meno, di certo il volto di Zarif è divenuto molto popolare negli ultimi due anni, da quando il presidente Rouhani lo scelse per la delicatissima poltrona degli Esteri.

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Aftab-e Yazd tola: L’Iran domani. e ritrae Zarif come nuovo Amir Kabir

 

Si trattava del dicastero più importante, perché Rouhani aveva fatto del negoziato con la comunità internazionale il punto centrale del proprio mandato. In Iran, è bene ricordarlo, il presidente viene eletto dal popolo, ma i singoli ministri da lui scelti devono avere la fiducia del parlamento. Su Zarif ci fu un consenso molto vasto: 232 voti su 290.

 

Una forza gentile

Zarif era una figura ben nota negli ambienti diplomatici. Classe 1960, figlio di un’influente famiglia di bazari di Teheran, all’età di 17 anni si è trasferito negli Stati Uniti, in California, dove ha studiato e vissuto fino al conseguimento della laurea in Studi internazionali. Successivamente si è specializzato a Denver. Grazie al suo inglese fluente, nel 1982 (a soli 22 anni e senza alcuna esperienza diplomatica) entra nella delegazione iraniana alle Nazioni Unite, a New York. La sua presenza si rivela preziosa durante le trattative per la liberazione degli americani sequestrati in Libano dalle milizie filo iraniane.

E’ l’inizio di una carriera molto rapida, che lo porta a ricoprire il ruolo di ambasciatore presso l’Onu dal 2002 al 2007 . In questo periodo stabilisce rapporti stretti con personaggi politica americani, quali gli allora senatori Joseph Biden (attuale vice di Obama) e Chuck Hagel.

Dopo il 2007 si dedica soprattutto all’insegnamento e all’attività di conferenziere. Il ritorno sulla scena politica avviene con l’elezione di Rouhani. E’ una partenza accelerata: appena dieci giorni dopo il suo insediamento, riceve in vista il sultano dell’Oman Qaboos bin Said Al Said, da molti indicato come il grande intermediario tra Stati Uniti e Iran.

Nei due anni di trattativa, Zarif è divenuto un personaggio mondiale. L’uso dei social media (il suo account Twitter è il solo “verificato” tra quelli dei politici iraniani), le conferenze stampa vissute sempre col sorriso, l’inglese fluente: un altro stile rispetto ai suoi diretti predecessori Manouchehr Mottaki prima e lo stesso Ali Akbar Salehi poi (quest’ultimo comunque protagonista del negoziato in qualità di Direttore dell’Organizzazione Iraniana per l’Energia Atomica.

 

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Ebtekar stabilisce un parallelo tra Mossadeq e Zarif: “L’inizio dell’era iraniana”

Per Ebtekar il parallelo, espresso tramite fotomontaggio, è con Mossadeq, il primo ministro che osò sfidare le multinazionali occidentali nazionalizzando il petrolio e venne per questo fatto fuori da un golpe della CIA nel 1953.

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Un altro quotidiano, Ghanoon, paragona Zarif alla figura mitologica di Arash Kmangir, Arash l’arciere. Per la giornalista Maryam Ghorbanifar, “così come l’arciere Arash fu in grado, in una disputa, di creare i confini dell’Iran con una freccia che volò dall’alba al tramonto”, Zarif ha disegnato i nuovi confini nazionali. “Questa volta, invece di un arco e freccia, sono state usate penne, quaderni, iPad e tablet,” e invece di “confini geografici”, la disputa è sui “confini degli interessi nazionali”.

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Shargh: “Una vittoria senza guerra”

Ma non sono stati solo sorrisi: quando è stato necessario, Zarif ha usato anche toni duri. Quando Federica Mogherini ha minacciato di far saltare il tavolo delle trattative, Zarif ha risposto con una frase divenuta presto un hashtag: “Mai minacciare un iraniano”.

Più che orgoglio nazionale, si tratta di elevata considerazione di sé come popolo, come Storia. Spesso, a chi si confronta con gli iraniani, manca la dovuta coscienza di questo elemento. A un metro dal traguardo, Zarif ha dovuto tenere duro e usare il bastone. Non era solo il rispetto delle linee rosse indicate dalla Guida Khamenei; in gioco c’era il sentimento nazionale, la stima del proprio popolo.

 

Oggi si parla di Zarif come dell’uomo politico più popolare in Iran. Qualcuno si sbilancia e lo vede addirittura come futuro presidente della Repubblica. Personalmente credo sia un azzardo: abilità diplomatica, esperienza internazionale e comunicativa sono indubbiamente doti importanti. Ma forse Zarif sarebbe un personaggio poco “interno” per ricoprire il ruolo governativo più alto. Anche perché i momenti di gloria non durano mai in eterno. Il credito politico acquisito dal governo Rouhani con questo accordo va ora speso per portare benefici effettivi alla maggioranza degli iraniani. Gli avversari interni non sono svaniti all’improvviso e possono presto tornare più forti di prima.

La storia di Amir Kabir insegna.

 

Quel giorno a Persepoli

Quando porto i miei gruppi a Persepoli, mi fermo in prossimità dell’ingresso per  indicare uno spazio apparentemente vuoto al di là dei bagni e della biglietteria. Sono ancora oggi ben visibili gli scheletri della tendopoli di lusso allestita nel 1971 per volere dello scià Mohammad Reza Pahlavi in occasioni delle celebrazioni per i 2500 anni della monarchia.  Per tre giorni, dal 12 ottobre, governanti di tutto il mondo vennero ospitati in tende da campo arredate lussuosamente. Champagne e caviale per tutti, direttamente dal ristorante Maxim’s di Parigi. Tutto mentre una parte consistente del popolo iraniano viveva in miseria.

Tra gli invitati si ricordano il Principe Ranieri e la Principessa Grace di Monaco, il  futuro re di Spagna Juan Carlos con la principessa Sofia, il maresciallo Tito, il presidente dello Zaire Mobuti e quello dell’Indonesia Suharto. Per l’Italia c’è il presidente del Consiglio dei Ministri Emilio Colombo, per l’Unione Sovietica il Presidente del Presidium del Soviet Supremo Nikolaj Viktorovič Podgornyj.

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Lo scià tentava di strumentalizzare il passato preislamico per contenere l’influenza del clero sciita. Si era proclamato “Luce degli ariani” e discendente diretto di Ciro il Grande, lui, figlio di un cosacco analfabeta messo sul trono di Persia dagli inglesi per meri interessi geopolitici.

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Davanti alla tomba di Ciro, a Pasargade, lo scià promise un futuro di progresso e benessere all’Iran. L’iscrizione della tomba recita:

Oh uomo, chiunque tu sia e da qualunque parte del mondo tu venga – perché so che un giorno verrai – ascolta: io sono Ciro, fondatore dell’impero degli Achemenidi. Ti prego di non invidiarmi questo fazzoletto di terra su cui riposo.

Mohammad Reza proclamò sollenemente:

«Kourosh, assoudeh bekhab ke ma bidarin», «Ciro, riposa in pace che vigiliamo noi»

Nel minuto di silenzio che seguì al discorso, si alzò all’improvviso un vento fortissimo che scompigliò i vestiti delle donne e sollevò la terra rossa del deserto. Il sovrano che rispondeva dall’adilà? Di certo, non fu un buon presagio per un uomo troppo amante della bella vita per comprendere il limite della pazienza del suo popolo.

Secondo alcuni storici, è l’inizio della fase discendente della parabola politica dello scià.

Di lì a poco il Paese entrerà in recessione e il malcontento popolare porterà nel giro di sette anni alla rivoluzione del febbraio 1979.

 

No date, no signature

No date, no signature (Bedoone Tarikh, Bedoone Emza) è stato uno dei film più applauditi della sezione Orizzonti del 74esimo Festival del Cinema di Venezia. Vahid Jalilvand ha vinto il premio per la migliore regia mentre Navid Mohammadzadeh quello come migliore attore.

Diciamolo subito senza troppi fronzoli: è un film duro, pesante, senza un attimo di sollievo o di conforto. Anche perché il racconto non ha preamboli, non ha filtri. Dopo pochi secondi dall’inizio siamo proiettati nell’evento chiave di tutta la storia. Kaveh Nariman, medico legale serio e scrupoloso, sta guidando di notte su una delle grandi arterie di Teheran, quando tampona accidentalmente una moto su cui viaggia una famiglia intera. Scena questa assai consueta per chi conosce l’Iran. Si ferma per prestare soccorso e si offre di accompagnare in ospedale Amir Ali, 8 anni, apparentemente contuso in modo lieve. Il padre del bambino però si rifiuta, accettando solo del denaro per i danni alla moto.

Al mattino seguente il dottore trova in ospedale il cadavere del bimbo. L’autopsia – eseguita dalla moglie, collega nello stesso ospedale – parla di avvelenamento per botulismo ma non è sicuro che non sia stato l’incidente a ucciderlo. Inizialmente tace e non si fa vedere alla famiglia. Ma il dubbio lo tormenta e decide di aprirsi prima con la moglie e poi con il padre del bimbo.

No date, no signature

Padre che, a sua volta, è tormentato dai rimorsi per aver provocato l’avvelenamento del figlio portando a casa del pollo probabilmente infetto. Tutta la storia sembra segnata dal dubbio e dai rimorsi. Che quando vengono esplicitati sembrano produrre soltanto altro dolore.

Jalilvand sembra proseguire un racconto iniziato con Un mercoledì di maggio presentato sempre a Venezia due anni fa. Come in quella storia, anche qui i personaggi principali sembrano totalmente incapaci di sostenere il ruolo assegnato loro dalla vita. Tutti sembrano chiedersi sempre cosa fare e quando scelgono sembrano sempre fare la scelta sbagliata.

No date, no signature non è certamente un film risolto. Come scrive Claudio Zito sul blog Cinema iraniano

Jalilvand e lo sceneggiatore Ali Zarnegar adottano una tradizionale scrittura ellittica che sa però di irrisolto e, ormai, di telefonato (eccessivo scomodare Una separazione o altri Farhadi). Quanti finali con lo stesso grado di apertura abbiamo visto, nei film iraniani? Scorciatoie troppo battute; si avverte l’esigenza di scoprire altri sentieri.

Va detto quindi che a Venezia il film ha ricevuto i premi giusti: per una regia geometrica, quasi chirurgica (e il film infatti dura poco più di un’ora e mezza) e per una prova d’attore davvero potente. Per un film pienamente convincente di Jalilvand ci sarà invece da aspettare.

Mossadeq, ascesa e caduta

Mohammad Mossadeq

Nel 1951 l’Assemblea nazionale approva un disegno di legge per la nazionalizzazione di tutti gli impianti petroliferi operanti nel Paese. Il governo del primo ministro Hasain Ala, contrario, viene fatto cadere, e si costituisce un governo di coalizione di tutti i gruppi nazionalisti capeggiato da Muhammad Mossadeq. Il nuovo governo avalla la nazionalizzazione della Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Si apre così un lungo contenzioso internazionale. Nell’aprile 1952 Mossadeq si dimette, ma un’ondata di manifestazioni popolari in suo favore, costringe lo scià a rinnovargli l’incarico e a concedergli poteri eccezionali.

Mossadeq, ascesa e caduta

Gli Usa tentano di mediare il contenzioso Gran Bretagna – Iran sul petrolio. La trattativa fallisce e nell’ottobre 1952 si arriva alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Londra e Teheran. Lo scià è contrario all’intransigenza di Mossadeq sulla questione petrolifera e lo rimuove dalla carica. Ma Mossadeq si rifiuta di dimettersi e i suoi sostenitori danno vita a violente manifestazioni, che spingono lo scià a rifugiarsi a Roma. Dopo tre giorni di scontri, l’esercito riprende il controllo di Teheran. Mossadeq e alcuni suoi collaboratori vengono arrestati. Lo scià torna in patria e mette al governo il generale Fazullah Zahedi. Gli Usa appoggiano il nuovo corso con un prestito di emergenza di oltre 45 milioni di dollari. Riprendono le relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna.

Chi era Mossadeq 

La settimana INCOM del 28 agosto 1953

I profughi polacchi in Iran

I profughi polacchi in Iran

I profughi polacchi in Iran Tempi difficili questi per parlare di rifugiati e di accoglienza. Il valore della vita umana sembra aver perso quotazioni rispetto a concetti quali “sicurezza” e “consenso popolare”.

La storia che stiamo per raccontare è di quelle che conoscono davvero in pochi, nonostante abbia toccato – direttamente e indirettamente – centinaia di migliaia di persone, in un tempo in fondo nemmeno così lontano, come quello della Seconda Guerra Mondiale. E, come vedremo, è una storia che tocca anche noi italiani.

Dalla Russia alla Persia

Non stiamo parlando di una storia marginale, di un gruppo limitato di persone, ma di 120mila polacchi che nel 1942 si rifugiarono in Iran.

Un passo indietro.

Nello scenario che porta alla Seconda Guerra Mondiale, la Polonia è la vittima predestinata del cosiddetto patto Molotov – Von Ribentropp, in base al quale, nell’agosto 1939, la Germania nazista e l’Unione Sovietica di Stalin si spartiscono il territorio polacco. Il 1° settembre Hitler invade la Polonia da ovest, Stalin da est. Nel giro di poche settimane lo Stato polacco cessa di esistere.

I sovietici, intenzionati a liquidare le forze armate di Varsavia, si resero colpevoli di crimini orrendi quali il massacro di Katyn, in cui vennero uccisi 22mila tra militari e civili. Molti altri polacchi vennero deportati in Sibera. Il 22 giugno 1941 avviene però una svolta decisiva nel secondo conflitto mondiale: Hitler dà il via alla cosiddetta “Operazione Barbarossa” e invade l’Urss.

A quel punto Stalin deve far leva su tutte le forze disponibili per contrastare la Germania e stringe un accordo col Governo polacco in esilio a Londra: concede l’amnistia ai militari polacchi deportati e consente al generale Wladyslaw Anders di organizzare quello che si chiamerà Secondo Corpo d’Armata.

Insieme ai militari ci sono le loro famiglie, da due anni alle prese con la fame e con le durissime condizioni di deportazione imposte dai sovietici. Anders ottiene il permesso per tutti di uscire dall’Unione Sovietica e recarsi in Iran.

Così, nel 1942, 116.131 rifugiati polacchi proveniente da tutta l’Urss raggiungono – quasi sempre a piedi – il Mar Caspio. Di questi, 37 mila sono civili, 18mila sono minori.  Tra loro almeno 5mila ebrei. A marzo e aprile 1942, con una serie di viaggi, navi sovietiche li portano ad Anzali, città portuale nel nord dell’Iran. Molti di loro, appena sbarcati, baciano la terra, come se fossero arrivati nella Terra promessa.

I profughi polacchi in Iran

E’ bene ricorda che l’Iran di quegli anni è un paese occupato a nord dai russi e a sud dagli inglesi, alle prese con problemi di razionamento e tensioni sociali molto forti. Scià Reza – sospettato di simpatie per la Germania nazista – ha dovuto abdicare in favore del figlio giovanissimo Mohammad Reza. Tutto, dunque, tranne che un’isola felice di pace e prosperità. Eppure l’accoglienza che gli iraniani riservano ai profughi polacchi è degna della loro millenaria ospitalità.

L’accoglienza degli iraniani

Nella città di Anzali viene allestita una tendopoli con 22mila tende messe a disposizione dall’esercito iraniano. Ospita una moltitudine di persone denutrite, sporche e spesso ammalate. Molti sono morti di stenti e di tifo durante il viaggio, molti altri non sopravviveranno ai mesi successivi.

Nasrim Alavi, blogger e scrittrice iraniana, racconta la testimonianza di sua nonna:

Seyyed Molla Hashem arrivò sulla spiaggia e disse che era nostro dovere religioso trattare i prigionieri con rispetto e aiutarli. Ordinò che portassimo tinozze di acqua calda e sapone per lavarli e nessuno può immaginare quanto queste donne, queste ragazze, questi bambini, che sembravano usciti da una miniera, fossero belli dopo il bagno. Il giorno seguente, nella moschea, il mullah disse che le profughe polacche sapevano ricamare e lavorare a maglia con abilità e invitò gli uomini a mandare le mogli e le figlie a lezione. Era un modo per offrire un piccolo guadagno. 

 

Dopo un periodo di quarantena, i profughi vengono trasferiti in diverse città iraniane. Lungo la strada, gli iraniani lanciano dolci e biscotti verso i camion dei polacchi, in segno di benvenuto.

La comunità polacca si integra bene in Iran: vengono aperti una radio e un giornale, i ragazzi sono mandati a scuola, alcuni partecipano alla vita artistica e culturale del Paese. La traversata ha provocato moltissime vittime e gli orfani sono ben 13mila. A loro vengono dedicati scuole e corsi di istruzione.

I due più grandi orfanotrofi vengono istituti a Mashad, dove è gestito da suore cristiane, e a Esfahan, dove vengono destinati gli orfani più piccoli, nella speranza che la bellezza della città li aiuti a superare i traumi subiti. Nella diaspora polacca, Esfahan è infatti conosciuta come la “città dei bambini polacchi”.

I profughi polacchi in Iran

Un altro centro di rilievo è Ahvaz, sul Golfo Persico, dove ancora oggi un quartiere è conosciuto come “Campolu”, eredità del nome “Camp Polonia”.

Nascono molte coppie miste e in tanti decidono di rimanere. Ancora oggi sulle tavole iraniane è piuttosto comune il pierogi, un tipo di gnocco portato appunto allora dai profughi.

