Il prezzo della crisi

Iran, crisi

L’Iran torna online dopo una settimana intera di blocco. Settimana in cui le voci della protesta nata dopo il taglio ai sussidi sulla benzina si sono rincorse in modo piuttosto confuso.

Tutto è cominciato in modo improvviso e si è sviluppato con una rapidità che ha lasciato interdetti la maggior parte degli osservatori. O, almeno, quelli abbastanza onesti da ammettere di non avere gli strumenti per decodificare quello che stava realmente avvenendo in Iran.

Qui sotto è possibile seguire in tempo reale lo stato di Internet in Iran

Quello che sappiamo

Sappiamo che da sabato 16 novembre ci sono state proteste violente in molte città iraniane. Sono le stesse autorità a confermarlo e a precisare che si è trattato di una crisi grave ed estesa. Colpisce, tuttavia, la rapidità con cui si è deciso il black out di Internet. Come se l’operazione fosse stata premeditata o quantomeno preventivata.

Degli scontri circolano in rete numerosi video. Alcuni, rilanciati dal canale in lingua persiana della BBC, hanno avuto moltissime visualizzazioni e hanno scatenato un vivace dibattito in rete.

Dalle immagini e dalle scarne testimonianze, non sembrano emergere grandi assembramenti di persone, ma azioni condotte da gruppi non molto folti. L’estrema violenza che ne è scaturita è stata sorprendente e anche chi non ha assistito direttamente agli sconti, ha potuto constatarne gli effetti: banche e pompe di benzina dati alle fiamme, uffici governativi e auto distrutte.

Tabriz

Quello che non sappiamo

Non conosciamo il numero delle vittime. Amnesty International parla di almeno 106 morti. Le autorità iraniane, di contro, limitano il numero a quattro. Si parla di mille o duemila persone arrestate. Molti feriti non si recherebbero negli ospedali per il timore di essere individuati. Ma, appunto, il condizionale è obbligatorio. Non conosciamo nemmeno l’età media dei dimostranti e la loro estrazione sociale. Sono principalmente studenti o lavoratori?

Non reggono i paragoni con le ondate di proteste più recenti: la famosa Onda Verde del 2009 e le manifestazioni dell’inverno 2017-2018. Nel primo caso la crisi era prettamente politica, legata a elezioni contestate; esistevano dei leader riconosciuti e in piazza scesero – perlopiù pacificamente – centinaia di migliaia di persone, soprattutto a Teheran. Nel secondo caso – come stavolta – la scintilla era di origine economica. Non c’erano leader riconosciuti e ci fu un’escalation di violenza, ma non grave come stavolta. Internet non venne bloccato e circolarono molte immagini. Fu una crisi più lenta, con un andamento irregolare e concentrata in alcune città come Mashad e Kermanshah.

L’accademico statunitense Juan Cole ha suggerito piuttosto un parallelo con le proteste – pilotate da Usa e Gran Bretagna – che nel 1953 portarono al golpe con cui venne deposto Mossadeq. Una similitudine interessante – oltre che inquietante.

Altre voci, altre stanze

Non appena la connessione è stata ristabilita, il ministro delle Comunicazioni e dell’ICT Mohammad-Javad Azari Jahromi ha diffuso un video messaggio in cui prende le distanze dalla decisione di spegnere Internet per una settimana. Si scusa con gli iraniani e attribuisce il provvedimento alle Organizzazioni per la sicurezza. Le imbarazzate scuse del ministro (appena pochi giorni fa i media occidentali avevano coniato per lui il termine di “Macron iraniano“) sono un segnale evidente della difficoltà dell’esecutivo guidato dal presidente Hassan Rouhani. La vicepresidente Masoumeh Ebtekar ha provato a difendere l’esecutivo: “Il governo non è mai stato contro la libera circolazione delle idee (…) Il governo non è il solo a prendere decisioni (…) I disordini sono stati creati da gruppi che hanno approfittato delle condizioni create dalle sanzioni americane”.

Rouhani in questo momento è preso tra due fuochi: i conservatori che scaricano su di lui tutte le responsabilità della crisi economica. E l’opinione pubblica che è pronta a fargli pagare il taglio ai sussidi e la repressione della protesta.

Anche chi non ha partecipato alle manifestazioni ha subito un blackout pesante, che ha prodotto danni economici ancora tutti da valutare.

Emblematici di questo momento, i titoli di alcune testate vicine ai riformisti. Arman-e Melli parla di un prezzo politico da pagare dal governo per i suoi disastri”. Hamshahri titola sui “media vuoti della voce del popolo”. L’Associazione dei Giornalisti ha pubblicato una nota ufficiale in cui denuncia l’ordine imposto ai reporter di non pubblicare foto e notizie delle proteste. Etemad cita il vicepresidente Eshaq Jahangiri : “Ascoltiamo la voce del popolo”.

Arman-e Melli

Hamshahri
Etemad

In questo quadro così incerto, torna timidamente sulla scena l’ex presidente conservatore Mahmud Ahmadinejad, che da un paio di anni utilizza i social in modo sistematico. In un video, lamenta la disaffezione del popolo nei confronti della situazione generale e si rivolge, in tono pacato, direttamente a Rouhani e – indirettamente – anche alla Guida (“le altre parti del sistema”) chiedendo retoricamente: “Il Paese è forse una vostra proprietà?”.

Una “crisi organica”

Come scrive Rahman Bouzari, giornalista del riformista Shargh, siamo probabilmente di fronte a quella che Antonio Gramsci avrebbe definito una crisi organica. Una fase, cioè, in cui la classe governante non è più in grado di produrre consenso sociale. Non è cioè soltanto la questione del prezzo della benzina, ma la difficoltà della Repubblica islamica a dare risposte ai propri cittadini a livello politico, economico, ideologico e sociale.

Questa settimana di violenze e silenzio web, sarebbe la prosecuzione di quanto iniziato due anni fa e proseguito poi con una serie di fenomeni di intensità minore, legati più o meno tutti a questioni di disagio economico e occupazionale.

Tra tre mesi gli iraniani saranno chiamati alle urne per il rinnovo del parlamento. Al di là del risultato – prevedibile il successo dei conservatori – sarà importante il dato dell’affluenza, termometro da sempre molto indicativo dello stato di salute del sistema.

Sempre che nel frattempo non ci siano decisioni clamorose. Nessun presidente della Repubblica islamica si è mai dimesso. Ma la storia dell’Iran insegna a prestare sempre la massima attenzione a tutti i segnali .

Una rivoluzione attraverso i libri

Giovedì 28 novembre alle 19 verrà presentato a Officine Fotografiche il libro “Enghelab Street, una “Rivoluzione attraverso i libri. Iran 1979 – 1983″. Incontro con Hannah Darabi a cura di Luciano Zuccaccia.

Enghelab Street, strada della Rivoluzione. Posta al centro della capitale dell’Iran, Teheran – principale arteria della vita culturale della città con numerose librerie.

Questo libro presenta numerose rare pubblicazioni di libri di propaganda collezionati dall’artista Hannah Darabi, iraniana di nascita ed ora operante  a Parigi.

I libri presi in esame comprendono un periodo storico tra il 1979 e il 1983, un arco temporale in cui si sono succeduti la fine del regime dello Shah e l’inizio del Governo Islamico per poi, dal 1981, l’avvento della “guerra imposta” con l’Iraq.

Attraverso quest’opera Darabi ci conduce al centro dell’inteso periodo artistico culturale della storia iraniana, accompagnata da un testo critico di Chowra Makaremi.
Grazie a questa pubblicazione si ha per la prima volta la possibilità di vedere delle rare pubblicazioni e di capire cosa sia avvenuto in quel periodo.

Il libro ha vinto il primo premio nella sezione libri storici ad Arles nel 2019 ed è in gara per il Catalogo dell’anno, premio istituito da Aperture.

Presentazione editoriale – Giovedì 28 novembre ore 19 – Officine Fotografiche Roma

Officine Fotografiche Roma

Via Giuseppe Libetta, 1 – 00154 – Roma
Tel. +39 06 97274721
of@officinefotografiche.org

https://roma.officinefotografiche.org/

Iran, l’inverno dello scontento

La notizia è arrivata venerdì 15 novembre: il governo iraniano ha deciso di ridurre i sussidi relativi all’acquisto di benzina, determinando così un aumento del 50% del prezzo del carburante.

L’aumento del prezzo della benzina

In pratica, ogni cittadino iraniano può ora comprare fino a 60 litri di benzina al mese a 15.000 rial, cioè circa 32 centesimi di euro al litro, mentre ogni litro in più costa 80 centesimi. Prima di questo provvedimento, in un mese si potevano acquistare in un mese 250 litri a circa 0,25 euro al litro.

Secondo il governo di Hassan Rouhani questo provvedimento porterà nelle casse dello Stato tra i 300 e i 310 mila miliardi di rial, (2,55 miliardi di dollari all’anno). Il ministro del petrolio Bijan Zanganeh ha dichiarato che le entrate saranno indirizzate principalmente a 18 milioni di famiglie bisognose. Zanganeh ha aggiunto che  “il governo controllerà il consumo annuale di 94 milioni di litri, di cui 64 milioni saranno venduti tramite carte di razionamento”.

Le proteste nelle città iraniane

L’annuncio dell’aumento della benzina ha scatenato quasi immediatamente la protesta in numerose città iraniane. A Teheran, nel giorno della prima nevicata della stagione, si sono riscontrati diversi blocchi del traffico e assembramenti sporadici di persone che hanno scandito slogan contro il governo e contro il sistema. Più grave la situazione in altre città: a Sirjan, nella provincia di Kerman, una persona è morta negli scontri seguiti all’attacco di un deposito di carburante da parte dei dimostranti. Un’altra persona sarebbe morta a Behbahan, nella provincia del Khuzestan. Come sempre accade in circostanze simili, non è semplice avere un quadro chiaro della situazione. Sui social circola anche un video che mostrerebbe un dimostrante colpito da un colpo d’arma da fuoco. In altre immagini, si vedono chiaramente le forze dell’ordine intervenire con violenza, colpendo manifestanti e auto in transito.

Il blocco di internet

A conferma della gravità della situazione, il blocco di internet, scattato nella giornata di sabato 16 novembre e confermato da un lancio dell’agenzia semi ufficiale ISNA che riprende un comunicato del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale che parla di “limitazioni all’accesso a Internet per 24 ore”.

Questa decisione ricorda altre situazioni di crisi, in cui le autorità della Repubblica islamica hanno limitato o impedito totalmente l’accesso alla rete. Fu così nel 2009, nelle settimane dell’Onda Verde. Di sicuro, la mancanza di connessione, aumenta l’incertezza su quanto stia effettivamente accadendo in Iran.

La questione dei sussidi

In Iran il prezzo della benzina è un prezzo politico, già dall’epoca dello scià. Da anni, il prezzo garantito dalla Repubblica islamica è assolutamente insufficiente a coprire i costi di estrazione e raffinazione. L’esportazione del petrolio è la principale voce di bilancio per lo Stato iraniano, ma il ripristino delle sanzioni da parte degli Usa, dopo il ritiro dall’accorso sul nucleare, ha provocato il collasso. Oggi Teheran esporta 500.000 barili di petrolio al giorno, quando il limite per la sua sopravvivenza economica è stimato a un milione. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, i sussidi per la benzina rappresentano l’1,6 per cento del PIL iraniano per il periodo 2017-18. Un costo enorme per una misura che oltretutto riguarda tutti gli iraniani, anche quelli con i redditi medio alti che possono tranquillamente permettersi un prezzo più alto per le loro auto. A rimetterci, adesso, sono le classi sociali più povere.

La questione politica ed elettorale

Di sicuro la decisione di Rouhani non è stata azzeccata nella tempistica. E forse – come si dice sempre un po’ ovunque in ogni situazione – non è stata ben comunicata. Resta però il fatto che si tratta di una decisione necessaria nel quadro della cosiddetta strategia della “massima resilienza” adottata dalla stessa Guida per contrastare la “massima pressione” voluta da Donald Trump. E non c’è dubbio che la presidenza ha preso questa decisione di comune accordo con i vertici della Repubblica islamica, a cominciare dalla Guida. Che infatti, nel condannare i disordini – attribuiti come sempre a “elementi esterni” – ha rimarcato il sostegno alle decisioni di Rouhani.

In questo quadro, è però proprio il presidente moderato a rischiare di più dal punto di vista politico. I conservatori fanno quadrato non attorno a lui ma attorno a Khamenei, cioè al sistema. E se il quotidiano Keyhan scrive che gli aumenti sono necessari, il riformista Seda-ye Eslahat titola: “Il popolo ha perso le speranze in Rouhani e aspetta le sue dimissioni”.

Come dire: “Con amici simili, chi ha bisogno di nemici?”.

Il 21 febbraio 2020 si svolgono le elezioni parlamentari, tradizionalmente una sorte di midterm in attesa delle presidenziali del 2021. Facile prevedere una bassa affluenza, altrettanto facile una vittoria dei conservatori.

In mezzo, questa crisi, che al di là dei facili e un po’ pelosi entusiasmi dei cronisti occidentali, molto difficilmente sfocerà in una crisi anti-sistema. La questione è essenzialmente economica.

L’inverno dello scontento iraniano è soltanto iniziato.

Seda-ye Eslahat (La voce della riforma) chiede le dimissioni di Rouhani

Aggiornamenti

https://twitter.com/netblocks/status/1197119013022818305

Continua il blocco di Internet in Iran. Le linee telefoniche funzionano, seppure con alcune limitazioni. Non si hanno ancora notizie chiare circa i disordini in atto nel Paese. Amnesty International parla di “almeno 106 manifestanti uccisi” in scontri in 21 città. Le autorità iraniane parlano invece di tre agenti uccisi a coltellate dai “rivoltosi”.

Continua a essere particolarmente difficile accedere a informazioni dirette.

Intervista a radio Vaticana – 20 novembre 2019

Aspettando No Ruz

Viaggio in Iran dall’1 al 13 marzo 2020. Teheran, Shiraz, Kerman, il deserto di Lut, Yazd, Isfahan, Kashan. A 2.985 euro voli e visto compresi

Viaggio in Iran 1 – 13 marzo 2020

No Ruz è il capodanno persiano, che coincide con l’equinozio di primavera. È la festa più importante in Iran e questo viaggio sarà un percorso di avvicinamento alla Festa attraverso la storia, l’arte, le tradizioni e la cucina di questo grande Paese.

GiornoDataItinerario
11° marzoAereo Roma – Teheran
Incontro con la guida in aeroporto
Trasferimento in hotel
Pernottamento a Teheran
22 marzoVisita di Teheran città
Museo Archeologico azionale (parte antica)
Palazzo Golestan
Museo dei Gioielli
Ponte della natura
Volo per Shiraz
Pernottamento a Shiraz
33 marzoVisita alla moschea Nasir-ol-Molk o delle Rose
Madrasa del Khan
Bazaar di Vakil
Pranzo
Moschea di Vakil
Hammam di Vakil
Tomba di Hafez
44 marzoTrasferimento a Marvdasht e visita di Persepoli
Visita Tombe rupestri di Naqsh-e-Rostam
Visita di Pasargade (Tomba di Ciro)
Ritorno a Shiraz
Cena
Moschea Re delle Lampade (optional free/qualora richiesto
Pernottamento a Shiraz
55 marzoTrasferimento Shiraz-Kerman
Visita al lago salato di Maharlu
Visita del palazzo di Bahram presso Sarvestan
Visita alla moschea del venerdì di Neiriz
Arrivo a Kerman e cena in albergo
Pernottamento a Kerman
66 marzoVisita di Kerman
Complesso Ganj-Ali-Khan. Piazza e Hammam
Moschea del venerdi di Kerman
Fortezza di Rayen
Giardino Shazde di Mahan P.U.
Mausoleo del sufi Nematollah Vali a Mahan
Arrivo a Shahdad
Cena nel deserto di Lut, possibile convocare astronomo (optional a pagamento)
Pernottamento in casa tradizionale a Shahdad o ritorno a Kerman (da stabilire)
77 marzo Giro nel deserto al mattino presto
Possibile girare nel deserto con i 4X4 (optional a pagamento)
Partenza da Shahdad per caravanserraglio Zineddin
Cena in caravanserraglio
Altro luogo dove si può disporre di astronomo
Ballo del legno dei beluci (qualora accettino di farlo)
Pernottamento nel caravanserraglio di Zineddin (possibile spostarsi anche fino a Yazd).
88 marzoGiro di Yazd
Torri del Silenzio
Passeggiata in quartiere antico (P.U.) Prigione Alessandro Cupola 12 Imam
Pranzo
Museo dell’acqua
Piazza Amir Chakhmaq
Cena
Pernottamento a Yazd
99 marzoYazd-Meybod-Naeen-Isfahan
Castello Narin di Meybod
Caravanserraglio di Meybod Piccionaia di Meybod
Ghiacciaia di Meybod
Moschea del venerdì di Naein
Arrivo a Isfahan
Giro nella piazza centrale, presentazione generale e cena in piazza in ristorante tradizionale
Pernottamento a Isfahan
1010 marzoIsfahan
Moschea della Regina o Shaikh Lutfullah
Moschea dello Scià
Tempo libero bazaar
Visita palazzo delle 40 colonne
Cena e pernottamento a Isfahan
1111 marzoIsfahan
Visita a cattedrale armena di Vank
Palazzo Ali Qapu
Giro nel bazaar
Visita ai ponti
Cena in ristorante tradizionale/albergo
Pernottamento a Isfahan
1212 marzoIsfahan-Kashan-Qom-Ibis
Visita a villaggio zoroastriano di Abyaneh
Visita a giardino Fin di Kashan P.U.
Visita a casa Tabatabee di Kashan
Visita a Qom
Possibilità di incontro con membro del clero islamico sciita che parla italiano
Cena in albergo Ibis
Pernottamento presso albergo Ibis
1313 marzo
Volo per Roma da aeroporto IKIA

Condizioni

QUOTA INDIVIDUALE 2.985 EURO

SUPPLEMENTO SINGOLA: 400 EURO

CAPARRA DI 1.000 EURO DA VERSARE ENTRO IL 20 GENNAIO 2020

N.B. La caparra verrà restituita qualora il gruppo non si formasse. In caso di rinuncia da parte del viaggiatore, la caparra non verrà restituita.

SALDO ALLA PARTENZA

I servizi inclusi sono:

➢ guida di alto profilo (studiosi, docenti) specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale

➢ tariffe aree per i voli internazionali

➢ tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia

➢ spese consolari

➢ assicurazione sanitaria (obbligatoria per il visto) e bagaglio

➢ accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza

➢ sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo

➢ colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e acqua minerale.  

➢ trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con pulmino VIP con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata 

➢ tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei

➢ gadget di viaggio personalizzati

Non sono inclusi: 

➢ assicurazione annullamento viaggio

➢ tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche

➢ mancia alla guida

➢ mancia all’autista

➢ spese per visite o programmi non compresi nel programma ordinario (astronomo, escursione con quattro per quattro nel deserto, giardino degli uccelli, ecc…)

➢ tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com 339 1369642

La ‘Guerra Imposta’ in un romanzo

Incontro con Ahmad Dehqan, autore di Viaggio in direzione 270°. Mercoledì 20 novembre 2019 a Roma

Benvenuto del Presidente ISMEO

Interverranno:

Akbar Gholi, direttore dell’Istituto Culturale dell’Iran a Roma

Michele Marelli

Franco Recanatesi

Leila Karami

On. Lia Quartapelle

Modera

Antonello Sacchetti

Con la presenza dell’autore, Ahmad Dehqan

Mercoledì 20 Novembre 2019 ore 17
Sala Spinelli
Palazzo Baleani,
Corso Vittorio Emanuele II 244, Roma

La 'Guerra imposta' in un romanzo

Iran dell’Ovest 2020

Viaggio nell’Iran occidentale dal 29 maggio al 13 giugno 2020. Dal Khuzestan al Mar Caspio. 2.985 euro voli e visto compresi

Un itinerario insolito per scoprire siti e città che in genere non vengono toccati dai tour classici.

Il viaggio inizia con la regione del Khuzestan; con lo Ziggurat del secondo millennio avanti Cristo; poi si va verso l’Iran verdeggiante del nord-ovest, le foreste vicine al Mar Caspio, la proverbiale Valle degli Assassini, un mix di storia, natura e sapori. Si visitano templi del fuoco zoroastriani, moschee, chiese e sinagoghe antichi; si visita la tomba del profeta Daniele a Susa, la tomba di Ester a Hamedan; due chiese del primo secolo cristiano. O ancora la città di Takht-e-Soleiman, che Antonio tentò invano di conquistare nel 36 d.C. dopo aver lasciato Cleopatra, o la proverbiale Tabriz con il bazaar più grande del mondo; o ancora quella cupola di Sultaniyah che ha ispirato la cupola di Santa Maria del Fiore di Firenze. Garantito anche tanto divertimento e natura con il giro in barca nella grotta fluviale più lunga del mondo (Ali Sadr), vicino ad Hamedan, la visita alla laguna di Bandar Anzalì, piena di uccelli rari, e il bagno nelle acque termali di Sarein vicino ad Ardebil e perchè no, pure nel Mar Caspio. Per gli appassionati di gastronomia, fantastiche ricette del nord dell’Iran, in particolare l’appuntamento al ristorante Moharram di Rasht, o i prodotti naturali famosissimi del villaggio troglodita di Kandovan (ricotta, formaggio, miele).

GIORNO DATA ITINERARIO
    1   Venerdi 29/05/2020 Aereo Roma – Teheran
Incontro con la guida in aeroporto
Trasferimento in hotel
Pernottamento a Teheran
    2     Sabato 30/05/2020 Visita della Teheran che i tour non visitano
Palazzo Saad Abad
Pranzo
Ambasciata Usa
Volo per Ahvaz
Cena in albergo e pernottamento ad Ahvaz, la capitale del petrolio iraniano
    3     Domenica 31/05/2020 Ahvaz
Ziggurat di Choga Zanbil (Patrimonio UNESCO)
Complesso mulini Shushtar (Patrimonio UNESCO)
Susa Apadana di Dario, castello dei francesi, tomba del profeta Daniele
Cena e pernottamento a Susa
    4     Lunedi 01/06/2020 Susa-Kermanshah (380 km)
Arrivo a Kermanshah e visita a Bisotun
Bassorilievi della vittoria di Dario su Gheomate’ (piu’ grande iscrizione rupestre del mondo) (Patrimonio UNESCO)
Immagine dell’eroe mitologico Rostam sulla montagna del periodo Seleucide
Giro all’interno di Kermanshah, zona a maggioranza curda
Cena e pernottamento
    5     Martedi 02/06/2020 Kermanshah-Hamedan (185 km)
Immersione nel nord-ovest fresco e verdeggiante dell’Iran
Visita a tomba di Ester e Marducheo in quartiere ebraico
Visita a parco Ganjname’, iscrizioni di Dario e Serse e cascata
Arrivo a Hamedan e visita a tomba di Avicenna, padre della medicina moderna
Cena e pernottamento
  6 Mercoledi 03/06/2020 Hamedan-Qazvin (240 km)
Giro in barca all’interno della grotta Ali Sadr, maggiore grotta navigabile al mondo
    Visita cupola di Sultaniyah, l’edificio che ha ispirato Santa Maria del Fiore a Firenze (Patrimonio UNESCO)
Pernottamento a Qazvin
    7   Giovedi 04/06/2020 Qazvin-Alamut
In mattinata partenza per valle degli Assassini (bisogna partir presto)
Pranzo nella valle
Castello Assassini
Al ritorno visita al bazaar di Qazvin, tra i piu’ belli dell’Iran
Cena e pernottamento a Qazvin
      8     Venerdi 05/06/2020 Qazvin-Zanjan-Takht-e-Soleiman-Zanjan (306 km)
Partenza alla volta di Zanjan
Arrivo a Zanjan
Pranzo a Zanjan
Arrivo a Takhte Soleiman e visita della città antica che resistette all’assedio di Antonio nel 36d.C., secondo alcuni luogo di nascita di Zarathustra (Patrimonio UNESCO)
Cena e pernottamento a Zanjan
    9   Sabato 06/06/2020 Zanjan-Tabriz città (300 km)
Arrivo e pranzo a Tabriz
Visita al bazaar (Patrimonio UNESCO)
Moschea Kabud o Turchese o di Janan Scia’
Parco El Golì
Cena e pernottamento a Tabriz
      10       Domenica 07/06/2020 Tabriz-Qara Kelisa-Jolfa-Tabriz
Partenza per la chiesa nera, Qara Kelisa, o chiesa di San Taddeo (Patrimonio UNESCO)
Trasferimento da Qara Kelisa all’altra chiesa armena storica di Santo Stefano a Jolfa (Patrimonio UNESCO)
Trasferimento costeggiando il fiume Aras e le favolose zone di confine con Armenia e Azerbaijan
Visita a chiesa di Santo Stefano
Ritorno a Tabriz
  11   Lunedi 08/06/2020 Tabriz-Kandovan (1 ora)
Visita a Tabriz del museo Azerbaijan
Trasferimento a Kandovan, villaggio troglodita patrimonio dell’umanita’
Pomeriggio di relax e risposo e pernottamento nelle grotte di Kandovan
    12     Martedi 09/06/2020 Kandovan-Ardebil-Astara
Partenza da Kandovan
Arrivo ad Ardebil e visita alla moschea dello sceicco Safieddin (Patrimonio UNESCO)
Bagno nelle famose fonti termali di Sarein, vicino Ardebil, con proprietà curative
Pernottamento a Sarein
  13   Mercoledi 10/06/2020 Sarein-Astara
Passaggio per magico tragitto di montagna di Heiran
Arrivo ad Astara sul Mar Caspio, al confine con l’Azerbaijan
Visita al bazaar di Astara
Pernottamento ad Astara
14 Giovedi Astara-Bandar Anzalì –Masule’ (3 ore)
  11/06/2020 Trasferimento sul litorale del Mar Caspio
Giro in barca nella laguna di Anzali’, e osservazione degli uccelli, in uno degli habitat protetti a livello mondiale
Trasferimento a Masule’
Cena e pernottamento a Masule’
    15   Venerdi 12/06/2020 Masule’-Rasht-Teheran
Visita di Masule’
Pranzo a Rasht nel ristorante Moharram a base di pesce e riso del Caspio
Rasht-Teheran
Cena d’addio a Teheran
Pernottamento a Teheran
16 Sabato 13/06/2020 Volo per l’Italia da aeroporto IKIA

Condizioni

QUOTA INDIVIDUALE 2.985 EURO

SUPPLEMENTO SINGOLA: 400 EURO

CAPARRA DI 1.100 EURO DA VERSARE ENTRO IL 15 APRILE 2020

N.B. La caparra verrà restituita qualora il gruppo non si formasse. In caso di rinuncia da parte del viaggiatore, la caparra non verrà restituita.

SALDO ALLA PARTENZA

I servizi inclusi sono:

➢ guida di alto profilo (studiosi, docenti) specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale

➢ tariffe aree per i voli internazionali

➢ tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia

➢ spese consolari

➢ assicurazione sanitaria (obbligatoria per il visto) e bagaglio

➢ accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza

➢ sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo

➢ colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e acqua minerale.  

➢ trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con pulmino VIP con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata 

➢ tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei

➢ gadget di viaggio personalizzati

Non sono inclusi: 

➢ assicurazione annullamento viaggio

➢ tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche

➢ mancia alla guida

➢ mancia all’autista

➢ spese per visite o programmi non compresi nel programma ordinario 

➢ tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com – 339 1369642

Corso di lingua e letteratura persiana

Dal 18 ottobre 2019 ogni sabato per dodici settimane a Roma presso l’istituto Culturale dell’Iran

L’istituto Culturale dell’Iran nel quadro delle sue attività didattiche, organizza il 45° corso di lingua e letteratura persiana.
Un ciclo di 12 lezioni presso  l’Istituto Culturale dell’Iran, con il rilascio di un certificato.

Il corso, tenuto da docente madre lingua, è suddiviso in tre livelli: elementare, medio e avanzato. Ogni livello si articola in 18 ore di lezioni per una durata complessiva di 12 settimane.

Le lezioni si svolgono il sabato mattina con questa suddivisione:

ore 9 – ore 10,30 – ore 12

L’ultima lezione sarà interamente dedicata alla valutazione dei corsisti, con una prova scritta e una orale. L’ammissione agli esame  è subordinata ad una presenza continuativa alle lezioni non inferiore all’80% del monte ore totale.  Il termine ultimo per l’iscrizione è fissato per il 18 ottobre 2019 .

Il costo del corso è di 100 euro e potrà essere effettuato presso l’Istituto entro la prima lezione

N.B. La prima lezione del 19 ottobre è interamente dedicata alla valutazione del livello dei corsisti e all’organizzazione degli orari, perciò si chiede la presenza di tutti interessati alle ore 10 presso la sede dell’istituto Culturale in Via Maria Pezzè Pascolato, 9.


Cliccare sul seguente link per l’iscrizione

Primavera persiana

Viaggio in Iran dal 10 al 22 aprile 2020. Teheran, Shiraz, Yazd, Kerman, il deserto di Lut, Isfahan e Kashan. Tutto a 2.985 euro voli e visto compresi.

