Io, il velo e l’Iran

La valigia rossa con la schiena solcata dai segni degli anni di viaggi in cui mi è stata compagna fidata, attende di essere riempita. Faccio i bagagli, parto di nuovo per l’Iran. Ogni viaggio mi rallegra, quando vado in Iran però è diverso. Tutto è in qualche modo differente, dai bagagli alle emozioni che provo, l’impazienza di andarci ancora una volta. Come tutti, prima di un viaggio, nel preparare i bagagli di solito tengo conto prima di tutto del periodo del soggiorno e del tempo. Io ho un criterio in più: vestiti da lavoro, vestiti semplici e … vestiti per l’Iran. Camicie lunghe e molti foulard. O almeno maniche a tre quarti nella stagione calda.

La paura di sbagliare

Non potrei dire che la prima volta non abbia avuto un po’ di timore. Ma non era un timore nato dai clichè veicolati dappertutto che suggeriscono che in Iran la gente si amazza ogni giorno e che lo scoppiare di una guerra nucleare è imminente. Sapevo che non era così. Era soltanto la stessa paura dell’incognito che mi avvolgeva prima degli esami al tempo degli studi e che si dissipava quando venivo a sapere gli argomenti.

Sapevo che c’era qualche regola obbligatoria in più relativa al modo di vestire rispetto ai paesi musulmani dove avevo viaggiato, però non avevo la più pallida idea di come mi dovevo vestire. Avevo un minimo di informazioni sulla nuova destinazione verso la quale mi dirigevo, e avevo letto qualche tempo prima un libro di memorie dell’ultima moglie dello scià. Mi era più che chiaro però, che le cose erano diverse dopo più di trent’anni e un cambiamento drastico di regime. Mi sono avventurata in ricerche su internet per sapere cosa dovevo indossare, ma non sono venuta a sapere tanto in più rispetto a ciò che immaginavo. La gente farneticava e divagava attorno all’argomento. L’idea di base era che in pubblico dovevo avere sempre il corpo e la testa coperti. In nessun caso vestiti trasparenti o attillati.

Alla fine ho deciso di farmi guidare dal buon senso maturato in quattro anni di peregrinazioni in Medio Oriente. Il primo viaggio in Iran doveva avvenire alla fine di novembre o a dicembre, cosicchè non ho dovuto sforzarmi troppo con l’abbigliamento. Partivo da casa coperta comunque a causa della bassa temperatura. Addiritura con più di uno strato.

L’unica incognita rimaneva per me il velo. Che mi intrigava, mi attirava e allo stesso tempo mi dava uno stato di inquietudine crescente man mano che si avvicinava il momento della partenza.

Al primo viaggio in Iran avevo come destinazione la regione del Khuzestan, a sud ovest, verso il confine con l’Iraq. Il viaggio fu una maratona di circa 36 ore divise tra voli, scali, aeroporti, taxi, altri aeroporti, voli e altre macchine. E ugualmente tante ore di domande, dubbi e tormenti. Saranno idonei i vestiti che ho nel bagaglio?

L’ansia raggiunge il massimo poco prima dell’arrivo all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran, quando la hostess annuncia che, per legge, tutte le donne che entrano nella Repubblica Islamica sono obbligate a coprirsi la testa. D’improvviso l’atmosfera si anima. Un brivido collettivo avvolge senza eccezione tutte le donne della cabina, quasi simultaneamente. Da borsoni e borse, dalle tasche si materializzano miracolosamente i foulard. Le donne si trasformano, alcune sono irriconoscibili. Osservo in modo discreto, guardo con la coda dell’occhio a destra e a sinistra, però mi vergogno a puntare lo sguardo attorno per vedere come si fa. Che sia così difficile? Mi metto a posto sulla testa come meglio posso lo scialle che avevo preparato e che a casa mi serviva come semplice sciarpa contro il freddo. Sono pronta per l’incontro. Sia quel che sia.

Lo scialle si trasforma all’occorrenza

Non l’avevano avvertito. Nessuno si era degnato di avvisarlo in via preliminare e non sapeva – povero – che sarebbe stato impiegato in un ruolo completamente inedito, quello del rusari. Era viola questo scialle – sciarpa distribuito senza che lo volesse nella parte principale di un rusari persiano. In prima assoluta…

Alle due di notte ci aspettava un autista mandato dal partner iraniano. Tirai un sospiro di sollievo perchè ero arrivata almeno alla prima destinazione intermedia: Teheran. Constatai con gioia che nessuno mi guardava in modo strano. Ero comune, mi mescolavo con le altre, in una parola, erò in armonia con il paesaggio. Dopo tanto stress autoindotto, i vestiti sembravano essere idonei. Finalmente mi potevo rilassare.

Magnaeh e chador

Saliamo in macchina e quando mi riprendo eravamo già in mezzo alla città, a Mehrabad, una volta aeroporto internazionale della capitale persiana, trasformato poi in aeroporto per voli interni.