Oggi i cimiteri polacchi in Iran sono due, ed esistono diverse sezioni polacche in vari cimiteri non solo a Teheran ma in tutto il paese. Sono 2.806 tombe, 650 di militari, nessuno dei quali caduto in combattimento ma morti tutti di malattie e stenti. 

Nel dettaglio, sono questi:

  • Teheran, Dulab-cimitero polacco – 1892 tombe  (408 militari);
  • Teheran, Golhak-cimitero di guerra britannico – 10 tombe militari
  • Teheran-sezione polacco del cimitero ebraico – 56 tombe (13 militari);
  • Bandar-Anzali-Polish Cemetery, presso il cimitero armeno  – 639 tombe  (163 militari)
  • Ahwaz- sezione polacco del cimitero cattolico- 102 tombe (22 militari);
  • Mashad- sezione polacca del cimitero armeno – 29 tombe (16 militari);
  • Esfahan-sezione polacca del cimitero armeno – 18 tombe (1 militare).

Wojtek, l’orso soldato

I militari si addestrano soprattutto nella provincia di Kermanshah per prendere parte al conflitto contro il nazifascismo. E qui la storia si arricchisce di un personaggio che ha della favola. Un ragazzino di Hamadan vende ai militari polacchi un cucciolo di orso. Malaticcio e senza mamma, viene coccolato dai polacchi che lo alimentano col biberon per mesi. Diventa presto la mascotte del Secondo Corpo d’Armata Polacco e crescendo viene anche impiegato nel trasporto di casse di munizioni e materiali polacchi. Il Corpo d’Armata parte per l’Iraq e poi la Palestina. Da qui si reca in Egitto e poi in Italia, dove prendere parte in modo decisivo alla battaglia di Montecassino, fondamentale per le sorti della Campagna d’Italia, e ad altri importanti passaggi, quali la liberazione di Ancona  e quella di Bologna. I cimiteri di guerra a Cassino e in Emilia stanno lì a testimoniare il tributo di sangue dei polacchi.

“Passante, di’ alla Polonia che siamo caduti a lei fedeli”, recita una lapide nel cimitero di Cassino. La loro fedeltà alla patria non fu però ricompensata: la spartizione del mondo decisa prima proprio alla Conferenza di Teheran (28 novembre – 1 dicembre 1943) e poi a Yalta (4-11 febbraio 1945) chiude le porte a un ritorno in Polonia. Il Corpo D’Armata – rimasto in Italia – si scioglie nel 1947 e si suoi appartenenti di disperdono in tutto il mondo.

L’orso Wojcek, diventato un personaggio leggendario, a cui verrà dedicato anche un cartone animato, viene portato nello zoo di Edimburgo, in Scozia, dove muore nel 1963.

 

 

Cosa rimane

Sotto le ferite della guerra rimane una storia di tolleranza e di accoglienza. Un legame di pace e di rispetto che ha lasciato segni forti anche se poco riconosciuti: sono molti i polacchi che studiano persiano nelle università di Cracovia e Varsavia, spesso con risultati eccellenti.

Nel vocabolario polacco ancora oggi si usa la parola persiana “kish-mish” per indicare l’uvetta ed è molto comune il nome maschile Dariusz, omaggio all’antico re persiano.

Sono passati settant’anni. L’Urss non esiste più e la Polonia, con l’Ungheria e la Repubblica Ceca, è uno dei Paesi dell’Unione Europea che si è rifiutato di partecipare al ricollocamento di migranti.

Rouhani 2.0

Rouhani 2.0

Hassan Rouhani si è insediato per il suo secondo mandato da presidente dell’Iran. La cerimonia del giuramento svoltasi il 5 agosto ha visto la partecipazione di una folta delegazione di rappresentati di Paesi di tutto il mondo. Il personaggio che ha suscitato più attenzione è stata l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini.

Come al solito, sui social e sui media si è parlato molto dei selfie dei parlamentari e del foulard della Mogherini, e poco o nulla del fatto che questo dimostri una popolarità conquistata dal rappresentante dell’Ue in occasione dell’accordo sul nucleare del 2015. Il gossip e la polemica facile, come al solito, sono più forti proprio perché più facili.

Federica Mogherini è stata l’ospite più fotografato dai parlamentari iraniani

 

Un messaggio di moderazione

Il secondo mandato di Rouhani inizia nel segno di due grandi differenze rispetto al primo, una positiva e l’altra negativa. Quella positiva è che Rouhani può contare su un successo già raggiunto: quell’accordo sul nucleare oggi un po’ sottovalutato, rappresenta in realtà una svolta epocale nella politica estera iraniana. Era un obiettivo dichiarato e raggiunto: Rouhani continua a spenderlo politicamente e a difenderlo, come vederemo. La novità negativa è che oggi il presidente eletto non può più contare su Rafsanjani,  suo grande mentore politico, morto a gennaio.

Rouhani ha annunciato solennemente che l’Iran “non ha intenzione di ritirarsi dall’accordo sul nucleare” ma non resterà immobile di fronte alle negligenze degli Stati Uniti. Rouhani ha anche definito il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) un “modello per la relazioni e il diritto internazionale”. Per l’esattezza, Rouhani ha usato il termine di “madre dei negoziati”.

Rouhani 2.0Il riformista Shargh parla di rinnovo dell’impegno della nazione


Rouhani 2.0

Il conservatore Kayhan critica Rouhani per aver svelato la “madre dei negoziati” invece della “madre delle sanzioni”

In tutti i passaggi di politica internazionale, Rouhani ha usato toni cauti, indicando nel dialogo la soluzione delle crisi in Siria e Yemen. Nessuna critica all’Arabia saudita o alle monarchie del Golfo.

Mano tesa alle forze armate

Rouhani ha inoltre sottolineato l’importanza delle forze armate nella difesa della nazione. Un passaggio che è sembrato un chiaro tentativo di riconciliazione con la Guardia rivoluzionaria, con cui era entrato in polemica durante la campagna elettorale. Questa apertura di credito arriva dopo un incontro tenutosi il 24 luglio con i vertici dei pasdaran, tra cui il generale Mohammad Ali Jafari e il generale Qasem Soleimani.

Il nuovo governo

In base alla Costituzione, Rouhani ha adesso due settimane per sottoporre al parlamento la lista dei ministri. Che – ricordiamolo – devono ricevere singolarmente la fiducia dell’Aula. Le indiscrezioni parlano di un esecutivo rinnovato a metà. Sarà sicuramente un governo di “larghe intese”, che comprenderà non solo moderati ma anche riformisti e qualche conservatore. I riformisti sono stati indispensabili per la vittoria al primo turno: senza la mobilitazione di personaggi carismatici come l’ex presidente Khatami, difficilmente Rouhani avrebbe portato a casa il successo in modo così netto. Tra i conservatori è in atto un processo di ridefinizione sia delle posizioni dei singoli sia della natura stessa della fazione politica.

L’8 agosto Rouhani ha inviato al Parlamento la lista dei ministri:

 

Petrolio: Bijan Namdar Zanganeh

Interni: Abdolreza Rahmani Fazli

Affari economici e Finanza: Massoud Karbasian

Intelligence: Seyyed Mahmoud Alavi

Energia: Habibollah Bitaraf

Difesa: Amir Hatami

Industria, Miniere e Commercio: Mohammad Shariatmadari

Aagricoltura: Mahmoud Hojjati

Lavoro, cooperazione e Welfare: Ali Rabi’ee

Strade e Sviluppo Urbano: Abbas Akhoundi

Educazione: Seyyed Mohammad Bat’haei

Salute: Seyyed Hassan Qazizadeh Hashemi

Sport e gioventù: Massoud Soltanifar

Esteri: Mohammad Javad Zarif

Giustizia: Seyyed Alireza Avaei

Cultura e Guida Islamica: Seyyed Abbas Salehi

Comunicazione e Information Technology: Mohammad Javad Azari Jahromi

 

In questa prima lista manca la casella del ministro per Scienze, ricerca e tecnologia. Secondo alcune indiscrezioni questo dicastero potrebbe essere assegnato a una donna e accontentare così le aspettative dell’elettorato femminile che ha sostenuto Rouhani. Non mancano, invece, le prime polemiche.

Va ricordato che il parlamento – oggi a maggioranza moderato-riformista – vota la fiducia a ogni singolo ministro. Ed un paio di nomi indicati da Rouhani sarebbero particolarmente indigesti. Si tratta di due ministri confermati nel loro ruolo: il ministro del Lavoro Rabi’ee e quello degli Interni Fazli. Il primo è accusato dai riformisti non solo di non essere stato un buon ministro nel primo mandato di Rouhani, ma anche di aver ostacolato la riapertura dell’Associazione dei giornalisti iraniani, chiusa dal governo Ahmadinejad nel 2009. A Fazli si rimprovera il mancato rinnovo di molti governatori nominati dal governo Ahmadinejad e la gestione non proprio brillante delle scorse elezioni presidenziali, quando si crearono file lunghissime ai seggi e molte persone non riuscirono a votare.

Almeno su questi due nomi si preannuncia battaglia.

Il 9 agosto Rouhani ha nominato vicepresidenti tre donne. Si tratta di Masoumeh Ebtekar con delega alle Donne e gli affari familiari, Laya Joneidi agli Affari legali e il Shahindokht Molaverdi come assistente del presidente per i Diritti di cittadinanza.  Molaverdi ed Ebtekar erano già vicepresidente, la prima con la delega alle Donne e agli affari familiari, la seconda alla Protezione dell’ambiente.

Viaggio in Iran a Capodanno

Capodanno in Iran

Viaggio in Iran a Capodanno «L’impero della mente». Così lo studioso britannico Michael Axworthy definisce l’Iran. Dieci giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

 

Dal 27 Dicembre 2017 al 5 Gennaio 2018

Con chi

Giovanni Sorbello, Davood Abbasi

Il programma

1° giorno        ROMA – TEHERAN

Partenza con volo per Tehran. Arrivo incontro con la guida locale e trasferimento in hotel. Sistemazione nelle camere riservate e pernottamento.

2°  giorno  TEHERAN – SHIRAZ

Giro nella capitale, attraverso i luoghi più importanti della storia contemporanea iraniana. Visita al  Golestan e all’Iran Bastan, uno dei musei più importanti del Paese. In serata volo per Shiraz. Arrivo in città, cena e pernottamento

3°  giorno SHIRAZ– PERSEPOLI – NAQSHE E ROSTAM – SHIRAZ

In mattinata escursione a Persepoli. Si prosegue poi a a Naqsh-e Rostam, necropoli con le tombe dei primi Imperatori: Dario il Grande, Serse,  Artaserse I e Dario II. Rientro a Shiraz visita della città, nota per i suoi giardini e per la mitezza del suo clima. Fu  capitale sotto diverse dinastie e  patria di illustri poeti come Saadi e Hafez. Visita della città e del Complesso di Vakil: la fortezza di Karim Khan (dall’esterno) (moschea, hammam, bazar), il caravanserraglio di Moshir, la Scuola coranica di Khan. Cena e sistemazione in hotel.

4°  giorno  SHIRAZ – PASARGADE – YAZD 

Partenza per Yazd.  Durante il  percorso effettueremo una  sosta per visitare  Pasargade,  prima capitale Achemenide con la tomba del suo leggendario fondatore Ciro il Grande. Arrivo a Yazd, città dal colore dell’ argilla, che  sorge ai margini di due deserti : il Dasht-e-Kavir e il Kavir-e-Lut . E’  famosa per le sue Badghir, le caratteristiche torri di ventilazione sui tetti delle case. Cena e sistemazione in hotel.

5°  giorno  YAZD

In mattina visita della città che ospita la più nutrita comunità di seguaci di Zoroastro. Visiteremo il “Fuoco Sacro”  il tempio dove si conserva una fiamma che brucia dal 470 d.C., le “Torri del Silenzio” due colline brulle, dove gli zoroastriani lasciavano i propri defunti agli avvoltoi perché ne spolpassero le ossa. Poi, nelle vicinanze, infine la moschea Jamé che presenta un portale rivestito di maioliche tra le più belle dell’Iran,  e il complesso di Mirciakhmaq, con la bellissima piazza  e il brulicante bazar, l’ antico quartiere di Fahadan, sito  Unesco, la madrasa Zaiaieh,  famosa come Prigione di Alessandro.

6°  giorno  YAZD – MEIBOD – NAIN – ISFAHAN 

Prima colazione. Partenza per  Isfahan. Durante il percorso visita al castello di Narin a Meibod e  l’antica Nain,  con La Moschea Masjed-e Jamé . Dopo pranzo partenza alla volta di Isfahan, tappa centrale del viaggio.

7° giorno  ISFAHAN

Due intere giornate dedicate  alla visita di una delle città più belle del mondo. Visita della stupenda piazza, della Moschea dell’Imam e del Bazar. Nella grande piazza centrale Naghsh-e Jahan (metri 512 x 163)  si affacciano due teorie di archi, nella parte bassa occupati da botteghe di artigiani (interessanti i negozi di preziosi: miniature, turchesi, stoffe),  si vedono alle estremità della piazza i pali che servivano a delimitare il campo da Polo realizzato 400 anni fa. Tra i porticati si incastrano la Masjed-e Emam (moschea dello Shah), in assoluto una delle più belle dell’intero mondo islamico per la raffinatezza della decorazione di piastrelle azzurre e gialle e l’armonia della cupola e degli spazi interni,  il piccolo gioiello della moschea di Masjed-e Shah Lotfollah, il palazzo reale safavide Ali Ghapu, il palazzo reale di Chehel Sotun e l’ingresso al bazar centrale coperto da piccole cupole sormontate da una apertura da dove filtra tutta la luce che serve per illuminare le merci esposte.

8° giorno  ISFAHAN

Proseguimento della visita della città con il quartiere Armeno, con le sue chiese e cattedrali, i famosi ponti Sio- se pol e Khajou,  dalla magnifica architettura, la Moschea del Venerdi,  l’animatissimo Bazar e i vari monumenti voluti dallo Shah Abbass e i successori Safavidi.

 

9° giorno   ISFAHAN – KASHAN – TEHERAN 

Partenza per Teheran. Nel corso del viaggio, visita di  Kashan, città famosa per la produzione di ceramica smaltata e per tutto il suo artigianato. Pranzo e visita alle ville dell’ Ottocento Iraniano: abitazioni bioclimatiche scavate nel terreno (Brugerdiha) con visita al bellissimo hammam di Soltan Amir Ahmad e in al giardino di Fin dove e’ stato incoronato il grande Shah Abbas.  Partenza per Tehran,  arrivo in serata e sistemazione in hotel. Cena in hotel e pernottamento.

10° giorno  TEHERAN AEROPORTO – ROMA

Al mattino presto trasferimento in aeroporto e ritorno in Italia.

QUOTA INDIVIDUALE : 2.500 EURO

SUPPLEMENTO STANZA SINGOLA: 300  EURO

LA QUOTA COMPRENDE:

  • Volo Roma /Teheran – Roma A/R con Alitalia e tasse aeroportuali.
  • Assicurazione medico/bagaglio.
  • Tutti i trasferimenti in Iran, con mezzi di trasporto privati dotati di autista e aria condizionata.
  • 9 pernottamenti in camera doppia in alberghi 4/5 stelle, colazione inclusa.
  • Trattamento di pensione completa, con cena in hotel e pranzi in corso di escursione.
  • Visite ed escursioni indicate nel programma, compresi gli ingressi.
  • Guida/accompagnatore locale parlante italiano.
  • Tè, caffè e acqua durante i trasferimenti lunghi.
  • Codice d’autorizzazione del visto (esclusa tasse consolare).

LA QUOTA NON COMPRENDE:

  • spese consolari
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

ADESIONI ENTRO IL 20 OTTOBRE  2017 CON CAPARRA DI 700 € RESTITUITA IN CASO DI ANNULLAMENTO

SALDO ENTRO IL 30 NOVEMBRE 2017

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

Odio l’estate

Odio l'estate

Tre giovani donne, Teheran, i grandi dilemmi della vita. tanto grandi proprio perché comuni, quasi banali. Non ci sono trame complesse nell’ultimo libro pubblicato da Ponte 33L’autunno è l’ultima stagione dell’anno, primo romanzo di Nasim Marashi tradotto dal persiano all’italiano da Parisa Nazari. Anzi, a dirla tutta, se ci mettiamo a raccontare la trama, facciamo un torto a questo libro e alla sua giovane autrice. Sì, perché siamo probabilmente di fronte non solo al migliore dei libri fin qui pubblicati dalla casa editrice fondata nell’ormai lontano 2010 da Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini. La sensazione è di essere di fronte a un cambio di stagione – tanto per restare in tema col titolo – per la letteratura iraniana contemporanea.

Superate le secche non sempre divertenti delle forme letterarie “diverse” (i racconti brevi, i diari), questo potrebbe essere un giorno ricordato come il primo romanzo della nuova letteratura persiana. Cioè, quanto di più simile alla forma romanzo classica, così come la intende un lettore medio di un Paese occidentale. Quale si considera appunto chi scrive questa recensione.

Con questo non sto dicendo che arriva a compimento un processo di imitazione di canoni letterari occidentali. Sarebbe riduttivo e anche offensivo. Dico semplicemente che questo romanzo è il prodotto di una nuova generazione di iraniani ormai globalizzati, portatori non solo della propria millenaria cultura nazionale, ma ormai “imbevuti” di cinema, musica e letteratura internazionale. Nel romanzo questo non si legge solo nelle citazioni di film americani, ma dallo stesso ritmo del racconto.