«L’impero della mente». Così lo studioso britannico Michael Axworthy definisce l’Iran. Alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

  GIORNO  
DATA
 
ITINERARIO
    1 Venerdi 10/04/2020 Aereo Roma – Teheran
Incontro con la guida in aeroporto
Trasferimento in hotel
Pernottamento a Teheran
    2 Sabato 11/04/2020 Visita di Teheran
Museo Archeologico nazionale
Palazzo Golestan
Museo dei Gioielli
Ponte della natura
Volo per Shiraz
Pernottamento a Shiraz
      3     Domenica 12/04/2020 Visita alla moschea
Nasir-ol-Molk o delle Rose
Madrasa del Khan
Bazaar di Vakil
Pranzo
Moschea di Vakil
Hammam di Vakil
Tomba di Hafez
Cena in ristorante tradizionale
Pernottamento a Shiraz
    4 Lunedì 13/04/2020 Trasferimento a Marvdasht e visita di Persepoli Visita Tombe rupestri di Naqsh-e-Rostam
Visita di Pasargade (Tomba di Ciro)
Ritorno a Shiraz
Cena
    Moschea Re delle Lampade
Pernottamento a Shiraz
    5   Martedì 14/04/2020 Trasferimento Shiraz-Kerman
Visita al lago salato di Maharlu
Visita del palazzo di Bahram presso Sarvestan Visita alla moschea del venerdì di Neiriz
Arrivo a Kerman e cena in albergo
Pernottamento a Kerman
        6       Mercoledì 15/04/2020 Visita di Kerman
Complesso Ganj-Ali-Khan
Piazza e Hammam
Moschea del venerdì di Kerman
Fortezza di Rayen
Giardino Shazde di Mahan
Arrivo a Shahdad
Giro nel deserto di Lut, possibile convocare astronomo (optional a pagamento)
Pernottamento in casa tradizionale a Shahdad o ritorno a Kerman (da stabilire)
    7   Giovedì 16/04/2020 Giro nel deserto al mattino presto
Possibile girare nel deserto con i 4X4 (optional a pagamento)
Partenza da Shahdad per caravanserraglio Zineddin
Cena in caravanserraglio
Pernottamento nel caravanserraglio di Zineddin
        8       Venerdì 17/04/2020 Giro di Yazd
Torri del Silenzio
Tempio del fuoco
Passeggiata nel quartiere antico Pranzo
Presentazione sui tappeti
Museo dell’acqua
Piazza Amir Chakhmaq
Cena
Pernottamento a Yazd
        9       Sabato 18/04/2020 Yazd-Meybod-Naeen-Isfahan
Partenza da Yazd
Castello Narin di Meybod
Caravanserraglio di Meybod
Piccionaia di Meybod
Ghiacciaia di Meybod
Moschea del venerdi di Naein
Arrivo a Isfahan
Giro nella piazza centrale
Cena in ristorante tradizionale
Pernottamento a Isfahan
    10   Domenica 19/04/2020 Isfahan
Moschea della Regina o Shaikh Lutfullah
Moschea dello Scià
Tempo libero bazaar
Visita palazzo delle 40 colonne
Cena e pernottamento a Isfahan
      11     Lunedi 20/04/2020 Isfahan
Visita a cattedrale armena di Vank
Visita a moschea del venerdì antica
Palazzo Ali Qapu
Giro nel bazaar
Visita ai ponti
Cena in ristorante tradizionale/albergo
Pernottamento a Isfahan
  12 Martedi 21/04/2020 Isfahan-Kashan-Qom-Ibis
Visita a villaggio zoroastriano di Abyaneh
Visita a giardino Fin di Kashan
    Visita a casa Tabatabee di Kashan
Visita a Qom
Possibilità di incontro con membro del clero islamico sciita che parla italiano
Cena in albergo Ibis
Pernottamento presso albergo Ibis
13 Mercoledi 22/04/2020 Volo per Roma da aeroporto IKIA

Condizioni

QUOTA INDIVIDUALE 2.985 EURO

SUPPLEMENTO SINGOLA: 360 EURO

CAPARRA DI 800 EURO DA VERSARE ENTRO IL 20 FEBBRAIO 2020

N.B. La caparra verrà restituita qualora il gruppo non si formasse. In caso di rinuncia da parte del viaggiatore, la caparra non verrà restituita.

SALDO ALLA PARTENZA

I servizi inclusi sono:

➢ guida di alto profilo (studiosi, docenti) specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale

➢ tariffe aree per i voli internazionali

➢ tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia

➢ spese consolari

➢ assicurazione sanitaria (obbligatoria per il visto) e bagaglio

➢ accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza

➢ sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo

➢ colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e acqua minerale.  

➢ trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con pulmino VIP con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata 

➢ tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei

➢ gadget di viaggio personalizzati

Non sono inclusi: 

➢ assicurazione annullamento viaggio

➢ tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche

➢ mancia alla guida

➢ mancia all’autista

➢ spese per visite o programmi non compresi nel programma ordinario (astronomo, escursione con quattro per quattro nel deserto, giardino degli uccelli, ecc…)

➢ tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

Orizzonti dall’Iran

Rassegna cinematografica dedicata alle produzioni di giovani documentaristi iraniani a Palazzo Merulana di Roma. Lunedì 23, mercoledì 25 e giovedì 26 settembre 2019

Torna la rassegna cinematografica Orizzonti dall’Iran, dedicata alle produzioni di giovani documentaristi iraniani emergenti e non!
Tema della seconda edizione è “Operazione Peace Dreaming”, uno sguardo sulla guerra Iran-Iraq, una ferita ancora aperta della nostra storia recente.

Ad aprire la rassegna è l’omaggio a Amir Naderi, uno dei più grandi registi iraniani, con una pellicola quasi introvabile: La Ricerca 2 (1982), per poi proseguire con altre dieci opere di giovani documentaristi iraniani che hanno cercato di mostrare il vero volto della guerra anche dopo anni dalla sua fine.

Programma:

📌

Lunedì 23 settembre 2019 | Inaugurazione ore 18.00
“Raffaello” (2015) di Bahman Kiarostami
durata: 20 minuti
“La Ricerca 2” (1982) di Amir Naderi
durata: 55 minuti
“You went missing” (2011) di Mehdi Bagheri
durata: 26 minuti
“L’arca di Noe” (2002) di Soudabeh Babagap
Durata: 25 minuti

📌

Mercoledì 25 settembre 2019 | ore 18.00
“Fabbrica dei Martiri” (2008) di Camilla Cuomo
durata: 55 minuti
Interverranno Camilla Cuomo e Babak Karimi
“Il Ritorno” (1989) di Mohammad Tahami Nejad
durata: 45 minuti
“Doomsday Machine” (2009) di Soudabeh Moradian
durata: 53 minuti

📌

Giovedì 26 settembre 2019 | ore 18.00
“Entr’acte” (2016) di Mohammad Reza Kheradmandan
durata: 7 minuti
“A Down with the Smell of lemon” (2014) di Azadeh Bizargiti
durata: 48 minuti
“Zemanco” (2015) di Mehdi Ghorban Pour
durata: 62 minuti
“UNDO” (2016) di Majed Neisi
durata: 39 minuti

Operazione Peace Dreaming è a cura di Parisa Nazari e Azadeh Bizargiti, organizzata dall’associazione culturale italo iraniana Alefba in collaborazione con Palazzo Merulana, Rivista culturale iraniana Bukhara e MedFilm Festival.

Modalità di partecipazione:
Biglietto Unico 7 €
Il biglietto dà diritto alla proiezione, ad un calice di vino o a un cocktail analcolico.
Diritti di prenotazione 2.00 €
Info
+39 06 39967800
info@palazzomerulana.it
palazzomerulana.it

Capodanno 2020 in Persia

Viaggio in Iran dal 27 Dicembre 2019 all’8 Gennaio 2020. Teheran, Shiraz, Yazd, Kerman, il deserto di Lut, Isfahan e Kashan. Tutto a 2.885 euro voli e visto compresi

«L’impero della mente». Così lo studioso britannico Michael Axworthy definisce l’Iran. Alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

  GIORNO   DATA   ITINERARIO
    1 Venerdì 27/12/2019 Aereo Roma – Teheran
Incontro con la guida in aeroporto
Trasferimento in hotel
Pernottamento a Teheran
    2 Sabato 28/12/2019 Visita di Teheran
Museo Archeologico nazionale (parte antica)
Palazzo Golestan
Museo dei Gioielli
Ponte della natura oppure Ambasciata Usa
Volo per Shiraz
Pernottamento a Shiraz
      3 Domenica 29/12/2019 Visita alla moschea Nasir-ol-Molk o delle Rose
Madrasa del Khan
Bazaar di Vakil
Pranzo
Moschea di Vakil
Hammam di Vakil
Tomba di Hafez
Cena in ristorante tradizionale
  4 Lunedì 30/12/2019 Trasferimento a Marvdasht e visita di Persepoli
Visita Tombe rupestri di Naqsh-e-Rostam
Visita di Pasargade (Tomba di Ciro)
Ritorno a Shiraz
Cena
Moschea Re delle Lampade
Pernottamento a Shiraz
    5 Martedì 31/12/2019 Trasferimento Shiraz-Kerman
Visita a Bishapur
Visita a Tang-e-Chogan, Stretto del gioco del Polo di epoca Sassanide
Pernottamento a Kerman
      6 Mercoledì 01/01/2020 Visita di Kerman
Complesso Ganj-Ali-Khan. Piazza e Hammam
Moschea del venerdi di Kerman
Fortezza di Rayen
Giardino Shazde di Mahan
Mausoleo del sufi Nematollah Vali a Mahan
Arrivo a Shahdad
Cena nel deserto di Lut con astronomo
Pernottamento in casa tradizionale a Shahdad
    7 Giovedì 02/01/2020 Partenza da Shahdad per caravanserraglio Zineddin
Visita di SarYazd o Fahraj (qualora si arrivi in orario)
Cena in caravanserraglio
Altro luogo dove si può disporre di astronomo
Ballo del legno dei beluci
Pernottamento nel caravanserraglio di Zineddin
        8 Venerdì 03/01/2020 Giro di Yazd
Torri del Silenzio
Passeggiata in quartiere antico
Prigione Alessandro
Cupola 12 Imam
Pranzo
Presentazione sui tappeti
Museo dell’acqua
Piazza Amir Chakhmaq
Cena
Pernottamento a Yazd
      9 Sabato 04/01/2020 Yazd-Meybod-Naeen-Isfahan
Partenza da Yazd
Moschea di Fahraj
Castello Narin di Meybod
Caravanserraglio di Meybod
Moschea Naeen
Arrivo a Isfahan e cena in piazza
Pernottamento a Isfahan
    10 Domenica 05/01/2020 Isfahan
Moschea della Regina o Shaikh Lutfullah
Moschea dello Scia’
Tempo libero bazaar
Visita palazzo delle 40 colonne
Cena e pernottamento a Isfahan
      11 Lunedì 06/01/2020 Isfahan
Visita a cattedrale armena di Vank
Visita a moschea antica del venerdì
Palazzo Ali Qapu
Giro nel bazaar
Visita ai ponti
Cena in ristorante tradizionale/albergo
Pernottamento a Isfahan
    12 Martedì 07/01/2020 Isfahan-Kashan-Qom-Ibis
Visita a villaggio zoroastriano di Abyaneh
Visita a giardino Fin di Kashan
Visita a casa Tabatabee di Kashan
Visita a Qom
Cena in albergo Ibis
Pernottamento presso albergo Ibis
13 Mercoledi 08/01/2020 Volo per Roma da aeroporto IKIA

Condizioni

QUOTA INDIVIDUALE 2.885 EURO

SUPPLEMENTO SINGOLA: 400 EURO

CAPARRA DI 800 EURO DA VERSARE ENTRO IL 30 NOVEMBRE

N.B. La caparra verrà restituita qualora il gruppo non si formasse. In caso di rinuncia da parte del viaggiatore, la caparra non verrà restituita.

SALDO ALLA PARTENZA

I servizi inclusi sono:

➢ guida di alto profilo (studiosi, docenti) specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale

➢ tariffe aree per i voli internazionali

➢ tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia

➢ spese consolari

➢ assicurazione sanitaria (obbligatoria per il visto) e bagaglio

➢ accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza

➢ sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo

➢ colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e acqua minerale.  

➢ trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con pulmino VIP con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata 

➢ tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei

➢ gadget di viaggio personalizzati

Non sono inclusi: 

➢ assicurazione annullamento viaggio

➢ tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche

➢ mancia alla guida

➢ mancia all’autista

➢ spese per visite o programmi non compresi nel programma ordinario (astronomo, escursione con quattro per quattro nel deserto, giardino degli uccelli, ecc…)

➢ tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com – 339 1369642

I ragazzi (iraniani) del ’99

Nel mio primo libro I ragazzi di Teheran, dedicai diverse pagina ai drammatici avvenimenti del luglio 1999, quando gli studenti iraniani diedero vita a un movimento di proteste represso in modo brutale. Dieci anni prima dell’Onda Verde del 2009, fu il primo grande momento di contestazione interno alla Repubblica islamica dalla rivoluzione del 1979.

Eravamo nel 2005, all’inizio del primo mandato di Mahmud Ahmadinejad e l’eco di quegli eventi era ancora molto grande. Sono passati vent’anni da quegli eventi: la società e la politica iraniana hanno conosciuto stagioni alterne di speranza e di chiusura.

Di seguito, un estratto de I ragazzi di Teheran. I giovani in Iran e la crisi del regime (Infinito Edizioni, 2005).

Reduci del 1999

«Le giovani generazioni amano sentirsi reduci di qualche avvenimento», scrive Paolo Spriano (Le passioni di un decennio). I giovani iraniani si considerano reduci del movimento studentesco del 1999 e, più in generale, degli otto anni di presidenza Khatami. Eletto nel 1997 col 70% dei voti, il presidente riformista è stato per qualche anno la grande speranza dei giovani. In realtà, al momento di scegliere, la maggioranza aveva optato per il male minore. Il principale avversario, il presidente del Parlamento Alì Akbar Nateq-Nouri, era l’espressione diretta della Guida suprema Khamenei. Khatami era invece un religioso poco conosciuto, dotato di una buona capacità di comunicazione e–particolare non irrilevante–di un aspetto gradevole.

A differenza di tutti gli altri governanti della Repubblica islamica, Khatami è un uomo che sorride spesso e cura molto l’immagine. Un’amica iraniana ci confida che molte elettrici lo scelsero perché «ha delle belle mani», particolare che vale molto per i canoni di bellezza persiani. Anche per gli ayatollah il look ha il suo peso. La “luna di miele” tra Khatami e gli iraniani dura fino al 1999. Il clima politico incoraggia l’apertura di nuovi quotidiani riformisti. Si comincia a discutere apertamente della Guida suprema come istituzione; si dà voce a chi propone di riformare la Costituzione in senso liberale e di riallacciare rapporti diplomatici con gli Stati Uniti. Ma ci pensa la magistratura, nelle mani dei conservatori, a chiudere i mezzi di comunicazione troppo scomodi. È un gioco delle parti. Tanti giornali aprono e chiudono in tempi rapidissimi. I giornalisti criticano apertamente il sistema politico; ma i magistrati, non appena ravvisano qualche parvenza di reato, li arrestano, anche soltanto a scopo intimidatorio. Molti di loro scontano qualche settimana di carcere e non arrivano nemmeno al processo.

I più scomodi vengono invece eliminati fisicamente: strani incidenti automobilistici e misteriose “sparizioni” in stile sudamericano. La rivolta studentesca del 9 luglio 1999 è legata proprio a un giornale riformista, Salam. La magistratura lo chiude e gli studenti di Teheran organizzano una manifestazione di protesta. A dire il vero, alla manifestazione partecipano pochi studenti, che però entrano in collisione con il gruppo ultraconservatore dell’Ansar-e-Hezbollah. Volano insulti, c’e qualche spintone; ma l’intervento della polizia sembra placare gli animi. Invece quella sera stessa la protesta riprende nei dormitori. Gli studenti riformisti cominciano a scandire slogan inneggianti alla libertà di stampa e al presidente Khatami. I militanti dell’Ansar-e-Hezbollah, con la complicità della polizia, irrompono nei dormitori e aggrediscono gli studenti. Uno di loro, spinto fuori dalla finestra, muore. È la scintilla. Il giorno dopo insorgono tutte le università della capitale e di Tabriz. Scoppiano nuovi disordini e a fine giornata si contano quattro studenti morti. La foto del giovane che sbandiera la maglietta insanguinata del suo compagno fa il giro del mondo. A centinaia gli studenti vengono arrestati o espulsi dagli atenei. Tutti sperano nel sostegno del presidente Khatami, che invece ordina la chiusura delle università. Per il movimento studentesco è la fine. Ed è anche un duro colpo, per moltissimi iraniani, alle speranze di cambiamento.

È vero, nel 2001 il presidente riformista viene rieletto, ma come per inerzia, col 77% dei voti. La percentuale è più alta, ma il numero dei votanti è calato. Il sogno di una vera riforma finisce il 1 ° febbraio 2004, quando 134 parlamentari rassegnano le dimissioni per protesta contro il «potere del clero non eletto che sta cercando di imporre una dittatura religiosa in stile talebano». Poche settimane dopo, vengono indette nuove elezioni parlamentari per sostituire i deputati che si sono dimessi. Il voto porta una netta maggioranza dei conservatori. Kathami è sempre più isolato.

La riprova della fine della sua parabola c’è nel dicembre 2004, in occasione della “Giornata nazionale iraniana della gioventù”. Circa 150 studenti, in rappresentanza delle associazioni giovanili di tutto il Paese, incontrano il presidente nell’aula magna dell’Università centrale di Teheran. Ognuno ha tre minuti per porgli delle domande. Nelle precedenti occasioni, gli interventi si limitavano ad auguri e frasi di circostanza. Nel 2004 avviene l’incredibile. Uno studente accusa il presidente di aver «tradito il movimento giovanile». Una ragazza chiede a Khatami se «riesce a dormire la notte dopo la repressione del movimento del 1999». L’intervento più duro è di una studentessa di nome Samieh Touhidlo. Fissando il presidente negli occhi va giù pesante: «Mi sono consultata con i miei amici su cosa Le avrei dovuto dire… Mi dispiace che tanti amici siano d’accordo con me. Avevo proposto di stare tre minuti in silenzio di fronte a Lei… Caro signor Khatami, si ricorda gli attacchi ai dormitori degli studenti? Quel giorno, oltre a essere attaccati, subimmo l’oltraggio di vedere incarcerati non i nostri aggressori, ma i nostri migliori colleghi. Tutto è cominciato allora, quando 16 pubblicazioni vennero chiuse e Lei rimase zitto e ci costrinse a stare in silenzio. Quando condannarono a morte i nostri professori Lei rimase zitto. E anche quando i nostri leader vennero incarcerati uno a uno, Lei non disse nulla. Oggi sopportiamo questo amaro silenzio. Questa è la Sua legalità. Signor Khatami, Lei non ha fatto nulla per la nostra gioventù. Il Suo risultato migliore è stato distruggere un’onda di speranza. La mia generazione ha votato per un programma riformista in due elezioni consecutive. Oggi sono convinta che Lei è colpevole». All’intervento seguono tre minuti di applausi. L’episodio è ancora oggi ricordato come una sfida senza precedenti al sistema di potere sorto dopo il 1979. Di certo, quel giorno sancisce la fine di ogni sostegno degli studenti a Khatami.

Di seguito, una ricostruzione di quegli eventi fatta su Twitter da Rasmus Christian Elling, professore dell’Università di Copenaghen. Da aprire e seguir l’intero thread, ricco di foto e collegamenti per capire il contesto storico e sociale.



Come volevasi dimostrare

Come volevasi dimostrare, tutto secondo copione: trascorsi i sessanta giorni annunciati a maggio, l’Iran ha annunciato che riprenderà ad arricchire l’uranio non più al 3,67% come stabilito dall’accordo del 2015 ma fino al 5%. Quindi a un livello ancora lontanissimo da quel 90% necessario per costruire armi atomiche e comunque inferiore al 20% necessario per riattivare il reattore di ricerca di Teheran. Questo innalzamento di percentuale serve appena a consentire al rettore di Busher di produrre energia elettrica. Ma – insieme all’annuncio di pochi giorni fa di voler superare la soglia di 300 kg di uranio arricchito – è chiaramente una mossa politica, un tentativo – molto probabilmente vano – di stanare l’Europa e di metterla di fronte alle proprie responsabilità.

Come spiegato dallo stesso ministro degli Esteri Javad Zarif in un tweet, queste misure sono previste dal paragrafo 36 dello stesso accordo (il cui testo originale integrale è consultabile qui) nel caso e non significano affatto che l’Iran ne sia uscito. Sono forme previste dalla parti

Instex, lettera morta

Le decisioni annunciate il 7 luglio dal portavoce del governo Ali Rabiei e dal viceministro degli Esteri Abbas Araghchi non sono affatto quel fulmine a ciel sereno descritto dalla maggior parte dei media italiani in queste ore. Due mesi fa il presidente Hassan Rohani aveva posto un ultimatum ai Paesi europei. Il senso del discorso era: fate qualcosa per salvare l’accordo, perché con le nuove sanzioni degli Usa, sta venendo meno la stessa ragion d’essere di quella intesa storica. Cosa chiedeva e cosa chiede ancora l’Iran all’Europa? Semplice:  dare forma e sostanza al programma Instex (Instrument in Support of Trade Exchanges), lo strumento finanziario creato il 31 gennaio scorso da Francia, Germania e Regno Unito per aggirare le sanzioni americane e consentire la continuazione degli scambi economici fra l’Europa e l’Iran.

Quello strumento (a cui l’Italia, primo partner commerciale Ue dell’Iran ha pensato bene di non aderire..) è rimasto finora lettera morta. Teheran ha perciò deciso di agire lanciando un ultimatum all’Ue (ne parlammo qui). Quei sessanta giorni di tempo sono scaduti.

La narrazione anti Iran

E’ quasi incredibile: in quattro anni l’AIEA ha certificato non una ma quattordici (14) volte che l’Iran stava adempiendo agli obblighi previsti dall’accordo. Nonostante questo, gli Usa un anno fa sono usciti dall’accordo con una decisione unilaterale e ingiustificata. Poi sono arrivate sanzioni sempre più pesanti da Washington. A tutto questo, i media hanno assistito in modo piuttosto distratto. Ora che l’Iran reagisce, è tutto un proliferare di titoli: “La minaccia nucleare”, “La provocazione di Teheran”, con notizie assolutamente false e tendenziose. Sky Tg 24 e Repubblica online titolano: “L’Iran esce dall’accordo”. Sbagliato, falso, tendenzioso.

Macron e Rohani

Qualcosa comunque si muove a livello europeo. Lo spagnolo Joseph Borrell prenderà il posto di Federica Mogherini come Alto rappresentante per la politica estera Ue. Si tratta di una figura gradita a Teheran. In Iran si parla di lui come di un “critico di Trump”. Ed è già qualcosa. Va inoltre tenuto conto delle posizioni di Russia e Francia. Mosca, attraverso il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha criticato l’Ue, colpevole di aver varato uno strumento (Instex) praticamente inutile. Il presidente francese Emmanuel Macron – dopo un colloquio telefonico con Rohani – ha espresso la sua “forte preoccupazione” in caso di abbandono dell’accordo da parte dell’Iran e si è impegnato a trovare una soluzione con i partner europei entro il 15 luglio.

E l’Italia?

Assolutamente assente l’Italia. Il governo gialloverde ripete qui lo stesso schema riproposto in altri ambiti: i cinque stelle sarebbero (condizionale d’obbligo) anche bendisposti nei confronti dell’Iran (non dimentichiamo che Beppe Grillo è sposato con un’iraniani) e hanno dati pallidi segnali di interesse nei mesi passati (molto fumo e poca sostanza, a dire il vero). Però poi la linea di Salvini (pro Trump e pro Israele) prevale su tutto e tutti. Tace, come sempre il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi (chi?).

E quindi?

Detto questo, io non credo che il futuro ci riservi una guerra. Piuttosto, questa vicenda segna – se ce ne fosse ancora bisogno – la mancanza politica dell’Europa. L’Iran punta a un compromesso non con i 5+1, non con l’Ue. E nemmeno con gli Usa. Ma con Trump. Per farlo deve arrivarci con qualcosa da barattare. Staremo a vedere.

Iran dell’Ovest

Viaggio nell’Iran meno noto: si parte dal Khuzestan, con lo Ziggurat del secondo millennio avanti Cristo; poi si procede verso l’Iran verdeggiante del nord-ovest, le foreste vicine al Mar Caspio, la leggendaria Valle degli Assassini, un mix di storia, natura e sapori. Si visitano templi del fuoco zoroastriani, moschee, chiese e sinagoghe antichi; si visita la tomba del profeta Daniele a Susa, la tomba di Ester ad Hamedan; due chiese del primo secolo cristiano. O ancora la città di Takht-e-Soleiman, che Antonio tentò invano di conquistare nel 36 d.C. dopo aver lasciato Cleopatra, o la città di Tabriz con il bazar più grande del mondo; o ancora quella cupola di Sultaniyah che ha ispirato la cupola di Santa Maria del Fiore di Firenze.

C’è spazio anche per tanta natura e divertimento, con il giro in barca nella grotta fluviale più lunga del mondo (Ali Sadr), vicino ad Hamedan; si visita la laguna di Bandar Anzalì, popolata da specie molto rare e si fa il bagno nelle acque termali di Sarein vicino ad Ardebil e anche nel Mar Caspio. Si gustano le fantastiche ricette del nord dell’Iran, in particolare al ristorante Moharram di Rasht, e i prodotti naturali famosissimi del villaggio troglodita di Kandovan (ricotta, formaggio, miele).

Quando

Dal 13 al 28 settembre 2019

Programma

DGIORNO DATA ITINERARIO
1 Venerdi  13/09/2019 Aereo Roma – Teheran Incontro con la guida in aeroporto Trasferimento in hotel  Pernottamento a Teheran
2 Sabato 14/09/2019 Visita di quella Teheran che i tour non visitano Palazzo di Saad Abad e meraviglie Bazaar di Tajrish Pranzo Ambasciata Usa Volo per Ahvaz Cena in albergo e pernottamento ad Ahvaz, la capitale del petrolio iraniano
3 Domenica 15/09/2019 Ahvaz Ziggurat di Choga Zanbil (Patrimonio UNESCO) Complesso mulini Shushtar (Patrimonio UNESCO) Susa Apadana di Dario, castello dei francesi, tomba del profeta Daniele Cena e pernottamento ad Ahvaz
4  Lunedi 16/09/2019 Susa-Kermanshah (380 km) Arrivo a Kermanshah e visita a Bistun Bassorilievi della vittoria di Dario su Gheomate’ (piu’ grande iscrizione rupestre del mondo) (Patrimonio UNESCO) Immagine dell’eroe mitologico Rostam sulla montagna del periodo Seleucide Giro all’interno di Kermanshah, zona a maggioranza curda Cena e pernottamento
5 Martedi 17/09/2019 Kermanshah-Hamedan (185 km) Immersione nel nord-ovest fresco e verdeggiante dell’Iran Visita a tomba di Ester e Marducheo in quartiere ebraico Visita a parco Ganjname’, iscrizioni di Dario e Serse e cascata Arrivo a Hamedan e visita a tomba di Avicenna, padre della medicina moderna Cena e pernottamento
6 Mercoledi 18/09/2019 Hamedan-Qazvin (240 km) Giro in barca all’interno della grotta Ali Sadr, maggiore grotta navigabile al mondo Visita cupola di Sultaniyah, l’edificio che ha ispirato Santa Maria del Fiore a Firenze (Patrimonio UNESCO) Pernottamento a Qazvin
7 Giovedi 19/09/2019 Qazvin-Alamut In mattinata partenza per valle degli Assassini (bisogna partir presto) Pranzo nella valle Castello Assassini Al ritorno visita al bazaar di Qazvin, tra i piu’ belli dell’Iran Cena e pernottamento a Qazvin
8 Venerdi 20/09/2019 Qazvin-Zanjan-Takht-e-Soleiman-Zanjan (306 km) Partenza alla volta di Zanjan Arrivo a Zanjan Pranzo a Zanjan Arrivo a Takhte Soleiman (Phraaspa) e visita della città antica che resistette all’assedio di Antonio nel 36 d.C., secondo alcuni luogo di nascita di Zarathustra (Patrimonio UNESCO) Cena e pernottamento a Zanjan
9 Sabato  21/09/2019 Zanjan-Tabriz città (300 km) Arrivo e pranzo a Tabriz Visita al bazaar (Patrimonio UNESCO) Moschea del venerdi di Tabriz Parco El Golì Cena e pernottamento a Tabriz
10 Domenica 22/09/2019 Tabriz-Qara Kelisa-Jolfa-Tabriz Partenza per la chiesa nera, Qara Kelisa, o chiesa di San Taddeo (Patrimonio UNESCO) Trasferimento da Qara Kelisa all’altra chiesa armena storica di Santo Stefano a Jolfa (Patrimonio UNESCO) Trasferimento costeggiando il fiume Aras e le favolose zone di confine con Armenia e Azerbaijan Visita a chiesa di Santo Stefano Ritorno a Tabriz
11 Lunedi 23/09/2019 Tabriz-Kandovan (1 ora) Visita a Tabriz del museo Azerbaijan Visita a casa della Costituzione o Mashritiyat Visita a moschea Kabud o Turchese o di Janan Scia’ Trasferimento a Kandovan, villaggio troglodita patrimonio dell’umanita’ Pomeriggio di relax e risposo e pernottamento nelle grotte di Kandovan
12 Martedi 24/09/2019 Kandovan-Ardebil Partenza da Kandovan  Arrivo ad Ardebil e visita alla moschea dello sceicco Safieddin (Patrimonio UNESCO) Bagno nelle famose fonti termali di Sarein, vicino Ardebil, con proprietà curative Pernottamento ad Ardebil
13 Mercoledi 25/09/2019 Ardebil-Astara Passaggio per magico tragitto di montagna di Heiran Arrivo ad Astara sul Mar Caspio, al confine con l’Azerbaijan Visita al bazaar di Astara Pernottamento ad Astara
14 Giovedi 26/09/2019 Astara-Bandar Anzalì –Masule’ (3 ore) Trasferimento sul litorale del Mar Caspio, con possibilita’ di fermarsi per fare il bagno nei lidi organizzati e attrezzati Giro in barca nella laguna di Anzali’, e osservazione degli uccelli, in uno degli habitat protetti a livello mondiale  Trasferimento a Masule’ Cena e pernottamento a Masule’
15 Venerdi 27/09/2019 Masule’-Rasht-Teheran Visita di Masule’ Arrivo a Rasht e giro nella citta’ Pranzo a Rasht nel ristorante Moharram a base di pesce e riso del Caspio Rasht-Teheran Cena d’addio a Teheran Pernottamento a Teheran
16 Sabato 28/09/2019 Volo per l’Italia da aeroporto IKIA alle 05:30
La cupola di Sultaniyah

Condizioni

ESCLUSI VOLI INTERNAZIONALI

No. partecipanti Prezzo a persona in camera doppia (in euro)
2 2600
4 2400
6 2300
8 2200
10 2160
12 2140
14 2100
16 2000
Supplemento singola 400 euro

CAPARRA DI 1.000 EURO DA VERSARE ENTRO IL 15 AGOSTO 2019

N.B. La caparra verrà restituita qualora il gruppo non si formasse. In caso di rinuncia da parte del viaggiatore, la caparra non verrà restituita.

