1979. L’ultima rivoluzione

Lo scià se ne è andato

“Esteghlal, azadi, jomuri-e islami”. “Indipendenza, libertà, repubblica islamica”. Era questo lo slogan più in voga durante la rivoluzione che caccio lo scià dall’Iran nel 1979. Tre grandi obiettivi, proprio come “Liberté, egalité e fraternité” nella Rivoluzione francese. È qui l’origine di molti equivoci sull’Iran: quella del 1979 non nasce come una rivoluzione islamica: è innanzitutto la rivoluzione contro il governo corrotto e impopolare dello scià Reza Pahlevi. Vi partecipano forze laiche e marxiste, alleate con i mullah contro il tiranno. E sono tanti a credere che il clero – una volta cacciato lo scià – tornerà nelle moschee, non si occuperà di politica.

Da dove nasce la rivoluzione

Nel suo memorabile libro reportage “Shah-in- shah”, Ryszard Kapuscinski afferma che le rivoluzioni avvengono “quando il popolo smette di avere paura”. Nel 1978 per gli iraniani la misura è colma. Il paese vive da anni una crescita economica squilibrata e schizofrenica: i profitti del boom petrolifero sono nelle mani di 50 famiglie, mentre buona parte della popolazione è povera e analfabeta. L’Iran pre rivoluzionario è decritto dai media occidentali come il paese di Soraya e delle feste a corte, ma la realtà è molto più cupa e difficile. Incapace di garantire un vero sviluppo del paese, lo scià si è chiuso in un’autocrazia feroce e sorda ai bisogni del popolo. La sua è una figura più appariscente che autorevole. Vuole modernizzare l’Iran ma ama troppo la bella vita per essere davvero per l’Iran quello che quarant’anni prima è stato Ataturk per la Turchia.

Il precedente di Mossadeq

Lo scià compie il primo grande e tragico errore nel 1953, quando stronca l’esperienza del governo del nazionalista Muhammad Mossadeq, “colpevole” di aver nazionalizzato la Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Il suo è un vero e proprio colpo di Stato, sostenuto dagli Stati Uniti attraverso l’operazione in codice Ajax. Da allora in avanti lo scià governa con sempre più ferocia, affidando alla famigerata polizia segreta Savak l’eliminazione di qualsiasi forma di dissenso. In politica estera si lega sempre più strettamente agli Usa, diventando il gendarme degli americani in Medio Oriente. Nel 1960 riconosce lo Stato d’Israele, isolandosi dai paesi arabi. Tre anni dopo vara la cosiddetta “Rivoluzione bianca”, un pacchetto di riforme sociali ed economiche per dare all’Iran uno stile di vita occidentale. Il clero sciita si oppone fermamente e comincia qui la lunga contrapposizione tra “turbanti” e “corona”.

Esteghlal

È qui che nasce il desiderio della “esteghlal”, della vera indipendenza. Lo scià umilia il sentimento nazionale persiano, da sempre fortissimo, imponendo condizioni umilianti: i militari americani godono dell’immunità assoluta in Iran. Per cui, se un marine uccide o violenta un’iraniana, non può essere né arrestato né processato. Non solo: ci sono postazioni militari, lungo il confine con l’allora Unione Sovietica, che sono di fatto nelle mani degli americani. I soldati iraniani vengono portati lì bendati, per impedire che sappiano l’esatta ubicazione dei centri di osservazione. Ostaggi nella loro patria.

Azadi

La libertà è un miraggio. Nel 1975 tutti i partiti vengono messi fuori legge a eccezione di quello della Rinascita nazionale iraniana (Rastakhiz) legato allo scià. In politica estera vengono rafforzate le relazioni con i paesi comunisti, riallacciando anche i rapporti con il blocco dei paesi arabi, escluso l’Iraq. La Rivoluzione bianca si rivela un fallimento, perché il tenore di vita aumenta solo per gli strati più alti della popolazione. La Savak affina i metodi di tortura e interrogatorio grazie anche alla collaborazione con il Mossad, i servizi segreti israeliani. Tutto questo non è recepito dagli Stati Uniti che considerano a considerare lo scià un alleato affidabile. Ancora nel capodanno 1977, a poco più di un anno dalla vittoria della rivoluzione, il presidente Jimmy Carter vola a Teheran per brindare con lo scià. E un rapporto del Dipartimento di Stato Usa indica Reza Pahlevi come la figura di riferimento per gli Usa del decennio futuro. A Washington, evidentemente, non sanno nemmeno che lo scià è malato gravemente.