Leggendo il libro mi sono venute in mente due suggestioni, entrambe legate a due mostri sacri del rock, niente meno che ai Rolling Stones e ai Beatles. Cosa c’entrano? In realtà nulla, ma superata una buona metà del libro mi veniva in mente un titolo meno noto degli Stones, The singer, not the song. “Il cantante non la canzone”, cantava Mick Jagger. E in questo caso sarebbe forse da dire: “La scrittrice, non il libro”.

In una intervista la stessa autrice ha spiegato che le tre protagoniste sono in realtà declinazioni di sé, le loro storie in apparenza diverse sono piene di fatti realmente accaduti alla stessa Nasim Marashi. La scrittrice quindi più del libro, oltre il libro. Anche perché a 33 anni avrà probabilmente ancora molto da dirci. Forse non solo come scrittrice ma anche come sceneggiatrice o autrice teatrale, chissà.

La seconda suggestione è invece legata alla storia del libro. Le tre donne hanno tutte 28 anni. Si sono conosciute nella facoltà di ingegneria e adesso sono a un passo dal salto nella vita. Una vuole proseguire gli studi in Francia, un’altra deve decidere se sposarsi o meno, un’altra ancora ha già alle spalle una separazione dolorosissima e tenta di aprire una nuova fase professionale in campo giornalistico.

Ecco, i 28 anni.  Un’età che dovrebbe essere di piena maturità ma che da noi – e a quanto pare anche in Iran, almeno per qualcuno – sembra ancora l’ultimo spicchio di incoscienza giovanile, l’ultimo pezzetto di vacanze prima del ritorno alle cose serie. Un’età piena di incognite, di “se”.

E quindi eccola qui sotto la celebre copertina di Abbey Road, leggendario album dei Beatles, di fatto l’ultimo ad essere registrato dai quattro di Liverpool ancora come band.  Alla copertina è legata una assurda leggenda: Paul Mc Cartney sarebbe morto mesi prima e la targa del maggiolone parcheggiato sulla sinistra sarebbe un’indicazione quasi subliminale: riporta infatti un 28 IF. Cioè “Se (fosse vivo, avrebbe) 28 anni”.

Ecco, L’autunno è l’ultima stagione dell’anno mi ha riportato ai miei 28 anni. All’attesa dell’autunno e al saluto definitivo all’estate della vita. Che non è detto che sia necessariamente un momento triste. Specialmente per chi, come me, l’estate non la sopporta.

Non ho detto nulla dell’ambientazione del libro, nulla a proposito dell’Iran, di Teheran, della censura, della condizione della donna nella Repubblica islamica, dei foluard e dei chador.

Ecco, vi ho detto che non l’ho detto. Va bene lo stesso, no?

 

 

 

Nasim Marashi

L’autunno è l’ultima stagione dell’anno

Aprile 2017
pp. 208
ISBN 9788896908099
€ 15,00

Traduzione dal persiano di P. Nazari

 

Festività in Iran nel 2017

Festività in Iran nel 2017. Spesso il calendario persiano genera confusione nei non iraniani. E si corre sempre il rischio di programmare un viaggio in Iran nei giorni sbagliati.  Ecco l’elenco delle feste nazionali iraniane nel 2017. Quelle, per intenderci, in cui gli uffici sono tutti chiusi.

 

Festività in Iran nel 2017

Sabato 11 Febbraio: anniversario della Rivoluzione
Giovedì 2 marzo: martirio di Fatima
Domenica 19 marzo: Nazionalizzazione del Petrolio
Lunedì 20 marzo: No Ruz (Capodanno persiano, inizia il 1396)
Martedì 22, mercoledì 23, giovedì 24: Ferie di No Ruz
Giovedì 31 marzo: Anniversario della nascita della Repubblica islamica
Venerdì 1 aprile: Giornata nazionale della natura (Sizdah bedar, fine delle celebrazioni di No Ruz)
Lunedì 10 aprile: Nascita dell’Imam Ali
Lunedì 24 aprile: Ascensione del Profeta
Venerdì 12 maggio: nascita del Mahdi, l’Imam occultato
Sabato  3 giugno: Anniversario della morte di Khomeini
Domenica 4 giugno: Anniversario Rivolta del 15 Khordad (sollevazioni contro l’arresto di Khomeini nel 1963)
Venerdì 16 giugno: Martirio dell’Imam Ali
Lunedì 26 giugno: Eid-e-Fetr (Fine del Ramadan)
Giovedì 20 luglio: Martirio dell’Imam Sadeq
Sabato 2 settembre: Eid-e-Ghorban (Festa del Sacrificio)
Domenica  10 settembre: Eid-al-Ghadir (Celebrazione della designazione di Ali come successore di Muhammad)
Sabato 30 settembreTassoua
Lunedì 1 ottobre: Ashura
Venerdì  10 novembre: Arbaeen
Domenica 19 novembre: Martirio dell’Imam Reza
Mercoledì 6 dicembre: Nascita del Profeta Muhammad e dell’Imam Sadeq
Giovedì 21 dicembre: Shabe Yalda, Solstizio di inverno

Guerra Iran-Iraq

Guerra Iran-Iraq Chi conosce l’Iran sa bene quanto gli otto anni (1980-88) di conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein, la cosiddetta guerra imposta (in persiano: جنگ تحمیلی , Jang-e-tahmīlī) rappresentino ancora oggi una ferita aperta per il popolo persiano. La memoria di quel conflitto è tangibile: tutte le città sono piene di murales dedicati ai martiri e ogni famiglia ha i propri caduti da ricordare.

C’è però un’evidente lacuna in questa memoria: molto spesso si parla delle conseguenze di quella guerra, dal punto di vista umano, sociale e politico. Si sa cioè che costò moltissime vite umane (sul numero esatto torneremo più avanti), che rafforzò la Repubblica islamica appena instaurata, che isolò il Paese dal resto del mondo. Il tutto è spesso ammantato nella retorica della propaganda e nell’enfasi – comprensibile – del racconto “di parte”, di chi cioè quella guerra l’ha vissuta o – nella maggior parte dei casi – l’ha subita.

Ma cosa è stata davvero quella guerra? Come e perché è scoppiata? Come è stata combattuta?

La pubblicistica in merito non è vastissima. Lo storico francese Pierre Razoux, ha provato a colmare questa lacuna con un libro The Iran-Iraq War, ancora inedito in Italia. Non è un lavoro perfetto: alcune traduzioni gridano vendetta e forse tutta la parte relativa al ruolo francese nel conflitto non è proprio super partes. Ma nel complesso il libro offre spunti interessanti, che possono servire a ristudiare quella guerra cercando di mettere da parte alcuni luoghi comuni.

 Guerra Iran-Iraq: come scoppiò

Che sia stato Saddam Hussein a invadere l’Iran il 22 settembre 1980 è fuori discussione. La scintilla, il pretesto è l’annosa questione del diritto di navigazione di un fiume, chiamato Shatt al Arab dagli iracheni e Arvand rud dagli iraniani, che sfocia nel Golfo Persico. La questione era stata regolata dal trattato di Algeri, siglato nel 1975 dal predecessore di Saddam Hussein Ahmad Ali Hasan al-Bakr e dallo scià Mohammad Reza Pahlavi. 

Da questo punto di vista, per gli iraniani, si trattò davvero di una “guerra imposta” loro dall’invasore iracheno. E’ però altrettanto vero che da subito Teheran rifiutò qualsiasi tentativo di mediazione che non implicasse una quanto mai improbabile rinuncia al potere da parte di Saddam Hussein. Indubbiamente l’Iran era la parte aggredita, ma il conflitto si sarebbe potuto contenere o gestire in altro modo se non fossero intervenuti fattori interni alla situazione politica iraniana che vedremo più avanti.

Gli Usa dietro Saddam?

Anche questa è un po’ una forzatura. Non tanto perché gli Usa non fossero in contrasto con l’Iran rivoluzionario (la crisi degli ostaggi era in corso da quasi un anno), ma perché anche l’Iraq di Saddam Hussein era considerato un nemico, soprattutto per la minaccia che rappresentava per Israele.

Però nell’agosto 1980 succede una cosa importante: il primo ministro iraniano Mehdi Bazargan decide di annullare tutti i contratti di acquisto di armi dagli Stati Uniti per cercare di limitare i danni provocati dal crollo delle vendite del petrolio dopo la rivoluzione. Secondo i consiglieri di Bazargan, le colossali spese dello scià avevano dotato l’esercito di un equipaggiamento moderno a sufficienza. La decisione manda in fumo contratti per dieci miliardi di dollari, facendo imbestialire la lobby dei produttori di armi statunitensi. Di conseguenza, il Congresso Usa pone l’embargo sull’invio dei pezzi di ricambio per l’equipaggiamento precedentemente acquistato. E’ un passaggio poco noto, ma che si rivelerà decisivo sia per i rapporti tra Washington e Teheran sia per il progressivo invecchiamento dell’arsenale iraniano.

 

Guerra Iran-Iraq

Baghdad, Parigi

Il Paese che in realtà è da subito partner dei propositi di Saddam Hussein è la Francia. L’Unione Sovietica è sì un partner militare di Bgahdad ma non accesso diretto alle basi irachene. Come spiega Razoux,

i tedeschi sono considerati troppo vicini a Israele, gli inglesi in disgrazia e gli italiani non credibili, gli iracheni si rivolgono naturalmente ai francesi, che sembrano gli unici a poter fornire all’Iraq tutto ciò di cui ha bisogno: stretta cooperazione nel settore petrolifero, assistenza su larga scala per l’energia nucleare civile e armi moderni per dissuadere i vicini iraniani.

Per tutta la durata del conflitto, la Francia sarà sempre molto vicina a Saddam Hussein e questo comporterà diversi momenti di crisi acutissima con Teheran.

Guerra Iran-Iraq: le varie fasi

L’Iraq contava sull’effetto sorpresa e indubbiamente la prima fase della guerra fu a suo netto vantaggio. La Repubblica islamica sconta il caos apportato dalla rivoluzione nei propri vertici militari.

La controffensiva iraniana comincia nel giugno 1982, con la riconquista di Khorramshahr (“la Stalingrado iraniana”) e l’ingresso delle truppe iraniane in territorio iracheno.

Cambia la prospettiva della guerra: l’Iran punta non solo a difendersi, ma a far cadere Saddam Hussein esportando la rivoluzione nell’Iraq meridionale, a netta maggioranza sciita. Questa prospettiva si rivelerà del tutto fallimentare, ma sarà uno dei cardini della condotta politica e militare di Teheran per diversi anni.

A febbraio 1984 il conflitto si sposta nel Golfo Persico, dove si intensificherà negli anni successivi. Le truppe iraniane si spingono fino alle paludi del fronte meridionale, dove si svolgeranno alcune tra le battaglie più cruente di tutto il conflitto. L’Iran conquista anche le isole Majnun.

Sempre nel 1984 l’Onu conferma l’impiego di armi chimiche da parte dell’Iraq. Nella primavera del 1985 comincia la cosiddetta “guerra delle città”: l’Iraq attacca con i missili i centri urbani iraniani; Teheran risponde bombardando Baghdad.

Il 24 febbraio 1986 la risoluzione 582 dell’Onu chiede la fine delle ostilità. La risoluzione viene accettata dall’Iraq, ma non dalla controparte, che vorrebbe vedere riconosciuto l’Iraq come aggressore. Tra febbraio e giugno 1986 l’esercito iraniano conquista il porto di Faw, ottenendo un importante vantaggio territoriale strategico.

Nell’aprile 1987 l’ Iran attacca convogli mercantili che commerciano con il Kuwait, paese sostenitore dell’Iraq. Gli Usa e diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, inviano navi da guerra a protezione delle petroliere che trasportavano greggio dall’Arabia Saudita e dai vari emirati del Golfo. E’ il primo coinvolgimento dei Paesi occidentali nel conflitto ormai in corso da sette anni.  In questo contesto, il 17 maggio 1987  la fregata statunitense Stark, viene colpita da un missile iracheno.

I mesi successivi segnano uno sbilanciamento degli equilibri a favore dell’Iraq, che il 25 giugno 1988 riconquista le isole Majnun e il 12 luglio la regione dello Zoubeidat.

Il 20 luglio 1987 viene approvata la risoluzione 598 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che impone il cessate il fuoco senza peraltro distinguere, come chiede l’Iran, tra la posizione di Stato aggredito e quella di Stato aggressore.

La fine delle ostilità arriva però solamente un anno dopo, quando le due parti, ormai stremate, accettano la risoluzione Onu 598.

Osirak, il paradossale cambiamento di prospettiva

Queste, in estrema sintesi, le fasi principali di un conflitto lungo e molto complesso in termini di obiettivi, alleanze e ripercussioni. Un passaggio fondamentale avviene il 7 giugno 1981, quando un raid israeliano distrugge l’impianto nucleare iracheno di Osirak. E’ un  raid realizzato in collaborazione con l’Iran, che offre all’aviazione militare di Tel Aviv informazioni di intelligence e assistenza in caso di problemi.

Per Saddam Hussein è un colpo duro, che azzera un programma nucleare – avviato con la collaborazione della Francia – con cui il dittatore iracheno contava di conquistare la supremazia militare nella regione.

Paradossalmente, questa svolta si rivelerà un vantaggio per l’Iraq. Perché Usa e Urss, sino ad allora restii ad appoggiare Baghdad per paura di incoraggiare la proliferazione nucleare nel Medio Oriente, riallacciano i rapporti con Saddam. Per tutto il conflitto con l’Iran, i maggiori fornitori di armi dell’Iraq saranno nell’ordine Unione Sovietica, Francia e Cina.

E’ solo successivamente a questa fase, quando l’Iran minaccia di esportare la rivoluzione nell’Iraq meridionale, che gli Usa riallacciano i rapporti con Baghdad e a marzo 1984 avviene il famoso incontro a Baghdad tra Donald Rumsfeld, allora inviato speciale del presidente Usa Ronald Reagan, e Saddam Hussein.

Guerra Iran-Iraq

Donald Rumsfeld e Saddam Hussein

Guerra Iran-Iraq: gli aiuti di Israele all’Iran

Iran e Israele sono ancora oggi descritti come due grandi rivali in Medio Oriente. Eppure, per i primi sei anni della guerra (1980-1986), Israele è stato il quarto esportatore di armi all’Iran, incassando tra uno e due miliardi di dollari. Nel solo 1986, questo business raggiunse il fatturato record di 750 milioni di dollari.

Guerra Iran-Iraq: un milione di morti?

La Guerra Iran-Iraq viene comunemente ricordata come la “guerra di un milione di morti”, ma non ci sono elementi chiari per definire con esattezza il numero delle vittime. Al termine delle ostilità, l’Iraq dichiara di aver perso oltre 350.000 uomini, l’Iran almeno 600.000. Di qui, i media arrotondano la cifra a un milione. Studi successivi, basati sulle singole battaglie, hanno ridimensionato il numero delle perdite. L’Iraq, ad esempio, avrebbe perso “soltanto” 125.000 uomini e non 350.000.

Il costo totale del conflitto sarebbe di 680.000 tra morti e dispersi e oltre un milione e mezzo di feriti e invalidi. La guerra Iran-Iraq rimane di gran lunga la più sanguinosa della storia del Medio Oriente. L’85% delle vittime sono soldati (3,5 volte di più tra gli iraniani che tra gli iracheni). Le vittime civili dei bombardamenti sono il 3% del totale.  I prigionieri furono 115. 000 (70,000 iracheni e 45.000 iraniani).

Rouhani come Bani Sadr?

Rouhani come Bani Sadr?

Rouhani come Bani Sadr? Venerdì 23 giugno in Iran si è celebrata la Giornata di Qods, cioè la tradizionale mobilitazione in favore della causa palestinese che dal 1980 si svolge l’ultimo venerdì di ramadan 

In una manifestazione a Teheran, il presidente Hassan Rouhani è stato contestato da alcune decine di manifestanti che hanno gridato slogan come “Abbasso il bugiardo, abbasso il mullah americano” e anche “Rouhani, Bani Sadr, buon matrimonio”.

 

La contestazione a Rouhani

Chi è Bani Sadr?

E perché viene accostato all’attuale presidente iraniano? Abolhassan Bani Sadr è il primo presidente della Repubblica islamica, eletto il 25 gennaio 1980 con il 70% dei voti. Rivoluzionario delle prima ora, ed esule a Parigi, era nel gruppo di fedelissimi che accompagnò Khomeini nel trionfale ritorno in patri il 1° febbraio 1979. Pochi mesi dopo la sua elezione a presidente, sorsero contrasti sempre più aspri con lo stesso Khomeini. L’Iran, a causa della crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana e la guerra con l’Iraq, era sempre più isolato a livello internazionale. Bani Sadr, contrario alla presa degli ostaggi americani, entrò in contrasto con diversi esponenti della leadership religiosa, come l’attuale Guida Khamenei e Rafsanjani e, di conseguenza, con lo stesso Khomeini. In una lettera al fondatore della Repubblica islamica, denunciava l’incompetenza di diversi ministri e chiedeva con forza la riorganizzazione delle forze armate. Accusato di tradimento, subì l’impeachment del parlamento il 21 giugno 1981. Con la protezione dei Mojaheddin del Popolo fuggì in Francia, dove ottenne asilo politico e dove vive tuttora.