SALDO ALLA PARTENZA

La quota comprende

  • spese consolari
  • assicurazione medico, bagaglio
  • tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia
  • accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza
  •  sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo
  • colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di trasporto verranno offerti il té, biscotti e una bottiglia d’acqua al giorno. Occasionalmente potrà essere effettuato un simpatico pic-nic all’iraniana, qualora le esigenze di viaggio lo rendessero necessario
  • trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con mezzi con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata
  • guida professionale specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale
  • tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei
  • un volo interno per raggiungere località distanti e i trasferimenti dagli aeroporti agli alberghi

La quota non comprende

  • tariffe aeree per i voli internazionali
  • assicurazione annullamento viaggio
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

Per informazioni: antonello.sacchetti@gmail.com – 339 1369642

Sulla stessa barca

Il fattaccio (anzi, i due fattacci) avvengono giovedì 13 giugno: due petroliere in transito nel Golfo dell’Oman  – la Front Altair, di proprietà norvegese battente bandiera delle Isole Marshall, e la Kokuka Courageous, di proprietà giapponese con bandiera panamense, partita dal porto saudita di al-Jubail e diretta a Singapore – sono state attaccate e danneggiate in modo piuttosto grave. Non ci sono state vittime ma gli equipaggi sono stati costretti ad abbandonare le navi e sono stati tratti in salvo dalla marina iraniana e da quella statunitense.

Chi è stato?

Il segretario di Stato Usa Mike Pompeo non ha dubbi: sono stati gli iraniani ad attaccare. E a sostegno di questa tesi, la marina Usa ha diffuso un video in bianco e nero piuttosto confuso in cui una piccola imbarcazione dei pasdaran sarebbe impegnata a rimuovere una mina non esplosa. Ricostruzione che non quadra con la testimonianza dei giapponesi, che parlano di un’esplosione avvenuta in aria, non sott’acqua. L’Iran ha respinto le accuse degli americani, accusandoli di voler solamente diffondere propaganda e “iranofobia”.

Cosa c’entra il Giappone

Gli attacchi del 13 giugno sono avvenuti mentre a Teheran era in corso la visita di Stato del Primo ministro giapponese Shinzo Abe. Si è trattata delle prima visita di un capo di governo giapponese nella Repubblica islamica, sebbene proprio Abe fosse già stato a Teheran nel 1983, in qualità di assistente di suo padre Shintaro, all’epoca ministro degli Esteri, incaricato di tentare una mediazione tra Iran e Iraq, allora in guerra. Sebbene non ci sia nessun incarico ufficiale, la visita di Shinzo Abe avrebbe avuto l’obiettivo di tentare una conciliazione tra Teheran e Washington dopo le tensioni sorte nelle ultime settimane. Chi ha attaccato le imbarcazioni, ha evidentemente voluto sabotare questo tentativo.

Difficile, anzi decisamente improbabile, che si sia trattato di un’azione di disturbo dei pasdaran. Che non hanno l’autonomia politica per un gesto così plateale e così in contraddizione con i vertici politici del Paese. Vale la pena ricordare che Abe non ha incontrato soltanto il presidente Hassan Rohani, ma anche la Guida Ali Khamenei. E i pasdaran – per statuto – rispondono alla Guida.

Da escludere anche che possano essere state formazioni paramilitari locali legate a Teheran: si tratta di operazioni tecnicamente piuttosto complesse, non alla loro portata.

False flag?

Da parte iraniana e anche di molti osservatori neutrali, è stato avanzato il dubbio che si sia trattato di un attacco “false flag”, organizzato cioè con l’unico obiettivo di incolpare qualcuno, in questo caso l’Iran.

Ma davvero gli Usa hanno cercato di costruire l’ennesima “pistola fumante” (come le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein nel 2003) per avere un casus belli con Teheran?

Al di là delle dichiarazioni di Pompeo, il presidente Donald Trump ha usato toni piuttosto blandi, quasi di circostanza. In questo momento, né lui né gli iraniani sembrano davvero disposti a esasperare la situazione. Trump deve cominciare a prepararsi alla campagna elettorale 2020 e sarebbe paradossale per lui – che si era proposto come l’artefice di un disimpegno degli Usa dal Medio Oriente – presentarsi al giudizio degli elettori con una nuova guerra.

E allora?

Probabilmente, come nei casi criminali più comuni, il colpevole e il movente vanno ricercati nei dettagli più banali e più evidenti. Il “dove” e il “quando”, ci dicono spesso “chi”.

Il Golfo Persico, nella zona presidiata dai pasdaran iraniani. Nel giorno della visita del premier giapponese a Teheran.

Chi vuole ostacolare o rallentare qualsiasi tipo di distensione tra Usa e Iran? Arabia Saudita e Israele non hanno mai fatto mistero del loro scontento per lo storico accordo sul nucleare. E sull’inasprimento dei rapporti tra Usa e Iran hanno costruito le loro fortune politiche.

Trump ha dimostrato in questi tre anni di presidenza di essere incline all’improvvisazione, soprattutto in politica estera: con la Corea del Nord, così come in Libia. Dopo aver invocato a lungo i demoni della guerra con l’Iran, adesso non sembra più tanto convinto di volersi imbarcare in un’avventura che avrebbe ripercussioni gravissime.

Teheran, dal canto suo, avrebbe bisogno di riprendere un dialogo con Washington, ma farlo alle condizioni di Trump sarebbe troppo umiliante. La situazione parrebbe senza uscita: eppure, proprio perché questo stallo non può durare in eterno, non è detto che alla prima occasione una delle due parti non faccia quel passo indietro necessario a sbloccare l’impasse.

Il 28 e 29 giugno si svolgerà il G20 a Osaka, Giappone. La nuova crisi in Medio Oriente sarà uno dei temi più importanti. Vedremo se e come sarà affrontata la questione iraniana.

Autunno in Persia

GRUPPO CHIUSO

«L’impero della mente». Così lo studioso britannico Michael Axworthy definisce l’Iran. Alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina. Sarà un viaggio da sud a nord, che partirà dall’antichità di Persepoli e si concluderà con la modernità di Teheran.

Quando

Dal 29 ottobre all’11 novembre 2019

Con chi

Il giornalista Antonello Sacchetti, autore di diversi libri sull’Iran e curatore del blog Diruz – L’Iran in italiano (www.diruz.it) e Davood Abbasi, docente universitario iraniano.

Programma

GIORNO DATA ITINERARIO
1 Martedi 29/10/2019 Aereo Italia – Istanbul
Aereo Istanbul – Shiraz
Trasferimento in hotel
Pernottamento a Shiraz
2 Mercoledi 30/10/2019 Shiraz citta’
Moschea Nasir ol Molk
Madrasa del Khan
Complesso Karim Khan Zand
Hammam di Vakil
Giro nel bazaar
Tempo libero per pranzo e caffènel bazaar
Moschea di Vakil
Castello (Arg) di Karim Khan da fuori
Tomba di Hafez
Cena
Pernottamento in albergo
3  Giovedi 31/10/2019 Shiraz-Persepoli-Naqsh-e-Rostam-Pasargad-Shiraz
Giornata dedicata al periodo Achemenide (550-331 a.C.)
Partenza per Persepoli e visita della citta’
Visita di Naqsh-e-Rostam
Pausa pranzo
Partenza per Pasargad
Visita alla tomba di Ciro
Ritorno a Shiraz
Cena e pernottamento
4 Venerdi 01/11/2019 Shiraz-Kerman
Partenza da Shiraz
Visita a Sarvestan, palazzo di Bahram quinto Sassanide
Sosta su lago Maharlu
Pausa pranzo a Neyriz
Moschea del venerdi di Neyriz
Arrivo a Kerman
Cena e pernottamento
5 Sabato 02/11/2019 Kerman-Shahdad 
Giro nel centro di Kerman
Trasferimento a Rayen e visita alla fortezza (Arg)
Ritorno in direzione di Mahan e visita a Giardino del Principe (Bagh-e-Shazde’)
Trasferimento nel deserto di Lut per vedere il tramonto
Escursione nel deserto di Lut (possibile, a pagamento, pure convocazione di astronomo con telescopio per osservazione stelle)
Cena in casa tradizionale a Shahdad
Ritorno a Kerman e pernottamento
6 Domenica 03/11/2019 Shahdad-Yazd
Escursione nel deserto di Lut solo a patto che si parta ben prima dell’alba
Pausa pranzo ad Anar o Rafsanjan
Arrivo a caravanserraglio Zineddin
Cena nel caravanserraglio
Ballo dei legni dell’etnia beluci (possibile su richiesta)
Proseguimento fino a Yazd per pernottamento
7 Lunedi 04/11/2019 Yazd città
Visita a Torri del Silenzio
Visita a Tempio del Fuoco centrale zoroastriano
Visita a moschea del venerdi di Yazd
Pausa pranzo
Presentazione tappeti
Giro nel quartiere antico
Prigione Alessandro
Cupola 12 Imam
Cena e pernottamento    
8 Martedi 05/11/2019 Yazd-Isfahan
Partenza da Yazd e arrivo a Meybod
Visita a caravanserraglio Abbasi di Meybod
Visito a Piccionaia di Meybod
Visita a castello Narin di Meybod
Pausa pranzo
Partenza per Isfahan
Visita a moschea del venerdi di Naeen
Arrivo a Isfahan e check-in
Giro nella piazza, cena in piazza, e presentazione generale del centro storico
Pernottamento a Isfahan
9 Mercoledi 06/11/2019 Isfahan
Isfahan (visita della città):Masjed-e Jameh (Moschea)
Naqsh-e Jahan Square (o Meydan Imam Square)
Kakh-e Alì Qapu (Palazzo)
Pranzo in zona Bazaar-e Bozorg
Masjed-e Shah (Moschea Reale)
Masjed-e Sheikh Lotfollah (Moschea della Regina)
Pol-e Si-o-Seh (Ponte delle 33 Arcate)
Cena e pernottamento a Isfahan
10 Giovedi 07/11/2019 Isfahan
Quartiere Armeno: visita Kelisa-ye        Vank (Cattedrale)
Isfahan (visita della città):Kakh-e Chehel Sotun (Palazzo delle 40 Colonne)
Kakh-e Hasht Behesht (Palazzo degli 8 Paradisi)
PranzoPonte Pol-e Khaju
Cena e pernottamento a Isfahan
11 Venerdì 08/11/2019 Isfahan-Kashan
Visita a villaggio di Abyaneh
Arrivo a Kashan e visita a giardino Fin
Pausa pranzo
Visita in quartiere antico e a casa Tabatabaee Visita a moschea Agha Bozorg Pernottamento a Kashan
12 Sabato 09/11/2019 Kashan – Teheran
Arrivo a Qom e visita al mausoleo
SOLO PERSIA VIAGGI offre anche visita a una delle sedi della scuola teologica della citta’ e puo’ organizzare incontro e dibattito con religioso islamico sciita che parla italiano Arrivo a Teheran
Visita a museo archeologico nazionale
Visita al palazzo Golestan
Museo dei gioielli
Teheran centro e ambasciata Usa
Cena nel centro
Pernottamento
13 Domenica 10/11/2019 Teheran nord
Ponte della natura
Palazzo di Saad Abad
Pranzo Bazaar di Tajrish
Cena a Darband o Velenjak, a Teheran nord
14 Lunedi 11/11/2019 Aereo Teheran – Istanbul
Aereo Istanbul – Italia

Condizioni

QUOTA INDIVIDUALE 2.985 EURO

SUPPLEMENTO SINGOLA: 400 EURO

CAPARRA DI 1.100 EURO

N.B. La caparra verrà restituita qualora il gruppo non si formasse. In caso di rinuncia da parte del viaggiatore, la caparra non verrà restituita.

SALDO ALLA PARTENZA

I servizi inclusi sono:

➢ guida di alto profilo (studiosi, docenti) specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale

➢ tariffe aree per i voli internazionali

➢ tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia

➢ spese consolari

➢ assicurazione sanitaria (obbligatoria per il visto) e bagaglio

➢ accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza

➢ sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo

➢ colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e acqua minerale.  

➢ trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con pulmino VIP con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata 

➢ tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei

➢ gadget di viaggio personalizzati

Non sono inclusi: 

➢ assicurazione annullamento viaggio

➢ tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche

➢ mancia alla guida

➢ mancia all’autista

➢ spese per visite o programmi non compresi nel programma ordinario (astronomo, escursione con quattro per quattro nel deserto, giardino degli uccelli, ecc…)

➢ tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

cell. 339 1369642

Giorni felici

Nella maggior parte dei casi, scrivere serve soprattutto a chi scrive, non a chi legge. E’ quindi un atto essenzialmente egoista. Che poi qualcuno possa apprezzare quello che scriviamo, è un altro conto.

Mi sono domandato a lungo se fosse giusto, se fosse opportuno che scrivessi di Felicetta Ferraro. Sono passati pochissimi giorni dalla sua scomparsa e confesso che ho cercato a lungo, in rete, testimonianze o ritratti che mi aiutassero a realizzare che non c’è più. Che davvero non c’è più. Non sono certo una delle persone più titolate a parlare di lei. Eppure non farlo mi costerebbe più di quanto mi costi ora vincere il pudore e il timore di essere invadente.

Ho appreso della sua morte dai social, domenica mattina. Sapevo da anni della sua malattia, ma la notizia è stata comunque un colpo improvviso, violento e ingiusto. E’ stato poi un lento scorrere di foto e saluti e dediche, soprattutto di amici iraniani.

Iranista, laureata all’Orientale di Napoli, ex addetto culturale all’ambasciata italiana di Teheran per otto anni, fondatrice insieme a Bianca Maria Filippini della casa editrice Ponte33, Felicetta è morta il 1° giugno a Firenze, all’età di 63 anni.

Non la vedevo e non la sentivo da un po’. Perché così vanno le cose nella vita e tra le persone: ci si incontra e ci si perde. Ci si trova e ci si divide. Avevo conosciuto Felicetta nel 2008. Lei aveva appena terminato la sua missione a Teheran, io avevo da poco pubblicato il mio secondo libro sull’Iran. Fu proprio una mia presentazione in Campidoglio (sì, allora a Roma accadevano anche cose come questa, è passato davvero tanto tempo..) l’occasione in cui ci conoscemmo.

Felicetta stava per lanciare la sua casa editrice, Ponte33, interamente dedicata ad autori contemporanei iraniani. “Ma che vivono in Iran, non quelli della diaspora, che magari in Iran non ci vanno da una vita!”, sottolineava con entusiasmo. Furono mesi e anni particolarmente vivaci per chi, in Italia, si appassionava alla cultura e alle vicende iraniane.

E fu anche una stagione divertente, piena di occasioni piacevoli: cene, feste, qualche breve trasferta. Ricordo una bellissima cena da Felicetta e Mario, nella loro casa ai Castelli Romani. I loro ricordi di giovani laureati nell’Iran scosso dalla rivoluzione e dalla guerra. Ma anche la grande ironia (soprattutto di Mario) nel parlare della loro esperienza nella Teheran di inizio millennio.

E poi venne il turbolento 2009, con le celebrazioni del trentennale della rivoluzione prima e le contestate elezioni presidenziali poi. L’Onda Verde, le polemiche, le manifestazioni in Iran e quelle in Italia. Lei sempre molto scettica nei confronti dei facili entusiasmi che allora scuotevano tanti osservatori ed esperti più o meno improvvisati. Ricordo una lunga discussione in treno, mentre andavamo a Riccione per un convegno: “Andiamoci piano – ammoniva – la Repubblica islamica ne ha viste tante, non saranno queste manifestazioni a farla cadere”. Aveva ragione.

Quando Carla ed io ci sposammo, Felicetta, Fidan e Mario furono tra gli ospiti più partecipi di quella giornata bellissima e allegra. Al regalo – rigorosamente persiano – Felicetta aveva allegato una dedica con quei versi meravigliosi di Hafez che parlano di vino, di rose, di usignoli ubriachi e di amore.

E poi ricordo un No Ruz freddissimo a Firenze, in cui andammo insieme a vedere film iraniani al Middle East Film Now, manifestazione di cui sarebbe divenuta negli anni uno dei pilastri. Fu in quell’occasione che nacque l’idea di portare Ponte33 al Salone del Libro di Torino 2011. Ricordo quei giorni come una sorta di gita scolastica fuori tempo massimo. Una brigata piuttosto eterogenea che attraversava le giornate al Lingotto, condividendo l’entusiasmo per un progetto che nasceva allora.

Felicetta al Salone del Libro di Torino 2011

Una sera di agosto a Firenze, in una piazza caldissima, con i nostri Luca e Fidan ancora piccoli ma non più bambini. Giorni felici, appunto.

Poi quel momento svanì. Ci furono incomprensioni, contrasti e il nostro rapporto non tornò più come prima. Ci incrociammo di nuovo, sempre in occasioni “persiane”. Rimane a me però il rimpianto di non aver mai chiarito davvero quel passaggio, di non aver provato fino in fondo a ricucire un rapporto che per me era stato bello e importante.

Una volta Felicetta, vedendomi giù per la scomparsa di Pierguido Cavallina, mio direttore di tanti anni prima, mi disse che era normale, anzi era giusto che ci stessi male. Perché quando i nostri maestri se ne vanno, si meritano anche un po’ di dolore da parte nostra, per quello che ci hanno dato.

Non so davvero se ci sia mai qualcosa di “giusto” nel destino che ci accomuna tutti. Di certo non c’è nulla di consolatorio, per me, nel ripensare oggi a quelle sue parole. E’ anzi una conferma di una doppia assenza: mi mancherà la sua mancanza.

“Il tuo posto è vuoto”, dicono gli iraniani per taroof, a chi è assente.

Jeye to khalie, Felicetta. E’ proprio così.

Quando Kate Millet andò a Teheran

Come si scrive la Storia? Qual è il passaggio, lo scarto che fa divenire una cronaca giornalistica o un diario un documento storico? E anche: quante volte chi vive e racconta un evento si rende conto che lo sta per consegnare a una memoria molto più vasta di quella relativamente effimera dei lettori di un quotidiano o di una rivista?

Kate Millet, femminista statunitense, arrivò a Teheran il 5 marzo 1979, un paio di settimane dopo la vittoria della rivoluzione (11 febbraio), in occasione della giornata della donna. Era la prima volta dopo oltre cinquant’anni che in Iran si celebrava l’8 marzo: lo scià Mohammad Reza Pahlavi, scappato dal Paese il 16 gennaio, aveva infatti imposto come Giornata della donna l’8 gennaio, per ricordare il giorno in cui nel 1936, suo padre Reza Pahlavi aveva proibito alle donne di indossare il velo in pubblico. Un particolare che rileva come la monarchia concepisse la modernizzazione come una trasformazione da imporre per decreto e non come un processo da raggiungere attraverso la concessione di autentiche libertà.

Kate Millet rimase a Teheran fino al 18 marzo, quando venne espulsa dal governo provvisorio guidato da Mehdi Bazargan perché accusata di svolgere attività controrivoluzionarie. Quei giorni, già narrati dalla stessa Millet in un libro del 1982 intitolato Going to Iran, sono ora ricostruiti da Negar Mottahedeh, professoressa associata di letteratura della Duke University, in Whisper Tapes: Kate Millett in Iran. Il libro si basa sui nastri registrati da Millet a Teheran in occasione di manifestazioni, assemblee, incontri e interviste. È un racconto frammentario, spesso monco, volutamente “irregolare”. Millet non conosceva una parola di persiano e doveva quindi affidarsi continuamente alla traduzione simultanea delle attiviste iraniane che le facevano da guida. Ogni capitolo del libro è intitolato a una parola o un’espressione persiana, non per fornire un glossario della rivoluzione ma piuttosto per suggerire spunti evocativi del clima di quei giorni, segnato da sentimenti contrastanti. All’entusiasmo per la vittoria della rivoluzione era infatti seguita la paura per una svolta decisamente reazionaria del governo provvisorio formalmente guidato da Bazargan – esponente del Fronte Nazionale – ma condizionato in tutto e per tutto dall’Ayatollah Khomeini, emerso come leader assoluto nell’ultima fase della rivoluzione, attraverso i komiteh, i comitati rivoluzionari.

Il Manifesto dell’11 marzo 1979

Il 26 febbraio, appena quindici giorni dopo la vittoria della rivoluzione, Khomeini aveva infatti annunciato l’abrogazione del diritto di famiglia varato nel 1967. Veniva così di fatto reintrodotta la poligamia e diventava più complicato per le donne ottenere il divorzio. Il 3 marzo le donne vennero interdette dal ruolo di giudice e il 6 marzo – il giorno dopo l’arrivo di Millet a Teheran – Khomeini annunciò l’hijab obbligatorio nei luoghi di lavoro. L’8 marzo, in occasione della giornata della donna, migliaia di manifestanti a Teheran chiesero al governo Bazargan di revocare il provvedimento. Squadre di militanti khomeinisti aggredirono le donne al grido di “O velo o botte” (Ya rusari ya tusari). Il governo Bazargan rivelò in quell’occasione tutti i suoi limiti, anche perché non si levò alcuna voce di critica all’interno del fronte rivoluzionario. Anche i cosiddetti partiti “laici”, a cominciare dal Tudeh, il partito comunista, si schierarono con Khomeini, probabilmente per paura di inimicarsi quello che era di fatto il dominus della rivoluzione, ma anche perché non esisteva un vero movimento per i diritti delle donne. Colpisce, dal racconto di Millet, la grande solitudine che il movimento femminista iraniano vive in quelle settimane cruciali. La televisione iraniana, la cui direzione è affidata dopo la rivoluzione a Sadeq Gotbzadeh, il rivoluzionario che era rientrato a Teheran insieme a Khomeini, cala sulle manifestazioni dell’8 marzo una censura pesante e colpevole. Gotbzadeh proveniva dal Movimento di liberazione, nei mesi dell’esilio parigino di Khomeini (dove lui stesso aveva convinto l’Imam a recarsi dopo l’espulsione dall’Iraq) aveva più volte dichiarato che non ci sarebbe stato alcun governo dei religiosi e che donne e uomini avrebbero goduto delle stesse libertà e degli stessi diritti.

Questa svolta segna anche in modo decisivo e forse definitivo la narrazione della rivoluzione iraniana e dello stesso Iran post rivoluzionario. Il velo – quasi sempre definito in modo inappropriato chador – diventa l’immagine più usata nel racconto giornalistico, il simbolo da esporre in qualsiasi reportage o sulla copertina di qualsiasi libro ambientato in Persia. Nel celebre e per certi versi sopravvalutato Leggere Lolita a Teheran (2003) la scrittrice Azar Nafisi arriva a individuare nella donna il “nemico” contro il quale la rivoluzione iraniana scatena la propria violenza repressiva. Al di là delle considerazioni su questo assunto, il suo racconto si ferma però proprio alla vigilia dell’inizio della stagione riformista di Khatami (1997-2005) e cristallizza la descrizione della società iraniana in un’atmosfera drammaticamente accattivante per il lettore occidentale ma piuttosto datata.

Il sociologo Khaled Fouad Allam arriverà a sostenere che la donna in Iran è addirittura “l’elemento attorno al quale gravita e si concentra ogni principio rivoluzionario”, come era stato la borghesia nella rivoluzione francese e il proletariato in quella russa. Per Fouad Allam, “il velo che la rivoluzione iraniana ha reso obbligatorio è diventato paravento delle frontiere della libertà. C’era qualcosa in più rispetto alle altre rivoluzioni: in Iran le donne possono essere intellettuali o artiste, guidare gli autobus, fare le parlamentari o le insegnanti, ma è richiesta loro una missione: incarnare l’immagine dell’Islam che esce dal XX secolo”.

Di certo, la donna ha sempre avuto una centralità nella vita sociale e politica dell’Iran contemporaneo, dallo “sciopero del tabacco” alla fine del XIX alle cronache dei giorni nostri. L’attuale parlamento, eletto nel 2016, è quello col numero massimo di donne elette sinora nella storia della Repubblica islamica: diciassette, contro le nove della precedente legislatura. Le deputate iraniane sono tutte relativamente giovani, la metà di loro ha meno di quarant’anni. Nessuna di loro è ascrivibile al gruppo dei conservatori. Alcune sono arrivate in parlamento solo al ballottaggio nel loro collegio, dopo una competizione elettorale durissima. Da notare come in questo majles ci siano più donne che mullah: i religiosi eletti sono infatti al loro minimo storico (sedici). Un cambiamento forse minimo, ma significativo di una società che sta cambiando. Tanto per fare un confronto, basti pensare che nel primo parlamento eletto dopo la rivoluzione del 1979, i religiosi erano ben 164 su 290.

Politica a parte, nonostante sia in corso un dibattito politico per una riforma in senso paritario del codice civile, per la legge iraniana la donna vale la metà dell’uomo quando si tratta di ricevere un’eredità o di rilasciare una testimonianza in tribunale. Tuttavia, la condizione femminile iraniana presenta anche dati indubbiamente positivi. Ad esempio, il 65 per cento degli studenti universitari sono oggi donne, e nelle facoltà scientifiche si arriva anche a percentuali superiori. 

Il Gender Inequality Index (GIL) è un indice creato dalle Nazioni Unite per misurare le diseguaglianze di genere sulla base di alcuni dati quantificabili come il tasso di mortalità materno, la presenza di donne in parlamento, il livello di istruzione e la partecipazione al lavoro. Nella classifica mondiale redatta in base al GIL, l’Iran è al sessantesimo posto, appena sotto la fascia dei Paesi con uno sviluppo umano molto alto. Per farci un’idea, il Paese al primo posto, quindi con meno diseguaglianze in assoluto tra uomini e donne, è la Norvegia, seguito dalla Svizzera e l’Australia. L’Italia è al ventottesimo posto. L’Iran precede Paesi come la Turchia, la Serbia, Cuba e l’Albania.

Al di là dell’annosa questione dell’hijab, l’evoluzione della condizione femminile sembra rientrare nel quadro di una grande trasformazione sociale in atto ormai da tempo. Oltre il 70 per cento degli iraniani è infatti nato dopo la rivoluzione e – anche soltanto per una mera questione demografica – prima o poi sarà inevitabile che le istanze delle nuove generazioni influiscano sulle scelte politiche e sulle regole della Repubblica islamica. 

Verso una Terza Repubblica islamica?

Come abbiamo avuto modo di dire diverse volte, l’Iran – e la Repubblica islamica – sono tutto tranne che realtà monolitiche e immutabili. Il sistema politico nato dopo la rivoluzione del 1979, ha già conosciuto una prima riforma nel 1989. La scomparsa di Khomeini e con essa la fine della prima fase post rivoluzionaria, convinse i vertici della Repubblica islamica a modificare alcuni punti importanti della Costituzione elaborata dieci anni prima.

La riforma del 1989

Le modifiche apportate al testo approvato con referendum popolare nel dicembre 1979 furono essenzialmente tre: abolizione della figura del premier, con conseguente aumento dei poteri del presidente della repubblica; creazione del Consiglio del discernimento, per mediare tra parlamento e Consiglio dei Guardiani; riforma dei requisiti necessari per la scelta della Guida suprema (non più indispensabile il titolo di marja-e taqlid, cioè “fonte di imitazione”, ma sufficiente il titolo di mujtahid, cioè esperto di diritto islamico).

Le riforme si resero necessarie a causa di diversi problemi. Da un lato, le continue tensioni tra parlamento e Consiglio dei Guardiani, che di fatto bloccavano i lavori legislativi. Lo stesso premier era spesso ostacolato da una maggioranza parlamentare a lui ostile e non riusciva a portare avanti la propria azione di governo. Era inoltre evidente che, dopo la caduta in disgrazia di Montazeri, erede designato di Khomeini per il ruolo di Guida, si doveva assicurare in tempi rapidi una continuità nella scelta della figura principale della Repubblica islamica. Khomeini muore il 3 giugno 1989 e un mese e mezzo dopo, il 28 luglio, un referendum approva le modifiche alla Costituzione. Di fatto, nasce allora la seconda Repubblica islamica.