«Dove volete dormire?», non capivo cosa volesse dirci l’uomo. «Come, dormire?» «In macchina o sulle panchine in aeroporto?». È vero che alle 3 del mattino, dopo quasi 24 ore da quando avevo lasciato il letto di casa, sarebbe suonato interessante. Ma come dormire, quando sei appena arrivato in un paese nuovo dove devi ancora capire le regole secondo le quali ti devi muovere. Aspetta che mi abituo un pochettino, che fisso la gente a volontà. Soprattutto le donne. «Prenderemo un caffè», risposi in modo diplomatico. Per tre ore quanto mancava al prossimo volo. Abbiamo continuato a berne e a lottare contro il sonno. Se avessi saputo che era l’ultimo caffè «vero» che avrei bevuto durante la settimana a seguire.

Una volta occupato il posto sull’aereo per Ahvaz sono caduta in un sonno di piombo vicino al coma. In un attimo ero a destinazione. Speravo che a breve saremo andati in albergo e ci saremo potuti riposare in modo da cominciare a lavorare il giorno dopo. Neanche per scherzo. All’atteraggio mi aspettavano tranquilli altri 100 km da percorrere in macchina, tuttavia in autostrada (da tenere in considerazione), per prendere un breve contatto con la fabbrica. L’Iran è un paese molto grande con delle differenze notevoli di clima tra il nord e il sud. Già dallo scalino dell’aereo mi accolse una temperatura di 15 – 20 gradi, piacevole, niente da dire, costatai però che sarei stata un po’ troppo infagottata. Cominciavo ad avere caldo e soltanto allora capii che sarei dovuta rimanere con il foulard in testa e con lo spolverino addosso sia fuori che dentro. Indipendentemente dal caldo che avrei avuto.

Guardando le foto fatte durante quel primo viaggio, sorrido con indulgenza e mi diverto perché nel frattempo mi sono evoluta per quanto riguarda il modo di vestire. L’intuito, lo spirito di osservazione e un po’ di attenzione sono stati i migliori professori. Ed ogni viaggio in Iran, una lezione sul modo di vestire. Mi trovavo in una situazione insolita che mi provocava un lieve stato di sconforto. Per la verità, non era il massimo avere sempre la testa coperta, ma neanche la più grande delle tragedie. Con il tempo ho imparato a rendermi la vita più facile, a combinare i vestiti e i tessuti in funzione delle temperature. L’esperienza suprema ed estrema dello sconforto fu a luglio dell’anno dopo a circa 53°C all’ombra! Quando difficilmente mi lasciavo convincere a uscire dai locali con aria condizionata.

Il fazzoletto e l’emancipazione

Mia nonna paterna ha indossato per tutta la vita il fazzoletto, io faccio parte solo dalla seconda generazione di donne «emancipate» in famiglia. Per emancipata intendendo con i capelli scoperti. In campagna, le donne solevano coprire i loro capelli (e lo fanno tutt’oggi), soprattutto dopo il matrimonio quando si consideravano «prese», quindi teoricamente inaccesibili ad altri. Il fazzoletto era il simbolo che indicava da lontano questo stato di donna sposata. Ho cercato di consolarmi pensando all’infanzia e mi sono immaginata un ritorno alle origini in termini di abiti. O almeno a come usavano vestirsi le mie antenate non troppo lontane.

Ana Maria Vaida - Iran
Ana Maria Vaida in Iran

In Iran una parte della popolazione cittadina, e soprattutto le giovani, se fossero libere di scegliere, sicuramente non si coprirebbero. Seguirebbero l’ultima moda dei loro tempi come fanno i giovani di qualsiasi parte. Non tutte però. Così come da noi, in Romania, in un paese con un governo laico, non tutti vivono allo stesso modo. Dipende dell’educazione, dai principi, dalle tradizioni, dalle abitudini. In base a questi fattori, la gente può avere una certa modestia, non imposta da qualche autorità temporanea, come anche interessi e preoccupazioni diverse. La prospettiva sul modo di vivere la propria vita può essere differente a seconda del «bagaglio» di ognuno.

Nel 1936 Reza Shah ha provato a modernizzare il Paese con la forza, vietando il velo. Se erano coperte le donne venivano rincorse per la strada dalla polizia e il velo veniva strappato. Molte donne non hanno lasciato la propria casa per mesi interi. Faccio un breve esercizio di immaginazione: deve essere stato traumatizzante essere «modernizzata» con la forza da un giorno all’altro, tramite la spogliazione, al fine di diventare «civile» come gli europei, che dubito all’inizio dello scorso secolo fossero poi davvero così emancipati. Fu un’emancipazione apparente: alle donne era vietato indossare il velo, ma non era stato concesso il diritto di voto!