Rouhani come Bani Sadr? L’affondo di Khamenei

Appena pochi prima della Giornata di Qods, la Guida Khamenei aveva criticato Rouhani:

Nel 1980-81 l’allora presidente polarizzò la società in due campi: i suoi sostenitori e i suoi sostenitori. Questo non si deve ripetere.

Ecco perciò che gli slogan contro Rouhani sembrano seguire una sorta di istigazione alla contestazione. Ad appena un mese dalla sua rielezione, il presidente si trova ad affrontare l’opposizione frontale della Guida. Una contrapposizione tra istituzioni che non è nuova nella Repubblica islamica: ricordiamo che anche Khatami, soprattutto nel corso del suo primo mandato, pagò un vero e proprio accerchiamento da parte della Guida e dei vertici dei pasdaran.

La solidarietà dei sostenitori

Nel 1999 gli studenti chiedevano libertà di espressione inneggiando a Khatami e la polizia e i basij reprimevano il movimento. Si diceva, allora, che l’Iran era l’unico Paese al mondo in cui chi gridava “Viva il presidente della Repubblica” rischiasse di essere arrestato..

I tempi sono cambiati e oggi gli umori popolari corrono molto sui social media. Così, soprattutto, su Instagram e Twitter i sostenitori di Rouhani hanno lanciato una campagna di solidarietà con hashtag  quali “Rouhani non è solo”, “Anche io sono Rouhani”.

Rouhani come Bani Sadr?

La notizia della contestazione è stata ripresa da buona parte dei quotidiani iraniani. Anche tra le testate vicine ai conservatori, non sono mancate voci di condanna dell’accaduto.

Rouhani come Bani Sadr?

Ebtekar: “Contro il repubblicanesimo, contro il popolo”

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni. Alla faccia di chi sosteneva che l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti non avrebbe portato cambiamenti sostanziali nelle relazioni con l’Iran. In meno di sei mesi, ci si trova in un quadro ben più drammatico e complicato rispetto a quello lasciato in eredità da Obama.  Gli attacchi terroristici del 7 giugno hanno segnato una svolta nelle relazioni di Teheran con i vicini arabi e con Washington. Lungi dal solidarizzare con l’Iran, la Casa Bianca ha rilasciato dichiarazioni volutamente ambigue, a cui hanno fatto seguito analisi davvero poco confortati, come quella del deputato repubblicano  Dana Rohrabacher, per cui gli attentati di Teheran sono “una buona cosa per gli Stati Uniti”.

Iran e Usa, nuove tensioni

Attacchi terroristici in Iran (Fonte ISPI)

Trump e il regime change

Archiviata la politica di contenimento attuata da Obama, Trump ha ricominciato a parlare di “regime change”, (l’ultima dichiarazione in questo senso è del segretario di Stato Rex Tillerson) irritando non poco i vertici della Repubblica islamica.

Vertici, è bene sempre ricordarlo, che non sono compatti e che spesso hanno linguaggi e obiettivi diversi. Infatti, il ministro degli Esteri Javad Zarif (che twitta sempre con parsimonia e toni estremamente cauti) si affida a una raffica di tweet molto caustici, con cui invita gli Usa a rinunciare a politiche di regime change verso l’Iran, imparando dalle sconfitte del passato e ricordando le responsabilità americane (ammesse ora anche dalla CIA) nel golpe anti Mossadeq del 1953.

Iran e Usa, nuove tensioni

 

I missili di Teheran

Diversi i toni e le modalità delle altre anime della Repubblica islamica. La Guida Khamenei ha ricordato come la “Repubblica islamica resista come una roccia a tutti gli attacchi” e ha accusato gli Stati Uniti di fomentare il disordine e il terrore in Medio Oriente. A livello di dibattito politico interno, i riformisti invocano l’unità nazionale, mentre i conservatori attaccano Rouhani,accusandolo di aver sottovalutato la minaccia rappresentata dagli Usa.

Il 18 giugno è poi arrivata la risposta militare agli attacchi di Teheran: i Pasdaran annunciano di aver  lanciato missili terra-terra a medio raggio verso la provincia di Deir el Zour puntando a “centri di raccolta di terroristi takfiristi”. Si tratta del primo lancio di missili fuori dal territorio nazionale dalla fine della guerra con l’Iraq ed è evidente che non si è trattato di una semplice rappresaglia ma di un messaggio indirizzato a tutti gli attori del Medio Oriente e della crisi siriana in particolare: l’Iran può colpire e non starà a guardare.

Nei giorni successivi si è aperta una discussione sulla paternità di questa azione: chi ha deciso di sparare i missili? Rouhani, dopo un iniziale silenzio, ha dichiarato di aver dato lui, in qualità di membro del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, la luce verde all’operazione. Una dichiarazione quasi obbligata, visto che una eventuale sconfessione avrebbe aperto una crisi istituzionale terribile su un tema così delicato.

Khamenei, dal proprio account Instagram, ha invece promesso di “prendere a schiaffi” l’Isis. In generale, la risposta armata agli attentati del 7 giugno, ha provocato tra gli iraniani – anche via social – un insolito moto di solidarietà nei confronti della Guardia rivoluzionaria. La Storia lo insegna: se aggredita, una nazione si ricompatta contro il nemico esterno.

 

Attacco a Teheran

Attacco a Teheran

Attacco a Teheran. La mattina del 7 giugno 2017 la capitale iraniana è stata colpita da un duplice attentato terroristico. Il bilancio complessivo (e provvisorio)  è di 17 morti e 42 feriti. Gli attacchi sono stati rivendicati dal ramo libico dell’Isis.

Attacco a Teheran: cosa è successo

Un gruppo di uomini armati travestiti da donna è riuscito a superare i controlli ed è entrato nel majles, il parlamento, prendendo in ostaggio quattro persone., non riuscendo, tuttavia, a raggiungere l’aula dei deputati. Nel successivo conflitto a fuoco sono morte due guardie e due impiegati. Successivamente all’arrivo delle teste di cuoio, un terrorista si è fatto esplodere, un altro è stato catturato. Tutti gli altri sono stati uccisi. Un altro terrorista ha sparato sui passanti nella vicina piazza Baharestan.

Contemporaneamente, un altro commando armato di quattro persone ha attaccato il Mausoleo di Khomeini, a sud di Teheran, non lontano dall’aeroporto internazionale. Due terroristi, tra cui una donna, uan volta scoperti, si sono fatti esplodere. Gli altri due sono stati catturati dai pasdaran.

Attacco a Teheran: chi è stato?

L’Isis ha rivendicato gli attentati. Alcuni elementi, tuttavia, sembrano tuttavia suggerire quanto meno una partecipazione dei Mojaheddin-e khalq (MKO).  

Per almeno 3 motivi.

Sembra piuttosto difficile che l’Isis sia riuscito a colpire “da solo” l’Iran in questo modo. Innanzitutto per il fatto stesso di essere riusciti a colpire in modo così eclatante l’Iran. Teheran ha più volte dichiarato di essere riuscita a sventare almeno 20 attentati pianificati dall’ISIS. Quando poi ha colpito lo ha fatto in modo davvero sconvolgente.

Per gli obiettivi scelti. L’Isis colpisce spesso nel mucchio. Qui hanno colpito il parlamento e il mausoleo del fondatore della Repubblica islamica. Il bersaglio è proprio il sistema iraniano, attaccato in pieno ramadan e a pochi giorni dall’anniversario della morte di Khomeini.

Per la modalità usata. Una terrorista catturata avrebbe con sé la fialetta di cianuro, per non cadere viva nelle mani dei pasdaran. Esattamente come hanno sempre fatto i militanti MKO. Non solo: anche lo stratagemma degli assalitori del parlamento di vestirsi da donna, col chador, per coprire le armi, è tipica dell’MKO. Così uccisero, nel dicembre 1981, l’ayatollah Abdul-Hussein Dastgheib. 

Da non dimenticare, inoltre, che negli anni passati, l’MKO – probabilmente su commissione di Israele e Arabia Saudita – ha assassinato diversi cittadini iraniani coinvolti in vario modo allo sviluppo del programma nucleare. Segno di una presenza sicuramente limitata ma comunque potenzialmente pericolosa sul territorio iraniano.

 

Attacco a Teheran: perché?

Nemmeno 24 ore prima degli attentati, il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita Adel bin Ahmed Al-Jubeir aveva dichiarato che era necessario “punire l’Iran per il suo ruolo in Medio Oriente”. Appena due giorni prima (5 giugno) Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Yemen ed Egitto avevano interrotto le relazioni diplomatiche e tutte le comunicazioni terrestri, marittime e aeree con il Qatar, accusandolo di sostenere “organizzazioni terroristiche” come Hamas e la Fratellanza musulmana. Il vero motivo geopolitico è la riluttanza del Qatar a interrompere i rapporti economici con l’Iran, indicato come nemico numero uno da Trump nel suo viaggio a Riad del 19 maggio.

Senza dimenticare che l’Iran è da anni impegnato con truppe di “volontari” contro l’Isis in Iraq e Siria.

In una nota ripresa dall’agenzia Iran, i pasdaran sottolineano come l’attacco sia “avvenuto solo una settimana dopo l’incontro tra il presidente Trump e gli alleati nella regione” (l’Arabia Saudita, ndr) e il “coinvolgimento dell’Isis mostra le loro responsabilità”.

In serata, il commento della Casa Bianca suona quasi come una rivendicazione: in sostanza, l’Iran se la sarebbe cercata.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Chi ha vinto le elezioni in Iran ? La domanda può sembrare in apparenza demenziale: ormai lo sanno tutti che il 19 maggio il 57,13% degli iraniani ha dato fiducia al presidente in carica Hassan Rouhani. Il suo principale avversario Ebrahim Raisi si è fermato al 38,29%. Percentuali irrisorie per gli altri due candidati rimasti formalmente in corsa ma di fatto ritirati: 1,16% per Mostafa Mir Salim e 0,52% per Mostafa Hashemi Taba.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran

In termini numeri, Rouhani ha ottenuto 23 milioni di voti, Raisi 16.

L’affluenza è stata alta:  hanno votato oltre 40 milioni di iraniani, pari al 71,42% degli aventi diritto.

Nelle passate elezioni del 2013 Rouhani aveva vinto col 51% dei voti. Alle sue spalle, lontanissimo, Mohammad Bagher Qalibaf, col 16 %. Allora l’affluenza era stata del 72%.

Chi ha vinto le elezioni in Iran: Rouhani

Il risultato non era affatto scontato: gli ultimi giorni di campagna elettorale avevano fatto pensare a un possibile testa a testa. Alcuni sondaggi riportavano una percentuale molto alta di indecisi: probabilmente è stato questo scatto in extremis a garantire a Rouhani la vittoria al primo turno.

Il presidente, dopo quattro anni di governo, vede crescere i propri consensi: dai 18.692.500 voti del 2013 (pari al 50,88%) ai 23.549.616 voti del 2017 (pari, come abbiamo visto, al 57,13%).

Un’osservazione: dalla scorsa tornata elettorale, il numero degli aventi diritto al voto è passato da 50  56 milioni di persone. Il Paese sta invecchiando: rispetto alle drammatiche e controverse elezioni del 2009 (quelle dell’Onda Verde) ci sono ben 10 milioni di elettori in più.

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Aftab: Auguri al signor avvocato

Chi ha vinto le elezioni in Iran: la Repubblica islamica

Inutile girarci intorno: ha vinto anche la Repubblica islamica come sistema. O, se preferite, come regime. Quando 40 milioni di persone si mettono in fila per votare, c’è poco da discutere. Altissima anche la partecipazione degli iraniani all’estero. A Roma e a Milano ci sono state file di ore. Lo stesso Rouhani ha ringraziato gli iraniani all’estero per la grande partecipazione.

Anche la Guida Khamenei ha parlato di partecipazione “epica”, termine usato anche da Qalbaf nel congratularsi col suo rivale. Raisi, dal canto suo, ha invece evitato di esprimere congratulazioni.

Chi ha vinto le elezioni in Iran: i moderati

Si votava anche per le comunali e l’alleanza moderato/riformista ha vinto un po’ ovunque, non solo a Teheran dove hanno conquistato tutti e 21 i seggi a disposizione (archiviando la lunga stagione dei conservatori e di Qalibaf, sindaco dal 2005), ma persino a Mashad, teoricamente roccaforte di Raisi.

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Sharq: La conquista del domani

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Asrar: una fresca seconda volta

La ragioni dei conservatori

Superando le schematizzazioni di molta stampa occidentale, è necessario riflettere anche su quel quasi 40% di iraniani che hanno dato fiducia a Raisi. Troppo semplicistico ridurre tutto a un voto “reazionario”. E’ stata piuttosto la manifestazione di chi critica Rouhani per non aver risolto i problemi economici e sociali che ancora oggi affliggono il Paese e per essere stato troppo arrendevole con l’Occidente sulla questione nucleare. Rouhani si è dichiarato presidente di tutti ma lo aspettano sicuramente anni difficili.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran: gli iraniani

Basti pensare a quanto accadeva in Arabia Saudita poche ore dopo la sua vittoria, con il presidente Usa Donald Trump che tuonava contro l’Iran accusandolo di essere l’origine di tutti i mali del Medio Oriente.

La stessa identica scena, con una vittoria di Raisi in Iran, sarebbe stata forse ancora più preoccupante. Forse il perché di questa “seconda volta” sta tutto qui.

Vincennes, l’Ustica iraniana

Vittime iraniane disastro aereo 1988

A quanti, in Italia e negli Usa, le parole Iran Air IR55 e Vincennes ricordano qualcosa? Agli iraniani ricordano sicuramente un dolore grande e mai sanato. Il grande orientalista Edward Said ha scritto che “non è possibile mettere il passato sotto embargo”.

Proviamo perciò a sdoganare questo pezzo di passato, ricordando una tragedia terribile e del tutto rimossa dalla coscienza dei Paesi cosiddetti occidentali.

Navi da guerra nel Golfo Persico

È il 3 luglio 1988. Siamo negli ultimi mesi della guerra tra Iran e Iraq. Guerra, è sempre bene ricordarlo, cominciata otto anni prima con la deliberata aggressione di Saddam Hussein, convinto di potersi sbarazzare in poche settimane dell’esercito persiano, uscito decimato dalla rivoluzione che un anno e mezzo prima ha cacciato lo scià e portato alla nascita della Repubblica islamica. non sarà, invece, una guerra lampo, ma un lungo e orrendo massacro, consumatosi con la complicità e l’interesse di molte cancellerie occidentali. Nel luglio 1988 il conflitto coinvolge il traffico commerciale nel Golfo Persico e rischia perciò di intaccare gli interessi di molti Paesi europei e nordamericani. Le petroliere sono perciò scortate da navi da guerra di molti Paesi, tra cui anche l’Italia e gli Stati Uniti.

In realtà, in questa fase, la Marina americana fornisce anche un prezioso sostegno militare all’allora alleato Saddam Hussein, facendo spesso fuori i barchini di basiji e pasdaran iraniani.

La strage di civili

Ad ogni modo, il 3 luglio l’Airbus della Iran Air IR55, pilotato dal Capitano Mohsen Rezaian, decolla da Bandar Abbas diretto a Dubai. A bordo ci sono 290 passeggeri, tra cui 66 bambini. Si tratta soprattutto di famiglie che vanno in vacanza e uomini d’affari in viaggio di lavoro.

L’incrociatore Vincennes della Marina degli Stati Uniti, agli ordini del Capitano Will Rogers III, sta attraversando lo stretto di Hormuz, in acque iraniane. L’Airbus è all’interno dello spazio aereo iraniano. Alle 9.45 e 22 secondi il Vincennes spara due razzi Standard che colpiscono e abbattono l’aereo di linea. Non ci saranno sopravvissuti.

E gli Usa premiano i responsabili della tragedia

In una prima dichiarazione, il governo Usa afferma che il Vincennes aveva scambiato l’Airbus per un Tomcat F – 14 pronto ad attaccare. Si dirà poi che l’aereo iraniano non aveva mantenuto la sua rotta di volo, che il segnale d’identificazione non funzionava e che il pilota non aveva risposto agli avvertimenti dell’incrociatore. In alcune ricostruzioni si legge addirittura che l’aereo scendeva in picchiata verso la nave americana. Sarà però un’altra nave Usa, la fregata Sides, a chiarire che l’aereo iraniano stava cabrando, cioè salendo di quota, non picchiando.

Nel 1996 Usa e Iran raggiungono un accordo presso la Corte di giustizia internazionale in base al quale gli Stati Uniti pagano 61,8 milioni di dollari ai familiari delle vittime. In media 213.103 dollari per ogni cittadino iraniano ucciso dal Vincennes. Nonostante ciò, gli Usa ancora oggi non hanno ammesso la loro responsabilità e non si sono mai scusati per l’accaduto.

Quando il Vincennes rientrò nella base di San Diego, l’equipaggio venne accolto in modo trionfale e in seguito insignito della decorazione di combattimento. I cittadini di Vincennes, Indiana, raccolsero denaro per erigere un monumento, agli “eroi della nave”.