Le riforme, oggi

L’8 maggio 2019 il deputato riformista Mostafa Kevakebian ha annunciato di essere al lavoro per una legge chiamata “Terza Repubblica”. Gli hanno fatto eco altri parlamentari, riformisti e conservatori moderati, che si sono detti favorevoli a modificare alcune parti del testo costituzionale. Al centro del dibattito c’è il peso – giudicato eccessivo – del Consiglio dei Guardiani in materia elettorale, soprattutto per quanto riguarda il potere di veto sui candidati. Altri parlamentari si sono detti favorevoli ad aumentare i poteri del presidente, altri – soprattutto conservatori – sarebbero favorevoli e reintrodurre la figura di un premier che risponda solo al parlamento. Su posizioni ben diverse, alcuni conservatori radicali auspicano l’eliminazione della figura del presidente eletto.

In questo quadro, il 22 maggio la Guida Ali Khamenei si è detta contraria al ripristino della figura del premier, ma ha definito “accettabili” alcune modifiche alla Costituzione.

D’altra parte, una nuova riforma risponde a un dato oggettivo: quarant’anni dopo la rivoluzione, non si è formata in Iran una nuova generazione di politici religiosi in grado di raccogliere il testimone dei padri della Repubblica islamica. Per sopravvivere, il sistema dovrà necessariamente trasformarsi, anche attraverso una revisione delle istituzioni e dei processi decisionali.

Viaggio in Iran 13-25 agosto 2019

Viaggio in Iran dal 3 al 15 agosto 2018

Il gruppo è composto e ci sono ancora posti disponibili! Ma occorre prenotarsi prima possibile, scrivendo a antonello.sacchetti@gmail.como telefonando al 339 1369642.

«L’impero della mente». Così lo studioso britannico Michael Axworthy definisce l’Iran. Alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

Giorno Data Itnerario
1 Martedi’ 13/08/2019 Aereo Roma – Teheran Incontro con la guida in aeroportoTrasferimento in hotel Pernottamento a Teheran
2 Mercoledi 14/08/2019   Visita di Teheran citta’ Museo Archeologico nazionale (parte antica) Palazzo Golestan Museo dei Gioielli Ponte della natura oppure Ambasciata Usa Volo per Shiraz Pernottamento a Shiraz
3 Giovedi 15/08/2019 Visita alla moschea Nasir-ol-Molk o delle Rose Madrasa del Khan Bazaar di Vakil Pranzo Moschea di Vakil Hammam di Vakil Tomba di Hafez Cena in ristorante tradizionale
4  Venerdi 16/08/2019 Trasferimento a Marvdasht e visita di Persepoli Visita Tombe rupestri di Naqsh-e-Rostam Visita di Pasargade (Tomba di Ciro) Ritorno a Shiraz Cena Moschea Re delle Lampade Pernottamento a Shiraz
5 Sabato 17/08/2019 Trasferimento Shiraz-Kerman Visita a Bishapur Visita a Tang-e-Chogan, Stretto del gioco del Polo di epoca Sassanide Pernottamento a Kerman
6 Domenica 18/08/2019 Visita di Kerman Complesso Ganj-Ali-Khan. Piazza e Hammam Moschea del venerdi di Kerman Fortezza di Rayen Giardino Shazde di Mahan Mausoleo del sufi Nematollah Vali a Mahan Arrivo a Shahdad Cena nel deserto di Lut con astronomo Pernottamento in casa tradizionale a Shahdad
7 Lunedi 19/08/2019 Partenza da Shahdad per caravanserraglio ZineddinVisita di SarYazd o Fahraj (qualora si arrivi in orario)Cena in caravanserraglioAltro luogo dove si puo’ disporre di astronomoBallo del legno dei beluciPernottamento nel caravanserraglio di Zineddin
8 Martedi 20/08/2019 Giro di YazdTorri del SilenzioPasseggiata in quartiere anticoPrigione AlessandroCupola 12 ImamPranzoPresentazione sui tappetiMuseo dell’acquaPiazza Amir Chakhmaq  CenaPernottamento a Yazd            
9 Mercoledi 21/08/2019 Yazd-Meybod-Naeen-Isfahan Partenza da Yazd Moschea di Fahraj Castello Narin di Meybod Caravanserraglio di Meybod Moschea Naeen Arrivo a Isfahan e cena in piazza Pernottamento a Isfahan
10 Giovedi 22/08/2019 IsfahanMoschea della Regina o Shaikh LutfullahMoschea dello Scia’Tempo libero bazaarVisita palazzo delle 40 colonne Cena e pernottamento a Isfahan
11 Venerdi 23/08/2019   Isfahan Visita a cattedrale armena di Vank Visita a moschea del venerdi’ antica Palazzo Ali Qapu Giro nel bazaar Visita ai ponti Cena in ristorante tradizionale/albergo Pernottamento a Isfahan
12 Sabato 24/08/2019   Isfahan-Kashan-Qom-IbisVisita a villaggio zoroastriano di AbyanehVisita a giardino Fin di KashanVisita a casa Tabatabee di KashanVisita a QomCena in albergo IbisPernottamento presso albergo Ibis
13 Domenica 25/08/2019   Volo per Roma da aeroporto IKIA
https://youtu.be/5eAY1djEdyM

QUOTA INDIVIDUALE 2.785 EURO

SUPPLEMENTO SINGOLA: 400 EURO

N.B. La caparra verrà restituita qualora il gruppo non si formasse. In caso di rinuncia da parte del viaggiatore, la caparra non verrà restituita.

SALDO ALLA PARTENZA

La quota comprende

  • tariffe aeree per i voli internazionali
  • spese consolari
  • assicurazione medico, bagaglio
  • tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia
  • accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza
  •  sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo
  • colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di trasporto verranno offerti il té, biscotti e una bottiglia d’acqua al giorno. Occasionalmente potrà essere effettuato un simpatico pic-nic all’iraniana, qualora le esigenze di viaggio lo rendessero necessario
  • trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con mezzi con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata
  • guida professionale specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale
  • tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei
  • un volo interno per raggiungere località distanti e i trasferimenti dagli aeroporti agli alberghi

La quota non comprende

  • assicurazione annullamento viaggio
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

Per informazioni: antonello.sacchetti@gmail.com – 339 1369642

Rassegna persiana/2

Si parla tanto di Iran. E (stavolta) non è una buona notizia. Gli articoli più interessanti di questa settimana

Si è parlato di Iran soprattutto a proposito di una possibile guerra con gli Usa. Cominciamo perciò la rassegna con un articolo di Luciana Borsatti su Huffington Post.

Sono giorni che sui media rullano i tamburi di una possibile guerra con l’Iran, e ogni giorno un nuovo allarme li fa rullare ancora più forte. Tanto forte che, assordati dall’effetto stereofonico di tanto sovraccarico mediatico, si rischia di dimenticare le domande di fondo: ma la guerra chi la vuole? Per quali cause e con quali obiettivi? Chi ha innescato l’escalation che potrebbe precipitare in un conflitto? Converrebbe davvero alle parti in causa aprire una nuova guerra in Medio Oriente? Leggi l’articolo

Una card da tempo sui social ironizza:
“L’Iran vuole la guerra: guarda quanto vicino hanno messo il loro Paese alle nostre basi militari”.

A proposito di regime change

Il cambio di regime a Teheran è uno degli obiettivi dichiarati della politica internazionale di Trump. Secondo Vali Nasr, anche gli iraniani vorrebbero un regime change, ma non è dello stesso tipo auspicato dai falchi dell’amministrazione Usa. Lo spiega in un articolo (in inglese) sul Washington Post

Il consigliere nazionale per la sicurezza Usa John Bolton

La costruzione del nemico

Alberto Negri ci ricorda sul Manifesto come certe dinamiche della politica estera americana non siano affatto inedite:

Come si costruisce un nemico? La narrativa che si vuole fa passare è che Teheran è una minaccia e gli Stati Uniti, con i loro alleati, Israele e Arabia Saudita, difendono, oltre al petrolio, il mondo libero. Come ai tempi in cui gli Usa montarono l’Operazione Aiace, il colpo di stato in Iran del ‘53 contro Mossadeq.

Ma da dove prendono le idee Pompeo, Bolton, Pence, gli uomini di Trump? Vennero forgiate più di 40 anni fa, prima della caduta dello Shah nel’79. Pompeo dichiara di rifarsi a Bernard Lewis, lo studioso di islam, ex agente dei Servizi britannici al Cairo negli anni’40, l’ispiratore dell’attacco all’Iraq nel 2003 per mano di Bush junior e di Dick Cheney.

Uno degli aspetti forse più interessanti della vicenda è ricostruire cosa accadde allora a Washington e come il copione si replica ora.

Leggi l’articolo

Tensione nel Golfo Persico

Nella pressoché totale indifferenza dei media italiani, la settimana è stata segnata anche da un serie di episodi piuttosto allarmanti: il sabotaggio di quattro petroliere al largo di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti e un attacco con droni che ha colpito due pozzi petroliferi in Arabia Saudita. Ne parla Annalisa Perteghella per ISPI.

A Teheran gli studenti manifestano

Nel frattempo gli studenti della più grande università di Teheran hanno manifestato contro l’inasprimento dei controlli sull’abbigliamento delle ragazze in occasione del ramadan. Le manifestazioni sono state disturbate da una contro manifestazione di persone (certamente non studenti) vicine ai basij, che sono entrate nell’ateneo cantando. “Dio è grande” (vedi tweet di seguito).

Non sono mancati momenti di tensione: un’immagine qui mostra un manifestante che prende a calci una donna in chador. Sebbene non siano state manifestazioni eclatanti, quando gli studenti iraniani si muovono, è comunque una notizia. Se ne parla in questo articolo (in inglese) su Al Monitor.


La mossa di Teheran

La pazienza dell’Iran è durata un anno. Alla vigilia del primo anniversario del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare,  il presidente Hassan Rohani ha annunciato che Teheran non intende ritirarsi dall’accordo, ma riprenderà l’arricchimento del suo uranio se entro 60 giorni i partner europei non accetteranno di soddisfare le sue richieste in ambito petrolifero e bancario.

In una lettera ai partner del Piano comprensivo di azione (JCPOA), firmato nel 2015 con il gruppo ‘5+1’ (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania), il presidente iraniano ha spiegato:

“Per proteggere la sicurezza e gli interessi nazionali del popolo iraniano, e nell’implementazione dei suoi diritti previsti dai paragrafi 26 e 36 del Jcpoa, la Repubblica islamica interrompe da oggi alcune delle sue misure sotto il Jcpoa», spiega la nota. Teheran annuncia quindi di non sentirsi più obbligata a rispettare i limiti attualmente previsti sulle sue riserve di uranio arricchito e acque pesanti e concede 60 giorni ai partner per «soddisfare i loro obblighi, specialmente in campo petrolifero e bancario”, in modo da bilanciare come promesso gli effetti delle sanzioni Usa. Se ci sarà un’intesa, Teheran tornerà a rispettare tutti gli obblighi del Jcpoa. Ma avverte: “La finestra che è ora aperta per la diplomazia non lo rimarrà a lungo”. Come dire: se non troviamo un accordo, l’Iran riprenderà ad arricchire l’uranio.

La risposta dell’Ue

L’alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini e i ministri degli esteri di Francia, Germania e Regno Unito hanno espresso “grande preoccupazione” dell’annuncio dell’Iran e rigettano “ogni ultimatum” e chiedono al Paese di continuare ad implementare gli accordi. In una nota congiunta, i quattro ribadiscono anche il loro “fermo impegno” sull’accordo che elimina le sanzioni, e si rammaricano per quelle reintrodotte dagli Usa.

Sazandegi titola: la palla è nel campo dell’Europa

Dagli Usa ancora sanzioni

La contromossa degli Usa non si è fatta attendere: con un ordine esecutivo, l’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni per colpire i ricavi dell’Iran sulle esportazioni di ferro, acciaio, alluminio e rame. Dopo il settore petrolifero, quello dei metalli è il più importante del Paese: impiega circa 600.000 lavoratori e rappresenta il 10% totale delle esportazioni. Nell’automotive, per cui l’acciaio è indispensabile, sono impiegati un altro milione di lavoratori.

.. e provocazioni

Washington picchia duro, dunque, sperando di mettere all’angolo la Repubblica islamica. In questo, va detto, usa mezzi anche piuttosto grossolani. Alcuni giorni fa, il consigliere per la sicurezza John Bolton aveva annunciato  l’invio della portaerei Abraham Lincoln e un nucleo di bombardieri nel Mediterraneo proprio come monito all’Iran. Un paio di giorni dopo, la Marina Usa ha però smentito Bolton, parlando di “normali esercitazioni” programmate da tempo.

L’Iran vuole davvero uscire dal JCPOA?

Quella di Teheran sembra una mossa persino troppo ponderata, arrivata a un anno dal ritiro degli Usa e sulla spinta di tensioni politiche interne fortissime. Rohani recupera una parte di credito – e di fiato – a livello interno, incassando il sostegno di praticamente tutto lo spettro politico della Repubblica islamica.

Vatan-e emruz: Ritorno all’uranio
Aftab-e Yazd: ultimatum di 60 giorni all’Europa

Va detto che finora Rohani si sta muovendo nell’ambito dell’accordo stesso. Ed è sempre bene ricordare che l’Aiea ha certificato il pieno rispetto da parte iraniana dell’accordo del luglio 2015.

E’ comunque improbabile che l’Europa trovi il modo di venire incontro alle richieste di Teheran: troppo debole rispetto agli Usa e troppo divisa su dossier strategici quali quello iraniano (o anche quello libico).

Forse questo messaggio all’Europa è quindi soltanto un preavviso che il governo Rouhani ha voluto lanciare prima dell’ormai inevitabile collasso dell’accordo che si era raggiunto dopo un lavoro diplomatico infinito.

Rassegna persiana

Una nuova rubrica per segnalare gli articoli riguardanti l’Iran più interessanti degli ultimi giorni

Zarif a Fox News

Il 28 aprile il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha rilasciato un’intervista esclusiva a Fox News. La scelta dell’emittente è particolarmente significativa: non è infatti un mistero che il presidente degli Usa Donald Trump snobbi la quasi totalità dei media americani e si informi esclusivamente su Fox News. In questa intervista, Zarif si dice convinto che Trump non abbia davvero intenzione di arrivare a uno scontro con l’Iran e che anzi stia resistendo alla pressione di chi, come il consigliere per la sicurezza John R. Bolton, sta portando avanti gli interessi di Israele e Arabia Saudita. E’ stata un’intervista interessante, qui potete trovare un estratto (in inglese).

Intervista a Saeed Leylaz

Luciana Borsatti ha intervistato per Articolo 21 l’analista politico ed economista iraniano Saeed Leylaz , uno dei consiglieri del governo di Hassan Rouhani, che ha però anche scontato un anno di carcere, per aver partecipato all’Onda Verde del 2009 contro la rielezione a presidente di Mahmoud Ahmadinejad. E’ un’intervista a tutto campo, che spazia dai rapporti tra Usa e Iran, alla condanna di Nasrin Soutodeh, passando per l’economia. Per leggerla clicca qui.

L’omicidio del religioso

Un caso di cronaca nera ha scosso l’Iran nelle ultime settimane. Il 29 aprile
Mustafa Ghasemi, hojatoleslam 46enne residente ad Hamadan, è stato ucciso a colpi di AK-47 da un assalitore successivamente caduto in uno scontro a fuoco con la polizia. Il religioso sarebbe stato ucciso dopo che in rete erano circolati alcuni suoi messaggi (la cui autenticità non è certa) in cui invitava le donne iraniane a contrarre matrimoni temporanei con esponenti delle milizie sciite irachene. Nella polemica è intervenuta anche la popolare attrice Mahnaz Afshar, che ha criticato “chi è rimasto in silenzio dopo gli appelli di Ghasemi”. Adesso molti conservatori sostengono che l’attrice abbia incitato all’odio contro la vittima.

Subito dopo l’omicidio, i social media hanno registrato moltissimi messaggi di odio contro i mullah e i religiosi al potere. Tanto che in Iran politici conservatori e riformisti hanno cominciato ad accusarsi reciprocamente del clima di odio e del mancato controllo dei social.

Leggi l’articolo (in inglese) su Al Monitor

Leggi l’articolo (in inglese) su Kayhan Life

Sulla questione nucleare

L’ 8 maggio 2019 l’Iran ha annunciato di essere pronto a riprendere parte del proprio programma nucleare in risposta alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti di Donald Trump. Per un’analisi degli ultimi sviluppi dell’infinita questione, da leggere assolutamente il focus di Annalisa Perteghella per ISPI. Vai al focus

Chi era Sadeq Qotbzadeh

La Storia è quasi sempre raccontata attraverso i suoi protagonisti: presidenti, rivoluzionari, dittatori. Personaggi “definiti” e quindi, in un certo senso, “definitivi”. A un nome si associa un’idea, un giudizio, che col tempo diventa difficilissimo da confutare. Pensiamo ad esempio a Nerone, bollato per secoli come imperatore folle e soltanto di recente riabilitato almeno parzialmente dagli storici.

La rivoluzione iraniana del 1979, sebbene abbia coinvolto milioni di persone, è raccontata essenzialmente attraverso due personaggi-antagonisti: lo scià Mohammad Reza Pahlavi e l’ayatollah Ruhollah Khomeini.

Nella semplificazione di questo racconto, si perdono non solo le persone dietro i personaggi, ma tutte le sfumature, le differenze talvolta decisive nel determinare il corso degli eventi. In questo senso, c’è un personaggio in particolare, che riaffiora dalle pagine di quella storia come un refuso o come un inciso che meriterebbe almeno una nota a pie’ di pagina ma viene quasi sempre liquidata in poche righe.

Sadeq Qotabzadeh (1936-82) è stato uno dei rivoluzionari più vicini a Khomeini nei fatidici mesi tra l’estate del 1978 e il ritorno in Iran nel febbraio 1979. E’ lui a consigliare l’ayatollah ad andare a Parigi dopo l’espulsione dall’Iraq in ottobre. E nella capitale francese lavora al suo fianco come interprete e intermediario con la stampa internazionale e i personaggi politici di tutto il mondo che vogliono entrare in contatto con quello che sta per diventare il nuovo padrone dell’Iran.

La fine è nota

La parabola di Qotbzadeh sarà breve e vertiginosa. Dopo la rivoluzione sarà per pochi mesi direttore della Radio Televisione nazionale, poi ministro degli Esteri durante la drammatica crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa, candidato alle prime elezioni presidenziali (dove otterrà un umiliante 0,34 % con meno di cinquantamila voti), infine dissidente e oppositore del nuovo regime, che lo spedisce di fronte a un plotone di esecuzione il 16 settembre 1982. Quarantasei anni vissuti intensamente, nel sogno di una rivoluzione che vivrà da protagonista all’inizio e che nel giro di pochi mesi lo fagociterà senza pietà.

1 febbraio 1979: Khomeini e Qotbazadeh arrivano a Teheran

Ma chi era Sadeq Qotbzadeh?

Negli anni Cinquanta è uno dei tanti studenti universitari che si oppongono al regime autoritario dello scià. Figlio di una famiglia religiosa e benestante, milita nel Fronte nazionale, Jebha-ye Melli-e Iran, la formazione politica fondato da Muhammad Mossadeq all’epoca al bando. Viene arrestato un paio di volte per motivi politici e per evitare il peggio, la famiglia lo costringe a continuare gli studi all’estero. La sua carriera universitaria, tra Europa, Canada e Stati Uniti, è piuttosto incostante. Qotbzadeh dedica infatti più tempo all’attività politica e alle ragazze che agli studi.

Secondo l’ex agente del KGB Vladimir Kuzichkin, Qotbzadeh nei suoi anni negli Usa sarebbe stato una spia al soldo dei sovietici. E’ solo una delle tante identità attribuite a Qotbzadeh sia quando era in vita si dopo la sua morte.

Negli Usa stabilisce comunque una rete di contatti molto importante con altri fuoriusciti iraniani, rendendosi protagonista di un’azione dimostrativa clamorosa: il 20 marzo 1961 riesce infatti a prendere la parola durante un ricevimento per il No Ruz organizzato a Washington dall’ambasciatore Ardeshir Zahedi e lanciarsi in una breve ma durissima requisitoria contro lo scià.

Gli anni in Medio Oriente

In seguito a questo episodio, sarà costretto a lasciare gli Stati Uniti e inizierà un periodo di continui spostamenti tra Algeria, Egitto, Siria, Libano e Iraq. Nel 1961 lascia il Fronte nazionale e aderisce al Movimento di liberazione dell’Iran (Ahżat-e azadi-e Iran) , fondato da Taleghani e Bazargan.

Negli anni trascorsi in Medio Oriente, Qotbzadeh stabilisce rapporti molto forti con  Ebrahim Yazdi e Mostafa Chamran, personaggi destinati a ricoprire ruoli molto importanti dopo la rivoluzione. In Libano si avvicina al movimento Amal e riceve anche un addestramento militare. Stringe una stretta collaborazione con Musa Al Sadr, religioso sciita libanese-iraniano, misteriosamente scomparso in Libia nell’agosto 1978.

Proprio grazie ad Al Sadr, Qotbzadeh riesce a ottenere un passaporto siriano che gli permette di trascorrere diversi anni in Canada – come studente ormai piuttosto stagionato – prima di trasferirsi a Parigi.

Nell’estate 1970 incontra Khomeini a Najaf, in Iraq, dove l’ayatollah sta elaborando la teoria del Velayat-eFaqih, che sarà alla base della Repubblica islamica. Tra i due si instaura un rapporto umano molto positivo. A Khomeini piace l’energia del giovane rivoluzionario. Da parte sua, Qotbzadeh crede che Khomeini possa essere una guida morale per la rivoluzione contro lo scià, ma è convinto che non reclamerà mai un ruolo politico per sé. A detta di alcuni, continuerà a pensarlo fino ai primi mesi dopo la rivoluzione.

Una figura controversa

Qotbzadeh è stato l’unico dei leader rivoluzionari a essere processato e fucilato da quella stessa Repubblica islamica che aveva contribuito a creare. Alcuni sono stati uccisi dagli attentati (Beheshti, Rajai, Bahonar), altri sono scappati dopo essere entrati in contrasto con la fazione khomeinista (come il primo presidente eletto Bani Sadr). Ma la vicenda politica e umana di Qotbzadeh sembra quasi rispondere a un destino tragico e allo stesso tempo segnato da un atteggiamento fatalista, quasi remissivo.

Non era certo un fanatico religioso, Qotbzadeh. Nella sua formazione politica l’Islam conta ma non è centrale. Eppure, una volta al potere, sembra cedere in tutto e per tutto ai dettami imposti dalla fazione di Khomeini. Da direttore della Radio TV non esita a censurare le manifestazioni delle donne dell’8 marzo. Ed è apparentemente sordo alle proteste che si levano da vari settori della rivoluzione contro la veloce islamizzazione della società iraniana.

Si ritrova ministro degli Esteri quando Yazdi si dimette dopo che Khomeini dà il proprio sostegno agli studenti che hanno occupato l’ambasciata Usa. Sulla vicenda proverà a trattare con emissari dall’amministrazione Carter e sosterrà più volte che i repubblicani americani contattarono elementi della Repubblica islamica per evitare una soluzione della crisi che avrebbe giocato a favore di una rielezione del presidente democratico.

Qotbzadeh è l’ultimo ministro degli Esteri iraniano a indossare una cravatta

Durante il suo incarico da ministro, non ostenta mai sentimenti anti americani, anche se definisce un “atto di guerra” il fallito blitz tentato dagli Usa il 24 aprile 1980. Isolato e indebolito dall’estremizzazione della crisi degli ostaggi, si dimette da ministro degli Esteri nell’agosto 1980, sostituito da Karim Khodapanahi.

E’ interessante notare il giudizio contrastante che di lui daranno due ambasciatori italiani a Teheran. Giulio Tamagnini, nel suo libro La caduta dello scià, lo descrive come “arrogante e superficiale”, sebbene gli riconosca “modi civili” e una “certa preparazione in campo economico”. Francesco Mezzalama, ambasciatore a Teheran dall’ottobre del 1980 al novembre del 1983, lo ricordava invece come un “giovane simpatico e intelligente”.

Qotbzadeh viene arrestato una prima volta il 7 novembre 1980 con l’accusa di complotto contro Khomeini e la Repubblica islamica, ma è lo stesso ayatollah a intervenire per farlo rilasciare dopo tre giorni.

Mezzalama lo incontra durante un periodo di semi clandestinità e rimane colpito dalle sue parole: “Finché la guerra con l’Iraq continuerà, nel Paese non ci potrà essere opposizione”.

Viene arrestato di nuovo nell’aprile del 1982 con le stesse accuse, insieme a un gruppo di ufficiali dell’esercito e di religiosi. Qotbzadeh si dichiara innocente ma confermò – quasi sicuramente sotto tortura – l’esistenza di un complotto contro la Repubblica islamica. Il 15 settembre venne fucilato nel carcere di Evin, a Teheran, all’età di quarantasei anni.

L’ultima fotografia di Qotbzadeh scattata durante il processo nel carcere di Evin

La sua storia dimostra come la rivoluzione iraniana non divorò soltanto i suoi figli, ma anche alcuni dei suoi padri più importanti.

Conferenza stampa di Qotbzadeh durante la crisi degli ostaggi

Un ricordo

Nel 1987 la giornalista canadese Carole Jerome pubblicò un libro intitolato The man in the mirror: A story of love, revolution and treachery in Iran in cui racconta la sua storia d’amore con Qotbzadeh e ne ricostruisce la vita e la carriera politica. Forse il suo non è uno sguardo molto obiettivo, ma il libro è una ricostruzione davvero intensa dei mesi più drammatici della rivoluzione.

1 febbraio 1979. Il giornalista inglese John Simpson chiede a Khomeini – tramite Qotbzadeh che fa da interprete – cosa provi a tornare in Iran dopo tanti anni. Khomeini risponde: “Niente”.

Chi sono i pasdaran

Chi sono i pasdaran

La decisione degli Usa è chiaramente una provocazione. I pasdaran (Sepah-e Pasdaran-e Enqelab-e Islami, l’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione islamica), nati nel maggio 1979 per espressa volontà di Khomeini, sono una componente importante del quadro politico e militare della Repubblica islamica. Hanno un ruolo determinante nella guerra tra Iran e Iraq (1980-88), distinguendosi nelle azioni di disturbo nel golfo Persico e nelle offensive su Bassora del 1982 e del 1987.

Dal 1992 sono direttamente collegati con le Forze Armate e detengono anche molti asset economicamente strategici.

Secondo l’articolo 150 della Costituzione della Repubblica islamica,

Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, fondato nei primi giorni della vittoria di questa Rivoluzione, continua a svolgere le proprie funzioni di difesa della Rivoluzione stessa e delle sue conquiste. Le prerogative e i doveri di tale Corpo in rapporto alle prerogative e ai doveri delle altre forze armate saranno regolamentati dalla legge, che promuoverà la cooperazione fraterna ed il coordinamento di tutte le forze in questione.

Da un punto di vista politico, sono divenuti più importanti durante i due mandati di Khatami (1997-2005), quando – soprattutto dopo i movimenti studenteschi del 1999 – si ersero a paladini dell’ortodossia rivoluzionaria. Rimane celebre una lettera che ventiquattro comandanti dei pasdaran (tra cui Qasem Soleimani) inviarono al presidente Khatami minacciando, in sostanza, di intervenire qualora non avesse messo fine alle manifestazioni degli studenti.

Un impero economico

Paradossalmente, il peso economico dei pasdaran si è rafforzato proprio grazie alle sanzioni occidentali, perché ha permesso loro di gestire in modo più o meno occulto una parte dell’economia che veniva penalizzata proprio dalle misure degli Usa e dei loro alleati. Controllano da anni asset strategici dell’economia della Repubblica islamica (petrolio, comunicazioni) e possono contare anche su una rete di media controllati o comunque molto vicini (come le agenzie Tasnim e Fars)

Definire i pasdaran un’organizzazione terroristica è non solo una forzatura, ma un controsenso.

I pasdaran – e in particolare la Brigata Qods – sono stati fondamentali nel combattere l’Isis in Siria e in Iraq. L’Iran è l’unico Paese – insieme alla Russia – ad aver combattuto il califfato “boots on the ground”, inviando cioè propri soldati e pagando per questo un contributo di vittime molto alto, stimabile in migliaia di caduti. Ora gli Usa dichiarano nemici quelli che di fatto sono stati, se non alleati, co belligeranti nella lotta allo Stato Islamico. L’ennesima sterzata di Trump ha per ora prodotto un solo chiaro effetto: spostare i moderati e i riformisti iraniani – tra cui alcuni politici spesso critici nei confronti di pasdaran – su posizioni più dure.

In queste ore molti parlamentari iraniani si sono fatti fotografare con la divisa verde dei Pasdaran.

Il presidente del Parlamento Larijani e alcuni deputati con l’uniforme dei pasdaran

Un giornale riformista – Etemad – titola oggi: “Anche io sono un pasdar”. 

Il quotidiano Etemad: “Anche io sono un pasdar”

Più in generale, il clima di accerchiamento che si respira in Iran a causa delle più recenti scelte della Casa Bianca, ha provocato un inasprimento dei torni, anche da quella parte dei vertici della Repubblica islamica che negli ultimi anni avevano cercato con ostinazione la strada del dialogo e del compromesso. I tweet al vetriolo del ministro degli Esteri Javad Zarif sono soltanto l’esempio più evidente.