I veli iraniani

Uno degli svantaggi maggiori era il fatto che il foulard scivolava ostinatamente e aveva bisogno di essere riportato in modo costante al suo posto. Ho capito che una variante più fissa mi avrebbe aiutato nei momenti mentre lavoravo. In effetti desideravo sperimentare, in modo un po’ masochista, lo riconosco, la sensazione delle donne che lo indossavano tutti i giorni. Essere come loro, sentire quanto soffrivano…

Certo, soffrivano. Ci piace credere delle cose sugli altri senza avere a portata di mano tutti gli elementi per formarci un parere, soltanto perchè lo abbiamo sentito da qualche parte, o perchè certi concetti ci vengono ripetuti fino a divenire stereotipo. La gente, in qualsiasi parte del mondo, è creativa. La costrinzione attiva l’immaginazione e spinge a cercare delle scappattoie. È necessario un chiarimento. In Iran le donne non indossano il burqa e non sono obbligate a coprirsi il volto se non lo desiderano. A tre decenni dall’instaurazione della Repubblica islamica, camminando per le vie di Teheran si ha l’occasione di vedere una varietà molto larga di modi di coprirsi. Che ovviamente sono diversi a seconda della classe sociale di appartenenza, della condizione economica, della religione, dell’età. Per chi arriva qui credendo che non scorgerà che gli occhi delle donne, può essere scioccante vedere le giovani donne coperte con dei foulard molto colorati il più delle volte abbinati al resto degli abiti. Foulard che lasciano in vista una quantità impressionante di ciocche tinte che scappano costantemente …come per caso…. dal copricapo obbligatorio.
Maryam era piccolina, gracile e delicata. Forse la sua femminilità o la tristezza profonda degli occhi neri rotondi che si intravedeva pure quando sorrideva, la facevano sembrare estremamente fragile. E invece era ingegnere capo, tecnologo che coordinava un reparto di produzione e aveva sotto di sé un mucchio di uomini. Hmm, quindi non tutte le donne sono così tanto perseguitate in questo paese dal momento che sono laureate e dirigono delle fabbriche.

Chiacchierando, le ho detto di passaggio che vorrei comprarmi quel velo tipico ufficiale che loro portano al lavoro. Il giorno dopo Maryam mi ha regalato il mio primo magnaeh. Nero. Succede così il più delle volte in Iran: se fai in tempo a esprimere qualche desiderio ad alta voce, «comprerei», «mangerei», «mi piacerebbe», «desidererei», il giorno dopo ti ritrovi con il regalo o con il desiderio esaudito.

Il magnaeh è il velo tipico iraniano che le donne devono indossare se lavorano in istituzioni pubbliche o in aziende statali. Le alunne lo portano come parte della divisa scolastica, e pure le studentesse quando vanno ai corsi. Il magnaeh copre la testa, il collo, le spalle. Stretto nella parte superiore, fisso sul mento, si apre verso le spalle come un vestito scampanato. Classico e di base è il nero, però ne ho visti di verdi, chachi, grigio, beige. Quelli che mi sono comprata io durante le visite a seguire sono stati blu e marrone per poterli abbinare e cambiare. Desideravo uno color vinaccia o color prugna come avevo visto per strada a Esfahan e mi era sembrato chic. Tanto quanto può essere chic un magnaeh. Gli toglieva un po’ di sobrietà. Non so cosa abbiano capito e dove ci siamo impantanati nelle traduzioni, nelle sfumature e nei colori, ma me ne hanno regalato uno rosa. Che non ho ancora osato indossare. Mi sembrava allora troppo rosa per i miei gusti e pensavo che avrei attirato l’attenzione, cosa che non volevo in nessun modo. Forse mi farò coraggio durante uno dei viaggi futuri.

Sapevo che non era obbligatorio e la curiosità l’avevo soddisfatta abbastanza indossando il magnaeh. Attenta a cosa desideri… hai voluto delle esperienze autentiche e inedite, ecco, prendi pure un chador. Non fu nero tuttavia. Blu con fiorellini bianchi sembrava quasi amichevole. Il chador è praticamente un pezzo grande di tessuto che va indossato sopra il velo e i vestiti normali. Nei primi momenti mi è sembrato terribilmente pesante, non riuscivo a sistemarlo in nessun modo, minacciava di tirare giù pure il foulard sottile. Perché agghindarmi pure con questo, quando ho la testa coperta, indosso dei pantaloni di lino lunghi e larghi (!) e sopra un vestito fino ai ginocchi?

Fortunatamente questa condizione è durata soltanto qualche decina di minuti, il tempo di visitare una moschea a Esfahan. Solamente più tardi ho letto da qualche parte che indossare il chador è obbligatorio quando si entra nelle moschee, nei mausolei. È meritato pienamente il «sacrificio» perchè la moschea dell’Imam si è rivelata una meraviglia turchese, la cui bellezza ti lascia senza respiro, e gli amici mi hanno aiutato a trasformare l’indossare il chador in una esperienza piacevole.

Quando sono partita per la prima volta, colma di inquietudini, verso l’Iran, cercavo forse solo un’esperienza inedita. Non avrei immaginato che dall’ombra di un rusari, magnaeh o chador, avrei scoperto un mondo paradossale e sorprendente. Non mi sarei potuta immaginare che soltanto velata avrei avuto accesso ad un mondo che avrebbe svelato la sua bellezza lentamente, a piccole dosi, tanto da affascinarmi e attirarmi irrimediabilmente, serbando sempre tuttavia, con cura, una parte del proprio mistero.

La versione originale dell’articolo in romeno è pubblicata sul blog LUMEAMARE