Chi era Khomeini

Era il 4 giugno 1989, lo stesso giorno del massacro di Tien An Men. A Teheran si consumava quello che molti definirono l’ultimo atto della rivoluzione iraniana. La morte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica, è l’atto conclusivo di un processo rivoluzionario iniziato dieci anni prima, culminato con la cacciata dello scià Reza Pahlevi e la proclamazione della repubblica. I funerali di Khomeini, a cui partecipano almeno tre milioni di persone, sono l’ultimo grande evento di massa, l’ultimo grande atto della rivoluzione. Parafrasando Enrico Berlinguer, potremmo dire che quel giorno la rivoluzione iraniana “esaurisce la sua spinta propulsiva”. E il Paese entra in una fase storica diversa. La Storia si diverte a volte a giocare con i numeri: nel 1979 la rivoluzione, nel 1989 la morte di Khoemeini, nel 1999 la rivolta degli studenti, nel 2009 l’apertura di Obama e le elezioni presidenziali quanto mai importanti. Ma chi era Khomeini? Che importanza ha nella storia dell’Iran e del Medio Oriente? Qual è stato il suo contributo al pensiero politico islamico?

 

 Che rivoluzione è stata?

 A pensarci bene, quella iraniana è una rivoluzione ben strana, avvenuta contro l’apparente logica politica, come la rivoluzione comunista. Marx l’aveva profetizzata per i Paesi industrializzati, come Germania e Inghilterra, e invece si realizzò in Russia e in Cina, economicamente sottosviluppate. Lo stesso paradosso l’ha fatto registrare la rivoluzione islamica, la quale è avvenuta in Iran e non nei Paesi in cui sono nati i primi movimenti islamisti sunniti (Pakistan o Egitto), che hanno teorizzato per primi la creazione di uno stato islamico. Proprio nell’Iran, dove la tradizione sciita non prevede affatto che il clero prenda in mano le redini della politica. La teologia sciita afferma, già dalla fine del IX secolo, che la ricomposizione tra politica e religione sia affidata al Mahdi, il dodicesimo Imam nascosto che tornerà alla fine dei tempi per riportare l’ordine di Dio in terra. Fino ad allora religione e politica devono restare separate e non spetta certo al clero sciita chiedere o realizzare uno Stato islamico. In questo contesto il pensiero di Khomeini e i suoi sviluppi dopo il 1979 sono una novità sconvolgente, per il pensiero sciita. Sono tanti gli ayatollah che prendono le distanze da lui e lo criticano anche aspramente. Tra questi, Al Sistani, oggi punto di riferimento per milioni di sciiti iracheni. Non a caso Renzo Guolo definisce quella iraniana una “rivoluzione contro la tradizione religiosa”, che si realizza anche perché in Iran il clero è l’unica forza organizzata in grado prima di resistere e poi di sostituire la macchina repressiva dei Pahlavi. Ma resterà una rivoluzione più “sciita” che “islamica” e irrimediabilmente circoscritta all’Iran, malgrado gli sforzi di Khomeini di esportarla nei Paesi arabi.

L’impasto ideologico

Khomeini elabora la sua ideologia politica (la cosiddetta velayat e-faqih, letteralmente ”governo del giureconsulto”), attraverso diciassette lezioni nella moschea del bazar della città irachena di Najaf. Queste lezioni saranno raccolte in un libro intitolato La tutela del giureconsulto: il governo islamico.

I suoi discorsi – registrati su audiocassette – entrano clandestinamente in Iran e infiammano l’opposizione islamica. Sono tanti gli iraniani che si radunano in montagna, lontano degli occhi e dalle orecchie della Savak, la terribile polizia segreta dello scià, per ascoltare i suoi sermoni. Ma in molti credono che Khomeini avrà un ruolo marginale: una volta caduto lo scià, si ritirerà a vita privata, avrà un ruolo meramente religioso. Che le cose sarebbero andate diversamente lo si capisce un po’ alla volta. Certi atteggiamenti lasciano comunque il segno.

L’1 febbraio 1979, sull’aereo che lo riporta in Iran dopo 15 anni di esilio impostogli dallo scià, un giornalista gli chiede cosa prova a tornare in patria. “Hich”, “Niente”, è la glaciale risposta. È il destino di Dio che si compie, non c’è nessuno spazio per i sentimenti dei singoli, sembra voler dire. Sta di fatto che non pochi iraniani rimangono sbalorditi da quella battuta. E anche un po’ offesi. Un’amica, poco più che bambina nel 1979, ricorda ancora oggi: “La gente era morta nelle strade inneggiando a lui, all’aeroporto di Merabad lo aspettavano 4 milioni di persone. E quando gli chiedono cosa prova, lui risponde “niente”! Chissà, forse avremmo dovuto capire allora come sarebbe andato tutto quanto”. Quello stesso giorno Khomeini si reca in visita al cimitero di Beheshte Zahra e promette: “Man tu dahan-e in dolat mizanam (Io prendo a schiaffi questo governo)”.

E poi annuncia:

“Il diritto appartiene al popolo e il governo non ha il diritto di mantenerlo sotto la sua tutela: ma fino ad oggi è così che il popolo è stato trattato dallo scià e dal suo governo, violando le leggi internazionali. Per questo noi non riconosciamo la sua legittimità! “.

 

Slogan e obiettivi

“Ashura è sempre. Kerbala è ovunque”, amava ripetere Khomeini. Ashura e Kerbala, il tempo e il luogo del martirio dell’imam Hussein, figura chiave dello sciismo. Come dire: per il martirio è sempre il momento giusto. Ma la frase non è sua. Il fondatore della Repubblica islamica riprese una massima di Ali Shariati, filosofo iraniano poco conosciuto in Occidente. Avversario dello scià, formatosi nella Parigi del secondo dopoguerra, Shariati vedeva nello sciismo un movimento rivoluzionario marxista e terzomondista. Alcuni studiosi hanno accostato il suo “sciismo rosso” (che lui stesso distingueva dallo “sciismo nero” dei Safavidi) alla teologia della liberazione che proprio in quegli anni agitava il mondo cattolico. Shariati muore nel 1977, probabilmente ucciso dai sicari dello scià, e non fa in tempo a vedere la rivoluzione iraniana. Ma Khomeini attingerà a piene mani dal suo bagaglio ideologico, conquistandosi – almeno all’inizio – le simpatie della sinistra di tutto il mondo. I primi discorsi di Khomeini da leader della rivoluzione sono prettamente politici, non religiosi. Parla dei bisogni materiali del popolo, promette di dare l’acqua e la luce gratis a tutti. I suoi toni diverranno apocalittici soltanto dopo, nei terribili anni della guerra contro l’Iraq. Allora arriverà a dire che “la rivoluzione non è stata fatta certo per abbassare il prezzo dei pomodori “, ma per redimere il mondo. Visioni profetiche e questioni profane: va tenuto presente che il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. Che sono uno dei pilastri della società iraniana, oggi come ieri. Non c’è passaggio storico nella storia recente che avvenga senza l’approvazione dei bazarì. La rivoluzione del 1979 non fu opera soltanto di studenti, intellettuali e mullah. Il bazar ebbe un ruolo chiave nel cambio di regime e ha oggi un ruolo altrettanto decisivo nel mantenimento dello status quo.

Il leader

Khomeini è stato senza dubbio un comunicatore abilissimo. La tv iraniana manda ancora oggi in onda i suoi lunghissimi discorsi, intervallati da pause lunghissime e cariche di tensione. Dopo di lui la Repubblica islamica non è stata più la stessa cosa anche perché non c’è stato un leader altrettanto abile e carismatico. Sotto la sua influenza si è formato un’intera generazione di pasdaran, di “uomini nuovi”, fedeli alla Repubblica islamica più che alla famiglia di origine. Quella generazione ha oggi cinquant’anni e con Ahmadinejad ha conquistato i vertici del potere politico per la prima volta. Ma è una generazione orfana, senza un vero capo e quindi destinata a combattersi e a dividersi. Anche perché il mondo intorno non è più quello dell’epoca di Khomeini. Che – a suo modo – aveva previsto il grande cambiamento. L’ 1 gennaio 1989, pochi mesi prima di morire, scrive una lettera al segretario del Partito comunista sovietico Mikhail Gorbaciov in cui annuncia l’imminente crollo del comunismo e l’ascesa dell’Islam come pensiero politico negli anni Novanta. Se da leader Khomeini è apocalittico, da uomo politico è molto più pragmatico. Tuona contro Israele, ma durante la guerra con l’Iraq accetta volentieri la collaborazione di Tel Aviv. Che fornisce armi, informazioni e assistenza tecnica (circa 1.300 consiglieri).

 L’eredità

Cosa rimane di Khomeini? Chi arriva oggi a Teheran sbarca nel grande e modernissimo aeroporto a lui intitolato e vede ovunque sue immagini, negli uffici, nei murales. Ma quello che è avvenuto in Iran dopo di lui è frutto di dinamiche spesso contrapposte e in genere poco conosciute all’esterno. Nel 1988 si è conclusa l’immane e inutile strage della guerra con l’Iraq e sono stati liquidati migliaia di oppositori interni in carcere da anni. L’Iran dei primi anni Novanta è stremato da dieci anni di guerra e lotte interne. Cerca stabilità, punta alla ricostruzione. Da allora, alla presidenza si sono succeduti il pragmatico Rafsanjani, abile ad accumulare un patrimonio personale enorme, il timido riformista Khatami, l’incendiario ex pasdaran Ahmadinejad. Ma a comandare davvero è sempre la Guida Suprema Khamenei, succeduto a Khomeini nel 1989 e vero monarca col turbante. Come dicono alcuni, l’Iran è il Paese musulmano in cui si vota di più e si cambia di meno. Prevale sempre la logica del clan, non il senso dello Stato. Chi “è dei nostri” (khodi) decide, chi no (kheir-e khodi) subisce. Il concetto di “società civile”, entrato nel dibattito politico con Khatami, è ancora poco applicabile al contesto iraniano.

Il 70 per cento degli iraniani ha meno di 30 anni ed è quindi nato dopo la Rivoluzione. Khomeini è un’icona da celebrare in pubblico o disprezzare in privato. La Repubblica islamica sopravvive da vent’anni al suo fondatore e per il momento non si intuiscono trasformazioni profonde e immediate. Khomeini è senza dubbio una figura tragica e forse sottovalutata a livello storico. Capace di crimini terribili e di intuizioni politiche notevole. Riflettere su Khomeini può essere utile per cercare di capire l’Iran e il ruolo che ha e avrà nel quadro geopolitico e culturale dei prossimi anni.

Cuore di Tenebra, trasmissione di Radio 3. Puntata del 21 maggio 2011 dedicata alla figura di Khomeini.  Antonella Ferrera ricostruisce la vita del fondatore della Repubblica islamica iraniana, anche attraverso un’intervista ad Antonello Sacchetti divisa in più parti.

Per ascoltare la puntata: Radio3 – Cuore di tenebra

Election Day Iran

Election Day Iran. Alla fine sarà una corsa a due. Oltre al ritiro pressoché scontato del vicepresidente Jahangiri, l’uscita di scena di Qalibaf ha modificato in modo sostanziale la partita. Anche Mir Salim si è  de facto ritirato per sostenere Raisi, mentre Hashemi Taba, pur rimanendo formalmente in corsa, ha annunciato che voterà Rouhani e ha invitato gli iraniani a fare altrettanto per “salvare l’Iran”.

La riduzione dei “veri” candidati da sei a due le elezioni che saranno decise così al primo turno.

La scheda elettorale presenta quattro nomi: Rouhani, Raisi, Hashemi Taba e Mir Salim, ma è molto probabile che la stragrande maggioranza dei voti sarà dirottata sui primi due.

La campagna elettorale si è chiusa la sera del 17 maggio e per Rouhani è adesso decisiva l’affluenza. Deve infatti convincere gli indecisi a recarsi alle urne, magari soltanto con la prospettiva di evitare un “ritorno al passato” con 

L’ultimo sondaggio IPPO dà Rouhani al 63% e Raisi al 32% ma è una rilevazione compiuta considerando ancora in gare tutti e sei i candidati. Sicuramente negli ultimi giorni ci sono state migrazioni di consensi, anche se non è così automatico che gli elettori di Qalibaf sostengano adesso l’altro conservatore Raisi.

Si tratta – come abbiamo cercato di evidenziare in questo articolo – di candidati diversi, con prospettive, linguaggi ed elettorati distinti.

Resta il fatto che negli ultimi giorni, come accade sempre in Iran, la campagna elettorale abbia vissuto un’impennata sia di partecipazione popolare sia di endorsement da parte di personaggi noti.

A favore di Rouhani si è espresso il regista due volte premio Oscar Asghar Farhadi, così come l’ex presidente riformista Mohammad Khatami e Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica. Dagli arresti domiciliari a cui è costretto dal 2011, ha dato il proprio appoggio al presidente in carica anche il leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi.

A sostegno di Raisi, l’ex comandante dei pasdaran Mohsen Rezai che ha ammonito:

Raisi può vincere, Rouhani poi non gridi ai brogli elettorali…

Un sostegno decisamente meno scontato è quello del rapper iraniano Amir Tataloo. In un video piuttosto curioso, il giovane musicista (finito più volte in carcere per la sua musica..) spiega all’hojatoleslam il significato dei suoi molti tatuaggi.

La Guida Khamenei ha ripetutamente auspicato per queste elezioni un clima di serenità e sicurezza.

Al duello tra il turbante bianco e quello nero mancano ormai poche ore.

 

Elezioni presidenziali Iran 2017

Elezioni presidenziali Iran 2017  Il giorno del voto è ormai vicinissimo. Venerdì 12 maggio si è svolto l’ultimo confronto televisivo tra i sei candidati e non sono mancati momenti di grande tensione. In sostanza, Rouhani ha accusato i suoi sfidanti di “sfruttare la religione per il potere” (rivolto a Raisi) e di voler “picchiare gli studenti” (rivolto a Qalibaf).

Dal canto loro, i due candidati conservatori hanno accusato Rouhani di corruzione e di non aver risolto in quattro anni i problemi economici del Paese, in primis la disoccupazione.

Rispetto alle prime settimane di campagna elettorale, i toni si sono fatti molto accesi e Rouhani è decisamente passato all’attacco, invitando in sostanza gli iraniani a “non tornare indietro”. Lo stesso suo slogan elettorale, “Dobare Iran”, “Un’altra volta Iran”, punta tutto sulla voglia di continuità e stabilità degli iraniani.

Elezioni presidenziali Iran 2017

Sharq: Colpo finale agli sfidanti

Elezioni presidenziali Iran 2017

Hamshahri: Uno su sei (Solo Qalibaf ha reso pubbliche le sue proprietà)

Elezioni presidenziali Iran 2017

Aftab-e Yazd: Hassan Rouhani ha colpito (è un gioco di parole: Rouhani si riferiva così a Qalibaf accusandolo di aver “colpito” i manifestanti dell’Onda Verde nel 2009)

Elezioni presidenziali Iran 2017: corsa a tre

Su sei candidati soltanto tre hanno reali possibilità di vittoria: il presidente uscente Rouhani, il sindaco di Teheran Qalibaf e l’altro candidato conservatore Raisi. Tutti i sondaggi danno in testa, con percentuali sempre comunque inferiori al 50%, Rouhani. Secondo alcune rilevazioni, Rouhani si attesterebbe attorno al 40%, staccando di una quindicina di punti Qalibaf. Altre rilevazioni danno invece Raisi al secondo posto, con una margine molto più ridotto.

Presidenziali Iran 2017

Elezioni presidenziali Iran 2017: che affluenza?

Sarà importante l’affluenza: più alta sarà e più possibilità avrà Rouhani di raggiungere il 50% + 1 dei voti ed essere rieletto al primo turno. I candidati riformisti e moderati sono infatti favoriti dall’alta affluenza: quando gli iraniani non vanno a votare, sono quasi sempre i conservatori a vincere. Quindi è importante, in questi ultimissimi giorni di campagna elettorale, che Rouhani riesca a mobilitare i suoi sostenitori.

Da ricordare due costanti:

  1. Nella storia della Repubblica islamica, si è andati al ballottaggio una sola volta, nel 2005, quando Ahmadinejad sconfisse Rafsanjani.
  2. Tutti i presidenti eletti (tranne i primi due, uno fuggito dopo l’impeachment e l’altro ucciso in un attentato) sono stati sempre confermati.

Lunedì sera il vice di Rouhani, Jahangiri, parlerà in diretta televisiva. Molto probabile che annunci il suo ritiro in favore del presidente uscente.

Elezioni presidenziali Iran 2017: il monito di Khamenei

Da segnalare, infine, il monito lanciato dalla Guida Khamenei contro chi abbia intenzione di usare queste elezioni contro la sicurezza e l’interesse nazionale. Esplicito il riferimento a George Soros (evidenziato anche in un tweet), colpevole di aver fomentato le cosiddette “rivoluzioni colorate” in Europa orientale e di aver cercato di fare altrettanto in Iran nel 2009.

Precauzioni o avvertimenti? Staremo a vedere, manca davvero poco al voto, ormai.

 

Viaggio Iran 2017

Viaggio Iran 2017

GRUPPO CHIUSO 

Viaggio Iran 2017 «L’impero della mente». Così lo studioso britannico Michael Axworthy definisce l’Iran. Dieci giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

Viaggio Iran 2017: con chi

Il giornalista Antonello Sacchetti, autore di diversi libri sull’Iran e curatore del blog Diruz – L’Iran in italiano (www.diruz.it) e Davood Abbasi, docente universitario iraniano.

Viaggio Iran 2017: quando

Dal 26 ottobre al 4 novembre 2017

Viaggio Iran 2017: il programma

1° giorno        ROMA – TEHERAN

Partenza con volo per Tehran. Arrivo incontro con la guida locale e trasferimento in hotel. Sistemazione nelle camere riservate e pernottamento.