Quel che resta della rivoluzione


Sono passati 40 dalla rivoluzione islamica iraniana che trasformò la monarchia del paese in una Repubblica Islamica sciita. Ma cosa è rimasto di quel conflitto e come è cambiato l’Iran? Ne abbiamo parlato con Antonello Sacchetti, giornalista appassionato di Iran. Nel suo libro “Iran, 1979. La rivoluzione, la Repubblica islamica, la guerra con l’Iraq”, Sacchetti ripercorre quegli anni attraverso la testimonianza di persone che la rivoluzione l’hanno vissuta sulla propria pelle, anche da prospettive diverse: da chi fu un rivoluzionario a chi invece era più vicino allo Scià Mohammad Reza Pahlavi. “Nel raccogliere queste testimonianze – racconta Sacchetti – ho avuto la sensazione che molte di queste persone quasi non aspettassero altro che raccontarle. In fondo la memoria serve a liberarci.”

“Ho dato spazio ai racconti personali – spiega Antonello ai nostri microfoni – perché una rivoluzione, come in genere tutti gli avvenimenti storici, è qualcosa che coinvolge la vita delle persone delle famiglie. Spesso sono eventi raccontati attraverso i numeri e le gesta dei grandi personaggi. In questo racconto ho voluto mettere anche una parte molto privata di tante persone“.

L’intervista di Oriana Fallaci a Mohammad Reza Pahlavi

Riproponiamo l’intervista rilasciata dallo scià alla giornalista italiana nell’ottobre 1973

Sua Maestà aspettava in piedi, in mezzo al fastoso salone che gli serve da ufficio. Non rispose al discorsino con cui lo ringraziavo di ricevermi per l’intervista e in silenzio, freddissimamente, mi porse la mano destra. La stretta fu sgarbata, rigida. L’invito a sedermi ancora più rigido. E tutto avvenne senza parole, senza sorrisi: le sue labbra eran serrate come una porta chiusa, i suoi occhi eran ghiacci come un vento d’inverno. Avresti detto che volesse rimproverarmi qualcosa, e non capivi cosa. Oppure era solo frenato dalla ritrosia, dalla preoccupazione di non perdere il suo tono regale?

Quando fui seduta, anche lui si sedette: gambe unite e braccia incrociate, torso intirizzito (per via del corpetto antipallottole, suppongo, che indossa sempre come Ailé Selassié). Così intirizzito rimase a fissarmi, remoto, mentre narravo l’incidente avvenuto al cancello dove la guardia del corpo m’aveva bloccato rischiando di farmi perdere l’appuntamento. Udii la sua voce, infine, allorché replicò che gliene dispiaceva molto, ma certi errori avvenivano per eccesso di zelo. Era una voce triste, stanca. Quasi una voce priva di voce. Del resto anche il suo volto era triste, stanco. Sotto i suoi capelli bianchi, lanosi come un berretto di pelliccia, spiccava solo il grandissimo naso. Quanto al corpo, appariva così fragile sotto il doppiopetto grigio, così dimagrito, che subito gli chiesi se stesse bene. Benissimo, rispose, mai stato altrettanto bene: le notizie secondo cui la sua salute sarebbe in pericolo eran prive di fondamento e il calo di peso lo aveva voluto perché stava diventando un po’ grasso. Ci volle parecchio per riscaldar l’atmosfera di quell’approccio sbagliato.

A pensarci bene, ci riuscii soltanto quando gli chiesi se potevo accendere una sigaretta che da mezz’ora agognavo. «Poteva dirmelo prima. Io ho rinunciato alle sigarette ma l’odore del tabacco mi piace, l’odore del fumo.» A questo punto venne anche il tè, servito in tazze d’oro con cucchiaini d’oro. Ma quasi tutto era d’oro lì dentro: il posacenere che non osavi sporcare, la scatola incrostata di smeraldi, i soprammobili coperti di rubini e zaffiri, gli spigoli del tavolino. E in quel bagliore d’oro, di smeraldi, di rubini, di zaffiri, assurdo, irritante, rimasi circa due ore a tentar di penetrare Sua Maestà. Poi, nel dubbio di non aver penetrato un bel niente, chiesi di rivederlo. Acconsentì e il secondo incontro avvenne quattro giorni dopo. Stavolta Sua Maestà fu più cordiale. Per farmi piacere, suppongo, s’era messo una insopportabile cravatta italiana e la conversazione fiorì facilmente: appena turbata in lui dal timore che fossi sulla lista nera della sua polizia. Il timore lo aveva colto perché avevo motivato una domanda spiegando che il mio libro sul Vietnam era stato bandito dalle librerie di Teheran durante la visita di Nixon. Alla notizia era balzato su come punto da una coltellata attraverso il corpetto antipallottole. Il suo sguardo era diventato inquieto, ostile: perbacco, ero dunque pericolosa?

Trascorsero alcuni minuti prima che decidesse di superare il dilemma nell’unico modo possibile e cioè rinunciando alla sua compostezza eccessiva. Così si aprì ai sorrisi e, tra i sorrisi, parlammo del regime autoritario in cui crede, dei suoi rapporti con gli Stati Uniti e con l’URSS, della sua politica petrolifera. Sì, parlammo di tutto. Solo dopo essermene andata mi accorsi che la sola cosa di cui non avevamo parlato era la pazzia da cui lo dicono afflitto e alla quale si deve, sembra, la sua segreta crudeltà.

Mi accorsi anche di saperne su di lui molto poco, forse meno di prima: malgrado tre ore di domande e risposte l’uomo restava un mistero. Era idiota, ad esempio, o intelligente? Probabilmente è, come Bhutto, un personaggio dove i contrasti più paradossali si fondono per regalare alla tua ricerca un enigma. Crede ai sogni premonitori, ad esempio, alle visioni, a un infantile misticismo, e poi discute sul petrolio come un esperto. (Lo è). Governa come un re assolutista, ad esempio, e poi si rivolge al popolo col tono di chi crede al popolo e lo ama: dirigendo una Rivoluzione Bianca che a quanto pare qualche sforzino lo fa per combattere l’analfabetismo e il sistema feudale. Ritiene che le donne vadano giudicate alla stregua di accessori graziosi, incapaci di pensare come un uomo e poi, in una società dove le donne portano ancora il velo, ordina addirittura alle ragazze di fare il servizio militare. Ma insomma chi è questo Mohammad Reza Pahlavi che da trentadue anni siede solidamente sul trono più scottante del mondo? Appartiene all’epoca dei tappeti volanti o a quella dei computer? È un residuo del profeta Maometto o un accessorio dei pozzi di Abadan? Io non l’ho capito. Però ho capito che anche questa Maestà sa mentire con straordinaria impudenza: quando l’intervista venne pubblicata, Reza Pahlavi chiese alla sua ambasciata in Italia di smentire la battuta con cui mi aveva annunciato di voler aumentare il prezzo del petrolio ma, qualche settimana dopo, lo aumentò per davvero. E poi ho capito che era un lugubre dittatore, odiato dal suo popolo nella misura in cui bisogna odiare i lugubri dittatori. Le prigioni in Iran sono così piene di detenuti politici che, per ovviare il problema, Sua Maestà è costretto ogni tanto a fucilarne un bel po’.

ORIANA FALLACI. Anzitutto, Maestà, mi piacerebbe parlare di lei e del suo mestiere di re. Ne son rimasti così pochi di re, e non mi va via dalla testa una frase che lei pronunciò in un’altra intervista: «Se potessi tornare indietro, farei il violinista o il chirurgo o l’archeologo o il giocatore di polo… Tutto fuorché il re».

MOHAMMAD REZA PAHLAVI. Non ricordo d’aver detto queste parole, ma, se le ho dette, alludevo al fatto che il mestiere di re è un’emicrania. Quindi capita spesso che un re ne abbia abbastanza d’essere re. Capita anche a me. Questo però non significa che vi rinuncerei: credo troppo a quello che sono e a quello che faccio. Vede… quando dice ne-sono-rimasti-così-pochi-di-re, lei sottintende una domanda cui posso dare una sola risposta. Quando non c’è la monarchia, c’è l’anarchia o l’oligarchia o la dittatura. E, comunque, la monarchia è l’unico modo possibile per governare l’Iran. Se ho potuto fare qualcosa anzi molto per l’Iran, lo si deve al piccolo particolare che ne fossi il re. Per fare le cose ci vuole il potere, e per tenere il potere non bisogna chiedere permessi o consigli a nessuno. Non bisogna discutere le decisioni con nessuno e… Naturalmente anch’io posso aver commesso errori. Anch’io sono umano.

Tuttavia ritengo d’avere una missione da portare in fondo e intendo portarla in fondo senza rinunciare al mio trono. Non si può prevedere il futuro, ovvio, ma sono convinto che la monarchia in Iran durerà più a lungo dei vostri regimi. O dovrei dire che i vostri regimi non dureranno e il mio sì?

Maestà, quante volte hanno tentato di farla fuori?

Ufficialmente, due volte. E poi… solo Dio lo sa. Ma che significa? Io non vivo nell’ossessione d’essere ucciso. Davvero. A quello non penso mai. Un tempo ci pensavo. Quindici o venti anni fa, per esempio. Mi dicevo: “Oh, perché andare in quel posto? Magari mi hanno preparato un attentato e mi ammazzano. Oh, perché prendere quell’aereo? Magari ci hanno sistemato un ordigno e mi scoppia in volo”. Ora no. La paura di morire, ormai, è una paura che non esiste in me. E non c’entra il coraggio, non c’entra la sfida. Tanta serenità viene da una specie di fatalismo, di cieca fiducia nel fatto che niente possa accadermi fino al giorno in cui avrò portato a termine la mia missione. Sì, io resterò vivo fino al giorno in cui avrò finito ciò che devo finire. E quel giorno è stato stabilito da Dio, non da chi vuole ammazzarmi.

Allora perché è così triste, Maestà? Mi sbaglierò, ma lei ha sempre un’aria talmente triste, corrucciata.

Forse ha ragione. Forse in fondo al cuore sono un uomo triste. Ma la mia è una tristezza mistica, credo. Una tristezza che dipende dal mio lato mistico. Non saprei in quale altro modo spiegare la cosa visto che non v’è alcuna ragione per cui dovrei essere triste. Ormai ho tutto ciò che volevo come uomo e come re. Ho davvero tutto, la mia vita procede come un bellissimo sogno. Nessuno al mondo dovrebbe esser più felice di me e invece… Invece un suo sorriso allegro è più raro di una stella cadente.

Ma lei non ride mai, Maestà?

Solo quando mi capita qualcosa di buffo. Ma bisogna che sia davvero qualcosa di molto buffo, veramente buffo. Il che non capita spesso. No, non sono uno di quelli che ridono per ogni sciocchezza ma lei deve capire che la mia vita è sempre stata così difficile, così faticosa. Pensi solo a quel che sopportai durante i primi dodici anni del mio regno. Roma 1953… Mossadeq… Ricorda? E non alludo nemmeno alle mie sofferenze personali: alludo alle mie sofferenze di re. Del resto io non posso scindere l’uomo dal re. Prima d’esser un uomo, io sono un re. Un re il cui destino è dominato da una missione da compiere. E il resto non conta.

Gesù! Dev’essere una gran scocciatura. Voglio dire: uno deve sentirsi assai solo a fare il re anziché l’uomo.

Non nego la mia solitudine. Essa è profonda. Un re, quando non deve rendere conto a nessuno di ciò che dice e che fa, inevitabilmente è assai solo. Però non sono del tutto solo perché mi accompagna una forza che gli altri non vedono. La mia forza mistica. E poi ricevo messaggi. Messaggi religiosi. Sono molto, molto religioso. Credo in Dio e ho sempre detto che, se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo. Oh, mi fanno tanta pena quei poveretti che non hanno Dio. Non si può vivere senza Dio. Io vivo con Dio dall’età di cinque anni. Cioè da quando Dio mi dette quelle visioni.

Visioni, Maestà?

Visioni, sì. Apparizioni. Di cosa? Di chi? Di profeti. Oh, mi stupisce che lei lo ignori. Lo sanno tutti che io ho ricevuto apparizioni. L’ho scritto anche nella mia biografia. Da bambino io ebbi due visioni. Una quando avevo cinque anni e una quando ne avevo sei. La prima volta vidi il nostro profeta Alì: colui che, secondo la nostra religione, scomparve per tornare il giorno in cui avrebbe salvato il mondo. Ebbi un incidente: caddi contro una roccia. E lui mi salvò: si mise tra me e la roccia. Lo so perché lo vidi. E non in sogno: nella realtà. La realtà materiale, mi spiego? Lo vidi io e basta. La persona che mi accompagnava non lo vide affatto. Ma nessun altro doveva vederlo all’infuori di me perché… Oh, temo che lei non mi capisca.

Infatti, Maestà. Non la capisco proprio. Avevamo incominciato così bene e ora invece… Questa storia delle visioni, delle apparizioni… Non mi è chiara, ecco.

Perché lei non crede. Né a Dio né a me. Tanti non ci credono. Non ci credeva nemmeno mio padre. Non ci credette mai, ne rise sempre. Del resto molti, sia pure rispettosamente, mi chiedono se non mi sfiori mai il dubbio che si sia trattato di una fantasia. La fantasia di un bambino. E io rispondo: no. No perché credo in Dio, nel fatto d’essere stato scelto da Dio per compiere una missione. Le mie apparizioni furon miracoli che salvarono il paese. Il mio regno ha salvato il paese e l’ha salvato perché accanto a me c’era Dio. Voglio dire: non è giusto che io mi prenda tutto il merito delle grandi cose che ho fatto per l’Iran. Intendiamoci: potrei. Ma non voglio perché so che v’era qualcun altro dietro di me. V’era Dio. Mi spiego?

No, Maestà. Perché… Insomma, queste apparizioni le ebbe solo da bambino o anche dopo, da adulto?

Solo da bambino, le ho detto. Da adulto mai: solo sogni. A intervalli di un anno o due anni. E anche di sette anni od otto anni. Per esempio, una volta ebbi due sogni nel giro di quindici anni.

Che sogni, Maestà?

Sogni religiosi. Basati sul mio misticismo. Sogni in cui vedevo ciò che sarebbe successo dopo due o tre mesi e che, puntualmente, dopo due o tre mesi accadeva. Ma di quali sogni si tratti non glielo posso dire. Non riguardavano personalmente me, si riferivano a problemi interni del paese e quindi vanno considerati come segreti di Stato. Ma forse lei capirebbe meglio se anziché la parola sogni usassi la parola presentimenti. Io credo anche ai presentimenti. Alcuni credono alla reincarnazione, io credo ai presentimenti. Ho continui presentimenti: forti come il mio istinto. Anche il giorno in cui mi spararono da sei piedi di distanza mi salvò l’istinto. Perché, istintivamente, mentre l’assassino scaricava la rivoltella, feci ciò che nella boxe si chiama shadow-dancing. E, una frazione di secondo prima che egli mirasse al cuore, mi spostai in modo tale che il proiettile andò a conficcarsi nella mia spalla. Un miracolo. Io credo anche ai miracoli. Se pensa che fui ferito da ben cinque proiettili, uno al volto, uno alla spalla, uno alla testa, due nel corpo, e che l’ultimo restò in canna perché il grilletto si inceppò… Bisogna credere ai miracoli. Io ho avuto tanti disastri aerei, eppure ne son sempre uscito incolume: grazie a un miracolo voluto da Dio e dai profeti. La vedo incredula.

Più che incredula, confusa. Sono molto confusa, Maestà, perché… Ecco, perché mi trovo dinanzi a un personaggio che non avevo previsto. Io non sapevo nulla di questi miracoli, di queste visioni… Io ero venuta a parlar del petrolio e dell’Iran e di lei… Magari anche dei suoi matrimoni, dei suoi divorzi… Non per cambiare argomento, ma quei divorzi devono essere stati un bel dramma. Vero, Maestà?

È difficile dirlo perché la mia vita s’è svolta sotto l’insegna del destino e, quando ho dovuto ferire i miei sentimenti personali, mi son sempre protetto pensando che un certo dolore era voluto dal destino. Non ci si può ribellare al destino quando si ha una missione da compiere. E, in un re, i sentimenti personali non contano. Un re non piange mai per sé stesso. Non ne ha il diritto. Un re è anzitutto dovere, e il senso del dovere è sempre stato così forte in me. Per esempio, quando mio padre mi disse: «Sposerai la principessa Fawzia d’Egitto», io non pensai neanche lontanamente a oppormi o a dire: «Non la conosco». Accettai subito perché il mio dovere era accettar subito. Uno è re o non è re. Se è re, deve subire tutte le responsabilità e tutto il peso dell’essere re, senza cedere ai rimpianti o alle pretese o ai dolori di comuni mortali.

Lasciamo perdere il caso della principessa Fawzia, Maestà, e prendiamo quello della principessa Soraya. La scelse da sé come moglie. Quindi non fu un dolore, per lei, abbandonarla?

Bè… sì… Per un certo tempo, sì. Posso addirittura dire che, per un certo periodo di tempo, quello fu uno dei dispiaceri più grossi della mia vita. Ma ben presto la ragione ebbe il sopravvento e mi posi la seguente domanda: cosa devo fare per il mio paese? E la risposta fu: trovare un’altra sposa con cui dividere il mio destino e a cui chiedere l’erede al trono. In altre parole, la mia sensibilità non si focalizza mai sulle faccende private bensì sui doveri regali. Io ho sempre educato me stesso a non preoccuparmi di me stesso ma del mio paese e del mio trono. Ma non parliamo di certe cose: dei miei divorzi eccetera. Io sono al di sopra, troppo al di sopra di certe cose.

Naturalmente, Maestà. Però c’è una cosa che non posso impedirmi di chiederle in quanto penso che vada chiarita. Maestà, è vero che lei s’è preso un’altra moglie?

Dal giorno in cui la stampa tedesca pubblicò la notizia… La calunnia, non la notizia, fu diffusa dall’agenzia di stampa francese dopo che era stata pubblicata dal giornale palestinese «Al Mohar» con evidenti scopi politici. Una calunnia sciocca, vile, disgustosa. Io le dirò soltanto che la fotografia di colei che sarebbe la mia quarta moglie è la fotografia di mia nipote, cioè la figlia della mia sorella gemella. Mia nipote che, oltretutto, è sposata e ha un bambino. Sì, certa stampa farebbe qualsiasi cosa per screditarmi: è retta da gente senza scrupoli, senza morale. Ma come possono dire che io, proprio io che ho voluto la legge secondo cui è proibito prendersi più di una moglie, mi son risposato e segretamente? È inconcepibile, è intollerabile, è vergognoso.

Maestà, ma lei è mussulmano. La sua religione le consente di prendersi un’altra moglie senza rinnegare l’imperatrice Farah Diba.

Sì, certo. Secondo la mia religione potrei, purché la regina me ne desse il consenso. E a essere onesti bisogna ammettere che esistono casi per cui… Ad esempio, quando una moglie è malata oppure non vuole rispettare i suoi doveri di moglie, e perciò causa l’infelicità del marito… suvvia! Bisogna essere ipocriti o ingenui per credere che il marito sopporti una cosa simile. Nella vostra società, quando si verifica una circostanza del genere, un uomo non si prende forse un’amante o più amanti? Ebbene: nella nostra società, invece, un uomo può prendersi un’altra moglie. Purché la prima moglie acconsenta e il tribunale acconsenta. Senza quei due consensi su cui ho basato la mia legge, però, il nuovo matrimonio non può avvenire. Sicché io, proprio io, dovrei aver infranto la legge sposandomi di nascosto?! E con chi?! Con mia nipote?! Con la figlia di mia sorella?! Senta, una cosa così volgare io non voglio nemmeno discuterla. Non accetto di parlarne un attimo di più. Bene.

Non parliamone più. Diciamo che lei smentisce tutto, Maestà, e…

Io non smentisco nulla. Io non mi prendo neanche il disturbo di smentire. Io non voglio neanche essere citato in una smentita.

Ma come? Se lei non smentisce, si continuerà a dire che quel matrimonio è avvenuto.

Ho già fatto smentire dalle mie ambasciate!

E nessuno ci ha creduto. Dunque bisogna che la smentita venga da lei, Maestà.

Ma il fatto di smentire mi abbassa, mi offende, perché la cosa non ha alcuna importanza per me. Le sembra lecito che un sovrano della mia statura, un sovrano coi miei problemi, si abbassi a smentire il suo matrimonio con la nipote? Disgustoso! Disgustoso! Le sembra lecito che un re, che l’imperatore di Persia perda tempo a parlare di certe cose? A parlare di mogli, di donne?

Strano, Maestà. Se v’è un monarca di cui si è sempre parlato in relazione alle donne, questo è proprio lei. E ora mi coglie il dubbio che le donne non abbiano contato nulla nella sua vita.

Qui temo proprio che lei abbia fatto una osservazione giusta. Perché le cose che hanno contato nella mia vita, le cose che hanno lasciato un segno su di me, sono state ben altre. Non certo i miei matrimoni, non certo le donne. Le donne, sa… Guardi, mettiamola così. Io non le sottovaluto e, infatti, esse sono state avvantaggiate più di chiunque altro dalla mia Rivoluzione Bianca. Mi sono battuto strenuamente perché avessero uguaglianza di diritti e di responsabilità. Le ho messe perfino nell’esercito dove vengono addestrate militarmente per sei mesi e poi inviate nei villaggi a combattere la battaglia contro l’analfabetismo. E non dimentichiamo ch’io sono figlio dell’uomo che in Iran tolse il velo alle donne. Ma non sarei sincero se affermassi d’essere stato influenzato da una sola di loro. Nessuno può influenzarmi: nessuno. E una donna ancor meno. Nella vita di un uomo, le donne contano solo se sono belle e graziose e mantengono la loro femminilità e… Questa storia del femminismo, ad esempio. Cosa vogliono queste femministe? Cosa volete? Dice: l’uguaglianza. Oh! Non vorrei apparire sgarbato ma… siete uguali per legge ma, scusatemi, non per capacità.

No, Maestà?

No. Non avete mai avuto un Michelangelo o un Bach. Non avete mai avuto nemmeno un gran cuoco. E se mi parlate di opportunità vi rispondo: vogliamo scherzare? V’è forse mancata l’opportunità di dare alla storia un gran cuoco? Non avete dato nulla di grande, nulla! Mi dica: quante donne capaci di governare ha conosciuto nel corso di queste interviste?

Almeno due, Maestà. Golda Meir e Indira Gandhi.

Mah… Tutto ciò che posso dire è che le donne, quando governano, sono molto più dure degli uomini. Molto più crudeli. Molto più assetate di sangue. Mi riferisco a fatti, non a opinioni. Siete senza cuore quando avete il potere. Pensi a Caterina de’ Medici, a Caterina di Russia, a Elisabetta d’Inghilterra. Per non citare la vostra Lucrezia Borgia e i suoi veleni, i suoi intrighi. Siete intriganti, siete cattive. Tutte.

Sono sorpresa, Maestà, perché è lei che ha nominato l’imperatrice Farah Diba reggente ove il principe ereditario salisse minorenne sul trono.

Uhm… Già… Sì, se mio figlio diventasse re prima dell’età richiesta, la regina Farah Diba diventerebbe reggente. Però ci sarebbe anche un consiglio con cui essa dovrebbe consultarsi. Io invece non ho l’obbligo di consultarmi con nessuno e non mi consulto con nessuno. Vede la differenza?

La vedo. Però resta il fatto che sua moglie sarebbe reggente. E se lei ha preso questa decisione, Maestà, significa che la ritiene capace di governare.

Uhm… In ogni caso, questo è ciò che ritenevo quando presi la decisione. E… non siamo qui per parlare solo di questo, no?

Certo che no. Del resto non ho ancora incominciato a chiederle ciò che mi preme maggiormente, Maestà. Per esempio: quando cerco di parlare di lei, qui a Teheran, la gente si chiude in un silenzio impaurito. Non osa nemmeno pronunciare il suo nome, Maestà. Come mai?

Per eccesso di rispetto, suppongo. Con me, infatti, non si comportano davvero così. Quando sono tornato dall’America ho attraversato la città su un’automobile aperta e, dall’aeroporto fino al palazzo, sono stato applaudito pazzamente da almeno mezzo milione di persone travolte da un entusiasmo folle. Lanciavano evviva, gridavano slogan patriottici, non erano affatto chiusi nel silenzio che lei dice. Non è cambiato nulla dal giorno in cui divenni re e la mia automobile fu portata a braccia dal popolo per cinque chilometri. Sì: c’erano cinque chilometri dalla casa in cui vivevo all’edificio in cui avrei giurato fedeltà alla Costituzione. E io mi trovavo su quell’automobile. Dopo pochi metri il popolo sollevò l’automobile come si solleva una portantina e la portò a braccia per ben cinque chilometri: cosa intendeva dire con la sua domanda? Che sono tutti contro di me?

Dio me ne guardi, Maestà. Io intendevo dire solo ciò che ho detto: qui a Teheran la gente ha tanta paura di lei che non osa nemmeno pronunciare il suo nome.

E perché dovrebbero parlare di me con uno straniero? Non mi è chiaro a cosa lei alluda.

Alludo al fatto, Maestà, che da molti lei venga considerato un dittatore.

Questo lo scrive «Le Monde». E che me ne importa? Io lavoro per il mio popolo. Non lavoro per «Le Monde».

Sì, sì, ma negherebbe d’essere un re molto autoritario?

No, non lo negherei perché in certo senso lo sono. Ma senta: per mandare avanti le riforme, non si può non essere autoritari. Specialmente quando le riforme avvengono in un paese che, come l’Iran, ha solo il 25 per cento di abitanti che sanno leggere e scrivere. Non bisogna dimenticare che l’analfabetismo è drammatico qui: ci vorranno almeno dieci anni per cancellarlo. E non dico cancellarlo per tutti: dico cancellarlo per quelli che oggi sono sotto i cinquanta anni. Mi creda: quando tre quarti di una nazione non sa né leggere né scrivere, alle riforme si provvede solo attraverso l’autoritarismo più rigido: altrimenti non si ottiene nulla. Se non fossi stato duro, io non avrei potuto attuare nemmeno la riforma agraria e il mio intero programma di riforme si sarebbe arenato. Una volta arenato quel programma, l’estrema sinistra avrebbe liquidato l’estrema destra in poche ore e non solo la Rivoluzione Bianca sarebbe finita. Ho dovuto fare quello che ho fatto. Per esempio, ordinare alle mie truppe di sparare su chi si opponeva alla distribuzione delle terre. Sicché affermare che in Iran non c’è democrazia…

C’è, Maestà?

Le assicuro di sì, le assicuro che in molti sensi l’Iran è più democratico di quanto lo siano i vostri paesi in Europa. A parte il fatto che i contadini sono i proprietari della terra, che gli operai partecipano alla gestione delle fabbriche, che i grandi complessi industriali sono di proprietà dello Stato anziché di privati, deve sapere che le elezioni qui incominciano nei villaggi e si svolgono al livello dei consigli locali, municipali, provinciali. In Parlamento vi sono soltanto due partiti, d’accordo. Ma sono quelli che accettano i dodici punti della mia Rivoluzione Bianca e quanti partiti dovrebbero rappresentare l’ideologia della mia Rivoluzione Bianca? Del resto quei due sono i soli che possono ricevere abbastanza voti: le minoranze sono una entità così trascurabile, così ridicola, che non potrebbero neanche eleggere un deputato. E, comunque sia, io non voglio che certe minoranze eleggano alcun deputato. Così come non voglio che il Partito comunista sia permesso. I comunisti sono fuori legge in Iran. Non vogliono che distruggere, distruggere, distruggere, e giurano fedeltà a qualcun altro anziché al loro paese e al loro re. Sono traditori e sarei pazzo a permettere loro di esistere.

Forse mi sono spiegata male, Maestà. Io alludevo alla democrazia come la intendiamo noi in Occidente, cioè a quel regime che consente a chiunque di pensarla come vuole e si basa su un Parlamento dove anche le minoranze sono rappresentate…

Ma quella democrazia io non la voglio! Non l’ha capito? Io non so che farmene di una simile democrazia! Ve la regalo tutta, potete tenervela, non l’ha capito? La vostra bella democrazia. Ve ne accorgerete tra qualche anno dove conduce la vostra bella democrazia.

Bè, forse è un po’ caotica. Ma è l’unica possibile se si rispetta l’Uomo e la sua libertà di pensiero.

Libertà di pensiero, libertà di pensiero! Democrazia, democrazia! Coi bambini di cinque anni che fanno gli scioperi e sfilano per le strade. È democrazia questa? È libertà?

Sì, Maestà.

Per me no. E aggiungo: quanto avete studiato, negli ultimi anni, nelle vostre università? E, se continuate a non studiare nelle vostre università, come potrete tenere il passo con le esigenze della tecnologia? Non diventerete servi degli americani grazie alla vostra mancanza di preparazione, non diventerete paesi di terza anzi di quarta categoria? Democrazia libertà democrazia! Ma cosa significano queste parole?

Scusi se mi permetto, Maestà. A mio parere significano, per esempio, non togliere certi libri dalle librerie quando Nixon viene a Teheran. So che il mio libro sul Vietnam fu tolto dalle librerie quando Nixon venne qui e ci fu rimesso soltanto dopo che lui fu partito.

Come? Sì, sì. Ma lei non sarà mica sulla lista nera?

Qui a Teheran? Non so. Potrebbe darsi. Io sono sulla lista nera di tutti.

