Attacco terroristico a parata militare ad Ahwaz

Ventinove morti e decine di feriti. Questo il bilancio dell’attentato terroristico compiuto il 22 settembre 2018 contro una parata militare nella città iraniana di Ahwaz, capoluogo della provincia sud occidentale del Khuzestan, ricca di petrolio, a maggioranza araba e teatro negli ultimi mesi di numerose proteste contro il governo di Teheran. Tra le vittime, dodici pasdaran, un giornalista e civili che assistevano alla parata.

L’attacco è stati rivendicato inizialmente dal gruppo al-Ahvaziya – legato all’Arabia Saudita – e poi dall’Isis. Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha scritto in un tweet:

“Terroristi reclutati, addestrati, armati e pagati da un regime straniero hanno attaccato Ahvaz. Fra le vittime, bambini e giornalisti. L’Iran ritiene responsabili gli sponsor regionali del terrore e i loro padroni statunitensi per attacchi come questo. L’Iran risponderà celermente e in modo decisivo in difesa delle vite iraniane”.

La data e il luogo

Il 22 settembre è la ricorrenza dell’attacco di Saddam che diede vita alla lunga guerra tra Iran e Iraq (1980-88), quella che gli iraniani ricordano come guerra imposta. L’attentato è stato sferrato in un’occasione altamente simbolica: nel 1980 fu l’inizio dell’aggressione alla Repubblica islamica nata appena un anno prima e l’Iraq attaccò proprio il Khuzestan, sperando in un sostegno da parte della popolazione di etnia araba, che invece si schierò con il governo centrale contro l’invasore. Non che la provincia non abbia vissuto momenti di tensione a causa dei movimenti indipendentisti. Come ricorda Siavush Randjbar-Daemi in in un tweet, il momento più critico fu l’estate del 1979, quando il governo rivoluzionario faticò non poco a reprimere i movimenti autonomisti armati.

Il momento attuale

Sebbene non sia ancora chiaro chi abbia deciso questo attentato, è evidente il suo messaggio di sfida aperta alla Repubblica islamica. Colpire i pasdaran in un’occasione come la celebrazione della guerra con l’Iraq è un’azione quasi ridondante di aspetti simbolici.

L’Iran, dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, è oggettivamente sotto assedio. Sia dal punto di vista dialettico, sia da quello economico. Le nuove sanzioni che scatteranno il 4 novembre saranno un ulteriore colpo alla già traballante economia iraniana e le minacce di regime change avanzate da Usa, Israele e Arabia Saudita negli ultimi mesi, sembrano aver trovato nell’attacco di oggi un primo, tragico tentativo di applicazione.

Come è naturale attendersi, non ci saranno dimostrazioni di solidarietà internazionale nei confronti di Teheran. Magari qualcuno non parlerà di terrorismo, ma di “attacco ai pasdaran”, quasi a sminuirne la gravità. Oltre a ricordare che tra le vittime ci sono civili e anche bambini, è doveroso precisare che i ranghi delle “guardie della rivoluzione” sono in maggior parte costituiti da giovani militari di leva, che sono stati assegnati a quel corpo.

Se non si parte da questi presupposti, non si capisce la gravità dell’accaduto e di cosa questo attacco rappresenti per l’Iran nel suo intero, non solo per i suoi leader politici.

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