2°  giorno  TEHERAN – SHIRAZ

Giro nella capitale, attraverso i luoghi più importanti della storia contemporanea iraniana. Visita al  Golestan e all’Iran Bastan, uno dei musei più importanti del Paese. In serata volo per Shiraz. Arrivo in città, cena e pernottamento

3°  giorno SHIRAZ– PERSEPOLI – NAQSHE E ROSTAM – SHIRAZ

In mattinata escursione a Persepoli. Si prosegue poi a a Naqsh-e Rostam, necropoli con le tombe dei primi Imperatori: Dario il Grande, Serse,  Artaserse I e Dario II. Rientro a Shiraz visita della città, nota per i suoi giardini e per la mitezza del suo clima. Fu  capitale sotto diverse dinastie e  patria di illustri poeti come Saadi e Hafez. Visita della città e del Complesso di Vakil: la fortezza di Karim Khan (dall’esterno) (moschea, hammam, bazar), il caravanserraglio di Moshir, la Scuola coranica di Khan. Cena e sistemazione in hotel.

4°  giorno  SHIRAZ – PASARGADE – YAZD 

Partenza per Yazd.  Durante il  percorso effettueremo una  sosta per visitare  Pasargade,  prima capitale Achemenide con la tomba del suo leggendario fondatore Ciro il Grande. Arrivo a Yazd, città dal colore dell’ argilla, che  sorge ai margini di due deserti : il Dasht-e-Kavir e il Kavir-e-Lut . E’  famosa per le sue Badghir, le caratteristiche torri di ventilazione sui tetti delle case. Cena e sistemazione in hotel.

5°  giorno  YAZD

In mattina visita della città che ospita la più nutrita comunità di seguaci di Zoroastro. Visiteremo il “Fuoco Sacro”  il tempio dove si conserva una fiamma che brucia dal 470 d.C., le “Torri del Silenzio” due colline brulle, dove gli zoroastriani lasciavano i propri defunti agli avvoltoi perché ne spolpassero le ossa. Poi, nelle vicinanze, infine la moschea Jamé che presenta un portale rivestito di maioliche tra le più belle dell’Iran,  e il complesso di Mirciakhmaq, con la bellissima piazza  e il brulicante bazar, l’ antico quartiere di Fahadan, sito  Unesco, la madrasa Zaiaieh,  famosa come Prigione di Alessandro.

6°  giorno  YAZD – MEIBOD – NAIN – ISFAHAN 

Prima colazione. Partenza per  Isfahan. Durante il percorso visita al castello di Narin a Meibod e  l’antica Nain,  con La Moschea Masjed-e Jamé . Dopo pranzo partenza alla volta di Isfahan, tappa centrale del viaggio.

7° giorno  ISFAHAN

Due intere giornate dedicate  alla visita di una delle città più belle del mondo. Visita della stupenda piazza, della Moschea dell’Imam e del Bazar. Nella grande piazza centrale Naghsh-e Jahan (metri 512 x 163)  si affacciano due teorie di archi, nella parte bassa occupati da botteghe di artigiani (interessanti i negozi di preziosi: miniature, turchesi, stoffe),  si vedono alle estremità della piazza i pali che servivano a delimitare il campo da Polo realizzato 400 anni fa. Tra i porticati si incastrano la Masjed-e Emam (moschea dello Shah), in assoluto una delle più belle dell’intero mondo islamico per la raffinatezza della decorazione di piastrelle azzurre e gialle e l’armonia della cupola e degli spazi interni,  il piccolo gioiello della moschea di Masjed-e Shah Lotfollah, il palazzo reale safavide Ali Ghapu, il palazzo reale di Chehel Sotun e l’ingresso al bazar centrale coperto da piccole cupole sormontate da una apertura da dove filtra tutta la luce che serve per illuminare le merci esposte.

8° giorno  ISFAHAN

Proseguimento della visita della città con il quartiere Armeno, con le sue chiese e cattedrali, i famosi ponti Sio- se pol e Khajou,  dalla magnifica architettura, la Moschea del Venerdi,  l’animatissimo Bazar e i vari monumenti voluti dallo Shah Abbass e i successori Safavidi.

9° giorno   ISFAHAN – KASHAN – TEHERAN 

Partenza per Teheran. Nel corso del viaggio, visita di  Kashan, città famosa per la produzione di ceramica smaltata e per tutto il suo artigianato. Pranzo e visita alle ville dell’ Ottocento Iraniano: abitazioni bioclimatiche scavate nel terreno (Brugerdiha) con visita al bellissimo hammam di Soltan Amir Ahmad e in al giardino di Fin dove e’ stato incoronato il grande Shah Abbas.  Partenza per Tehran,  arrivo in serata e sistemazione in hotel. Cena in hotel e pernottamento.

10° giorno  TEHERAN AEROPORTO – ROMA

Al mattino presto trasferimento in aeroporto e ritorno in Italia.

QUOTA INDIVIDUALE : 2.500 EURO

SUPPLEMENTO STANZA SINGOLA: 300  EURO

LA QUOTA COMPRENDE:

  • Volo Roma /Teheran – Roma A/R con Alitalia e tasse aeroportuali.
  • Assicurazione medico/bagaglio.
  • Tutti i trasferimenti in Iran, con mezzi di trasporto privati dotati di autista e aria condizionata.
  • 9 pernottamenti in camera doppia in alberghi 4/5 stelle, colazione inclusa.
  • Trattamento di pensione completa, con cena in hotel e pranzi in corso di escursione.
  • Visite ed escursioni indicate nel programma, compresi gli ingressi.
  • Guida/accompagnatore locale parlante italiano.
  • Tè, caffè e acqua durante i trasferimenti lunghi.
  • Codice d’autorizzazione del visto (esclusa tasse consolare).

LA QUOTA NON COMPRENDE:

  • spese consolari
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

MASSIMO 20 PARTECIPANTI

ADESIONI ENTRO IL 30 GIUGNO 2017 CON CAPARRA DI 700 € RESTITUITA IN CASO DI ANNULLAMENTO

SALDO ENTRO IL 20 SETTEMBRE 2017

Viaggio Iran 2017

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

Sei politico

Candidati in Iran 2017

Chi sono i candidati in Iran? Con un leggero anticipo rispetto al previsto, il 20 aprile il Consiglio dei Guardiani ha annunciato i candidati ammessi alle presidenziali del 19 maggio.

Oltre al presidente uscente Hassan Rouhani (la cui ammissione non era affatto scontata), ci sono Ebrahim Raisi,  il candidato del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica, la sigla degli osulgarayan, i principalisti), il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf, il conservatore Mostafa Aqa Mir Salim; il primo Vice Presidente di Rouhani Eshaq Jahangiri; e Mostafa Hashemi Taba, a suo tempo ministro nei governi di Rafsanjani e Khatami.

Bocciati Ahmadinejad e i suoi “protetti” Baghaei e Mashai. Nulla da fare per le donne, nemmeno per Marzieh Vahid Dastjerdi, ex ministro di Ahmadinejad che sembrava potesse essere ammessa. Nessuna sorpresa invece il no ad Azam Taleqani, figlia 73enne di uno degli ayatollah protagonisti della rivoluzione del 1979: ogni quattro anni si registra per le presidenziali e viene puntualmente bocciata.

Sondaggio effettuato prima della notifica degli ammessi. Qalibaf non è messo male…

Chi sono i candidati in Iran

Hassan Rouhani, 68 anni

Il presidente uscente è indubbiamente il candidato favorito. Eletto a sorpresa quattro anni fa, ha indubbiamente portato a casa un risultato storico come l’accordo sul nucleare. Come ricordato molte volte, Rouhani non è un riformista ma un moderato pragmatico. Il suo è un governo di coalizione che ha coinvolto e attratto anche diversi conservatori. Al momento, i sondaggi lo vedono favorito.

Ebrahim Raisi, 56 anni

E’ l’antagonista numero 1 di Rouhani. Custode della fondazione Astan-e Qods-e Razavi del santuario dell’Imam Reza a Mashhad, è il candidato sul quale punta – implicitamente – la Guida Khamenei. Suo vice sarebbe Saeed Jalili, ex negoziatore sul nucleare e candidato conservatore sconfitto nel 2013. Raisi ha una vasta – e inquietante – esperienza nel campo della magistratura, avendo fatto anche parte della Commissione responsabile dell’esecuzione di migliaia di prigionieri politici nel 1988. Scarsa invece la sua esperienza politica, così come il suo appeal sul popolo. Si preannuncia così uno scontro principale tra un turbante bianco (Rouhani) e un turbante nero (Raisi è un seyyed, ovvero un discendente del Profeta e dunque, come mullah, indossa un turbante nero).

Mohammad Baqer Qalibaf, 55 anni

Terza candidatura per l’attuale sindaco di Teheran, vero outsider di queste elezioni. Sembrava non dovesse presentarsi, visto il clima poco favorevole creatosi negli ultimi mesi a causa dello scandalo immobiliare di Teheran nord e della tragedia del Plasco. I sondaggi lo vedono in ascesa e non è affatto detto che si ritirerà a favore di Raisi, come pronosticata da alcuni. Nel caso, la dispersione del voto conservatore favorirebbe Rouhani.

Mostafa Aqa Mir Salim, 69 anni

Una candidatura piuttosto anonima. Ex ministro della Cultura con Rafsanjani, si rese protagonista di una censura sistematica di tutto ciò che potesse rappresentare una minaccia di infiltrazione culturale occidentale. Consigliere di Khamenei all’epoca della sua presidenza, potrebbe essere uno dei candidati che si ritireranno nelle prossime settimane. Anche se al momento dell’iscrizione ha annunciato ai media di voler correre fino alla fine, nonostante le scarsissime possibilità di vittoria. Tra i conservatori si teme che la sua permanenza nella competizione sia frutto di una tacita alleanza con Rouhani.

Eshaq Jahangiri, 60 anni

Quella del primo vicepresidente di Rouhani è la candidatura più inattesa ma tutt’altro che incomprensibile. Innanzitutto perché l’ammissione del presidente in carica non era sicurissima e da febbraio si rincorrevano voci su una probabile bocciatura da parte del Consiglio dei Guardiani. E per evitare di lasciare campo aperto ai conservatori, gli esponenti del governo hanno pensato di proporre almeno un’altra candidatura di peso. Poi c’è una ragione tattica: in una prima fase della campagna elettorale, è infatti probabile che conteranno molto anche le alleanze tra candidati duranti i confronti televisivi. Per evitare che diventi un “tutti contro uno” (cioè contro Rouhani), la presenza di Jahingiri potrebbe essere molto utile. Vedremo se e quando poi abbandonerà la corsa in favore del presidente in carica.

Mostafa Hashemi Taba,  70 anni

Altro riformista e altra candidatura tattica. Vicepresidente sia di Rafsanjani sia di Khatami, si presentò nel 2001 ottenendo lo 0,1 per cento dei voti. Rimanendo in corsa potrebbe danneggiare Rouhani, disperdendo il voto dei riformisti.

Sondaggio con candidati ammessi. Per ora nessuno pare ottenere la maggioranza assoluta

Candidati in Iran 2017: Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni

E’ stata una questione su cui si è discusso molto negli ultimi giorni. In Iran, per le elezioni parlamentari e presidenziali, il Consiglio dei Guardiani elegge il Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni, organo composto da sette membri che ha il compito di monitorare e coordinare tutto il processo elettorale. Almeno due di questi membri devono far parte del Consiglio dei Guardiani. Non possono farne parte, ovviamente, candidati alle elezioni. In questa tornata elettorale, ad esempio, era stato inizialmente nominato Raisi, che si è dimesso prima di registrarsi come candidato. Per le presidenziali 2017, ben sei dei sette membri sono del Consiglio dei Guardiani e cioè: Jannati (Presidente Assemblea degli Esperti e Consiglio dei Guardiani), Yazdi, Kadkhodaei Alizadeh, Esmaeili, Rahpeyk. L’ex procuratore generale Mohseni-Ejei ha preso il posto di Raisi quando questi si è candidato.

Speciale candidati in Iran 2017 - Percentuali di affluenza negli anni

L’affluenza alle elezioni presidenziali dal 1980 al 2013

I confronti televisivi dei candidati in Iran

Inizialmente i confronti televisivi in diretta, che tanto avevano influito sulle elezioni del 2013, erano stati vietati. Ma il 22 aprile il Consiglio centrale ha dato l’ok. Il primo appuntamento è per venerdì 28 aprile.

Da aggiungere che il 19 maggio si vota anche per eleggere i consigli comunali e per alcuni seggi vacanti in parlamento.

Sarà quindi un election day in piena regola. La campagna elettorale è ufficialmente cominciata.


Il ritorno di Ahmadinejad

Tutto si può dire di Mahmoud Ahmadinejad tranne che non sia un personaggio destinato a far parlare di sé. Le registrazioni per le elezioni del 19 maggio erano aperte da poche ore, quando il due volte presidente della Repubblica islamica si è presentato sorridente in compagnia di Esfandiar Rahim Mashaei (suo ex capo staff e poi vicepresidente, nonché suo consuocero) e Hamid Baqaei, anch’egli ex vicepresidente. Tutti e tre si sono registrati per concorrere alle presidenziali, anche perché, in questa fase, sono migliaia gli aspiranti candidati che si registrano e quindi un minuto di celebrità non lo si nega a nessuno. Poi, comunque, ci penserà il Consiglio dei Guardiani a fare piazza pulita e lasciare sul tavolo pochissimi concorrenti: 4 nel 2009, 8 nel 2013.

Ma la candidatura di Ahmadinejad è quella che fa clamore, perché contraddice la Guida Ali Khamenei, che aveva “esortato” Ahmadinejad a non candidarsi. Lo stesso ex presidente. appena poche settimane fa, aveva dichiarato di non volersi presentare a queste elezioni e di volersi spendere unicamente per il suo sodale ed ex vicepresidente Baqaei.  Adesso Ahmadinejad sostiene che la Guida lo avrebbe solamente consigliato, senza imporgli nulla. E la sua discesa in campo sarebbe solo un modo per schierarsi in modo palese al fianco di Baqaei, da lui stesso definito un “fratello”.

Resta il fatto che questa candidatura ha già creato scompiglio in campo conservatore. Se il Consiglio dei Guardiani la casserà, sarebbe un po’ una sconfessione dei suoi otto anni di presidenza. E’ vero che i Guardiani non devono rendere note le motivazioni delle bocciature (nel 2013, ricordiamolo, venne cassata la candidatura di un altro ex presidente, Rafsanjani), ma è indubbio che sarebbe un motivo di divisione sul passato recente della storia politica iraniana. E una parte dei “grandi elettori” di Ahmadinejad, tra cui una parte influente dei pasdaran, rimarrebbe fortemente delusa da una decisione del genere.

Se invece la sua candidatura venisse ammessa, sarebbe la Guida Ali Khamenei a venire totalmente sconfessata. Per questo motivo, è assai improbabile che a fine maggio ci troveremo Ahmadinejad in corsa.

Da notare che pochi minuti dopo l’annuncio, il suo sito web (http://www.dolatebahar.com/, il “Governo della primavera”) è andato – guarda caso – ko, salvo tornare online un paio di ore dopo.

In ogni caso, si tratta di una mossa destabilizzante: la figura di Ahmadinejad, a prescindere dal giudizio di merito, continua a essere sottovalutata dagli osservatori occidentali. Per certi versi, il vero personaggio anti-sistema della politica iraniana è lui.

Di sicuro, possiamo trarre due considerazioni da questo colpo di scena:

  1. i conservatori rischiano di presentarsi quanto mai divisi e questo non può che favorire il presidente uscente Hassan Rouhani.
  2. prepariamoci a una campagna elettorale pirotecnica. Le sorprese, forse, sono appena iniziate.

 

Iran. Le tappe verso le presidenziali

Il tempo delle speculazioni sta per terminare: a breve si sapranno i nomi dei candidati alle presidenziali iraniane.

Nel dettaglio, ecco le tappe che conducono al voto di venerdì 19 maggio:

 

11 – 15 aprile: registrazione dei candidati

16 – 20 aprile: il Consiglio dei Guardiani vaglia le candidature

21 – 25 aprile: possibile estensione dell’esame delle candidature

26 – 27 aprile: annuncio dei candidati ammessi

28 aprile – 17 maggio: campagna elettorale

18 maggio: silenzio pre ettorale

19 maggio: election day

Da un punto di vista politico, da segnalare alcune novità. A quanto pare, il sindaco di Teheran (e due volte candidato nel passato) Mohammad Bagher Qalibaf ha scelto di non presentarsi. Mentre, sempre in campo conservatore, salgono le quotazioni di Ebrahim Raisi, custode del santuario dell’Imam Reza di Mashad (ne abbiamo parlato qui).

 

Iran 1396

Il 20 marzo 2017 è iniziato l’anno persiano 1396. Per gli iraniani è tempo di vacanze (le più lunghe di tutto l’anno), di bilanci e di previsioni. E di manovre e calcoli politici, perché tra meno di due mesi si vota per le presidenziali.

Ce la farà Hassan Rouhani a essere rieletto? E, prima ancora, quali saranno gli sfidanti della contesa?

I quattro anni di Rouhani

Arrivati alla fine della corsa, possiamo tracciare un bilancio del primo mandato di Rouhani. Innanzitutto, va ricordato che gli iraniani lo elessero perché tirasse fuori il Paese dall’isolamento internazionale in cui il suo predecessore Mahmud Ahmadinejad lo aveva confinato negli otto anni precedenti. E Rouhani questo obiettivo lo ha effettivamente raggiunto, anche in tempi rapidi, visto che già nei suoi primi cento giorni di governo arrivò a un’intesa ad interim sul nucleare col gruppo 5+1.