Uhm… Perché io la sto ricevendo a palazzo ed è qui, seduta accanto a me…

Ciò è molto gentile da parte sua, Maestà. Uhm… Certo dimostra che qui c’è democrazia, libertà… Certo. Però vorrei chiederle una cosa, Maestà. Vorrei chiederle: se, anziché essere italiana, fossi iraniana e vivessi qui e pensassi come penso e scrivessi come scrivo, cioè se la criticassi, lei mi butterebbe in galera?

È probabile. Se ciò che pensa e che scrive non andasse d’accordo con le nostre leggi, sarebbe processata.

Sì, eh? Anche condannata?

Penso di sì. Naturalmente. Ma, detto fra noi, non credo che le sarebbe facile criticarmi, attaccarmi in Iran. Per cosa dovrebbe attaccarmi, criticarmi? Per la mia politica estera? Per la mia politica sul petrolio? Per aver distribuito le terre ai contadini? Per permettere agli operai di partecipare fino al 20 per cento dei guadagni e di poter comprare fino al 49 per cento delle azioni? Per combattere l’analfabetismo e le malattie? Per aver fatto progredire un paese dove c’era poco o nulla?

No, no. Non per questo, Maestà. Io la attaccherei… vediamo. Ecco: per le repressioni che in Iran avvengono contro gli studenti e gli intellettuali ad esempio. Mi hanno detto che le prigioni sono talmente piene che i nuovi arrestati devono esser messi nei campi militari. È vero? Ma quanti prigionieri politici vi sono oggi in Iran?

Con esattezza non so. Dipende da ciò a cui lei allude con l’espressione prigionieri politici. Se parla dei comunisti, ad esempio, io non li considero prigionieri politici, perché essere comunisti è proibito dalla legge. Quindi un comunista per me non è un prigioniero politico ma un delinquente comune. Se poi intende coloro che compiono gli attentati e così uccidono vecchi, donne, bambini innocenti, è ancor più evidente che neanche loro li considero prigionieri politici. Infatti, con loro, non ho nessuna pietà. Oh, io ho sempre perdonato a chi aveva tentato di uccidere me ma non ho mai avuto il minimo di misericordia verso i criminali che voi chiamate guerriglieri o verso i traditori del paese. È gente, quella, che sarebbe capace di uccider mio figlio pur di complottare contro la sicurezza dello Stato. È gente da eliminare.

Infatti li fa fucilare, vero?

Quelli che hanno ucciso, certo. Vengono fucilati. Ma non perché sono comunisti: perché sono terroristi. I comunisti vengono semplicemente condannati alla prigione, con pene che variano da pochi a molti anni. Oh, me lo immagino cosa pensa lei sulla pena di morte eccetera. Ma, vede, certi giudizi dipendono dal tipo di educazione che s’è ricevuto, dalla cultura, dal clima, e non si deve partire dal presupposto che ciò che va bene in un paese vada bene in tutti i paesi. Prenda un seme di mela e lo pianti a Teheran, poi prenda un altro seme della stessa mela e lo pianti a Roma: l’albero che nascerà a Teheran non sarà mai uguale all’albero che nascerà a Roma. Qui fucilare certa gente è giusto e necessario. Qui il pietismo è assurdo.

Mentre la ascoltavo mi chiedevo una cosa, Maestà. Mi chiedevo cosa pensa della morte di Allende.

Ecco cosa ne penso. Penso che la sua morte ci insegna una lezione: bisogna essere una cosa o l’altra, stare da una parte o dall’altra, se si vuol combinare qualcosa e vincere. Le vie di mezzo, i compromessi, non sono possibili. In altre parole, o si è un rivoluzionario o si è qualcuno che esige l’ordine e la legge: non si può essere un rivoluzionario nell’ordine e nella legge. Tantomeno nella tolleranza. E se Allende voleva governare secondo le sue idee marxiste, perché non si organizzò altrimenti? Quando Castro andò al potere, uccise almeno diecimila persone: mentre voi gli dicevate «Bravo, bravo, bravo!».

Bè, in certo senso fu davvero bravo perché è ancora al potere. Ci sono anch’io, però. E conto di restarci dimostrando che con la forza si possono fare un mucchio di cose: perfino provare che il vostro socialismo è finito. Vecchio, superato, finito. Se ne parlava cento anni fa di socialismo, se ne scriveva cento anni fa. Oggi esso non va più d’accordo con la moderna tecnologia. Ottengo più io di quanto ottengano gli svedesi e infatti non vede che perfino in Svezia i socialisti stanno perdendo terreno? Ah! Il socialismo svedese…! Non ha nazionalizzato nemmeno le foreste e le acque. Io invece sì.

Torno a non capire bene, Maestà. Sta dicendomi che in certo senso lei è socialista e che il suo socialismo è più avanzato e moderno di quello scandinavo?

Sicuro. Perché quel socialismo significa un sistema di sicurezza per quelli che non lavorano e tuttavia ricevono un salario alla fine del mese come quelli che lavorano. Il socialismo della mia Rivoluzione Bianca, invece, è un incentivo al lavoro. È un socialismo nuovo, originale, e… mi creda: in Iran siamo molto più avanti di voi e non abbiamo proprio nulla da imparare da voi. Ma queste sono cose che voi europei non scriverete mai: la stampa internazionale è talmente infiltrata dai sinistrorsi, dalla cosiddetta sinistra. Ah, questa sinistra! Ha corrotto perfino il clero. Perfino i preti! Ormai anche loro stanno diventando elementi che mirano solo a distruggere, distruggere, distruggere. Addirittura nei paesi dell’America Latina, addirittura in Spagna! Sembra incredibile. Abusano della loro stessa chiesa. Della loro stessa chiesa! Parlano di ingiustizie, di uguaglianza… Ah, questa sinistra! Vedrete, vedrete dove vi porterà.

Torniamo a lei, Maestà. Così intransigente, così duro, e magari spietato: dietro quel volto triste. In fondo, così simile a suo padre. Mi chiedo in quale misura lei sia stato influenzato da suo padre.

In nessuna. Nemmeno mio padre poteva influenzarmi. Nessuno può influenzarmi, le ho detto! Io ero legato a mio padre da affetto: sì. Da ammirazione: sì. Ma nient’altro. Non ho mai tentato di copiarlo, di imitarlo. Né sarebbe stato possibile, anche se lo avessi voluto. Eravamo due personalità troppo diverse, e anche le circostanze storiche in cui ci siamo trovati erano troppo diverse. Mio padre incominciò dal nulla. Quando egli andò al potere, il paese non aveva nulla. Non esistevano neanche i problemi che abbiamo oggi alle frontiere: soprattutto con i russi. E mio padre poteva permettersi d’avere rapporti di buon vicinato con tutti. L’unica minaccia, in fondo, era rappresentata dagli inglesi che nel 1907 s’erano diviso l’Iran coi russi, e volevano che l’Iran costituisse una specie di terra di nessuno posta tra la Russia e il loro impero in India. Ma poi gli inglesi rinunciarono al progetto e le cose divennero abbastanza facili per mio padre. Io, invece… Io non ho incominciato dal nulla: ho trovato un trono. Però, appena salito al trono, mi son trovato subito a dover guidare un paese occupato dagli stranieri. E avevo solo ventun anni. Non sono molti, ventun anni, non sono molti. Del resto, non avevo da tenere a bada gli stranieri e basta. Avevo da fronteggiare una quinta colonna di estrema destra ed estrema sinistra: per esercitare una maggiore influenza su di noi gli stranieri avevan creato l’estrema destra e l’estrema sinistra… No, non è stato facile per me. Forse è stato più difficile per me che per mio padre. Senza contare il periodo della Guerra Fredda, durato fino a pochi anni fa.

Maestà, ha appena parlato dei problemi che ha alle frontiere. Qual è , oggi, il suo peggior vicino?

Non si può mai dire, perché non si sa mai chi sia il peggior vicino. Però sarei portato a risponderle che, in questo momento, è l’Iraq.

Mi sorprende, Maestà, che abbia citato l’Iraq come il suo peggior vicino. Io mi aspettavo che citasse l’Unione Sovietica.

L’Unione Sovietica… Con l’Unione Sovietica abbiamo buoni rapporti diplomatici e commerciali. Con l’Unione Sovietica abbiamo un gasdotto. All’Unione Sovietica vendiamo gas, insomma. Dall’Unione Sovietica ci vengono tecnici. E la Guerra Fredda è finita. Ma la questione con l’Unione Sovietica resterà sempre la stessa e, trattando coi russi, l’Iran deve sempre ricordare il dilemma principale: diventare comunista o no? Nessuno è così pazzo o ingenuo da negare l’imperialismo russo. E, sebbene la politica imperialista sia sempre esistita in Russia, resta il fatto che essa è molto più minacciosa oggi perché legata al dogma comunista. Voglio dire: è più facile fronteggiare i paesi che sono soltanto imperialisti anziché i paesi che sono imperialisti e comunisti. Esiste ciò che chiamo manovra a tenaglia dell’URSS. Esiste il loro sogno di arrivare fino all’Oceano Indiano passando dal Golfo Persico. E l’Iran è l’ultimo bastione per difendere la nostra civiltà, ciò che consideriamo decente. Se essi volessero attaccare questo bastione, la nostra sopravvivenza dipenderebbe solo dalla capacità e dalla volontà di resistere. Dunque il problema di resistere si pone fin d’oggi.

E, oggi, l’Iran è militarmente assai forte. Vero?

Molto forte ma non abbastanza forte da poter resistere ai russi in caso d’attacco. Questo è ovvio. Per esempio, non ho la bomba atomica. Però mi sento abbastanza forte per resistere se scoppiasse la Terza guerra mondiale. Sì, ho detto Terza guerra mondiale. Molti pensano che la Terza guerra mondiale possa esplodere solo per il Mediterraneo, io dico invece che potrebbe esplodere molto più facilmente per l’Iran. Oh, molto più facilmente! Siamo noi, infatti, che controlliamo le risorse energetiche del mondo. Per raggiungere il resto del mondo, il petrolio non passa attraverso il Mediterraneo: passa attraverso il Golfo Persico e l’Oceano Indiano. Quindi, se l’Unione Sovietica ci attaccasse, noi resisteremmo. E saremmo probabilmente travolti e allora i paesi non comunisti si guarderebbero bene dallo stare con le mani in mano. E interverrebbero. E sarebbe la Terza guerra mondiale. Evidente. Il mondo non comunista non può accettare la scomparsa dell’Iran perché sa bene che perdere l’Iran significherebbe perdere tutto. Mi sono spiegato bene?

Perfettamente. E atrocemente. Perché lei parla della Terza guerra mondiale come di una eventualità più che prossima, Maestà.

Ne parlo come di una cosa possibile con la speranza che non si verifichi. Come una eventualità prossima vedo piuttosto una piccola guerra con qualche vicino. In fondo non abbiamo che nemici alle nostre frontiere. Non c’è solo l’Iraq a tormentarci.

E i suoi grandi amici, Maestà, cioè gli Stati Uniti, sono geograficamente lontani.

Se mi chiede chi considero il nostro migliore amico, le rispondo: gli Stati Uniti tra gli altri. Perché gli Stati Uniti non sono i soli nostri amici: sono molti i paesi che ci mostrano amicizia e credono in noi, nell’importanza dell’Iran. Ma gli Stati Uniti ci comprendono meglio per la semplice ragione che hanno troppi interessi qui. Interessi economici e quindi diretti, interessi politici e quindi indiretti… Ho appena detto che l’Iran è la chiave o una delle chiavi del mondo. Mi resta solo da aggiungere che gli Stati Uniti non possono chiudersi dentro i confini del loro paese, non possono tornare alla dottrina Monroe. Sono costretti a rispettare le loro responsabilità verso il mondo e quindi a curarsi di noi. E ciò non toglie nulla alla nostra indipendenza perché tutti sanno che la nostra amicizia con gli Stati Uniti non ci rende schiavi degli Stati Uniti. Le decisioni sono prese qui, a Teheran. Non altrove. Non a Washington, per esempio. Io vado d’accordo con Nixon come andavo d’accordo con gli altri presidenti degli Stati Uniti: ma posso continuare ad andarci d’accordo solo se sono certo che egli mi tratta come un amico. Anzi un amico che tra pochi anni rappresenterà una potenza mondiale.

Gli Stati Uniti sono anche buoni amici di Israele e, negli ultimi tempi, lei si è espresso assai duramente verso Gerusalemme. Meno duramente verso gli arabi, invece, coi quali sembra che voglia migliorare i rapporti.

Noi basiamo la nostra politica su princìpi fondamentali e non possiamo accettare che un paese, in questo caso Israele, si annetta territori attraverso l’uso delle armi. Non possiamo perché, se il principio è applicato agli arabi, un giorno potrebbe essere applicato a noi. Mi replicherà che è sempre stato così, che i confini sono sempre cambiati in seguito all’uso delle armi e alle guerre. D’accordo: però questa non è una buona ragione per riconoscere quel fatto come un principio valido. Inoltre è noto che l’Iran ha accettato la risoluzione emanata nel 1967 dall’ONU e, se gli arabi perdono fiducia nell’ONU, come convincerli che sono stati sconfitti? Come impedirgli di prendere la loro rivincita? Usando l’arma del petrolio magari? Il petrolio gli andrà alla testa. Del resto, gli sta già andando alla testa.

Maestà, lei dà ragione agli arabi però vende il petrolio agli israeliani.

Il petrolio viene venduto dalle compagnie, cioè a chiunque. Va dappertutto, il nostro petrolio: perché non dovrebbe andare a Israele? E perché dovrebbe importarmi se va a Israele? Dove va, va. E, quanto alle nostre personali relazioni con Israele, è noto che non abbiamo un’ambasciata a Gerusalemme ma abbiamo tecnici israeliani in Iran. Siamo mussulmani ma non arabi. E in politica estera seguiamo un atteggiamento assai indipendente.

Tale atteggiamento prevede il giorno in cui tra l’Iran e Israele si stabiliranno normali relazioni diplomatiche?

No. O meglio: non fino a quando la questione del ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati sarà una questione risolta. E, sulle possibilità che tale questione possa esser risolta, posso dire soltanto che gli israeliani non hanno scelta: se vogliono vivere in pace con gli arabi. Non sono soltanto gli arabi a spendere enormi quantità di denaro in materiale bellico: sono anche gli israeliani. E non vedo come, sia gli arabi che gli israeliani, possano continuare su questa strada. Inoltre, in Israele, cominciano a verificarsi fenomeni nuovi: gli scioperi, ad esempio. Fino a quando Israele continuerà a nutrire lo spirito fantastico e terribile che l’animava ai tempi della sua formazione? Io penso soprattutto alle nuove generazioni di Israele, e agli israeliani che vengono dall’Europa orientale per essere trattati in modo diverso dagli altri.

Maestà, poco fa lei ha detto una frase che mi ha impressionato. Ha detto che l’Iran rappresenterà presto una potenza mondiale. Alludeva forse alla previsione di quegli economisti, secondo cui, entro trentasei anni, l’Iran dovrebbe essere il paese più ricco del mondo?

Dire che diverrà il paese più ricco del mondo è forse esagerato. Ma dire che si allineerà tra i cinque paesi più grandi e potenti del mondo, non lo è affatto. Dunque l’Iran si troverà allo stesso livello degli Stati Uniti, dell’Unione Sovietica, del Giappone, della Francia. Non cito la Cina perché la Cina non è un paese ricco, né può diventarlo se tra venticinque anni raggiunge il miliardo e quattrocento milioni di abitanti previsti. Noi, invece, tra venticinque anni saremo al massimo sessanta milioni. Oh, sì: ci aspetta una grande ricchezza, una grande forza: checché ne dicano i comunisti. Non a caso, sto accingendomi a pianificare le nascite. Ed ecco il punto cui voglio arrivare: non si può scindere l’economia dalle altre cose e, quando un paese è ricco economicamente, diventa ricco in ogni senso. Diventa potente su un piano internazionale. Parlando di economia, del resto, non alludo solo al petrolio: alludo a un’economia equilibrata che include ogni genere di produzione, da quella industriale a quella agricola, da quella artigianale a quella elettronica. Dovevamo passare dai tappeti ai computer: il risultato, invece, è che abbiamo mantenuto i tappeti aggiungendo i computer. Facciamo ancora i tappeti a mano, però li facciamo anche a macchina. Inoltre facciamo le moquettes. Ogni anno raddoppiamo i nostri prodotti nazionali. Del resto i segni che diverremo una potenza mondiale son tanti. Dieci anni fa, per esempio, quando ebbe inizio la mia Rivoluzione Bianca, v’era solo un milione di studenti nelle scuole. Oggi ve ne sono 3 milioni e 100.000 e, tra dieci anni, saranno cinque, sei milioni.

Ha appena detto che non alludeva solo al petrolio, Maestà, ma sappiamo tutti che i computer li avete grazie al petrolio e che i tappeti a macchina li fate grazie al petrolio e che la ricchezza di domani vi viene grazie al petrolio. Vogliamo finalmente parlare della politica che ha adottato a proposito del petrolio e nei riguardi dell’Occidente?

Semplice. Questo petrolio io ce l’ho e non me lo posso bere. Però so che posso sfruttarlo al massimo senza ricattare il resto del mondo e anzi tentando di impedire che serva a ricattare il resto del mondo. Quindi ho scelto la politica di assicurarne la vendita a tutti, senza discriminazioni. Non è stata una scelta difficile: non ho mai pensato di affiancarmi ai paesi arabi che minacciavano il ricatto all’Occidente. Ho già detto che il mio paese è indipendente, e tutti sanno che il mio paese è mussulmano ma non arabo, quindi io non fo quello che riesce comodo agli arabi bensì quello che serve all’Iran. Inoltre l’Iran ha bisogno di denaro, e col petrolio si può fare molto denaro. Oh, la differenza tra me e gli arabi sta tutta qui. Perché i paesi che dicono «non-vendiamo-più-petrolio-all’Occidente» non sanno cosa fare del loro denaro, quindi non si preoccupano del futuro. Spesso hanno una popolazione di soli sei o settecentomila abitanti e tanti soldi in banca che potrebbero vivere tre o quattro anni senza pompare una stilla di petrolio, senza venderne una goccia. Io no. Io ho quei trentun milioni e mezzo di abitanti, e un’economia da sviluppare, un programma di riforme da concludere. Ho quindi bisogno di soldi. Io so cosa farne dei soldi, e non posso permettermi di non pompare il petrolio. Non posso permettermi di non venderlo a chiunque.

Mentre Gheddafi le dà del traditore.

Traditore?!? Traditore a me che ho preso l’intera faccenda nelle mie mani e già dispongo del 51 per cento della produzione che prima apparteneva esclusivamente alle compagnie petrolifere straniere? Ignoravo che il signor Gheddafi mi avesse rivolto un simile insulto e… Guardi, quel signor Gheddafi io non posso prenderlo affatto sul serio. Posso solo augurargli di riuscire a servire il suo paese come riesco a servirlo io, posso solo ricordargli che non dovrebbe strillare tanto: le riserve di petrolio, in Libia, saranno esaurite nell’arco di dieci anni. Il mio petrolio, invece, durerà almeno trenta o quaranta anni. E forse cinquanta, sessanta. Dipende dal fatto che si scoprano o no altri giacimenti ed è molto, molto probabile che si scoprano altri giacimenti. Ma anche se ciò non dovesse avvenire, ce la caveremo egregiamente lo stesso. La nostra produzione cresce a vista d’occhio: nel 1976 arriveremo a estrarre otto milioni di barili al giorno. Otto milioni di barili son molti, moltissimi.

Si è fatto un bel po’ di nemici, comunque, Maestà.

Questo non lo so ancora. Infatti l’OPEC non ha ancora deciso di non vendere il petrolio all’Occidente e può darsi benissimo che la mia decisione di non ricattar l’Occidente induca gli arabi a imitarmi. Se non tutti gli arabi, una parte di essi. Se non subito, tra qualche tempo. Certi paesi non sono indipendenti come l’Iran, non hanno gli esperti che ha l’Iran e non hanno il popolo dietro come ce l’ho io. Io posso impormi. Loro non possono ancora. Non è facile arrivare a vendere direttamente il petrolio liberandosi delle compagnie che per decenni e decenni hanno avuto il monopolio di tutto. E se anche i paesi arabi arrivassero a seguire la mia decisione… Oh, sarebbe tanto più semplice, e anche più sicuro, se i paesi occidentali fossero esclusivamente acquirenti e noi fossimo i venditori diretti! Non esisterebbero risentimenti, ricatti, rancori, inimicizie… Sì, può darsi benissimo che io dia il buon esempio e, comunque, io proseguo dritto per la mia strada. Le nostre porte sono spalancate a chiunque voglia firmare un contratto con noi e molti si sono già offerti. Inglesi, americani, giapponesi, olandesi, tedeschi. Erano così timidi all’inizio. Ma ora diventano sempre più audaci.

E gli italiani?

Agli italiani per ora non vendiamo molto petrolio, però possiamo raggiungere un grosso accordo con l’ENI e penso che si sia sulla strada di farlo. Sì, possiamo diventare ottimi partner con l’ENI e del resto i nostri rapporti con gl’italiani sono stati sempre buoni. Fin dai tempi di Mattei. La prima volta che riuscii a rompere il vecchio sistema di sfruttamento esercitato dalle compagnie petrolifere straniere non fu forse quando feci quell’accordo con Mattei, nel 1957? Oh, io non so cosa dicano gli altri su Mattei, però so che non riuscirò mai a essere obbiettivo parlando di lui. Mi piaceva troppo. Era un gran brav’uomo, e un uomo capace di leggere nel futuro: una personalità davvero eccezionale.

Infatti lo ammazzarono.

Probabilmente. Però non avrebbe dovuto volare con quel cattivo tempo. A Milano la nebbia diventa molto densa d’inverno e il petrolio può essere davvero una maledizione. Ma forse non fu il cattivo tempo. E comunque fu un vero peccato. Anche per noi. Bè, non dico che la morte di Mattei abbia provocato una battuta d’arresto nei rapporti tra noi e l’ENI. No, no, dal momento che ora stiamo per concludere qualcosa di grosso. Mattei non avrebbe potuto fare nulla di più perché ciò che ci accingiamo a fare ora è proprio il massimo. Tuttavia, se Mattei fosse stato vivo, a quell’accordo ci saremmo arrivati anni fa.

Vorrei concludere e chiarire bene il punto di prima, Maestà. Crede o no che gli arabi finiranno per materializzare la loro minaccia di tagliare ogni vendita di petrolio all’Occidente?

È difficile rispondere. È molto difficile perché, con la stessa disinvoltura e con lo stesso rischio di sbagliarsi, si può dire sì o no. Ma io sarei più propenso a rispondere no. Tagliare il petrolio all’Occidente, rinunciare a quella fonte di guadagno, sarà una decisione assai ardua per loro. Non tutti gli arabi seguono la politica di Gheddafi e, se alcuni non hanno bisogno di denaro, altri ne hanno molto bisogno.

E intanto il prezzo del petrolio salirà?

Salirà, certo. Oh, certo! Certo! Può dare la cattiva notizia e aggiungere che viene da qualcuno che se ne intende. Sul petrolio io so tutto, tutto. È davvero la mia specialità. E da specialista le dico: bisogna che il prezzo del petrolio salga. Non v’è altra soluzione. Però è una soluzione che voi occidentali avete voluto. O, se preferite, una soluzione che è stata voluta dalla vostra civilizzatissima società industriale. Il prezzo del grano ce lo avete aumentato del 300 per cento, e così quello dello zucchero e del cemento. Il prezzo dei petrolchimici ce lo avete mandato alle stelle. Comprate da noi il petrolio grezzo e ce lo rivendete, raffinato in petrolchimici, a cento volte più di quel che lo avete pagato. Ci fate pagare tutto di più, scandalosamente di più, ed è giusto che d’ora innanzi paghiate il petrolio di più. Diciamo… dieci volte di più.

Dieci volte di più?!?

Ma siete voi, ripeto, che mi forzate ad alzare i prezzi! E certo avete le vostre ragioni. Ma anch’io, scusate, ho le mie. Del resto non dureremo in eterno a litigarci: tra meno di cent’anni questa storia del petrolio sarà finita. Il bisogno del petrolio cresce a ritmo accelerato, i giacimenti si esauriscono, presto dovrete trovarvi nuove fonti di energia. Atomica, solare, che so. Le soluzioni dovranno essere molte, una sola non basterà. Ad esempio, si dovrà ricorrere anche alle turbine azionate dalle onde del mare. Perfino io sto pensando di costruire impianti atomici per la desalinizzazione dell’acqua del mare. Oppure si dovrà scavare più profondamente, cercare il petrolio a diecimila metri sotto il livello del mare, cercarlo al Polo Nord… Non so. So soltanto che è già giunto il momento di correre ai ripari: non sprecando il petrolio come si fa da sempre. È un delitto usarlo come lo usiamo oggi, cioè grezzo. Se solo pensassimo che presto non ce ne sarà più, se solo ci ricordassimo che può essere trasformato in diecimila derivati, cioè in prodotti petrolchimici… Per me è sempre uno choc, ad esempio, vederlo usare grezzo pei generatori di elettricità: senza tener conto del valore perduto. Oh, quando si parla di petrolio, la cosa più importante non è il prezzo, non è il boicottaggio di Gheddafi, è il fatto che il petrolio non è eterno e che prima di esaurirlo bisogna inventare nuove fonti di energia.

Questa maledizione chiamata petrolio.

A volte mi chiedo se non sia proprio così. È stato scritto tanto sulla maledizione chiamata petrolio e mi creda: quando lo si ha, da una parte è un bene ma dall’altra è una grande scomodità. Perché rappresenta un tale pericolo. Il mondo può scoppiare per via del maledetto petrolio. E anche se, come me, ci si batte contro la minaccia… La vedo sorridere. Perché?

Sorrido perché, quando parla di petrolio, lei è talmente diverso, Maestà. Si accende, vibra, tiene l’attenzione legata. Diventa un altr’uomo, Maestà. E io… io me ne vado senza averla capita. Da un lato lei è così antico, da un lato così moderno e… Forse sono i due elementi che si fondono in lei: quello occidentale e quello orientale che…

No, noi iraniani non siamo poi diversi da voi europei. Se le nostre donne hanno il velo, anche voi ce l’avete. Il velo della Chiesa cattolica. Se i nostri uomini hanno più mogli, anche voi ce le avete. Le mogli chiamate amanti. E, se noi crediamo alle visioni, voi credete ai dogmi. Se voi vi credete superiori, noi non abbiamo complessi. Non dimentichiamo mai che tutto ciò che avete ve lo insegnammo noi tremila anni fa.

Tremila anni fa… Vedo che ora sorride anche lei, Maestà. Non ha più quell’aria triste. Ah, che peccato non potersi trovare d’accordo sulla faccenda delle liste nere.

Ma lei sarà davvero sulla lista nera?

Maestà! Se non lo sa lei che è il re dei re e conosce tutto! Ma gliel’ho detto: può darsi. Io sono sulla lista nera di tutti.

Peccato. Anzi, non importa. Anche se è sulla lista nera delle mie autorità, io la metto sulla lista bianca del mio cuore.

Mi spaventa, Maestà. Grazie, Maestà.

Teheran, ottobre 1973.

L’intervista di Oriana Fallaci a Khomeini

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Riproponiamo l’intervista che l’Ayatollah Khomeini rilasciò a Oriana Fallaci il 26 settembre 1979 a Teheran

Il suo ritratto è ovunque, come una volta il ritratto dello Scià. Ti insegue nelle strade, nei negozi, negli alberghi, negli uffici, nei cortei, alla televisione, al bazaar: da qualsiasi parte tu cerchi riparo non sfuggi all’incubo di quel volto severo ed iroso, quei terribili occhi che vegliano ghiacci sull’osservanza di leggi copiate o ispirate da un libro di millequattrocento anni fa. E l’effetto è indiscutibile, ovvio.

Niente bevande alcoliche, per incominciare. Che tu sia straniero o iraniano, non esiste un ristorante che ceda alla richiesta di un bicchiere di birra o di vino; la risposta è che a infrangere il comandamento si buscano trenta frustate e del resto ogni bottiglia di alcool venne distrutta appena lui lo ordinò. Whisky, vodka e champagne per milioni di dollari.

Niente musica che ecciti o intenerisca, per continuare. Alle undici di sera la città tace, deserta, e non rimane aperto neanche un caffè; ballare è proibito, visto che per ballare bisogna più o meno abbracciarsi.

È proibito anche nuotare, visto che per nuotare bisogna più o meno spogliarsi. E così le piscine son vuote, sono vuote le spiagge dove le coppie devono star separate e le donne possono bagnarsi soltanto vestite dalla testa ai piedi. Se sei donna infatti è peccato mostrare il collo e i capelli perché (chi lo avrebbe mai detto?) il collo e i capelli sono gli attributi femminili da cui un uomo si sente maggiormente adescato. Per coprire quelle vergogne è doveroso portare un foulard a mo’ di soggolo monacale, però meglio il chador cioè il funereo lenzuolo che nasconde l’intero corpo. Lo adoperano tutte, e sembrano sciami di pipistrelli umiliati. Lo sai che non possono andare dal parrucchiere se è maschio? Farsi pettinare o lavare la testa da un parrucchiere maschio equivale quasi ad un coito: cinquantamila coiffeurs pour dames stanno per finire sul lastrico. «Se mi scoprono son rovinato» sussurra il mio parrucchiere che sfida la legge perché è di religione cristiana. Poi a scanso di equivoci aggiunge che lui non sente nulla a massaggiarmi la cute: «Per me è come se fossi un dottore».