Jomuri-e Islami

La bomba è pronta, serve solo la scintilla che accenda la miccia. Perché la rivoluzione scoppi, è necessario che lo scià si scontri frontalmente con l’unico antagonista possibile che sia condiviso da tutti gli iraniani: il clero sciita. Quando un quotidiano (controllato, come tutti i media, dal governo) insulta e offende l’Ayatollah Khomeini, in esilio ormai da vent’anni, molti iraniani si sentono offesi, denigrati nella loro identità. Qualcuno non sa nemmeno chi sia Khomeini, ma il fatto che lo scià lo abbia attaccato, ne fa un eroe. Non va poi dimenticato che le moschee sono l’unico luogo in cui è possibile incontrarsi e parlare, l’unico potenziale centro di cospirazione. Il solo luogo che lo scià non può chiudere con la forza. Ma il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. L’opposizione allo scià è un insieme di movimenti diversi tra loro, accomunati dal desiderio di trasformare una società in ebollizione continua. L’Iran vive un processo di urbanizzazione radicale, quasi violento per un paese che all’inizio dell’Ottocento era popolato per metà da popolazioni nomadi. Basti pensare che nel solo 1978, l’anno che precede la rivoluzione, Teheran vede aumentare la popolazione di un milione di persone. Quella che era un piccola città ancora all’inizio del Novecento, è una megalopoli assediata da un sottoproletariato che si è lasciato alle spalle la vita contadina attirato dal miraggio di una vita più semplice e si è ritrovato senza aiuto e senza speranze.

Islam come ideologia

Come profetizzato dal filosofo Ali Shariati, lo sciismo fa parte della cultura iraniana e il movimento rivoluzionario deve servirsene per dare una giusta interpretazione agli eventi storici. L’Islam diventa un’ideologia terzomondista, l’unica in grado di tenere insieme un movimento così eterogeneo. Anche perché gli iraniani sono un popolo più incline ai movimenti che ai partiti. Da qui anche la posizione fallimentare della sinistra marxista (soprattutto il partito comunista Tudeh), che non riesce a conquistare mai una posizione ri di rilievo nel movimento rivoluzionario, rimanendo troppo legata a posizioni filo sovietiche o filo cinesi, non divenendo mai un movimento nazionale.

Come crolla un regime

E la fine dello scià avviene quasi naturalmente, per cedimento strutturale. Le grandi manifestazioni di piazza sono quasi sempre pacifiche e coinvolgono via via sempre più persone. La repressione bieca dell’esercito scava un solco profondo tra lo scià e il paese. Se in una manifestazione ci sono dei morti, 40 giorni dopo, come prevede l’Islam sciita, si fa un nuovo corteo di commemorazione. E se anche allora ci sono vittime, si aspetteranno altri 40 giorni per un altro corteo. E così i mesi tra la fine del 1977 e il 1979 sono scanditi da queste manifestazioni enormi. Quando il 16 gennaio 1979 lo scià abbandona il paese, nessuno immagina che da lì a poco sarebbero stati i mullah a governare. Anche perché il processo di islamizzazione della rivoluzione è rapido ma non immediato. Il referendum che il 30 marzo 1979 stabilisce che l’Iran sarà una repubblica islamica è approvato col 98,2 per cento dei sì. Ma attenzione: in ballo non c’è tanto una forma di governo, quanto la forma di Stato. La repubblica – agli occhi dei rivoluzionari – non poteva che essere islamica. Non popolare o democratica, formula troppo marxiste. Il quesito chiedeva soltanto un sì o un no. Il primo presidente eletto era il laico Bani Sadr, costretto alla fuga nel 1981. In due anni avverrà di tutto: Dopo avverrà tutto il resto: l’eliminazione delle opposizioni, la repressione, la presa degli ostaggi nell’ambasciata americana. E soprattutto la guerra con l’Iraq. Quando una rivoluzione è aggredita, si rafforza. Come per quella francese e quella bolscevica, anche la rivoluzione iraniana è battezzata da una guerra imposta. E ne esce in piedi. Difficile capire cosa accadrà ora. Se il destino della repubblica islamica è più simile a quello della monarchia dello scià nel 1979 o a quello della repubblica popolare cinese del 1989, dopo Tien An Men.

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