Un cambio di narrazione

L’accordo del 14 luglio 2015 rimane un evento storico, al di là delle conseguenze reali – comunque positive, come vedremo – per l’economia e per i cittadini iraniani. Da quel giorno è più difficile, se non impossibile, rappresentare l’Iran come un attore irrazionale. Il gruppo del 5+1, rappresentante in questo caso dell’intera comunità internazionale, ha lavorato con gli iraniani per anni ed è giunto a un’intesa. Tornare al passato, alla reciproca demonizzazione, sarebbe un controsenso per tutti.

L’economia

Il luogo comune (eh sì, anche in Iran ce ne sono molti..) vuole che con Rouhani l’economia iraniana non sia poi così migliorata. Vediamo nel dettaglio. Nel 2013 l’inflazione era intorno al 40%, nel 2016 era al 7,5%. Per la prima volta in trent’anni il costo della vita è inferiore al 10% e questo è indubbiamente un risultato notevole.

Cosa va

Nel 2014 il Pil registrava un calo del 5,8%, mentre nel 2016 era a + 7%. Il dato più significativo è il raddoppio delle esportazioni di greggio in seguito all’implementazione degli accordi sul nucleare (JCPOA). Nell’anno persiano appena trascorso (quindi nel lasso di tempo dal 20 marzo 2016 al 20 marzo 2017) in Iran ci sono stati 9,5 miliardi di dollari di investimenti stranieri. In forte espansione il turismo: secondo i dati del Ministero del turismo iraniano, nei primi 18 mesi dall’elezione di Rouhani le presenze europee sono cresciute del 240%. Nel 2014 l’Iran ha infatti ospitato 5 milioni di turisti, ma il governo mira a raggiungere i 20 milioni in 10 anni. L’industria turistica iraniana ha creato nel 2014 un valore di circa 6 miliardi di euro, per il 2025 si punta ai 27 miliardi. Il tutto comporta forti investimenti nella realizzazione di hotel e infrastrutture, con una forte ricaduta sull’occupazione.

Cosa non va

Il problema principale rimane la mancata creazione di un adeguato numero di nuovi posti di lavoro. La disoccupazione è stata stimata al 12,7% nell’estate 2016. Dato leggermente migliore rispetto all’anno precedente (14,4%) ma ancora piuttosto negativo. Particolarmente grave il dato relativo alla disoccupazione giovanile, attestata al 31,9%.

In generale, il sistema economico iraniano patisce un alto livello di corruzione e inefficienza. La Repubblica islamica segue dei piani economici quinquennali e nel sesto piano – iniziato il 21 marzo – il governo ha puntato molto sul miglioramento dell’efficienza quale contributo alla crescita economica: dovrebbe essere un fattore in grado di garantire il 2,5% della prevista crescita economica dell’8%. Ma non ci sono indicazioni precise su come raggiungere questo obiettivo.  Non esiste, d’altro canto, una vera libertà di mercato in un sistema dominato, nei suoi settori chiave, da entità semi governative.

Banche sull’orlo di una crisi

Particolarmente allarmante la situazione del sistema bancario. Secondo gli esperti, la maggioranza degli istituti di credito iraniani sarebbero sull’orlo della bancarotta. Addirittura il 40% degli asset bancari iraniani sarebbero tossici, compresi crediti in sofferenza. In una situazione simile, il governo sarà costretto a intervenire per salvare il settore bancario e impedire una crisi finanziaria più grave.

Bene, ma non basta

In altre parole, il governo Rouhani ha senza dubbio ottenuti buoni risultati in economia, ma l’Iran avrebbe bisogno di riforme strutturali per sostenere il settore privato e imprimere una svolta di lungo termine all’intero sistema. Per fare questo, avrebbe bisogno di un secondo mandato e di un consenso ampio tra i vertici della Repubblica islamica. Consenso che al momento non c’è: nella riunione dell’Assemblea degli Esperti dell’8 marzo, la Guida Khamenei ha espresso dubbi sull’attuale politica economica del governo.

Politica internazionale: l’asse con Mosca

Oltre al citato accordo sul nucleare, ha un valore storico anche la visita di Rouhani a Mosca a fine marzo. Nel caloroso incontro con Putin, il presidente iraniano sancisce un nuovo asse che modifica non poco gli equilibri del Medio Oriente.

Come spiega Alberto Negri, l’accordo Mosca – Teheran fissa alcuni punti chiave:

rafforzamento delle relazioni strategiche sulla Siria, la conferma che la Russia potrà usare le basi militari iraniane per missioni in Medio Oriente, un accordo di cooperazione sul gas, l’estensione a Teheran della zona di libero commercio dell’Unione economica euroasiatica.
E poi la benedizione di russi e iraniani alla cooperazione con la Turchia, una sorta di trilaterale che si è instaurata con i negoziati di Astana sulla tregua in Siria. In poche parole Mosca e Teheran hanno sfruttato la debàcle di Erdogan nella guerra siriana, dove ha dovuto rinunciare ad abbattere il regime di Bashar Assad, per stringere un’intesa con un membro storico della Nato che è stato per decenni il bastione anti-russo sul fianco sud-orientale dell’Alleanza atlantica. Si tratta evidentemente del maggiore ribaltamento geopolitico regionale perché la Turchia è stato costretta dagli errori di calcolo di Erdogan a spostare il suo asse verso Est nel tentativo di bloccare l’ascesa dei curdi siriani e l’irredentismo di una consistente minoranza che costituisce il vero incubo strategico di Ankara.

Per Rouhani si tratta di un ottimo risultato anche in funzione elettorale: da questo giro di valzer Teheran esce più forte ed è una carta da non sottovalutare nel confronto interno con i conservatori iraniani.

Quali avversari?

Maggio si avvicina e non è ancora chiaro quali saranno gli sfidanti del presidente uscente. I riformisti, per voce di Mohammad-Reza Aref hanno annunciato da tempo che punteranno tutto su Rouhani. Così come il presidente del parlamtno Ali Larijani, proveniente dal campo conservatore, ha dichiarato di “essere un compagno di Rouhani”, anche se non ” intende avere alcun ruolo nelle prossime elezioni”.

Un papabile candidato conservatore è Ebrahim Raisi, custode del santuario dell’Imam Reza di Mashad. E’ solo uno dei tanti nomi che circolano da mesi. Ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle primarie del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica), la sigla sotto cui gli osulgarayan, i principalisti, stanno cercando di riorganizzarsi.

Ma la situazione è ancora nebulosa. Anche perché due altri possibili candidati potrebbero presentarsi come indipendenti. Uno è Hamid Baghaei, vice di Ahmadinejad dal 2009 al 2013, lanciato proprio dall’ex presidente, che il 10 marzo ha criticato sia i riformisti sia i principalisti. L’altro nome è quello di Saeed Jalili, ex negoziatore (conservatore) sul nucleare, già candidato nel 2013. Nessuno dei due vuole presentarsi sotto l’ombrello del JAMNA e una loro eventuale corsa finirebbe col disperdere i voti conservatori e favorire così Rouhani.

Un Khomeini per il futuro?

Ci si chiede, infine, chi potrebbe ereditare il ruolo che fu di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, morto due mesi fa, nel campo moderato. Il nome che sta prendendo quota nelle ultime settimane è quello di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.

Classe 1972, hojatoleslam (religioso di medio livello), in passato si è attirato le antipatie dei conservatori criticando l’interferenza dei militari in politica. Nel 2016 il Consiglio dei Guardiani ha bocciato la sua candidatura all’Assemblea degli Esperti, suscitando non poche polemiche.

Oggi appare come una figura in grado di collegare il campo riformista-moderato con la vecchia guardia e l’establishment religioso. In un post su Instagram lo stesso Rouhani ha recentemente pubblicato una foto che lo ritrae di fronte a Rouhani, con Rafsanjani che esce di scena.

Una rappresentazione social che sa di investitura politica.

Prepariamoci a una campagna elettorale molto interessante.

No Ruz

L’arrivo della primavera segna l’inizia del nuovo anno in Iran e Afghanistan. In questi due Paesi vige infatti il calendario persiano, noto anche come calendario di Jalaali. Si tratta di un calendario solare che stabilisce gli anni bisestili non mediante una regola numerica, ma sulla base dell’osservazione dell’equinozio di primavera. L’inizio del nuovo anno non cade automaticamente ogni 21 marzo, ma varia di volta in volta.   Il 1396 inizia alle 11:28 e 40 secondi  (ora italiana) di lunedì 20 marzo 2017 .

Il calendario persiano è senza dubbio più esatto dal punto di vista scientifico, con un margine di errore di un giorno ogni 141.000 anni. Il calendario gregoriano, in uso in Occidente, ha invece un giorno di errore ogni 3.226 anni. I persiani furono il primo popolo a preferire il ciclo solare al ciclo lunare. Nella cultura zorostriana, predominante in Persia fino all’avvento dell’Islam, il sole ha infatti avuto un’importanza simbolica fondamentale.

Nell’XI secolo, sotto il regno del sultano selgiuchide Jalaal ad-Din Malik Shah Seljuki, una commissione di scienziati della quale faceva parte il grande poeta e matematico Omar Khayyam, elaborò un nuovo calendario sulla base di uno in uso secoli prima. Il nuovo calendario persiano viene tuttora chiamato calendario di Jalaali, in onore del sultano. Sostituito in seguito col calendario lunare islamico, il calendario persiano viene reintrodotto in Persia nel 1922. L’Afghanistan lo adotta nel 1957, ma denominando in arabo i mesi.

Il calendario persiano è così strutturato:

Farvardin (Marzo 21-Aprile 20)

Ordibehesht (Aprile 21-Maggio 21)

Khordad (Maggio 22-Giugno 21)

Tir (Giugno22-Luglio 22)

Mordad-Amordad (Luglio 23-Agosto 22)

Shahrivar (Agosto 23-Settembre 22)

Mehr (Settembre 23-Ottobre22)

Aban (Ottobre 23-Novembre 21)

Azar (Novembre 22-Dicembre 21)

Day (Dicembre 22-Gennaio 20)

Bahman (Gennaio 21-Febbraio 19)

Esfand (Febbraio 20-Marzo 20)

I primi 6 mesi sono di 31 giorni, i successivi 5 sono di 30 giorni e l’ultimo mese è di 29 giorni, 30 giorni in quelli bisestili.

Festa grande (e zoroastriana)

Il No Ruz (nuovo giorno), primo giorno del nuovo anno, è celebrato da almeno tremila anni ed è in assoluto la festa più importante in Iran. Dopo la rivoluzione del 1979 il governo cercò di ridurne l’importanza, in quanto festa preislamica. Fu però una mossa controproducente. La leggenda vuole che lo stesso Khomeini ci ripensò perché le donne di casa non gli rivolsero la parola per due settimane. È una festa bellissima e colorata. Le scuole e gli uffici chiudono per due settimane. Si scambiano auguri (Ayd-e Noruz Mubarak!) e regali (soprattutto banconote fresche di bancomat). Una sorta di Natale celebrato in primavera, dove tutto deve essere nuove, nel segno della rinascita della vita dopo l’inverno.

Pulizie di primavera

La tradizione vuole che le celebrazioni del No Ruz si aprano 12 giorni prima del capodanno con una pulizia a fondo della casa (Khane Tekani). La giornata prevede anche l’acquisto di fiori e la visita ad amici e parenti.

I fuochi del mercoledì

Alla vigilia dell’ultimo mercoledì dell’anno si celebra la festa del fuoco (Chaharshanbe Surì). Il martedì sera, nelle strade si accendono piccoli falò da saltare dopo aver recitato la formula “Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man”, ovvero il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me. È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce. Si crede anche che in questa notte gli spiriti dei morti possano tornare a far visita ai loro cari.

Tutti a tavola con le sette s

Al momento dell’entrata nel nuovo anno tutte le famiglie si riuniscono intorno alla tavola (sofreh) apparecchiata con sette oggetti che cominciano tutti per s: sabzeh, un dolce di germogli di grano o lenticchie che rappresenta la rinascita; samanu, un budino di germogli di grano e mandorle cotte, che simboleggia la trasformazione; sib, una mela rossa, simbolo della salute; senjed, frutto secco dell’albero di loto, simbolo dell’amore; sir, l’aglio, simbolo della medicina; somaq, una polvere di bacche usata per condire la carne, che rappresenta l’aurora; serkeh, l’aceto, simbolo della pazienza. È inoltre abitudine mettere in tavola uova colorate (che rappresentano la fertilità), acqua di rose, uno specchio a centrotavola e un pesciolino rosso in una boccia di vetro.

Haji Pirooz

Il Noruz ha anche una maschera tradizionale, “Haji Pirooz”. Incarna Domuzi, il dio sumero del sacrificio che viene ucciso alla fine del vecchio anno per rinascere all’inizio del nuovo. Haji Pirooz veste un costume rosso (simile a quello di Babbo Natale) e ha la faccia truccata di nero. Per le strade di Teheran è possibile incontrare persone vestite da Haji Pirooz che ballano e suonano tamburi e trombette per augurare un nuovo anno felice.

Sizdah Bedar

Il tredicesimo giorno del nuovo anno è chiamato Sizdah Bedar. Alcuni lo chiamano “pasquetta persiana” perché è tradizione trascorrerlo all’aperto e in compagnia. Gli antichi persiani credevano infatti che le dodici costellazioni dello zodiaco controllino i dodici mesi dell’anno e che ognuna governi il mondo per mille anni. Il tredicesimo giorno rappresenta perciò l’era del caos, che verrà alla fine dei tempi. Per questo motivo, è opportuno trascorrere Sizdah Bedar fuori casa, per scongiurare i malefici generati dal numero tredici. Alla fine di questa “pasquetta persiana”, il sabzeh messo a tavolo per Capodanno, viene messo sotto l’acqua corrente per esorcizzare il malocchio. Oltre che in Iran, il No Ruz è attualmente celebrato anche in India, Afghanistan, Tagikistan, Uzbikistan, Azerbaijan, Kazakistan e Kirghizistan.

Ghorme Sabzi

Ghormeh Sabzi

Il ghormeh sabzi è uno dei piatti tradizionali iraniani più noti, anzi, secondo alcuni può essere considerato il piatto nazionale.

Essenziale, per questa pietanza, è un ingrediente: lo shanbalileh, detto anche fieno greco. Si tratta di una pianta alta fino a 60 centimetri, con foglie simili a quelle del trifoglio. Fiorisce da maggio a giugno. I frutti sono dei legumi di circa 8 cm contenenti semi di colore giallo scuro.

Ha un odore molto forte, che rimane sulle mani di chi cucina e sulla pelle di chi mangia spesso ghormeh sabzi. 

Ingredienti per sei persone:

  • 1, 5 kg di agnello disossato tagliato a dadini
  • 1 cipolla
  • prezzemolo e cipolla tagliati finemente
  • coriandolo
  • 1/3 tazza di olio
  • 1 cucchiaino di curcuma
  • coriandolo
  • 2 tazze d’acqua
  • 1/2 tazza di succo di limone
  • 3 tazze di fagioli
  • 12 tazze di spinaci tagliati finemente
  • 1 patata a dadini.
  • sale e pepe

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Si cuoce la cipolla a fuoco medio finché non diventa dorata. Poi si aggiunge la curcuma e dopo un minuto la carne. Non appena la carne è cotta in superficie, bisogna abbassare il fuoco.

Si aggiungono acqua, fagioli, spinaci, erba cipollina, succo di limone sale, pepe e coriandolo e si lascia cuocere per un’ora. Controllare durante la cottura, aggiungendo acqua e succo di limone.  Si serve  con riso basmati poco alla volta, tenendo la pietanza nel tegame per non farla freddare.

 

Marzo nel segno dell’Iran

Come ogni anno, il mese di marzo, in concomitanza con il No Ruz, è ricco di appuntamenti riguardanti l’Iran. Personalmente, sarò impegnato in diverse iniziative.

Sabato 4 marzo, Torino

Si comincia nel prossimo weekend a Torino, con l’inaugurazione della rassegna cinematografica iraniana sabato 4 marzo alle ore 20,30 presso il Cinema Massimo (Via Verdi, 18). Si comincia con “Night Shift, film di Niki Karimi con Mohammadreza Forotan, Gohar Kheirandish, Amir Aghaei, Sahar Ghoreishi, Leila Zaree e Tarlan Parvane. Interverrò insieme ad Ali Reaza Shoja Noori.

Domenica 5 marzo, Roma

Alle ore 16.30, verrà presentato il romanzo “Via della Rivoluzione” (edito da Lastaria edizioni), scritto dall’autore iraniano Amir Cheheltan.
La presentazione avrà luogo a Roma, presso la libreria Griot, in via Santa Cecilia, 1/A.
Parteciperanno, insieme all’autore, Farian Sabahi (scrittrice, giornalista e docente universitaria specializzata sul Medio Oriente) e Antonello Sacchetti (giornalista e scrittore, esperto di Iran).
Vittorio Di Maio (attore) leggerà alcuni brani tratti dall’opera.

Mercoledì 8 marzo – Sabato 10 marzo, Roma

L’8 marzo si tiene l’inaugurazione della mostra fotografica “Il ronzio del silenzio”.  La mostra, che sarà inaugurata l’8 marzo2017 alle ore 18:00 presso la sede di COMI – Cooperazione per il mondo in via di sviluppo in via di San Giovanni in Laterano 266, rientra tra le attività promosse dal progetto di servizio civile “Parla (e suona) con me!*, e intende promuovere il talento di una giovane artista che esporrà le proprie foto dall’inaugurazione fino a domenica 12 marzo, sempre con orario 16:00-19:00.