Anche stringersi la mano è scorretto, tra persone di sesso diverso. «Allah non vuole» esclama un giovane funzionario del governo quando faccio il gesto di salutarlo così. E ritrae la destra tutto inorridito, se la posa sul cuore come una verginella. Le libertà sessuali, inutile dirlo, sono crimini da punire col plotone di esecuzione: non passa giorno senza che la stampa dia la notizia di qualche adultera fucilata. (Gli adulteri se la cavano invece con due o trecento frustate che gli riducono la schiena a una mostruosa polpetta.) Si fucilano anche gli omosessuali, le prostitute, i lenoni. Lo ammette anche lui nell’intervista che pubblico in terza pagina. (La prima che Khomeini abbia dato in molti mesi, cioè dopo il suo ritorno in Iran, e l’unica che abbia mai concesso a una donna.)

«Le cose che portano corruzione a un popolo vanno sradicate come erbe cattive che infestano un campo di grano. Lo so, vi sono società che permettono alle donne di regalarsi in godimento a uomini che non sono i loro mariti, e agli uomini di regalarsi in godimento ad altri uomini; ma la società che noi vogliamo costruire non lo permette.» Però un uomo può avere quattro mogli; la legge è ancora valida, come egli ci spiega. E può avere un numero indefinito di concubine provvisorie purché firmi un contratto a scadenza. Inoltre può fumare l’oppio che ha il timbro governativo.

Il suo nome è sulla bocca di tutti, ossessivamente, sia che venga pronunciato con amore sia che venga sibilato con odio: è ormai ciò che in Vietnam era il nome di Ho Ci-min, in Cina il nome di Mao Tse-tung, e nei comizi scatena un tale fanatismo che ieri il primo ministro Bazargan ha perso le staffe. «Se dico Maometto applaudite una volta, se dico Khomeini applaudite tre volte. Al posto del profeta io me ne offenderei.» Non dimentichiamo che a decine di migliaia son morti per ubbidirgli, viene il vomito a guardare il cimitero in cui li hanno sepolti, magari in fosse comuni, e in sostanza non è cambiato nulla dai giorni in cui con quel nome sulle labbra si gettavano inermi contro i carri armati per esser falciati dalle mitragliatrici. Se lui lo esigesse, rifarebbero altrettanto.

Il 18 agosto, quando si autoproclamò Capo Supremo delle Forze Armate e invitò il paese a punire i curdi ribelli (questi poveri curdi traditi da tutti, massacrati da tutti), una valanga di militari a riposo raggiunse con mezzi improvvisati i centri di Kermanshah, Sanandaj, Mahabad: per combattere. «Indietro» urlavano gli ufficiali dell’esercito regolare. «Indietro, imbecilli, chi vi ha mandato, tornate a casa, provocate disordine!» E loro fermi, a ripetere che avevan risposto a un ordine di Khomeini, non c’è generale che possa annullare un ordine di Khomeini.

«A me sembra fanatismo del genere più pericoloso, Imam. E cioè quello fascista. Infatti non sono pochi coloro che oggi vedono in Iran una minaccia fascista.» E lui: «No, il fanatismo non c’entra, il fascismo non c’entra. Gridano così perché mi amano. E mi amano perché sentono che voglio il loro bene, che agisco per il loro bene, cioè per applicare i comandamenti dell’Islam».

Chi lo contesta o lo critica o lo maledice viene considerato un nemico della Rivoluzione, un traditore dell’Islam, una spia degli americani, un provocatore sionista, un agente della Savak, ed ha solo due scelte: arrendersi o fuggire all’estero. Al mattino centinaia di iraniani gremiscono l’aeroporto di Teheran per mendicare un posto sui voli strapieni, non importa dove siano diretti; altri se ne vanno via terra passando dalla Turchia, oppure via mare passando dal Golfo Persico. E sebbene non sia facile ottenere il visto d’uscita, l’esodo ha assunto tali proporzioni da rischiare di svilupparsi come quello dei vietnamiti. Vi concorrono troppi elementi: l’inflazione che galoppa al cinquanta per cento, la mancanza di un potere giuridico e di un tessuto amministrativo cioè di un apparato statale che la repentinità della vittoria ha disfatto; la polizia è inesistente, l’esercito è disperso, la scuola non funziona, ciascuno fa cosa vuole e nessuno obbedisce al governo che implora tornate-al-lavoro. Dei quindici giorni che ho trascorso a Teheran almeno dieci sono stati paralizzati dalle cerimonie commemorative, dai comizi, dai cortei, dai funerali dell’ayatollah Talegani morto di fatica e di crepacuore. Locali pubblici chiusi, telefoni muti, fabbriche a spasso. L’Italia, al paragone, diventa un paese stakanovista.

Eppure è troppo presto per dire che si tratta di una rivoluzione fallita, esplosa per sostituire un despota con un altro despota. Ed è addirittura azzardato concludere che non si tratta di una rivoluzione bensì di una involuzione, quindi tante creature son crepate per nulla, al-tempo-dello-Scià-era-meglio.

I grandi capovolgimenti conducono sempre ad eccessi, estremismi fanatici, interregni caotici: la Francia non ci dette forse il Terrore? E una rivoluzione è avvenuta: religiosa, non libertaria. Per questo non la riconosciamo, e ce ne inorridiamo. Per questo ne siamo delusi. Bisogna tentar di capire. Bisogna ascoltare chi risponde con le lacrime in gola che sì, al tempo dello Scià si poteva bere il vino e la birra e la vodka e lo whisky, però si torturavano gli arrestati con sevizie da Medioevo; si poteva ballare e nuotare in costume da bagno e lavarsi i capelli dal parrucchiere, però dagli elicotteri si gettavano i prigionieri politici nel lago Salato; non si fucilavano gli omosessuali, le prostitute, le adultere, però si massacrava la gente nelle piazze e si viveva solo per vendere il petrolio agli europei. Soprattutto bisogna prestare orecchio a chi ci ricorda che esistono realtà diverse dalle nostre, e vie diverse dalle nostre per correggere quelle realtà.

«Voi occidentali non ve ne rendete conto perché siete obnubilati dagli schemi ideologici e morali delle vostre scelte, dal culto del raziocinio, della libertà individuale, del laicismo», mi dice l’amico persiano che mi accompagnerà da Khomeini.

Il settanta per cento della popolazione iraniana è analfabeta. Vegeta nella miseria materiale e culturale in cui l’ha mantenuta un monarca avido e pazzo che si riteneva l’erede di Serse e sprecava miliardi per incoronarsi a Persepoli. E crede in Dio, nel Corano, nel chador. Non ha mai avuto rispetto per gli intellettuali e i politici che hanno sposato le nostre idee, non ne ha mai seguito gli insegnamenti, forse non ha mai nemmeno saputo che lottavano per un mondo migliore e venivano trucidati dalla Savak.

I suoi rapporti sono sempre stati coi mullah e con gli ayatollah, cioè coi gerarchi di un clero uso a sfruttar l’ignoranza e a manipolarla nelle moschee: «Allah è grande e Maometto è il suo profeta. Se Maometto ti chiede di coprire il collo e i capelli, li devi coprire. E chi lo nega è un cane infedele». Insomma, ad avviare e condurre la rivolta al regime imperiale non sono stati uomini moderni, proiettati verso il futuro: sono stati i mullah e gli ayatollah che predicano l’Islam come il paradiso in terra. E, a dirigerla, il gran personaggio il cui nome è sulla bocca di tutti e il cui ritratto ora sostituisce il ritratto dello Scià. Ostinatamente, irriducibilmente, per sedici lunghissimi anni, dalla Turchia, dall’Iraq, dalla Francia, l’esilio con cui aveva evitato la pena capitale. Un po’ ingenuo sperare che dopo le cose cambiassero, che la religione cedesse il passo alla ragione. Infatti il novantotto per cento dei deputati eletti sono mullah e ayatollah, la sola rappresentante del sesso femminile è una bacchettona talmente intabarrata dentro il chador che alcuni sospettano sia un prete coi baffi. E pei laici, pei progressisti, non c’è il minimo spazio. Così pei nostri concetti di bene e di male, di bello e di brutto, di giusto e di ingiusto, di democrazia pluralista che protegge le minoranze. E di gratitudine per coloro che sono morti senza che il clero glielo chiedesse.

«Scusi, Imam, voglio esser certa d’aver capito bene. Lei afferma che la sinistra non ha avuto niente a che fare con la cacciata dello Scià. Neanche la sinistra che ha dato tanti arrestati, tanti torturati, tanti assassinati. Né i vivi né i morti a sinistra contano nulla.» E lui:«Non hanno contribuito a nulla. Non hanno servito in nessun senso la Rivoluzione. Alcuni hanno lottato, sì, ma per le loro idee e basta, i loro scopi e basta, i loro interessi e basta. Non hanno pesato per niente sulla vittoria. Non vi hanno portato niente. Non hanno avuto nessun rapporto col nostro movimento, non hanno esercitato nessuna influenza su di esso. No, le sinistre non hanno mai collaborato con noi: ci hanno messo i bastoni tra le ruote e basta. Durante il regime dello Scià erano contro di noi quanto e come lo sono ora, e a tal punto che la loro ostilità nei nostri confronti superava quella dello Scià: era molto più profonda. Il nostro è sempre stato un movimento islamico, e le sinistre sono sempre state contro di esso: non a caso l’attuale complotto ci viene da loro. E il mio punto di vista è che non si tratti nemmeno di una sinistra vera, ma di una sinistra artificiale, voluta dagli americani».

«Una sinistra made in USA, Imam?» E lui: «Sì, partorita e sostenuta dagli americani per lanciare calunnie contro di noi e sabotarci e distruggerci». «Dunque quando lei parla del popolo, Imam, si riferisce a un popolo legato esclusivamente al movimento islamico. Ma secondo lei questa gente che si è fatta ammazzare a decine di migliaia è morta per la libertà o per l’Islam?» E lui: «Per l’Islam. Il popolo si è battuto per l’Islam. E Islam significa tutto. L’Islam ingloba tutto. L’Islam è tutto».

È un pomeriggio assolato a Qom, la città santa dove Khomeini ha scelto di abitare, e le strade scoppiano di pellegrini giunti da ogni parte del paese per vederlo un attimo da lontano, esserne benedetti. Hanno viaggiato giorni e giorni con quella speranza, a piedi oppure in carovane di automobili, autobus. Stanotte non troveranno un letto, una branda su cui riposarsi: gli alberghi son colmi. E le locande, le bettole che affittano i materassi. Ma non se ne curano. Insensibili alla stanchezza, alla fame, alla sete, allo spettacolo di chi sviene, vanno a ingrossare la folla che circonda il quartiere dov’è la sua casa e un boato scuote l’aria: «Zendeh bad, Imam! Payandeh bad! Che tu viva, Imam, che tu sia eterno!». Imam significa santo, guida, duce. Si può solcare quel magma di corpi solo con l’aiuto dei militari che controllano il vicolo per cui si accede alla casa, e prima di arrivare alla casa ci sono tre posti di blocco, dopo l’ultimo posto di blocco le guardie stanno anche sui tetti: pupille inquiete, mitra pronto a sparare.

È dunque tanto il timore che egli venga ucciso? La porta è sbarrata da un catenaccio. Si schiude con sospetto, lentissimamente, e l’attesa si svolge in un’anticamera gonfia di silenzioso imbarazzo, tra uomini che bevono il tè. Mi hanno riconosciuto. Sono la straniera che nel 1973 intervistò lo Scià e senza timidezze gli chiese conto dei suoi misfatti: a tal punto che egli replicò: «Lei non sarà mica sulla lista nera? ». Durante la Rivoluzione ciò che avevo scritto contro di lui divenne un libretto clandestino da agitare come un manifesto, per questo Khomeini ora mi riceve.

Gli uomini imbarazzati lo sanno ma questa donna seduta per terra coi maschi gli sembra ugualmente una presenza sacrilega. Mi esaminano: eppure il mio abbigliamento è in regola: più che a un essere umano assomiglio a un fagotto. Sui pantaloni neri e la camicetta nera indosso un mantello nero, il collo e i capelli sono ben nascosti da un foulard nero annodato al mento, e sopra tutto questo ho il chador. Nero, s’intende. Bagher Nassir Salamì, l’amico persiano che mi accompagna insieme al fotografo e che mi farà da interprete con Abolhassan Bani Sadr del Comitato Rivoluzionario, me l’ha aggiunto per sicurezza: il mantello rivelava un po’ di forme e il foulard scopriva un po’ la fronte. Mi ha fatto anche togliere lo smalto dalle unghie delle mani e dei piedi, e il rossetto dalle labbra, mi ha consentito soltanto un lieve colpo di matita marrone alle palpebre. Ma ora si sente morso dal dubbio: non sarò troppo audace, non mi giudicherà troppo truccata, l’Imam? Bagher è molto emozionato. Suda. Anche Bani Sadr, incredibile a dirsi, è molto emozionato. Suda. Hanno entrambi vissuto e studiato per anni in Europa, il primo a Firenze, il secondo a Parigi, non sono due uomini qualsiasi, conoscono bene l’Imam, e tuttavia sono emozionati. Quando ci introducono scalzi nella stanza dove avverrà l’intervista (quattro pareti, una moquette per accovacciarsi e nient’altro) li vedo accartocciarsi come sacerdoti dinanzi al Santissimo. E quando lui entra, col suo turbante e il suo camicione, si chinano a baciargli la mano.

È un vecchio molto vecchio. Da vicino non incute affatto la paura che distribuisce dalle fotografie. Forse perché appare così stanco e una misteriosa tristezza gli torce i lineamenti. O un misterioso scontento? Quasi con simpatia puoi indugiare a osservargli la candida barba lanosa, le labbra umide e sensuali, da uomo che soffre a reprimere le tentazioni della carne, e il gran naso imperioso, i terribili occhi nei quali condensa la sua fede priva di dubbi, la forza spietata di chi manda la gente a morire senza piangerci su. Occhi che non si degnano mai di posarsi su di me. Li terrà sempre abbassati a fissarsi le bellissime dita e non li alzerà che una volta: quando gli rinfaccerò che non si può nuotare con il chador e mi darà una risposta inaspettatamente cattiva. Lui che ha tollerato senza battere ciglio le mie accuse di dittatura, despotismo, fascismo. «Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non la riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene.» (Allora, indignata, getterò via il chador e aprirò il mantello e sposterò il foulard chiedendogli se una donna che ha sempre vissuto senza quei cenci da medioevo gli sembra una vecchiaccia poco perbene. E lui mi avvolgerà in un lungo sguardo indagatore da cui mi sentirò spogliata.)

Lo ringrazio d’avermi ricevuto. Lo avverto che le mie domande non gli piaceranno e dovrà rispondermi con molta pazienza: sono qui per capire. Mi risponde distaccato e benevolo, centellinando una voce così bassa da suonare un sussurro. E ciò dura per quasi due ore, cioè finché scoppia l’incidente che ho detto. L’indomani, tenendo un discorso sulle calunnie dell’Occidente, parlerà del nostro incontro e mi definirà «quella donna».

ORIANA FALLACI. Imam Khomeini, l’intero paese è nelle sue mani: ogni sua decisione è un ordine. Così sono molti coloro che ormai dicono: in Iran non c’è libertà, la rivoluzione non ha portato la libertà.

RUHOLLAH KHOMEINI. L’Iran non è nelle mie mani, l’Iran è nelle mani del popolo perché è stato il popolo a consegnare il paese a chi è suo servitore e vuole il suo bene. Lei ha ben visto che dopo la morte dell’ayatollah Talegani la gente si è riversata nelle strade a milioni senza la minaccia delle baionette. Questo significa che c’è libertà. Significa anche che il popolo segue soltanto gli uomini di Dio. E questa è libertà.

Mi permetta di insistere, Imam Khomeini, di spiegarmi meglio. Intendo dire che oggi in Persia molti la definiscono un dittatore. Anzi il nuovo dittatore, il nuovo padrone. Cosa mi risponde: che ciò le dispiace o che la lascia indifferente?

Da una parte mi dispiace, sì, mi dà dolore, perché è ingiusto e disumano chiamarmi dittatore. Dall’altra invece non me ne importa nulla perché so che certe cattiverie rientrano nel comportamento umano e vengono dai nostri nemici. Con la via che abbiamo intrapreso, una via che va contro gli interessi delle superpotenze, è normale che i servi dello straniero mi pungano col loro veleno e mi lancino addosso ogni sorta di calunnie. Né mi illudo che i paesi abituati a saccheggiarci e a mangiarci si mettano lì zitti e tranquilli. Oh, i mercenari dello Scià dicono tante cose: anche che Khomeini ha ordinato di tagliare i seni alle donne. Dica, lei che è qui: le risulta che Khomeini abbia commesso una simile mostruosità, che abbia tagliato i seni alle donne?

No, questo non mi risulta, Imam. Però lei fa paura alla gente. E anche questa folla che la invoca fa paura. Ma cosa prova a sentirli gridare così, giorno e notte, sapere che se ne stanno lì in piedi per ore a farsi pestare, a soffrire, per vederla un istante e inneggiarla?

Ne godo. Io godo quando li ascolto e li vedo. Perché sono gli stessi che si sono sollevati per cacciare i nemici interni ed esterni, perché il loro applauso è la continuazione del grido con cui cacciarono l’usurpatore, perché è bene che continuino a bollire così. I nemici non sono scomparsi. Finché il paese non si assesta bisogna che restino accesi, pronti a marciare e attaccare di nuovo. E poi il loro è amore, amore intelligente. Non si può non goderne.

Amore o fanatismo, Imam? A me sembra fanatismo e del genere più pericoloso, cioè quello fascista. Infatti non sono pochi coloro che oggi vedono in Iran una minaccia fascista e addirittura sostengono che si sta già consolidando un fascismo in Iran.

No, il fascismo non c’entra, il fanatismo non c’entra. Io ripeto che gridano così perché mi amano. E mi amano perché sentono che voglio il loro bene, che agisco per il loro bene, cioè per applicare i comandamenti dell’Islam. L’Islam è giustizia, nell’Islam la dittatura è il più grande dei peccati: fascismo e islamismo sono due contraddizioni inconciliabili. Il fascismo si verifica da voi in Occidente, non tra i popoli di cultura islamica.

Forse non ci comprendiamo sul significato della parola fascismo, Imam. Io parlo del fascismo come fenomeno popolare, cioè come lo avevamo noi in Italia quando le folle applaudivano Mussolini come qui applaudono lei. E gli obbedivano come qui obbediscono a lei.

No. Perché la nostra massa è una massa musulmana, educata dal clero, cioè da uomini che predicano la spiritualità e la bontà. Il fascismo qui sarebbe possibile solo se tornasse lo Scià, cosa da escludere, oppure se venisse il comunismo. Sì, quello che dice lei potrebbe verificarsi soltanto se venisse il comunismo. Gridare per me significa amare la libertà e la democrazia.

Allora parliamo di libertà e di democrazia, Imam. E facciamolo così. In uno dei suoi primi discorsi a Qom lei disse che il nuovo governo islamico avrebbe garantito libertà di pensiero e di espressione a tutti, compresi i comunisti e le minoranze etniche. Ma questa promessa non è stata mantenuta e ora lei definisce i comunisti «Figli di Satana», i capi delle minoranze etniche in rivolta «Male sulla Terra».

Lei prima afferma e poi pretende che io spieghi le sue affermazioni. Addirittura pretenderebbe che io permettessi le congiure di chi vorrebbe portare il paese all’anarchia e alla corruzione: come se la libertà di pensare e di esprimersi fosse libertà di complottare e corrompere. Quindi rispondo: per più di cinque mesi ho tollerato, abbiamo tollerato, coloro che non la pensavano come noi. Ed essi sono stati liberi, assolutamente liberi, di fare tutto ciò che volevano, godersi in pieno le libertà che gli concedevamo. Attraverso il signor Bani Sadr, qui presente, ho perfino invitato i comunisti a dialogare con noi. Ma in risposta essi hanno bruciato i raccolti di grano, hanno dato fuoco alle urne degli uffici elettorali, e con armi e fucili hanno reagito alla nostra offerta di dialogare. Infatti sono stati loro a riesumare il problema dei curdi. Così abbiamo capito che approfittavano della nostra tolleranza per sabotarci, che non volevano la libertà ma la licenza di sovvertire, e abbiamo deciso di impedirglielo. E quando abbiamo scoperto che ispirati dall’ex regime e da forze straniere essi miravano alla nostra distruzione anche con altri complotti e altri mezzi, li abbiamo messi a tacere per prevenire altri guai.

Chiudendo i giornali di opposizione, ad esempio. In quel discorso di Qom lei aveva anche detto che essere moderni significa formare uomini che abbiano diritto di scegliere e di criticare. Però il giornale «Ajadegan», liberale, è stato chiuso. E così tutti i giornali di sinistra.

Il giornale «Ajadegan» faceva parte della congiura di cui parlavo. Aveva rapporti coi sionisti, da loro prendeva suggerimenti per colpire la patria e il paese. Lo stesso tutti i giornali che il Procuratore generale della Rivoluzione ha giudicato sovversivi ed ha chiuso. Giornali che attraverso una falsa opposizione miravano a restaurare l’antico regime e a servire lo straniero. Li abbiamo zittiti perché si sapesse chi erano e a che cosa miravano. E questo non è contro la libertà. Si fa ovunque.

No, Imam. E, in ogni caso, come può definire «nostalgici dello Scià» coloro che contro lo Scià si sono battuti, che da lui sono stati perseguitati e arrestati e torturati? Come può definirli nemici, come può negare spazio e diritto di esistere a una sinistra che ha tanto combattuto e sofferto?

Nessuno di loro ha combattuto e sofferto. Semmai hanno sfruttato per i loro scopi il dolore del popolo che combatteva e soffriva. Lei non è bene informata: buona parte della sinistra cui allude era all’estero durante il regime imperiale, ed è tornata soltanto dopo che il popolo aveva cacciato lo Scià. Un altro gruppo stava qui, è vero, nascosto nei suoi covi clandestini e nelle sue case, e soltanto dopo che il popolo ha dato il suo sangue sono usciti per servirsi di quel sangue. Ma finora non è successo nulla che limitasse la loro libertà.

Scusi, Imam: voglio essere certa d’aver capito bene. Lei afferma che la sinistra non ha avuto niente a che fare con la cacciata dello Scià. Neanche la sinistra che ha dato tanti arrestati, tanti torturati, tanti assassinati. Né i vivi né i morti, a sinistra, contano nulla.

Non hanno contribuito a nulla. Non hanno servito in nessun senso la Rivoluzione. Alcuni hanno lottato, sì, ma per le loro idee e basta, i loro scopi e basta, i loro interessi e basta. Non hanno pesato per niente sulla vittoria, non vi hanno portato niente. Non hanno avuto nessun rapporto col nostro movimento, non hanno esercitato nessuna influenza su di esso. No, le sinistre non hanno mai collaborato con noi: ci hanno messo i bastoni fra le ruote e basta. Durante il regime dello Scià erano contro di noi quanto e come lo sono ora, e a tal punto che la loro ostilità nei nostri confronti superava quella dello Scià: era molto più profonda. Il nostro è sempre stato un movimento islamico, e le sinistre sono sempre state contro di esso: non a caso l’attuale complotto ci viene da loro. E il mio punto di vista è che non si tratti nemmeno di una sinistra vera ma di una sinistra artificiale, voluta dagli americani.

Una sinistra made in Usa, Imam?!

Sì, partorita e sostenuta dagli americani per lanciare calunnie contro di noi e sabotarci e distruggerci.

Dunque quando lei parla del popolo, Imam, si riferisce a un popolo legato esclusivamente al movimento islamico. Ma secondo lei questa gente che si è fatta ammazzare a migliaia, decine di migliaia, è morta per la libertà o per l’Islam?

Per l’Islam. Il popolo si è battuto per l’Islam. E l’Islam significa tutto: anche ciò che nel suo mondo viene definito libertà, democrazia. Sì, l’Islam contiene tutto. L’Islam ingloba tutto. L’Islam è tutto.

A questo punto, Imam, devo chiederle che cosa intende per libertà.

La libertà… Non è facile definire questo concetto. Diciamo che la libertà è quando si può scegliere le proprie idee e pensarle quanto si vuole, senza essere costretti a pensarne altre, e alloggiare dove si vuole, ed esercitare il mestiere che si vuole.

Capisco… Pensare, dunque, non esprimere e materializzare quello che si pensa. E per democrazia cosa intende, Imam? Pongo questa domanda con particolare curiosità perché nel referendum repubblica o monarchia lei ha proibito l’espressione Repubblica Democratica Islamica. Ha cancellato la parola «democratica» e ha detto: «Non una parola di più, non una parola di meno». Risultato, le masse che credono in lei pronunciano lo parola democrazia come se fosse una parolaccia. Cos’è che non va in questo vocabolo che a noi occidentali sembra tanto bello?

Per incominciare, la parola Islam non ha bisogno di aggettivi come l’aggettivo democratico. Proprio perché l’Islam è tutto, vuol dire tutto. Per noi è triste mettere un’altra parola accanto alla parola Islam che è perfetta. Se vogliamo l’Islam, che bisogno c’è di specificare che vogliamo la democrazia? Sarebbe come dire che vogliamo l’Islam e che bisogna credere in Dio. Poi questa democrazia a lei tanto cara e secondo lei tanto preziosa non ha un significato preciso. La democrazia di Aristotele è una cosa, quella dei sovietici è un’altra, quella dei capitalisti un’altra ancora. Non possiamo quindi permetterci di infilare nella nostra costituzione un concetto così equivoco. Infine ecco quello che intendo per democrazia: le do un esempio storico. Quando Alì divenne successore del Profeta e capo dello Stato Islamico, e il suo regno andava dall’Arabia Saudita all’Egitto, e comprendeva gran parte dell’Asia e anche dell’Europa, e questa confederazione aveva tutto il potere, gli accadde di avere una divergenza con un ebreo. E l’ebreo lo fece chiamare dal giudice. E Alì accettò la chiamata del giudice. E andò. E vedendolo entrare il giudice si alzò in piedi, ma Alì gli disse adirato: «Perché ti alzi quando entro io e non quando entra l’ebreo? Davanti al giudice i due contendenti devono esser trattati nell’identico modo!». Poi si sottomise alla sentenza che gli fu contraria. Chiedo a lei che ha viaggiato e conosce ogni tipo di governo e la storia: può fornirmi un esempio di democrazia migliore?

Imam, democrazia significa molto di più. E questo lo dicono anche i persiani che come noi stranieri non capiscono dove vada a parare la sua Repubblica Islamica.

Se voi stranieri non capite, peggio per voi. Tanto la faccenda non vi riguarda: non avete nulla a che fare con le nostre scelte. Se non lo capiscono certi iraniani, peggio per loro. Significa che non hanno capito l’Islam.

Però hanno capito il dispotismo che oggi viene esercitato dal clero, Imam. Nella stesura della nuova Costituzione l’Assemblea degli Esperti ha passato un articolo, il Quinto Principio, secondo cui il capo del paese dovrà essere la suprema autorità religiosa, cioè lei, e le decisioni definitive dovranno essere prese soltanto da coloro che conoscono bene il Corano, cioè dal clero. Ciò non significa che, per Costituzione, la politica continuerà ad essere fatta dai preti e basta?

Questa legge che il popolo ratificherà non è affatto in contraddizione con la democrazia. Poiché il popolo ama il clero, ha fiducia nel clero, vuol essere guidato dal clero, è giusto che la massima autorità religiosa sovrintenda l’operato del primo ministro o del presidente della Repubblica per impedire che sbaglino e che vadano contro la legge cioè contro il Corano. O la massima autorità religiosa o un gruppo rappresentativo del clero. Ad esempio cinque Saggi dell’Islam, capaci di amministrare la giustizia secondo l’Islam.

Allora occupiamoci della giustizia amministrata dal clero. Parliamo delle cinquecento fucilazioni che dopo la vittoria sono state eseguite in Iran. Lei approva il modo sommario in cui vengono celebrati questi processi senza avvocato e senza appello?

Evidentemente voi occidentali ignorate chi erano coloro che sono stati fucilati, o fingete di ignorarlo. Si trattava di persone che avevano partecipato ai massacri nelle strade e nelle piazze, oppure di persone che avevano ordinato massacri, oppure di persone che avevano bruciato case, torturato, segato gambe e braccia durante gli interrogatori. Sì, gente che segava da vivi i nostri giovani, oppure li friggeva su griglie di ferro. Che cosa avremmo dovuto fare di costoro: perdonarli, lasciarli andare? Il permesso di difendersi, rispondere alle accuse, noi glielo abbiamo dato: potevano replicare quel che volevano. Ma una volta accertata la loro colpevolezza, che bisogno c’era o c’è dell’appello? Scriva il contrario, se vuole, la penna ce l’ha in mano lei. Però il mio popolo non si pone le sue domande. E aggiungo: se noi non fossimo intervenuti con le fucilazioni, la vendetta popolare si sarebbe scatenata senza controllo: qualsiasi funzionario del regime sarebbe stato giustiziato. Allora altro che cinquecento: i morti sarebbero stati migliaia.

D’accordo, però io non alludevo necessariamente ai torturatori e agli assassini della Savak. Mi riferivo ai fucilati che con le colpe del regime non avevano nulla a che fare, alle persone che ancora oggi vengono giustiziate per adulterio o prostituzione od omosessualità. È giustizia, secondo lei, fucilare una povera prostituta o una donna che tradisce il marito o un uomo che ama un altro uomo?