Attraverso l’obbiettivo, la fotografa iraniana Mona Zahedi ci aiuterà a cogliere la poesia e la bellezza presente nei dettagli della vita quotidiana, che troppo spesso la velocità con la quale viviamo e la routine di ogni giorno non ci permettono di cogliere.

Nel corso dell’evento, avremo il prezioso contributo del giornalista e scrittore Antonello Sacchetti che ci consentirà di accrescere la nostra conoscenza sul Paese e di ricevere interessanti spunti di riflessione utili a scoprire l’Iran e la sua cultura.

Inoltre, la manifestazione prevede altre due importanti appuntamenti:

  •  Giovedì 9 marzo ore 18:00 proiezione del film Persepolis, vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes 2007, che analizza gli effetti della Rivoluzione islamica in Iran;
  • Venerdì 10 marzo ore 18:00 incontro di approfondimento con l’esperto di Iran Antonello Sacchetti.

 

Martedì 14 marzo, Roma

La festa del fuoco (Chaharshanbe Surì) è senza dubbio la più divertente tra quelle legate all’arrivo del No Ruz, il nuovo anno persiano. Si celebra la sera dell’ultimo martedì dell’anno. Nelle strade si accendono piccoli falò su cui saltare dopo aver recitato la formula «Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man», ovvero «il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me». È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce.

In occasione della festa del fuoco Casetta Rossa organizza una serata persiana:

*ore 18.30 – presentazione del libro ‘La rana e la pioggia’ di Antonello Sacchetti con Cristina Annunziata e Sepideh Shabani di Iran Human Rights
*ore 20.00 cena iraniana a menù fisso (prenotazioni al numero 06 8936 0511)
*a seguire festa

Lunedì 20 marzo, Roma

Capodanno persiano alle ore 11 in Piazzale Ferdowsi a Roma. Come ogni anno, ci troviamo sotto la statua di Ferdowsi per l’haft sin e per scambiarci gli auguri per il 1396.

 

Iran, le sfide del presente e del futuro

Voci Globali mi ha intervistato sulla situazione  politica in Iran a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Il prossimo maggio in Iran si terranno le elezioni presidenziali. Come sta cambiando il Paese, oggi così centrale nel determinare gli equilibri in Medio Oriente? Lo abbiamo chiesto al giornalista Antonello Sacchetti, autore del libro “La rana e la pioggia – L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (Infinito Edizioni)

Antonello, l’Iran è un Paese che conosci bene e da vicino: quali sono i cambiamenti più significativi nell’ultimo decennio?

In Iran negli ultimi dieci anni si sono vissute stagioni molto diverse. Il mio primo viaggio in Iran fu all’inizio del primo mandato di Mahmud Ahmadinejad, e gli otto anni successivi furono segnati da momenti drammatici, come la crisi elettorale del 2009, con l’Onda Verde, i sospetti di brogli, la repressione e uno stato di effettiva chiusura del Paese. Ancora nel 2012 l’atmosfera era molto pesante: le sanzioni da parte di Usa e Ue avevano isolato la Repubblica islamica e in molti temevano un attacco da parte israeliana ai siti nucleari. Attacco che avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per tutto il Medio Oriente. Poi l’elezione del moderato Hassan Rouhani nel 2013 ha aperto una fase politica diversa. È ripreso il dialogo con l’Occidente, come anche gli scambi commerciali, e il turismo occidentale sta registrando un boom clamoroso. Ovviamente non sono tutte rose e fiori: rimangono i problemi relativi ai diritti umani e anche l’economia non ha registrato i miglioramenti sperati. Di fondo, però, il Paese è cresciuto per quello che riguarda l’innovazione tecnologica e si è sviluppata anche una inedita coscienza ambientalista. Il Paese dei giovani – che raccontai nel mio I ragazzi di Teheran del 2006 – è diventato un po’ più “anziano”, forse un po’ più realista. Molti giovani recatisi nel decennio scorso a studiare in Europa e negli Usa, oggi hanno riportato in patria un bagaglio di esperienza e di conoscenze preziosissimo, alla base di un movimento di startup davvero interessante.

Partiamo dal sottotitolo del tuo libro, “Le sfide del presente e del futuro dell’Iran”. Il nuovo presidente degli Stati Uniti ha imposto nuove sanzioni all’Iran, ma già con Obama l’accordo mostrava nodi irrisolti. Cosa sta veramente cambiando con Trump e quali sono gli umori del popolo iraniano rispetto alle mosse di Washington?

Secondo la Guida Khamenei, Trump ha semplicemente svelato il vero volto degli Stati Uniti. È una situazione molto particolare: in generale, i conservatori iraniani hanno sempre preferito l’approccio pragmatico dei repubblicani a quello più ideologico dei democratici. Va però detto che Trump è un repubblicano anomalo, ancora difficile da decifrare. I suoi primi passi in politica estera sono stati disastrosi. L’opinione pubblica iraniana lo percepisce come una minaccia e non ha tutti i torti: il cosiddetto muslim ban ha colpito nel vivo la comunità iraniana negli States che conta quasi un milione di persone. Bisognerà vedere cosa accadrà alle elezioni presidenziali in Iran a maggio. Di sicuro, la retorica di Trump favorisce i conservatori contrari al dialogo e al compromesso con l’Occidente. Nel 2002 Bush junior inserì l’Iran nell’”Asse del male” (con Iraq e Corea del Nord) assestando un colpo tremendo alla stagione riformista di Khatami. In molti si chiesero: che senso ha dialogare con l’Occidente se poi comunque finiamo “nell’elenco dei cattivi”? Detto questo, non darei giudizi apocalittici. Recentemente, un alto diplomatico iraniano mi ha detto durante una conversazione privata: “In Iran abbiamo 3.500 anni di Storia; passerà anche Trump.

Quali sono secondo te i rischi del possibile ritiro americano dai teatri mediorientali?

Dipenda da cosa intendiamo. In un certo senso, se gli Usa si occupassero meno di Medio Oriente, forse farebbero meno danni. Basti vedere quali conseguenze terribili abbiano avuto le scelte in Iraq, Siria, Libia e in generale nelle cosiddette primavere arabe.

Come viene percepito oggi in Iran il processo di trasformazione della politica e dell’economia locali?

Non so se sia corretto parlare di trasformazioni effettive o solo di intenzioni, più o meno dichiarate. Il processo di distensione e dialogo portato avanti dall’attuale presidente ha ovviamente i suoi avversari. Ci sono forze politiche ed economiche che nel periodo delle sanzioni e dell’isolamento si sono arricchite attraverso il mercato nero. Forse alcune dinamiche – come quelle riguardanti i mezzi di comunicazione, il digitale – sono ormai irreversibili. Su molte altre la partita è aperta e tutt’altro che scontata: non è affatto detto che le forze del cambiamento avranno la meglio su quelle della conservazione. Certo, la popolazione è giovane e tra dieci anni la generazione che ha fatto la rivoluzione sarà in età da pensione. Ma non dimentichiamo che la Repubblica islamica, così come è oggi, nelle sue innumerevoli storture, è l’unico Stato davvero stabile in un’area davvero travagliata. Prima di optare per cambiamenti radicali, gli iraniani ci penseranno mille volte. La rivoluzione loro l’hanno già fatta nel 1979, non credo ne aspettino altre.

A che punto è oggi il sistema finanziario iraniano a livello normativo?

È una questione complicata, perché l’Iran è stato finora escluso dal circuito finanziario mondiale. Anche dopo la fine delle sanzioni, il sistema è bloccato e sottocapitalizzato. Nel Paese ci sono 31 istituti di credito, con un livello di patrimonializzazione molto basso rispetto alle medie europee e con un livello di crediti in sofferenza piuttosto preoccupante: la media al 20% degli attivi, con punte fino al 40%. Anche dopo la fine delle sanzioni, la maggior parte degli istituti di credito europei sono stati molto titubanti a investire in Iran per paura di possibili ritorsioni da parte Usa.

 In che modo Teheran può crescere nei rapporti con la Cina?

L’interscambio commerciale con Pechino è cresciuto molto negli anni di Ahmadinejad, quando le porte dell’Occidente e dell’Europa in particolare si sono chiuse. In quegli anni (2005-2013) Teheran ha venduto greggio non raffinato alla Cina ed ha importato beni a basso costo e di scarsa qualità da Pechino. Non è stato uno scambio molto conveniente per l’Iran. Bisogna vedere cosa accadrà a maggio: se Rouhani sarà rieletto – cosa niente affatto scontata – lo sguardo dell’Iran sarà comunque ancora rivolto a Occidente. Se dovesse prevalere un candidato conservatore, è probabile che il rapporto con la Cina potrebbe tornare di grande attualità.

Parliamo della guerra in Siria. La politica iraniana in Siria secondo te è stata più mossa da motivazioni geopolitiche o da motivazioni religiose?

Tutta la politica estera iraniana è da sempre mossa da principi di interesse nazionale. La religione c’entra davvero poco, se non come copertura ideologica a strategie prettamente geopolitiche. La Siria è l’unico alleato strategico di Teheran in Medio Oriente. L’unico dei Paesi arabi, vale la pena ricordarlo, che lo appoggiò nella guerra di difesa contro l’Iraq. Per fare un esempio del pragmatismo iraniano in politica estera, basti guardare alla sua posizione nel lungo conflitto in Afghanistan, dove ha sempre sostenuto la fazione tagika, di lingua persiana ma sunnita, e non gli hazara, la minoranza sciita.

Se, oltre la Siria, Iran e Russia stringeranno nel tempo un’alleanza strategica, quali potrebbero essere le conseguenze?

Non so se esista la possibilità concreta di un’alleanza a lungo termine con la Russia. L’Iran ha fatto una rivoluzione anche – se non soprattutto – per riscattarsi da una condizione geopolitica di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti; non si metterebbe mai in una condizione di inferiorità con Mosca. Non credo nemmeno che ci siano poi tutti questi punti di contatto tra Russia e Iran. Gli altri Paesi sono già di fatto avversari di questo “asse”. Non c’è solo il fronte siriano, anche quello dello Yemen e la crisi in Bahrein. Fronti sui quali Iran e Arabia Saudita si confrontano di fatto in guerre per procura. Ad ogni modo, la Russia è stata nella Storia, un avversario della Persia, o una minaccia. E l’opinione pubblica non credo sarebbe mai entusiasta di una scelta simile. Oggi vive questa “alleanza” come una scelta tattica, soprattutto in funzione anti Daesh. Vale la pena ricordare che Russia e Iran sono i soli Paesi – oltre ai diretti interessati Siria e Iraq –  a combattere l’Isis con forze armate di terra.

Finito il bipolarismo, si apre davvero la stagione del multipolarismo?

Di fatto, credo che esista un multipolarismo di secondo livello. Oltre al fatto che forse un bipolarismo si sta in qualche misura ricreando, credo che in Medio Oriente, ad esempio, ci siano potenze di medio livello che abbiano una forza attrattiva nei confronti di altri Paesi. Certamente l’Iran lo è.

Ci sveli qual è il significato del titolo del tuo libro, “La rana e la pioggia”?

Il titolo prende spunto da una poesia del 1952 di Nima Yooshij, padre della poesia persiana contemporanea. Secondo una credenza popolare del Nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. Per Nima, la pioggia è una metafora della rivoluzione, di un cambiamento epocale. L’Iran viene spesso descritto come un Paese in procinto di cambiare; all’indomani dello storico accordo sul nucleare (luglio 2015) questo tema è divenuto quanto mai attuale. Nel libro ho cercato di affrontarlo con uno sguardo molto personale, non legato cioè soltanto alle questioni sociali ed economiche, ma anche alle mie esperienze.

(Intervista di Elena Paparelli)

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Il cliente

Le conseguenze del cinema iraniano. Dopo aver visto Forushandeh, Il cliente, (ma in originale il titolo vuol dire “Venditore”) ultimo film del Premio Oscar 2012 Asghar Farhadi, ho sentito la necessità di leggere Morte di un commesso viaggiatore, il dramma più famoso di Arthur Miller. Sì, lo so che è un grande classico e quindi dovrei dire di “averlo riletto”, ma il punto è proprio questo: un film iraniano mi ha “costretto” a scoprire un classico della cultura americana/occidentale contemporanea.

Non è una novità, per chi conosce la cultura iraniana o anche solo il suo cinema. Ma è un punto di partenza, perché la lettura di Miller mi ha aiutato ad avvicinarmi al senso ultimo del film, sempre a patto che sia importante arrivarci a quel senso.

Breve digressione non causale

Non andiamo con ordine, ma partiamo dalla scena iniziale del film. In una Teheran invernale, un palazzo viene sgomberato in fretta e furia perché sta per crollare. E qui mi è venuta subito in mente la scena conclusiva del pilot della prima (e a quanto pare, ahinoi, unica) stagione di Vinyl, grandiosa serie TV della statunitense HBO ambientata nella New York del 1973. Lì il protagonista Richie Finestra viene travolto dal crollo dello stabile in cui sta assistendo al concerto dei New York Dolls e prende la decisione che dà il via alla narrazione della serie. Qui il crollo non avviene ma costringe una giovane coppia, Rana ed Emad, a cercare una nuova casa.

Sono entrambi attori di teatro, impegnati nella messa in scena, appunto, di Morte di un commesso viaggiatore. Grazie a un altro membro della compagnia (il “nostro”  – in quanto italiano d’adozione – Babak Karimi, uno dei più versatili attori iraniani contemporanei) trovano un altro appartamento, appena liberato da una misteriosa inquilina.

Una scenda del film
Una scena del film

E qui accade il fattaccio. Perché nell’appartamento in questione Rana subisce un’aggressione destinata a sconvolgere la sua vita e quella di Emad. Come in altri film, Farhadi ti illude facendoti vedere i binari di una trama tutta in rettilineo, salvo imporre un paio di sterzate quando meno te lo aspetti. Non voglio rivelare troppo, ma il film riserva almeno un paio di sorprese nell’ultima parte, la più drammatica.

Emad insegna al liceo e di sera recita, insieme a Rana, in una compagnia teatrale, alle prese, per l’appunto, con Morte di un commesso viaggiatore. E’ in questa alternanza tra realtà e finzione che Farhadi gioca la sua partita. Tra le righe dei dialoghi dei protagonisti c’è il confronto con la censura (i testi da ritoccare, il ridicolo di recitare vestiti fingendo di essere nudi, ..) e più in generale la difficoltà – comune a tutti gli artisti del mondo – di conciliare l’arte con la vita quotidiana.

La vacca

C’è una scena che merita forse un approfondimento. Emad fa vedere ai suoi studenti il film Gâv (La vacca) di Dâriyush Mehrju’i, un grande classico del cinema iraniano, premiato a suo tempo con il Premio della Giuria Fipresci alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1970. Il film narra la storia Hassan, contadino povero di un paesino sperduto, la cui unica proprietà è una vacca. Durante una sua breve assenza, la vacca muore. Gli altri abitanti del villaggio, temendo la reazione di Hassan, gli raccontano che la vacca è fuggita. Sfiancato dalla ricerca e dall’attesa, Hassan impazzisce e comincia a comportarsi come fosse lui stesso una vacca. Fino a morire.

La ricerca della dignità

Cosa c’entra Gav con la storia di Forushandeh e con Morte di un commesso viaggiatore ? Sono tutte storie  i cui protagonisti sono animati da una furiosa ricerca di riscatto per la dignità. Come il commesso viaggiatore di Miller cerca la sua dignità esistenziale attraverso il successo economico, come il povero Hassan finisce con l’identificarsi con il suo unico mezzo di sostentamento, così Emad cerca un colpevole non per un reale bisogno di giustizia ma per cancellare una ferita che sente probabilmente soprattutto come un’offesa alla propria dignità.

Archiviata la trasferta parigina – poco felice – del Passato, Farhadi ritorna a un’ambientazione iraniana con un passo più maturo, forse più consapevole. Anche in altri film c’erano influenze della letteratura e del cinema europeo (basti mettere a confronto About Elly con Avventura di Michelangelo Antonioni, per fare un solo esempio), ma stavolta è tutto più esplicito e più dichiarato.

I premi ottenuti a Cannes (per la migliore sceneggiatura a Farhadi stesso e a Shahab Hosseini come migliore attore), sono la prova di un salto di qualità definitivo di un’intera generazione. E’ grande cinema, stop.

A proposito di cinema iraniano

Sabato 5 marzo 2017 ho partecipato alla inaugurazione di una rassegna di cinema iraniano a Torino. Ecco il video del mio breve intervento presso il Cinema Massimo. (Nella foto, con Ali Raza Shoja Noori).

Cinema iraniano a Torino

Sabato 4 marzo si svolge a Torino l’inaugurazione di una rassegna di film iraniani. Si tratta di un progetto nato dalla collaborazione tra Farabi, Fajr International Film Festival e Museo Nazionale del Cinema di Torino.

L’appuntamento è alle 20,30 presso il Cinema Massimo, Via Verdi 18, Torino.

Partecipano: Ali Reza Shoja Noori (attore e produttore iraniano) e Antonello Sacchetti .

Si comincia con “Night Shift, film di Niki Karimi con Mohammadreza Forotan, Gohar Kheirandish, Amir Aghaei, Sahar Ghoreishi, Leila Zaree e Tarlan Parvane. Interverrò insieme ad Ali Reaza Shoja Noori.
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