Se un dito va in cancrena, cosa si deve fare? Lasciare che vada in cancrena tutta la mano e poi tutto il corpo oppure tagliare il dito? Le cose che portano corruzione a un popolo intero devono essere sradicate come erbe cattive che infestano un campo di grano. Lo so, vi sono società che permettono alle donne di regalarsi in godimento a uomini che non sono loro mariti, e agli uomini di regalarsi in godimento ad altri uomini: ma la società che noi vogliamo costruire non lo permette. Nell’Islam noi vogliamo condurre una politica che purifichi la società, e perché questo avvenga è necessario punire coloro che portano il male corrompendo la nostra gioventù. Che a voi piaccia o non piaccia, non possiamo sopportare che i cattivi diffondano la loro cattiveria. Del resto, voi non fate lo stesso? Quando un ladro è ladro, non lo mettete in prigione? In molti paesi, non giustiziate forse gli assassini? Non usate quel sistema perché, se restano liberi e vivi, infettano gli altri ed allargano la macchia della malvagità? Sì, i malvagi vanno eliminati, estirpati come erbacce. Solo estirpandoli il paese si purificherà.

Imam, ma come è possibile mettere sullo stesso piano una belva della Savak e un cittadino che esercita la sua libertà sessuale? Prenda il caso del giovanotto che ieri è stato fucilato per sodomia…

Corruzione, corruzione. Bisogna eliminare la corruzione.

Prenda il caso della diciottenne incinta che poche settimane fa è stata fucilata a Beshar per adulterio.

Incinta? Bugie. Bugie come quelle del seni tagliati alle donne. Nell’Islam non accadono queste cose. Non si fucilano le donne incinte.

Non sono bugie, Imam. Tutti i giornali persiani ne hanno parlato e alla televisione c’è stato anche dibattito perché al suo amante avevano dato solo cento frustate.

Se è così vuol dire che meritava la pena. Io che ne so. La donna avrà fatto qualcos’altro di grave, lo chieda al tribuna le che l’ha condannata. E poi basta parlare di queste cose. Mi stanca. Non sono cose importanti.

Allora parliamo dei curdi che vengono fucilati perché vogliono l’autonomia.

Questi curdi che vengono fucilati non sono il popolo curdo. Sono sovversivi che agiscono contro il popolo e la Rivoluzione come quello che è stato fucilato ieri e che aveva ammazzato tredici persone. Io preferirei che nessuno venisse fucilato ma quando catturano un tipo come quello e lo fucilano, ecco: ne provo grande piacere.

E quando vengono arrestati, come i cinque di stamani, perché distribuiscono manifestini comunisti?

Se li hanno arrestati vuol dire che se lo meritavano, che erano comunisti al servizio dello straniero come i falsi comunisti che agiscono per l’America e per lo Scià. Basta. Ho detto basta parlare di queste cose.

Va bene, parliamo dello Scià. È stato lei, Imam, a ordinare che lo Scià venisse giustiziato all’estero e a dire che chiunque lo avesse fatto sarebbe stato considerato un eroe sicché se fosse rimasto ucciso nell’azione sarebbe andato in Paradiso?

No! Io no. Perché io voglio che sia portato in Iran e processato pubblicamente per cinquant’anni di reati contro il popolo persiano, incluso il reato di tradimento e di furto di capitali. Se viene ucciso all’estero, quel denaro va perduto; se lo processiamo qui, invece, quel denaro ce lo riprendiamo. No, no, io non voglio che venga ucciso all’estero. Io lo voglio qui, qui. E perché ciò avvenga prego per la sua salute come l’ayatollah Modarrés pregava per la salute di Reza Pahlavi, il padre di questo Pahlavi, che era fuggito anche lui portandosi via un mucchio di soldi. E va da sé che eran meno di quelli che s’è portato via suo figlio.

Ma se lo Scià restituisse il denaro, la smettereste di dargli la caccia?

Per il denaro, se davvero lo restituisse, sì: in quel senso il conto sarebbe saldato. Per il tradimento del suo paese e dell’Islam, invece no. Come si può perdonargli il massacro del 15 Khordad, il massacro di sedici anni fa, e il massacro del Venerdì Nero, un anno fa, come si può perdonargli tutti i morti che ha lasciato dietro di sé? Soltanto se i morti resuscitassero io potrei perdonarlo accontentandomi di riavere il denaro rubato al popolo da lui e dalla sua famiglia.

E l’ordine di riportarlo in Iran, attraverso l’azione di un commando simile a quello che catturò Eichman in Argentina, suppongo, vale solo per lo Scià o anche per la sua famiglia?

Colpevole è colui che ha commesso il reato. Se la famiglia non ha partecipato a nessun reato, non vedo perché dovrebbe essere condannata. Appartenere alla famiglia dello Scià non è mica un crimine. Suo figlio Reza, ad esempio, non mi risulta che si sia macchiato di crimini. Quindi non ho nulla contro di lui: può rientrare in Persia quando vuole e viverci come un normale cittadino. Che venga.

Io dico che non viene. E Farah Diba?

Per lei deciderà il tribunale.

E Ashraf?

Ashraf è la gemellaccia dello Scià, una traditrice come lui. E per i crimini che ha commesso deve essere processata, condannata come lui.

E l’ex ministro Bakhtiar? Bakhtiar dice che tornerà al suo posto, che ha già pronto un governo con cui sostituire questo governo.

Se Baktiar dev’essere fucilato o no, ancora non posso dirlo. Però so che dev’essere processato. Che torni, che torni: magari insieme al suo nuovo governo. Che torni, che torni: magari a braccetto del suo Scià. Così in tribunale ci finiscono insieme. Sì, devo ammettere che mi piacerebbe molto vedermi riportare Bakhtiar insieme allo Scià, mano nella mano. Lo aspetto.

A morte anche Bakhtiar, dunque. Imam Khomeini, ma lei ha mai perdonato nessuno? Ha mai provato pietà, comprensione per qualcuno? E, visto che ci siamo, ha mai pianto?

Io piango, rido, soffro: pensa che non sia un essere umano? Quanto al perdonare, ho perdonato la maggior parte di coloro che ci hanno fatto del male: ho concesso l’amnistia ai poliziotti, ai gendarmi, a una quantità di gente. Purché, beninteso, non avessero torturato o commesso infamie troppo gravi. Ora ho concesso perfino l’amnistia ai curdi ribelli, e con questo penso di aver mostrato pietà. Ma per coloro di cui abbiamo discusso non c’è perdono, non c’è pietà. Ora basta. Sono stanco, basta.

La prego, Imam: devo chiederle ancora molte cose. Di questo “chador” a esempio, che mi hanno messo addosso per venire da lei e che lei impone alle donne, mi dica: perché le costringe a nascondersi come fagotti sotto un indumento scomodo e assurdo con cui non si può lavorare né muoversi? Eppure anche qui le donne hanno dimostrato d’essere uguali agli uomini. Come gli uomini si sono battute, sono state imprigionate, torturate, come gli uomini hanno fatto la Rivoluzione…

Le donne che hanno fatto la Rivoluzione erano e sono donne con la veste islamica, non donne eleganti e truccate come lei che se ne vanno in giro tutte scoperte trascinandosi dietro un codazzo di uomini. Le civette che si truccano ed escono per strada mostrando il collo, i capelli, le forme, non hanno combattuto lo Scià. Non hanno mai fatto nulla di buono quelle. Non sanno mai rendersi utili: né socialmente, né politicamente, né professionalmente. E questo perché, scoprendosi, distraggono gli uomini e li turbano. Poi distraggono e turbano anche le altre donne.

Non è vero, Imam. E comunque non mi riferisco soltanto a un indumento ma a ciò che esso rappresenta: cioè la segregazione in cui le donne sono state rigettate dopo la Rivoluzione. Il fatto stesso che non possano studiare all’università con gli uomini, ad esempio, né lavorare con gli uomini, né fare il bagno in mare o in piscina con gli uomini. Devono tuffarsi a parte con il “chador”. A proposito, come si fa a nuotare con il “chador”?

Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non vi riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene.

Molto gentile. E, visto che mi dice così, mi tolgo subito questo stupido cencio da medioevo. Ecco fatto. Però mi dica: una donna che come me ha sempre vissuto tra gli uomini mostrando il collo e i capelli e gli orecchi, che è stata alla guerra e ha dormito al fronte con i soldati, è secondo lei una donna immorale, una vecchiaccia poco perbene?

Questo lo sa la sua coscienza. Io non giudico i casi personali, non posso sapere se la sua vita è morale o immorale, se si è comportata bene o no coi soldati alla guerra. Però so che nella mia lunga vita ho sempre avuto conferma di quello che ho detto. Se non esistesse questo indumento, le donne non potrebbero lavorare in modo utile e sano. E nemmeno gli uomini. Le nostre leggi, sono valide leggi.

Compresa la legge che consente a un uomo di prendersi quattro mogli, Imam?

La legge delle quattro mogli è una legge molto progressista ed è stata scritta per il bene delle donne in quanto le donne sono più numerose degli uomini: nascono più donne che uomini, le guerre uccidono più uomini che donne. Una donna ha bisogno di un uomo, e cosa dobbiamo fare visto che al mondo vi sono più donne che uomini? Preferisce che le donne in avanzo diventino puttane oppure che sposino un uomo con più mogli? Non mi sembra giusto che le donne sole diventino puttane perché mancano gli uomini. E dico: anche nelle condizioni difficili che l’Islam impone a un uomo con due o tre o quattro mogli, uguale trattamento e uguale affetto e uguale tempo, questa legge è migliore della monogamia.

Ma si tratta di leggi o usanze che risalgono a millequattrocento anni fa, Imam Khomeini! Non le pare che il mondo, nel frattempo, sia andato avanti? In osservanza a quelle leggi, lei ha riesumato perfino il divieto della musica e dell’alcool. Mi spieghi: perché bere un bicchiere di vino o di birra quando si ha sete o si mangia è peccato? E perché ascoltare la musica è peccato? I nostri preti bevono e cantano. Anche il Papa. Ciò significa che il Papa è un peccatore?

Le regole dei vostri preti non mi interessano. L’Islam proibisce le bevande alcoliche e basta. Le proibisce in modo assoluto perché fanno perdere la testa e impediscono di pensare in modo sano. Anche la musica appanna la mente, perché porta in sé godimenti ed estasi uguali alla droga. La vostra musica, intendo. Di solito essa non esalta lo spirito: lo addormenta. E distrae i nostri giovani che ne risultano avvelenati e non si preoccupano più del loro paese.

Anche la musica di Bach, Beethoven, Verdi?

Chi sono questi nomi io non lo so. Se non appannano la mente non saranno vietati. Alcune delle vostre musiche non sono vietate: ad esempio le marce e gli inni per marciare. Noi vogliamo musiche che ci esaltino come le marce, che facciano muovere i giovani anziché paralizzarli, che li inducano a preoccuparsi del loro paese. Sì, le vostre marce sono permesse.

Imam Khomeini, lei si esprime sempre in termini molto duri verso l’Occidente. Da ogni suo giudizio su noi si conclude che lei ci vede come campioni di ogni bruttezza, di ogni perversità. Eppure l’Occidente l’ha accolta in esilio e molti dei suoi collaboratori hanno studiato in Occidente. Non le pare che ci sia anche qualcosa di buono in noi?

Qualcosa c’è, c’è. Ma quando siamo stati morsi dal serpente temiamo anche uno spago che assomigli da lontano a un serpente. E voi ci avete morso troppo. E troppo a lungo. In noi avete sempre visto un mercato e basta, a noi avete sempre esportato le cose cattive e basta. Le cose buone, come il progresso materiale, ve le siete tenute per voi. Sì, abbiamo ricevuto tanto male dall’Occidente, tante sofferenze, e ora abbiamo tutti i motivi per temere l’Occidente, impedire ai nostri giovani di avvicinarsi all’Occidente e farsi ulteriormente influenzare dall’Occidente. No, non mi piace che i nostri giovani vadano a studiare in Occidente dove vengono corrotti dall’alcool, dalla musica che impedisce di pensare, dalla droga, e dalle donne scoperte. Senza contare che i nostri giovani non li trattate come i vostri in Occidente. Perché gli regalate subito un diploma anche se sono ignoranti.

Sì, Imam, però anche l’aereo sul quale è tornato in patria è un prodotto dell’Occidente. Anche il telefono con cui comunica da Qom, anche la televisione con cui si rivolge al paese così spesso, anche questo condizionatore d’aria che le permette di starsene al fresco nella calura del deserto. Se siamo così corrotti e così corruttori, perché usa i nostri strumenti di male?

Perché queste sono le cose buone dell’Occidente. E non ne abbiamo paura e le usiamo. Noi non temiamo la vostra scienza e la vostra tecnologia, temiamo le vostre idee e i vostri costumi. Il che significa che vi temiamo politicamente, socialmente. E vogliamo che il paese sia nostro, vogliamo che non interferiate più nella nostra politica e nella nostra economia e nelle nostre usanze e nelle nostre faccende. Ed’ora in avanti andremo contro chiunque ci proverà, a destra e a sinistra, di qua e di là. E ora basta. Via, via.

Un’ultima domanda, Imam. In questi giorni che ho trascorso in Iran io ho visto molto scontento, molto disordine, molto caos. La Rivoluzione non ha portato i buoni frutti che aveva promesso. Il paese naviga in acque oscure e c’è chi vede molto buio per l’Iran. C’è addirittura chi vede maturare, sia pure in un futuro non immediato, i presupposti d’una guerra civile o d’un colpo di Stato. Che cosa mi risponde?

Questo le rispondo: noi siamo un bambino di sei mesi. La nostra rivoluzione ha soltanto sei mesi. Ed è una rivoluzione che è avvenuta in un paese mangiato dalle disgrazie come un campo di grano infestato dalle cavallette: siamo all’inizio della nostra strada. E cosa volete da un bambino di sei mesi che nasce in un campo di grano infestato dalle cavallette, dopo duemilacinquecento anni di cattivo raccolto e cinquanta anni di raccolto velenoso? Quel passato non si può cancellare in pochi mesi, e neanche in pochi anni. Abbiamo bisogno di tempo. Chiediamo tempo. E lo chiediamo soprattutto a coloro che si definiscono comunisti o democratici o diosacché. Sono loro che non ci danno tempo. Sono loro che ci attaccano e mettono in giro chiacchiere su guerre civili e colpi di stato che non accadranno perché il popolo è unito. Sono loro che alimentano il caos. Loro, ripeto, che si definiscono comunisti o democratici o diosacché. E con ciò la saluto.

Addio. Insciallah.

Da «Corriere della Sera», 26 settembre 1979

Safar: viaggio in Medio Oriente

Dal 21 marzo 2019 al piano nobile di Palazzo Mazzonis il MAO Museo d’Arte Orientale presenta la mostra SAFAR: VIAGGIO IN MEDIO ORIENTE, VITE APPESE A UN FILO. Fotografie di Farian Sabahi.

Una sessantina gli scatti realizzati da Farian Sabahi in Libano, Siria, Iraq, Iran, Emirati Arabi, Azerbaigian, Uzbekistan e Yemen tra il febbraio 1998 e la primavera 2005 ed esposti per la prima volta.

In persiano e in arabo, Safar vuole dire viaggio. Una parola che in sé racchiude i molteplici significati della mostra: racconta i viaggi di Farian Sabahi, le Terre e le persone ritratte e al contempo esorta il visitatore a compiere un viaggio, doppio, geografico ed emotivo. Così, i versi del poeta di lingua persiana Rumi ricamati dalla giovane artista Ivana Sfredda accolgono il visitatore: Anche se tu non hai piedi, scegli di viaggiare in te stesso, versi volti ad evocare l’importanza del viaggio e dell’apertura alle culture altre nel processo di crescita personale.

La giornalista e studiosa Farian Sabahi ci restituisce un mondo visto e immortalato poco prima e immediatamente dopo che in alcuni di questi Paesi iniziassero terribili i conflitti, un mondo stravolto anche dove la guerra non si è combattuta, dove però permangono le cicatrici dei vecchi conflitti o dove il progresso si contrappone forte e arrogante agli aspetti più tradizionali del vivere quotidiano.

Alberto Negri nella prefazione del catalogo scrive “Nulla di tutto quello che vediamo in questi scatti ci è estraneo. È un mondo diverso ma non così esotico. Abbiamo contribuito pesantemente alla sua distruzione. È difficile raccontare cosa volesse dire vivere in Iraq o Siria in questi anni, sotto i bombardamenti, asserragliati senza mai potere uscire. La morte arrivava dall’alto con i raid aerei o i missili, oppure in maniera silenziosa sulla lama di un coltello. E molti dei monumenti, dei muri, delle case, dei volti delle persone che qui sono ritratti non ci sono più. Perduti per sempre. Ecco perché l’immagine, anche la più innocente, come il sorriso di un bambino, non è semplicemente un ricordo ma un atto d’accusa”.

La restituzione di questo sentire è data dall’installazione site specific, il cubo nero diventa uno spazio atemporale in cui le fotografie si alternano come i ricordi di vecchi viaggi, dove è difficile distinguere un prima da un poi.

Le fotografie, realizzate originariamente in diapo 100 ASA Fuji sensia a colori e stampate per la mostra su carta museale opaca, sono presentate senza cornici, senza stretti confini, ma appese a un filo da pesca per tonni ad evocare la precarietà della vita in Medio Oriente, appesa appunto a un filo. Un filo trasparente, che non si vede ma è molto resistente e rappresenta al contempo il contesto all’interno del quale le vite sono imprigionate spesso a causa di dittature e conflitti. Il filo da pesca evoca anche la morte, le vite appese, imprigionate e poi negate, come dice Farian Sabahi “il filo da pesca ricorda il Mediterraneo e le tante vittime di questi anni”.

Corredo alle immagini sono i passaporti italiano e iraniano con i visti per quei Paesi, la macchina fotografica Nikon e gli obiettivi usati, il registratore. E ancora le pagine dei quotidiani dell’epoca, tra cui gli articoli e i reportage su IlSole24Ore firmati da Farian Sabahi, fissate come in una bacheca.

Arabo, persiano, italiano, francese e inglese sono le lingue che animano il tappeto sonoro. Le voci che abbracciano il visitatore e lo traghettano “dentro” la storia sono dello scrittore turco e Nobel per la Lettaratura Orhan Pamuk, di Padre Paolo dell’Oglio, del poeta siriano Adonis, di un pescatore sul Tigri, dell’ex presidente iracheno Saddam Hussein, di un omosessuale a Dubai, dell’ex presidente iraniano Muhammad Khatami, dell’architetto Darab Diba, del filosofo Dariush Shayegan, dell’avvocata e attivista pachistana Bilqis Tahira, dello storico azerbaigiano Altay Geyushev, dell’artista e gallerista azerbaigiana Aida Mahmudova, di Pierpaolo Pasolini, dell’attivista yemenita insignita del Nobel per la Pace Tawakkol Karman, della scrittrice iraniana Azar Nafisi.

A congedare il visitatore ancora i versi di Rumi nei quali il viaggio è un’esperienza che porta alla conoscenza e, nel nostro caso, al rifiuto del dualismo tra Occidente e Oriente, a decidere di non dichiararsi appartenenti a un mondo o all’altro.

Io non sono dell’Est né dell’Ovest.

Ho riposto la dualità 
e visto i due mondi come uno.

In occasione della mostra, Farian Sabahi tiene al MAO un ciclo di tre lezioni sulla letteratura mediorientale, ogni incontro è dedicato ad una autrice e per ognuna si farà riferimento a uno o due testi in particolare che il pubblico può trovare presso il bookshop del Museo.

23 marzo ore 11: Vénus Khoury-Ghata, Libano

La casa sull’orlo del pianto e La casa delle ortiche, Il leone verde, Torino, 2005 e 2006 (traduzione di G. Messi)

30 marzo ore 11: Inaam Kachachi, Iraq

Dispersi, Francesco Brioschi Editore, Milano, 2018 (traduzione di E. Bartuli)

6 aprile ore 11: Nasim Marashi, Iran

L’autunno è l’ultima stagione dell’anno, Ponte33, Roma, 2017 (traduzione di P. Nazari)

L’ingresso in mostra rientra nel biglietto del Museo.

Ciclo 3 appuntamenti letterari € 20, fino esaurimento posti disponibili.

Farian Sabahi (1967) – Giornalista professionista specializzata sul Medio Oriente, scrive per Il Corriere della Sera, il settimanale Io Donna e il manifesto. È lecturer in Political Science and Religion alla John Cabot University di Roma, dove insegna History and Politics of Modern Iran e Introduction to Islam. È anche titolare del seminario “Relazioni internazionali del Medio Oriente” presso l’Università della Valle d’Aosta.

Il bazar e la moschea. Storia dell’Iran 1890-2018 (Bruno Mondadori 2019) è il suo ultimo libro. Nel memoir Non legare il cuore. La mia storia persiana tra due paesi e tre religioni racconta le sue vicende e quelle di famiglia (Solferino 2018). Tra gli altri suoi volumi: Un’estate a Teheran (Laterza), Islam. L’identità inquieta dell’Europa (Saggiatore) e Storia dello Yemen (Bruno Mondadori). Noi donne di Teheran (disponibile anche in francese e in inglese) e il libro-intervista Il mio esilio con l’avvocato iraniana Shirin Ebadi insignita del Nobel per la pace sono pubblicati da Jouvence.

Nel 2018 il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino, il Mudec Museo delle Culture di Milano, il festival Sguardi Altrove e la Comunità Ebraica di Casale Monferrato hanno ospitato il cortometraggio I bambini di Teheran.

Nel 2010 è stata insignita del Premio Amalfi sezione Mediterraneo, nel 2011 ha ricevuto il Premio Torino Libera intitolato a Valdo Fusi, e nel 2016 il Premio giornalistico “Con gli occhi di una donna”. www.fariansabahi.com

Ivana Sfredda (1995) –  Laureanda all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dal 2014 partecipa come artista a mostre collettive a Torino, Genova, Rodello (CN), Termoli (CB) e Breslavia (PL). È parte del collettivo IF, Immaginare un futuro sostenibile, il cui punto di riferimento sono le tematiche dell’Agenda ONU 2030.

Yalda – Una voce di velluto che sussurra storie in persiano. Laureatasi al conservatorio di Teheran, Iran, a 26 anni si trasferisce in Italia, dove inizia una attività artistica che la porterà, tra l’altro, a collaborazioni con artisti come Pacifico e Raiz. Ha composto e interpretato brani per colonne sonore di grandi nomi del cinema italiano, come Gabriele Salvatores e Silvio Soldini, e per documentari prodotti dal Corriere della Sera. Nel 2008 è uscito, per l’etichetta Ishtar, “Yalda”, il suo primo album. In questi anni si è esibita in numerosi concerti come la Biennale Architettura di Venezia e l’apertura della Philips Collection Washington al MART di Rovereto.

MAO Museo d’Arte Orientale Via San Domenico 11, Torino

Il Museo Un viaggio in Oriente. Oltre 2200 opere provenienti da diversi Paesi dell’Asia, dal IV millennio a.C. fino al XX d.C., raccontano cinque diversi percorsi per cinque diverse aree culturali: Asia meridionale, Cina, Giappone, Regione Himalayana, Paesi Islamici dell’Asia. Culture millenarie distanti e poco conosciute si avvicinano al pubblico. Il MAO, invita ad un viaggio affascinante di scambio, scoperta e conoscenza.

Info t. 011.4436927 – mao@fondazionetorinomusei.itwww.maotorino.it

Orario mar-ven h 10 -18; sab-dom h 11 – 19; chiuso lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima.

Fondazione Torino Musei. 150.000 opere d’arte, 5000 anni di storia, 3 musei. www.fondazionetorinomusei.it

L’Iran a quarant’anni dalla rivoluzione: quale bilancio?

Nel febbraio 1979 la rivoluzione popolare guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini rovesciava la monarchia Pahlavi e instaurava la Repubblica islamica. Un nuovo modello di governo, nuove leggi e nuove alleanze, che hanno cambiato non solo il Paese ma l’intero Medio Oriente. Che cosa è rimasto oggi dell’esperienza della rivoluzione? Quali sono le sfide dell’Iran odierno?

Alle tre sessioni dedicate a temi politici, economici e culturali, hanno partecipato:
Pejman Abdolmohammadi, Università di Trento e ISPI; Sissi Bellomo, Il Sole 24 Ore; Tatiana Boutourline, giornalista e scrittrice; Sara Cristaldi, ISPI; Augusto Di Giacinto, ICE Teheran (invitato); Luca Giansanti, già ambasciatore a Teheran; Lucia Goracci, RAI; Paolo Magri, Direttore, ISPI; Mahmoud Saleh Mohammadi, Spazio Nour; Pier Paolo Patti, Artista; Nicola Pedde, Institute for Global Studies; Annalisa Perteghella, ISPI; Valerio Rugge, Studio Legale Rödl; Farian Sabahi, John Cabot University; Antonello Sacchetti, Scrittore.

Cosa succede con Zarif?

Il ministro degli Esteri iraniano annuncia a sorpresa le dimissioni. Cosa ha determinato questa scelta e cosa potrebbe accadere ora

La notizia bomba arriva quando a Teheran è ormai la tarda serata di lunedì 25 febbraio 2019 e infatti la maggior parte dei quotidiani iraniani non fa in tempo a riprenderla: Javad Zarif, il ministro degli Esteri, l’architetto dello storico accordo sul nucleare del 2015, si è dimesso. Lo ha annunciato lui stesso in modo decisamente singolare, con un post su Instagram.

Per capire il messaggio e la sua cornice, è necessaria una premessa: in Iran la ricorrenza del compleanno di Fatemeh Zahra, la figlia prediletta del Profeta, è l’occasione in cui si celebra la Festa della Madre e della Donna. Per questo, in apertura, Zarif augura “buon compleanno alla Signora Fatemeh, buona giornata della madre e della donna”. Per poi proseguire:

“Sono molto grato al caro e onorevole popolo iraniano per gli ultimi 67 mesi. Mi scuso sinceramente per l’incapacità di continuare a servire e per tutte le manchevolezze dimostrate durante il servizio. Siate felici e leali”.

Perché adesso?

L’annuncio di Zarif arriva al termine di una giornata segnata dalla visita – non annunciata – a Teheran del presidente siriano Bashar al Assad. Si è trattato del primo viaggio all’estero di Assad dall’inizio della crisi nel 2011. Nella capitale iraniana ha incontrato la Guida Ali Khamenei, il presidente Hassan Rouhani e il comandante delle Forze Qods dei Pasdaran Qasem Soleimani. Ma non Zarif. Un’esclusione che suonerebbe perciò come un atto plateale di sfiducia nei suoi confronti da parte di Khamenei.

D’altro canto, il dossier siriano, già dal 2011, è affidato ai pasdaran, quindi a Soleimani, più che al ministro degli Esteri. L’esclusione di Zarif è comunque un atto pesante, soprattutto in questo momento, in cui il fallimento dell’accordo sul nucleare espone il governo Rouhani agli attacchi dei conservatori.

In una successiva dichiarazione all’agenzia Aria, Zarif ha sostenuto di essersi dovuto dimettere non per questioni personali ma per “difendere gli interessi nazionali e il ruolo del ministro degli Esteri. Qualsiasi altra speculazione è priva di fondamento”.

Rouhani, in un discorso trasmesso in televisione, ha rinnovato la stima nei confronti del suo ministro, ma non ha chiarito se accetterà o meno le sue dimissioni.

Arman-e Emruz titola: Dimissioni shock di Zarif

Un lungo addio

Le dimissioni di Zarif, qualora confermate, sarebbero probabilmente il preludio alla fine definitiva dell’accordo sul nucleare. I Paesi occidentali, ed europei in particolare, perderebbero un interlocutore importante.

Al progressivo accerchiamento dell’Iran dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, è corrisposto un progressivo isolamento interno del governo Rouhani, di cui Zarif è stato sicuramente l’esponente più esposto. I conservatori hanno avuto vita facile, negli ultimi due anni, a scaricare sul governo moderato i fallimenti di una scelta che pareva preludere a un cambiamento epocale per le relazioni internazionali del Paese.

Cosa succede adesso?

La prima impressione è che l’uscita di scena di Zarif rafforzi i conservatori e quindi una politica di chiusura nei confronti dell’Occidente. Probabilmente è proprio quello che vogliono Trump e Netanyahu, nella speranza che prima o poi Teheran offra il casus belli a un confronto militare diretto.

Questo non è però un esito scontato. Teniamo sempre presente le dinamiche interne della politica iraniana. Nel 2020 ci saranno le elezioni legislative, nel 2021 le presidenziali. Alla quali, in base alla Costituzione, Rouhani non si potrà presentare. Chi prenderà il posto di Rouhani? In molti suggeriscono il nome del suo vice Ali Aragchi, personaggio meno noto ma attestato su posizioni simili a quelle di Zarif. Non è nemmeno da escludere che quella di Zarif sia stata una mossa tattica, per evitare un logorio che lo avrebbe sfinito politicamente. Ritirandosi ora, potrebbe ritagliarsi un ruolo di outsider per le prossime sfide interne.

Aggiornamento: Zarif rimane

Il presidente Rouhani, dopo una giornata di dichiarazioni incrociate e di speculazioni di ogni tipo, ha ufficialmente respinto le dimissioni di Zarif, sostenendo che sono “contro gli interessi nazionali della Repubblica islamica”. Zarif ha pubblicato un nuovo post su Instagram in cui annuncia che il suo ministero continuerà a svolgere il proprio lavoro.

Alla prossima puntata.

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